L’invasione turca: ultimo stadio nella distruzione diretta dalla Russia della rivoluzione siriana

Come Erdogan ha consegnato la Siria nord-orientale al regime di Assad senza sparare un colpo

Di Michael Karadjis, pubblicato il 23 ottobre 2019 su Syrian Revolution Commentary and Analysis

Tradotto da Piero Maestri e Giovanna De Luca

 

Il 6 ottobre, il regime turco di Tayyip Erdogan ha dato il via all’ invasione a lungo annunciata nel nord-est della Siria, con l’obiettivo di espellere le Forze democratiche siriane (SDF) a guida curda da una regione di confine di 30 chilometri, dove ha intenzione di scaricare circa 3,5 milioni di siriani rifugiati una volta espulsa la popolazione locale. L’accordo di Erdogan con il presidente russo Putin consacra una vittoria sia per Erdogan che per il tiranno siriano Bashar Assad, che divideranno tra di loro i territori precedentemente controllati delle SDF.

 

La Turchia e i curdi

 

La Turchia, insieme all’Iran, all’Iraq e alla Siria, ha lungamente oppresso le popolazioni curde nei propri territori. Nella sua resistenza all’oppressione turca, il popolo curdo nel sud-ovest della Turchia ha affrontato straordinarie violenze statali durante i decenni di regimi militari, ed è stato costretto negli anni ’80 a intraprendere la strada della lotta armata, guidata dal Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Nel corso dei successivi due decenni, circa 40.000 persone sono state uccise, per ma grandissima parte dalla brutale guerra di controinsurrezione dello stato turco.

 

Tuttavia, il PKK, come in molte altre lotte sviluppatesi nel contesto del terrore di stato, ha spesso operato in modo spietato, guadagnandosi, nel discorso dell’oppressore, la stessa etichetta di “terrorista” riservata ai ribelli siriani, alla resistenza palestinese, ai combattenti per la libertà irlandesi e molti altri. Eppure, sebbene questa etichetta sia ultraipocrita quando viene utilizzata dai difensori del terrore di stato turco, i crimini del PKK (comprese il silenziamento delle organizzazioni kurde rivali) hanno contribuito all’alienazione di simpatie da gran parte della classe lavoratrice turca che è quindi più facilmente manipolata dalla propaganda di stato.

 

La forza principale delle SDF in Siria è il Partito dell’Unione Democratica (PYD), il ramo siriano del PKK e la sua milizia, le Unità di protezione del popolo (YPG). I curdi siriani erano stati brutalmente oppressi sotto la dittatura di Assad e a centinaia di migliaia di loro fu negata la cittadinanza siriana. Sebbene l’affermazione della Turchia secondo cui l’YPG-SDF rappresenti una “minaccia” per la sicurezza della Turchia sia ridicolmente falsa – l’YPG non ha mai sparato un colpo oltre il confine – è vero nel senso che l’autonomia curda raggiunta dalle SDF nella Siria nord-orientale rappresenta una “minaccia” dal punto di vista dell’esempio che rappresenta per i curdi in Turchia.

 

Solo una parte del massacro siriano …

 

Questo brutale attacco aereo e terrestre alla popolazione civile curda e araba è semplicemente un ulteriore teatro del terrore all’interno del massacro genocida che sconvolge la Siria da 9 anni, perpetrato per il 95% dalla dittatura fascista di Bashar al-Assad, sostenuto dai suoi padroni imperialisti russi che si sono uniti a lui per far piovere la morte dai cieli e dalle squadre della morte inviate dalla teocrazia iraniana. La maggior parte delle uccisioni rimanenti è stata effettuata dall’ISIS e dai bombardamenti statunitensi che hanno aiutato le ‘SDF a scacciare l’ISIS dalla Siria orientale.

 

In effetti gli ultimi 6 mesi di omicidi di massa ed spoliazioni particolarmente brutali compiuti da Assad e la Russia nel nord-ovest della Siria, sono stati appena notati dai media internazionali: molti sembrano addirittura aver notato solo ora che i siriani vengono bombardati.

 

Crimini di guerra

 

L’aggressione della Turchia ha spinto a lasciare le proprie case almeno 160.000 persone , mentre a metà ottobre le autorità sanitarie curde affermano che circa 218 persone sono state uccise. Sebbene la maggior parte dei media affermi che le vittime sono curde, la regione sotto il controllo delle SDF è multietnica, quindi le vittime sono curdi, arabi, assiri e altri. Il teatro principale dell’operazione turca è la regione in gran parte non curda lungo il confine tra la città per lo più araba di Tal Abyad e la città mista arabo-curda di Rays al-Ayn/Serekanye. Tuttavia, i bombardamenti turchi hanno preso di mira le SDF anche in città abitate essenzialmente da curdi come Kobani e Qamishli, uccidendo e mutilando dozzine di civili.

 

Sul posto sono stati anche commessi gravi crimini di guerra, in gran parte esplicitamente diretti contro i curdi. Nel suo rapporto del 18 ottobre Amnesty International ha scritto che “le forze militari turche e una coalizione di gruppi armati siriani appoggiati dalla Turchia hanno mostrato un vergognoso disprezzo per la vita civile, compiendo gravi violazioni e crimini di guerra, tra cui uccisioni sommarie e attacchi illegali che hanno ucciso e ferito civili ”. Il massacro di Hevrin Khalaf del Partito curdo del futuro, seguito dalle riprese della profanazione del suo corpo, e un’esecuzione sul campo di un giovane curdo, sono due casi di crimini assolutamente vergognosi e sadici. Di seguito tratteremo di chi sono queste bande.

