Quando l’orientalista italiano vota per il genocidio

Abdallah Amin Hallak

Traduzione di Sami Haddad

Non è chiaro se l’orientalista italiano Antonino Pellitteri abbia letto l’ordinanza che il prefetto di Hama, Muhamad Tarek Krishati, ha indirizzata a tutti gli uffici pubblici della città e a tutte le province, minacciando esplicitamente tutti coloro che non si sarebbero presentati alle “elezioni” indette dal regime genocida il 26 maggio 2021.

L’ordinanza del 22 maggio 2021 parla chiaro: “In occasione delle elezioni del presidente della repubblica araba siriana previste mercoledì 26 maggio 2021, chiedo, tassativamente, a tutti di essere presenti. Le assenze sono assolutamente vietate e per quel giorno a tutti gli impiegati dei vostri uffici non saranno concessi permessi né ferie per nessuna ragione”.

Questa ordinanza non è l’unica, ed è molto probabile che l’opinione del sig. Pellitteri non cambierà di una virgola neanche davanti a tutte le prove di minacce e intimidazioni ai siriani che avevano pensato di disertare le urne e di non partecipare a questa farsa. Ha fatto della sua pagina Facebook una specie di striscia del notiziario di un qualsiasi canale televisivo di propaganda in cui informa l’opinione pubblica italiana del clima di “gioia in Siria per le elezioni” e delle “votazioni democratiche”, chiedendo “all’Occidente” di cambiare le sue politiche verso il regime siriano, e verso “la Siria” dopo quella che considera la “vittoria di Assad”.

La direttiva del prefetto della città di Hama non riesce a rendere il clima di paura e di intimidazione che incombe sui siriani in tutta la Siria e non soltanto a Hama, così come il pensiero di Antonino Pillitteri non rappresenta tutti gli orientalisti, o almeno quelli che oggi possono essere definiti tali. Nonostante tali differenze non possiamo esimerci dal fare una profonda riflessione.

È diventato stancante e noioso seguire quello che scrivono gli intellettuali occidentali che appoggiano il regime siriano, giustificandolo in nome “dell’antimperialismo”. Questa posizione non è affatto una novità se paragonata a quella degli assadisti e komeinisti, che hanno issato le bandiere della lotta contro l’Occidente su una montagna di vittime di armi chimiche, di barili bomba e di torture.

Pellitteri ha sicuramente il diritto di dire ciò che ritiene opportuno, un diritto garantito qui in Occidente a lui e anche ai siriani che si trovano in Europa come rifugiati, quei siriani che se avessero espresso liberamente la propria opinione in Siria sarebbero stati incarcerati o messi a morte. Ha anche il diritto di costruire le sue teorie e trarne le conclusioni che vuole, lui l’orientalista che appartiene all’“orientalismo” come ambito di studi che, com’è noto, ha appassionato e appassiona molti intellettuali siriani e arabi, compreso chi scrive, per non fare torto a quanti, analizzando le questioni della regione, hanno studiato l’“Oriente” e il “Mondo arabo” in modo obiettivo, a differenza di altri “orientalisti” non obiettivi né imparziali, allineati con i peggiori totalitarismi del mondo e della nostra regione, pieni di stereotipi e pregiudizi. Supponiamo che Pellitteri appartenga a questa seconda categoria, un tipo di intellettuale occidentale ai cui occhi Bashar al-Assad appare bello, “come Re Faisal appariva agli occhi di Lawrence d’Arabia”, secondo quanto si racconta.

Fin qui non c’è nulla di strano, ma c’è un problema con gli aggiornamenti del noto “orientalista”, tanto da sembrare che viva fuori dal tempo, o che viva gli eventi della Siria di due o tre decenni fa. Sulla sua pagina Facebook pubblica notizie e articoli presi dai giornali del regime, come “Al-Baath”, “Tishreen” e “Al-Thawra”, che erano gli unici in Siria a essere pubblicati durante i decenni del governo di Hafez al Assad. Forse sarebbe meglio che “Il nostro orientalista” si tenesse un po’ al passo con i tempi, e citasse stralci di giornali che non appartengono all’epoca di Hafez al-Assad. Le trasformazioni e i cambiamenti dell’orientalismo richiedono almeno un cambio di “imballaggio”.

Dall’altro canto, Pellitteri invita ad “attuare riforme graduali in Siria senza interferenze esterne”. Peccato che l’“orientalista” che dovrebbe conoscere gli avvenimenti e la storia del paese di cui sta scrivendo, non sappia che “riforme graduali senza interferenze esterne” erano le richieste dell’opposizione siriana nel 2000, che chiedeva al regime riforme e cambiamento, operando per una Siria per tutti i siriani. Il regime ha affrontato questo movimento, noto come la “Primavera di Damasco” nel 2001, arrestando tutti i suoi rappresentanti.

Che il signor Pillitteri abbia parlato dell’opposizione come fosse quella di 20 anni fa la dice lunga. Di questo passo forse avrà bisogno di un ulteriore secolo per arrivare a menzionare gli oppositori pacifici che sono detenuti fino a questo momento nelle carceri del figlio di Assad. Essere un “orientalista” richiede di conoscere la lunga e complessa storia di lotta democratica e laica contro il regime dei due Assad, padre e figlio, e le centinaia di oppositori che hanno trascorso il fiore della loro vita nelle carceri di questo regime negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

L’“orientalismo” non è solo monumenti e templi, ci sono prigioni, stermini e ingiustizie che meritano attenzione. Se si ignora tutto questo per dedicarsi alla lotta contro l’imperialismo si assume una posizione più vicina alla “sinistra pavloviana”, secondo un’accurata descrizione dell’amico Salam Kawakibi.

Questo articolo non intende rivolgersi specificamente a Pellitteri, che è un esempio di quegli intellettuali occidentali, orientalisti e arabi che sembrano, paradossalmente, più vicini ai critici dell’orientalismo e all’asse dittatura religiosa di Teheran – “guerra antimperialista” – alleato Bashar al-Assad. Quindi basta semplicemente trovare il nesso fra un regime religioso/mahdista, un regime celebrato dagli occidentali antimperialisti e da molti mahdisti libanesi, siriani e iracheni con le “elezioni” di Assad, nelle quali non è escluso che i morti abbiano votato a suo favore, compresi coloro che sono morti sotto tortura nelle sue prigioni. Altrimenti, da dove provengono il 95% di voti e i 14 milioni di elettori?

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