 

Contro le solidarietà selettive

 

Dall’invasione della Turchia tre sono state le principali risposte arrivate dalla sinistra non assadista e dal mondo progressista (non che i sostenitori del fascismo assadista e del suo alleato razzista bianco russo possano essere considerati di sinistra o progressisti, ma sfortunatamente oggi tale confusione esiste).

 

In primo luogo abbiamo le voci che condannano giustamente l’invasione della Turchia, ma che provengono da persone e organizzazioni che non hanno mai, o raramente, condannato il massacro effettuato da Assad /Russia /Iran, o espresso solidarietà con le vittime di tale massacro.

Talvolta questo a volte è legato all’estrema romanticizzazione delle SDF (a sua volta legata alla tradizionale solidarietà selettiva occidentale con i curdi rispetto agli arabi), combinata con un livello straordinario di demonizzazione (spesso islamofobica) di tutte le correnti ribelli siriane.

Quando il popolo siriano chiese una No-Fly-Zone per proteggersi dai bombardamenti genocidi di Assad, questa richiesta fu denunciata da molti occidentali di sinistra occidentali come strumento dell’imperialismo occidentale; tuttavia quando le SDF ottennero il sostegno su vasta scala dell’aeronautica statunitense americana per 5 anni, molte delle stesse persone rimasero in silenzio o addirittura appoggiarono tale sostegno e condannarono poi gli Stati Uniti per il ritiro; e ora  le manifestazioni che condannano l’invasione turca chiedono una No-Fly-Zone!

Tuto questo è evidenziato dal completo silenzio di molti negli ultimi 6 mesi riguardo gli attacchi aerei di Assad e della Russia su Idlib controllata dai ribelli. Molti siriani che hanno visto la sinistra globale ignorare la loro situazione per 9 anni considerano insopportabile questa solidarietà apertamente selettiva.

 

Sfortunatamente, questo fa si che alcuni oppositori siriani e loro sostenitori sostengano l’invasione. Parte di ciò deriva dal passato ruolo della Turchia come forte sostenitore dell’insurrezione siriana (in gran parte abbandonata intorno al 2016 quando Erdogan è diventato il miglior compagno di Putin), e dal fatto che la Turchia abbia accolto 3,5 milioni di rifugiati dal macello di Assad (rifugiati che Erdogan, ora in alleanza con il partito fascista MHP  precedentemente suo oppositore, vuole rimandare in qualsiasi zona della Siria) e agli stessi errori delle SDF (che portano a demonizzarle erroneamente come “Assadiste”). Ma anche se dovessimo concedere tutto questo, che dire della basilare solidarietà con  la popolazione civile, tra la quela le decine e megliaia di persone in fuga? Il regime turco, storico oppressore dei curdi, sarebbe venuto a “liberare” i curdi siriani dalla “oppressione delle SDF”?

 

La terza reazione è quella di coloro che sono sempre stati a fianco della resistenza del popolo siriano contro Assad e che ora condannano l’attacco della Turchia dal punto di vista della costante loro solidarietà “con i civili lì e contro i barbari attacchi turchi contro di loro”, come leggiamo nelle nelle parole del rivoluzionario siriano Firas Abdullah. Il leader rivoluzionario siriano e prigioniero politico sotto Assad, Yassin al-Haj Saleh, ha dichiarato:

“L’operazione di guerra turca “Primavera di Pace “è una continuazione delle guerre di Assad, Iran, Russia, Stati Uniti e Israele in Siria, e per nulla una rottura con esse. In realtà è una nuova primavera di guerra e un’altra pietra tombale posta sulle aspirazioni ad una nuova Siria. I vassalli siriani della nuova guerra turca continuano il lavoro di Assad e dei loro protettori, non della rivoluzione schiacciata dei siriani. Non in nostro nome, canaglie!”

 

Una sinistra globale e un movimento progressista non sono nulla se la loro solidarietà non riesce ad essere coerente.

Un piccolo passo indietro

 

Decine di migliaia di arabi e curdi avevano aderito a manifestazioni di massa contro Assad in tutta la Siria settentrionale nel 2011, ma questa solidarietà si è separata per una complessa serie di ragioni alle quali questo articolo non può rendere giustizia. I limiti politici sia dei principali gruppi ribelli che dell’opposizione a guida araba, sia dei nazionalisti secolari che degli islamisti e ancora della leadership dell’Esercito siriano libero (FSA), sia dei principali gruppi curdi, in particolare il PYD-YPG, hanno fatto deragliare questa unità contro il regime.

 

Mentre la rivoluzione siriana liberava parti significative della Siria dal regime, il PYD-YPG ha lanciato la sua “rivoluzione del Rojava” nei principali centri curdi della Siria settentrionale, da cui Assad si era ritirato per concentrarsi sulla distruzione della rivoluzione. Il progetto del Rojava – che è stato sia romanticizzato che demonizzato – in breve combina una serie di aspetti altamente progressivi con imperfezioni e limitazioni, così come altri scenari della rivoluzione siriana. È sia l’azione dell’autonomia curda che l’espressione della partecipazione del popolo curdo alla più ampia rivoluzione, qualunque siano i suoi problemi. Tuttavia, il PYD-YPG non l’ha mai considerata in questo modo, e si è allontanato dal conflitto tra regime e ribelli fin dall’inizio. Queste divisioni alla fine hanno creato fratture sia nella leadership ribelle che in quella curda a crescenti pressioni da parte delle varie potenze esterne intervenute in Siria con le loro agende, tra cui Turchia, Russia, Stati Uniti, Iran e Stati del Golfo.

 

La Turchia è stata uno dei principali sostenitori del FSA e dei ribelli siriani, specialmente da quando la ferocia di Assad ha fatto sfollare in Turchia 3,5 milioni di rifugiati; ma ciò ha anche permesso alla Turchia di fare pressione sui suoi alleati ribelli con la sua agenda anti-curda. Nel frattempo quando gli Stati Uniti sono entrati in guerra contro l’ISIS nel 2014, hanno scelto l’YPG come partner sul terreno, nonostante anche i ribelli siriani fossero in guerra con l’ISIS; gli Stati Uniti volevano che questi combattessero solo l’ISIS e non il regime di Assad, mentre i ribelli combattevano entrambi. Le SDF sono state costituite dall’YPG insieme ad alcuni piccoli gruppi arabi ribelli che hanno accettato questa richiesta degli Stati Uniti. Ciò ha portato a un crescente conflitto tra Turchia e Stati Uniti e la Turchia si è sempre più orientata verso una strada diplomatica con la Russia e l’Iran, nonostante si trovasse dalla parte opposta in Siria.

 

Il precipitoso ritiro di Trump dal nord-est della Siria e il tradimento degli alleati delle SDF di fronte alla minaccia della Turchia di invadere potrebbero essere stati parzialmente mirati a rattoppare questa frattura turco-statunitense ma, come spiegato di seguito, questa mossa è stata criticata dalla maggior parte della classe dirigente degli Stati Uniti.

 

L’accordo: una spartizione del Rojava tra Assad e la Turchia mediata da Putin

 

Fin dall’inizio del conflitto risultava abbastanza chiaro cosa stesse accadendo: il territorio controllato dalle SDF (la Federazione della Siria del Nord, spesso chiamata “Rojava”) sarebbe stato diviso tra la Turchia e il regime di Assad; il maestro di cerimonie è stato Vladimir Putin, che è strettamente alleato sia di Assad che di Erdogan. Chiunque non fosse convinto ha solamente dovuto attendere lo storico accordo Russia-Turchia uscito dall’incontro Putin-Erdogan del 22 ottobre.

Qui una mappa dell’area in gioco.

 

La partizione è più o meno questa:

* la Turchia ottiene di poter mantenere le sue truppe nella fascia di confine prevalentemente araba tra la città a maggioranza araba di Tal Abyad, fino alla più piccola e mista città arabo-curda di Ras al-Ayn (Serekanye) ad est, per una striscia di terra larga 30 chilometri;

 

* il regime di Assad e le truppe russe controlleranno il resto del confine nord-orientale, sia a ovest (Kobane, Manbij) che a est (Qamishli, Hasake) di questa sezione occupata dalla Turchia, allontanando le SDF dal confine per una striscia di terra di 30 chilometri, come già previsto dall’accordo che le SDF avevano precedentemente stipulato con il regime; quindi il regime controllerà tutti i principali centri abitati curdi, nonché la regione non curda di Raqqa più a sud;

 

* una volta espulse le SDF, le truppe turche e russe (che rappresentano il regime) pattuglieranno una zona di confine di 10 chilometri lungo il confine nord-est, al di fuori della zona controllata dalla Turchia.

 

* entrambe le parti ribadiscono l’importanza dell’accordo di Adana, vale a dire l’accordo del 1998 tra Turchia e Siria che consente alla Turchia di entrare temporaneamente in Siria quando è alla ricerca di “terroristi”. In tal modo la Turchia essenzialmente riconosce il regime di Assad.

 

Giusto per chiarire le cose, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha detto alle SDF che se non si fossero ritirate dalla regione di confine, le guardie di frontiera siriane e la polizia militare russa si sarebbero ritirate e avrebbero lasciato i curdi nelle mani della Turchia. Il regime di Assad ha accolto con favore l’accordo e incolpato i “separatisti” della crisi.

 

Qualche dettaglio. Mentre i crimini di guerra turchi e delle milizie alleate sono stati diretti contro i curdi e l’obiettivo dell’operazione è anti-curda (e il saccheggio e la pulizia etnica della curda Afrin a seguito dell’invasione della Turchia del 2018 rende le prospettive attuali abbastanza evidenti ai curdi), la regione che la Turchia ha conquistato è in gran parte non curda, come dimostrano queste cartine:

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La facilità con cui la Turchia è entrata a Tal Abyad, trovando poca resistenza, potrebbe essere semplicemente spiegata dal fatto che le SDF non hanno base di supporto tra la popolazione araba della città, come invece hanno affermato di avere. Inoltre alcuni dei “ribelli” entrati a Tal Abyad con la Turchia provengono dalla popolazione araba di rifugiati sradicata dalle SDF durante la sua conquista nel 2015, che da allora ha attraversato il confine turco per vivere nei campi profughi, impossibilitata a rientrare nelle proprie case.

 

C’è stata più resistenza a Ras al-Ayn, data la sua più ampia popolazione curda; ma le SDF l’hanno ora evacuata in base all’accordo di “cessate il fuoco” tra USA e Turchia firmato cinque giorni prima dell’accordo molto più significativo tra Russia e Turchia. Quindi l’unico vero scontro – e l’unica significativa perdita delle SDF verso la Turchia di territorio etnicamente curdo – ha riguardato questa città che separa le due zone. Oltre a Ras al-Ayn, le SDF hanno presto messo in atto un completo ritiro dal segmento controllato dalla Turchia.

 

In base all’accordo siglato dalle SDF con il regime, “l’Esercito arabo siriano (NdT le forze armate del regime) sarà presente in tutta la regione ad est e a nord dell’Eufrate e in coordinamento con i consigli militari locali, mentre l’area tra Ras al Ayn e Tell Abyad rimane un’area instabile di combattimento fino a quando non sarà liberata.” L’accordo Russia-Turchia lo ha semplicemente consacrato.

 

Le forze assadiste e russe si erano già trasferite a Manbij, mentre gli Stati Uniti gentilmente consegnavano le loro strutture in luogo alla Russia, anche aiutando le forze russe a muoversi nella zona (nonostante la sua popolazione in gran parte araba e il precedente accordo USA-Turchia che prevedeva pattugliamenti comuni nella città). Le forze russe sono state poste tra i militari turchi e assadisti vicino a Manbij.

 

Inoltre gli Stati Uniti hanno detto a Erdogan che Kobani è una zona per loro off-limits e per questo sono entrate in città le forze assadiste (qui vediamo forze statunitensi e assadiste che si incrociano lungo la strada, dentro e fuori Kobani). Le forze assadiste si sono schierate anche a sud, nella regione di Raqqa e nella regione a maggioranza curda ad est di Ras al-Ayn (inclusi Qamishle, Hasake ecc.) il regime rafforzerà la sua presenza già precedentemente esistente in due piccole basi.

 

La farsa del “cessate il fuoco” turco-statunitense

 

Che dire del precedente “cessate il fuoco” tra Stati Uniti e Turchia, firmato dal vicepresidente americano Pence ed Erdogan il 17 ottobre? Il testo chiedeva che una “zona sicura” fosse “principalmente” pattugliata dalle truppe turche e l’evacuazione delle SDF dalla regione di confine. Sembrava consegnare alla Turchia tutto ciò che voleva ed era giustamente denunciato come un’impostura e un tradimento anche da parte della direzione del Partito Democratico degli Stati Uniti e da molti repubblicani. Oltretutto la parte che riguardava il “cessate il fuoco” non è stata rispettata dalla Turchia, che ha continuato a bombardare Ras al-Ayn.

 

In realtà, tuttavia, questo accordo è stato in gran parte un’acrobazia mediatica per salvare la faccia a Trump e agli Stati Uniti. Il regime siriano lo ha dichiarato “vago” aggiungendo, minacciosamente per le SDF, che non avrebbe mai accettato “un altro Kurdistan iracheno in Siria”, e persino le SDF hanno accettato il cessate il fuoco.

 

Il tradimento principale è stato quello di consegnare Ras al-Ayn alla Turchia, mentre le SDF stavano ancora resistendo. Oltre a ciò, tuttavia, l’accordo ha omesso qualsiasi definizione della lunghezza della profondità della “zona sicura”. Sebbene Pence abbia dichiarato di accettare la definizione turca di una profondità di 30 chilometri, l’assurda pretesa della Turchia è stata quella di volerla estendere lungo tutti i 444 chilometri del confine, da Manbij al confine iracheno, pretesa che è stata respinta dagli Stati Uniti.

L’inviato speciale degli Stati Uniti, James Jeffrey, ha definito la zona sicura “come l’area in cui la Turchia sta operando operando, in una striscia di terra di 30 km nella zona centrale della Siria nord-orientale”, vale a dire i 100 chilometri (di territorio in gran parte non curdo) tra Tel Abyad e Ras al-Ayn. Ha dichiarato quindi che, oltre a ciò, “i turchi hanno le loro discussioni in corso con i russi e i siriani riguardo altre aree del nordest”.

 

In altre parole, l’accordo tra Stati Uniti e Turchia ha semplicemente riconosciuto la divisione non ufficiale della regione voluta da Putin, Erdogan-Assad, accettata dalle SDF e ora ufficiale nell’accordo Russia-Turchia. La parte dell’accordo riguardo la rimozione delle SDF dall’intero confine, non solo dalla limitata “zona sicura”, sarà curata dall’ingresso del regime di Assad nella regione. La missione e le affermazioni di Pence non erano quindi altro che un tentativo di non perdere la faccia dopo il caos creato da Trump, nell’intento di recuperare un minimo di credibilità e fingere di sembrare importante li dove Putin muove tutti i fili.

 

Erdogan: Vai Assad!

 

Tutto questo rappresenta una sconfitta per Erdogan? Può sembrare che abbia portato la Turchia in una trappola solo per ottenere briciole. Dopotutto gli Stati Uniti e la Turchia avevano già teoricamente istituito una “zona sicura” lungo l’intero confine ad est di Manbij fino al confine iracheno, da cui le SDF avevano iniziato a ritirarsi. Le SDF avevano accettato una zona sicura di 5 chilometri lungo la maggior parte del confine e 9-14 chilometri tra Tal Abyad e Ras al-Ayn. La Turchia ha invaso perché non era soddisfatta da queste condizioni. Mentre la zona sicura tra Tal Abyad e Ras al-Ayn ora sarà larga 30 chilometri, tutto il resto del confine viene consegnato ad Assad e all’interno di questa zona, dove sono consentite le pattuglie turche, vi è un’altra zona che si estende da 5 a 10 chilometri condivisa con la Russia (che rappresenta Assad) invece che che gli Stati Uniti.

 

Ma davvero la Turchia vuole impantanarsi combattendo una guerra di guerriglia nei centri abitati curdi? Forse l’obiettivo è sempre stao quello di permettere che Assad prendesse il controllo del resto delle zone dalle SDF.

 

Erdogan ha ripetutamente chiarito di non avere problemi fintanto che il regime di Assad controllasse il confine piuttosto che le SDF; “L’ingresso del regime a Manbij non è molto negativo per me. Dopotutto sono le loro terre … l’importante è che l’organizzazione terroristica non rimanga lì “, ha detto Erdogan. Precedentemente aveva dichiarato che la sua operazione sarebbe finita una volta che la Russia o il regime di Assad avessero ripulito i confini dai “terroristi“. In effetti aveva fatto esattamente la stessa dichiarazione l’anno scorso quando le forze assadiste si sono per la prima volta mosse verso la regione di Manbij. Nel frattempo durante questa campagna i regimi siriano e turco sono stati di nascosto in contatto attraverso Mosca.

 

L’accordo SDF-Assad

 

La Russia ha negoziato l’accordo SDF-Assad diversi giorni dopo l’invasione della Turchia, consentendo al regime di entrare nel territorio delle SDF per “difendere i suoi confini” dalla Turchia. Il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov ha spiegato che l’obiettivo della Russia è quello che “tutte le organizzazioni curde in Siria siano incasellate nel quadro giuridico e nella costituzione del paese, in modo che non vi siano unità armate illegali in Siria”, e così non rappresentino una minaccia per la Turchia, i cui legittimi interessi nel mantenere un confine sono riconosciuti dalla Russia . Il via libera ad Erdogan di Putin- più esplicito di quello di Trump – era supportato dalla consapevolezza che in questo modo avrebbe le SDF a collocarsi sotto l’ala di Assad.

 

È inutile discutere se le SDF abbiano preso o no la decisione giusta. È vero che il PYD /YPG ha sempre mantenuto una politica opportunistica nei confronti del regime, si è astenuto dall’insurrezione anti-Assad ed è sempre stato pronto ad accordi con Assad, la Russia o gli Stati Uniti. In alcuni casi si è trattato di sopravvivenza (ad esempio, gli aiuti statunitensi mentre l’ISIS avanzava su Kobane nel 2014), in altri casi l’ambizione verso una conquista territoriale (ad esempio, la conquista sostenuta dall’aeronautica militare russa nella regione di Aleppo settentrionale in mano ai ribelli all’inizio del 2016). Essendo completamente dipendente dagli Stati Uniti, ritiratisi precipitosamente, alcuni accordi con il diavolo sono stati matematicamente inevitabili una volta che la Turchia ha lanciato la sua brutale invasione. SDF e Rojava saranno schiacciati nela morsa Erdogan /Assad.

 

Oltre all’ingresso delle truppe assadiste il vero risultato rimane una questione di interpretazione dato che i portavoce delle  SDF affermano che avranno ancora il pieno controllo interno. Assad può temporaneamente rappresentare l’alternativa “più morbida” per i curdi, consentendo temporaneamente una limitata autonomia, per facilitare l’ingresso nel territorio delle SDF senza conflitti, mentre la situazione altrove rimane instabile per il regime. Ma quando tutto sarà fatto, Assad finirà il lavoro e schiaccerà l’intera autonomia, come ha da tempo promesso. Anche durante l’accordo, i funzionari del regime di Assad hanno additato le SDF come traditori in Siria, chiarendo quali sono le loro prospettive.

 

Anche Trump ha dato il via libera ad Assad?

 

Non sorprende che Trump abbia immediatamente twittato che l’accordo Russia-Turchia fosse “una buona notizia”. Potrebbe sembrare cospiratorio suggerire che il ritiro di Trump facesse parte del piano guidato da Putin, data la tendenza di Trump a prendere decisioni politiche tramite una telefonata. Ma rimuoviamo l’idea dell’intenzione soggettiva: la mossa di Trump è coerente con un’opinione non poco diffusa secondo la quale non ci siano interessi statunitensi fondamentali in Siria; aver sempre sostenuto i regimi oppressivi passando sopra le vite degli oppressi è sempre stata la politica degli Stati Uniti in innumerevoli altri luoghi (ad esempio la Palestina); ricucire le relazioni con un grande stato parte della Nato è in definitiva negli interessi degli Stati Uniti; e questa mossa è coerente con la visione di Trump secondo cui la controrivoluzione di Assad  è a appoggiare, e gli Stati Uniti dovrebbero sostenere Assad e Putin nel “combattere l’ISIS” (sic) e così via.

 

Trump è stato esplicito, quando ha twittato “lasciamo che la Siria e Assad proteggano i curdi e combattano la Turchia … Chiunque voglia aiutare la Siria nella protezione dei curdi mi sta bene, si tratti di Russia, Cina o Napoleone Bonaparte. Spero che vadano tutti alla grande, noi siamo a 7000 miglia di distanza!” Il che è simile a quanto ha twittato l’anno scorso quando ha annunciato il “ritiro ”: “Russia, Iran, Siria e altri sono i nemici locali dell’ISIS. Noi stavamo facendo lì il loro (sic!) lavoro.”

 

Secondo il comandante delle SDF Mazloum Kobani, Trump ha anche dato il via libera all’accordo SDF-Assad: “Abbiamo detto a Trump che stiamo contattando il regime siriano e i russi per proteggere il nostro paese e la nostra terra. Ha detto: “Non siamo contrari. Lo sosteniamo. ”

 

Non vi è in questo alcun mistero: l’imperialismo USA non ha mai tentato di far cadere il regime di Assad nonostante le dicerie. Gli Stati Uniti sono entrati nella guerra siriana per sostenere l’YPG /SDF come forza di terra contro l’ISIS. Con l’ISIS ampiamente sconfitto, l’imperialismo USA non ha ragioni fondamentali per continuare a mantenere fuori del controllo di Assad alcuni territori siriani. Anche se la politica di Trump non è l’attuale politica di gran parte della classe dominante statunitense (sebbene ci siano eccezioni, e questo articolo mostra che un certo numero di consiglieri “pro-Turchia” sono entrati alla Casa Bianca), si tratta presumibilmente una scelta coerente per l’imperialismo statunitense.

 

Quando Trump ha annunciato per la prima volta il “ritiro” alla fine del 2018, ho scritto che questo sarebbe stato in effetti più un via libera per Assad che per Erdogan: “… quasi tutti gli analisti hanno affermato che questa mossa è stata un abbandono delle forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli USA e dirette dai curdi …ma è stato altrettanto, se non di più, un semaforo verde per il tiranno Bashar Assad affinché assuma il controllo delle regioni controllate dalle SDF … Tuttavia, potrebbero essere necessari alcuni chiarimenti: come può un ritiro degli Stati Uniti favorire Assad e la Russia se la presenza degli Stati Uniti in Siria non si è mai opposta a loro in primo luogo? Qui dobbiamo capire le relazioni degli Stati Uniti con il suo alleato principale, le SDF, che controllano la Siria nord-orientale da quando hanno cacciato l’ISIS …  gli Stati Uniti e le SDF potevano combattere a est ISIS in una guerra completamente separata dalla guerra controrivoluzionaria di Assad contro la ribellione nella Siria occidentale. Le SDF non erano né anti-Assad né pro-Assad; piuttosto erano interessate a costruire il proprio progetto, la “rivoluzione del Rojava” nel proprio spazio, separato sia da Assad che dai ribelli. Pertanto gli Stati Uniti stavano mantenendo una regione al di fuori del controllo diretto di Assad, ma è importante capire che questo non è mai stato il fine ultimo degli Stati Uniti; l’obiettivo degli Stati Uniti era semplicemente quello di utilizzare le SDF per sconfiggere ISIS. Pertanto le attuali dinamiche che vedono gli Stati Uniti abbandonare le SDF ad Assad, e le stesse SDF cercare di negoziare un accordo con Assad, sono essenzialmente in perfetta armonia, ma in questi “negoziati” è il regime, non il progetto Rojava, ad uscirne vincitore”.

 

La rabbia della prevalente classe dirigente statunitense

 

La maggior parte dei rappresentanti della classe dirigente americana – dal Pentagono passando per il Partito Democratico e la maggior parte del Partito Repubblicano, dalle colombe liberali ai realisti dalla testa dura ai neoconservatori, dal New York Times al Wall Street Journal – si è opposta con rabbia alla mossa di Trump .  Il segretario alla Difesa Mark Esper ha dichiarato apertamente che la Turchia non era un loro alleato; l’ex consigliere interventista del governo Trump, Nikki Haley, ha creato l’hashtag Twitter #TurkeyIsNotOurFriend. Una squadra congiunta repubblicano-democratica guidata dall’alleato di Trump Lindsay Graham ha elaborato un disegno di legge che prevede dure sanzioni contro la Turchia.

 

Credono che sia nell’interesse degli Stati Uniti aggrapparsi più a lungo alle SDF nella Siria orientale, anche solo per mantenerla come cuscinetto contro l’Iran (l’opinione di Bolton), o come mezzo per esercitare pressioni su Assad riguardo al processo politico (anche se gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto i tiranni, la maggior parte riconosce che le vittorie militari di Assad non sono in grado di riportare nessun tipo di stabilità reale e quindi di supportare il processo “costituzionale” guidato dalle Nazioni Unite per ampliare il regime di Assad), o perché il rapido ritiro è gravemente dannoso per la credibilità imperiale degli Stati Uniti e minaccia di annullare cinque anni di successi politico-militari statunitensi nella regione. Tuttavia, nulla di tutto ciò riguarda i “curdi” o il progetto Rojava e non dovrebbero esserci stati dubbi sul fatto che il tradimento sarebbe arrivato qualche tempo dopo.

 

Mentre questo articolo va in stampa, questo disaccordo con la decisione di Trump potrebbe portare a una nuova tattica nella gestione della crisi che ha causato. Secondo quanto si dice, Trump sembra ora a favore del mantenimento di circa 200 truppe in Siria vicino al confine iracheno per bombardare l’ISIS, ma anche per, come ha twittato Trump, “proteggere il petrolio”, ovvero una ricchezza petrolifera controllata dalle SDF. Ciò ha apparentemente fatto oscillare Lindsay Graham, il quale spiega : “credo che siamo sul punto di una joint venture tra noi e le Forze democratiche siriane … per modernizzare i giacimenti petroliferi e assicurarsi che esse ne ottengano le entrate”. Altri suggeriscono che l’idea del petrolio sia solo uno stratagemma del Pentagono per far accettare a Trump il suo desiderio di rimanere per continuare a bombardare l’ISIS.

 

Il piano della Turchia per riportare i rifugiati in Siria

 

Tuttavia, mentre la Turchia ha inequivocabilmente dichiarato la sua accettazione della ripresa da parte del regime di Assad dei territori controllati dalle SDF, l’accordo non soddisferà del tutto l’altro obiettivo dichiarato di Erdogan: scaricare circa 2 milioni di rifugiati nella “zona sicura”. La Turchia vorrebbe inviare parte della sua popolazione di rifugiati nella sezione di 100 chilometri che le è stata assegnata, così come la regione che già controlla tra Jarablus e Azaz, così come nell’aera della curda Arin occupata.

 

Come osserva Firas Abdullah riguardo a questo piano: “Questa operazione ha tinte razziste e di discorso d’odio, razzismo contro i civili siriani curdi che ora stanno fuggendo dalle loro città a causa dei bombardamenti turchi, e razzismo contro i siriani che vivono in Turchia e che saranno deportati in questo territorio dopo che l’operazione sarà eseguita secondo le dichiarazioni della parte turca, così la Turchia si sbarazzerà di oltre 1 o 2 milioni di siriani. Ok, e se fossi un siriano di Homs che vive a Istanbul? Sarò deportato ad Hasakeh (dopo che è stato ripulito dall’operazione e distrutto)”.

 

Questa campagna per scaricare da qualsiasi parte i rifugiati siriani è diretta anche, se non di più, dall’opposizione turca che dall’AKP di Erdogan. Nel periodo 2011-2015, quando l’AKP ha dato il benvenuto a coloro che scappavano dal terrore di Assad (e ha anche avviato un limitato “processo di pace” con i curdi turchi e il PKK), l’opposizione in Turchia ha alzato la bandiera del nazionalismo turco sia contro gli arabi siriani rifugiati che contro i colloqui con i curdi. Anche il CHP kemalista e il MHP turco-fascista hanno richiesto a lungo la deportazione dei rifugiati siriani. Ma dal 2015 l’AKP è in coalizione con l’MHP e ora l’MHP, il CHP e la scissione sempre di estrema destra dell’IYI, supportano questa invasione, sperando di espellere i rifugiati siriani.

 

Tuttavia, la colpa non può essere attribuita esclusivamente alla Turchia. La catastrofe siriana è un problema globale in cui il mondo ha deluso il popolo siriano; eppure la Turchia ha fatto la parte del leone riguardo ai rifugiati, e per questo dovrebbe essere lodata. L’Europa ha pagato per mantenere i rifugiati in Turchia e fuori dall’Europa; mentre gli Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno accolto decisamente pochi rifugiati. Il metodo con cui la Turchia affronta questo è spaventoso, ma a molti turchi, arabi e curdi si dovrebbe chiedere scusa per aver visto solo ipocrisia in Europa e negli Stati Uniti.

 

Chi sono i “ribelli sostenuti dalla Turchia”?
Mentre si parla di Erdogan che scarica i rifugiati siriani nel nord-est, sorge la questione di chi siano i gruppi siriani “ribelli” che combattono sotto la bandiera dell'”Esercito nazionale siriano” (SNA) controllato dalla Turchia. Secondo la narrazione degli apologeti, questi sono semplicemente gruppi ribelli che hanno la loro base tra questi rifugiati e che li stanno riportando in patria. Altri li considerano semplicemente gli stessi gruppi ribelli che hanno combattuto contro Assad e che ora stanno cercando di liberare nuovi territori; o, in alternativa, che combattono per procura turca a causa della loro debolezza. La rappresentazione principale nei resoconti dei media è quella di un gruppo di assassini impazziti. La realtà probabilmente è qualcosa che copre l’intero spettro.
Riguardo la prima ipotesi, per quanto molti di questi “ribelli” siano stati reclutati tra i siriani espropriati, compresi ex ribelli, la stragrande maggioranza di essi non fanno ritorno nella regione che viene conquistata. Però in alcuni casi lo sono; come notato sopra, alcuni dei “ribelli” che entrano a Tal Abyad provengono probabilmente dalla popolazione araba rifugiata sfollata dalle SDF nel 2015.

Per quanto riguarda la seconda rappresentazione, è vero che, in una certa misura, la presenza di settori provenienti dal FSA o di altri gruppi ribelli è il risultato delle sconfitte della rivoluzione e della crescente dipendenza da “sponsor” esterni interessi propri (la dipendenza delle SDF dall’imperialismo americano e ora dal regime di Assad sono in questo senso simili). Alcuni gruppi potrebbero sentire di non avere altra scelta se non quella di combattere per la Turchia nella speranza che quest’ultima in cambio continui a tenere alcune aree fuori dal controllo del regime, soprattutto perché il resto del mondo ha da tempo abbandonato ogni pretesa di sostegno. In realtà, la presenza di combattenti nel nord-est piuttosto che a Idlib toglierà le castagne dal fuoco ad Assad in quella zona. La loro presenza si spiega in parte anche con le divisioni tra i ribelli, in gran parte arabi, e i combattenti curdi di cui sopra, in cui le azioni dello YPG hanno avuto un ruolo. Ad esempio, all’inizio del 2016, le SDF hanno conquistato la regione a maggioranza araba di Tal Rifaat e Aleppo settentrionale con l’aiuto dei bombardamenti terroristici russi; alcuni pensano che ora sia giusto “vendicarsi di loro” o “pagare il loro debito” con la Turchia.

 

Ma, a prescindere dalle cause della guerra per procura, è essenziale distinguere il cosiddetto “Esercito libero siriano diretto dalla Turchia” (TFSA, come spesso viene chiamato l’SNA) dal vero FSA. La legittimità del FSA non risiedeva in nessuna ideologia particolare, e tanto meno nella purezza, ma piuttosto il fatto che fosse nato come orgogliosa espressione armata della rivolta del popolo siriano per la libertà e la democrazia contro la dittatura di Assad. Una volta separato dalla base reale del popolo rivoluzionario, a causa della sconfitta e/o della spoliazione e dell’esilio, questi si sono trasformati in semplici gruppi armati; il fatto che continuino o meno a promuovere la causa rivoluzionaria dipende interamente dal contesto. Il contesto in questo caso è il loro utilizzo da parte della Turchia come truppe d’assalto per i suoi obiettivi anti-curdi, obiettivi che non hanno nulla a che vedere con gli obiettivi originali del FSA.
Anche se un gruppo armato che difende la città di Idlib da Assad ha lo stesso nome di un gruppo che invade il nord-est della Siria, devono essere compresi come fenomeni diversi. Le brigate ribelli hanno una base locale e definita; i gruppi presunti “nazionali” non operano come i partiti leninisti, come alcuni in Occidente potrebbero immaginare.

 

Nel terzo caso affrontato, essere al soldo della Turchia non rende tutti i combattenti del SNA dei sadici assassini come li hanno dipinti i media. Tuttavia, il contesto di guerra conquista crea le condizioni per i crimini selvaggi che si sono verificati e la più generale tendenza al saccheggio, derivante dalla loro natura disperata e disordinata, dall’assenza di collegamenti con la regione, dall’atmosfera di impunità e dalla loro completa dipendenza dalla Turchia.
In ogni caso, anche i nomi effettivi dei principali gruppi coinvolti nell’invasione guidata dalla Turchia, specialmente quelli noti per i peggiori crimini, rivelano che sono ben lungi dall’essere rappresentativi del vecchio FSA o più in generale del movimento ribelle.

Ad esempio, il gruppo accusato dei peggiori crimini, Ahrar al-Sharqiyya, ha una propria storia di violenza contro altri gruppi ribelli, ed è un gruppo relativamente nuovo, formato solo nel 2016 dai ribelli esiliati dalla regione di Deir Ezzor, che aveva già preso parte all’operazione turca Euphrates Shield del 2016 per sfrattare l’ISIS dalla regione orientale di Aleppo. Pertanto, non ha alcuna “storia FSA”.
Un altro gruppo è Jaysh al-Islam, che era un importante gruppo ribelle non legato al FSA, un gruppo islamista della Ghouta orientale, espulso da quella regone quando è stata riconquistata da Assad nel 2018. Anche quando si trovava ancora nella Ghouta orientale, JaI si scontrava regolarmente con altri gruppi ribelli, era estremamente oppressivo, patologicamente settario, ed è fortemente e unanimemente e sospettato del rapimento e della scomparsa dei famosi attivisti rivoluzionari ‘Douma Four’. Ma se nella Ghouta orientale era ancora in parte legata alle masse rivoluzionarie che resistono ad Assad (almeno per quanto riguarda i suoi soldati sul terreno), in esilio in Turchia rimane solamente la vile milizia che gli attivisti rivoluzionari hanno già sperimentato.

Un terzo gruppoprincipale è la Brigata del Sultano Murad, che in origine era semplicemente un settore turkmeno del FSA, ma che è diventato fortemente dipendente dalla Turchia. Anche se non lo fosse stato, il fatto che la Turchia abbia inviato una brigata di etnia turkmena, con sede nella regione orientale di Aleppo, per invadere le regioni curde, è significativo della natura di questa operazione.
Un ultimo punto: la camaleonte pro assad Rania Khalek ha affermato che “Gli Stati Uniti hanno armato e finanziato estremisti in Siria per rovesciare il governo siriano e…. quegli stessi estremisti hanno poi attaccato i curdi per conto della Turchia”. Questa è un’assurdità a tutti i livelli, ma non è questo il luogo per entrare nel limitatissimo sostegno degli Stati Uniti a ribelli pesantemente controllati con condizioni rigorose (soprattutto per far loro terminare la lotta contro Assad e voltare le armi solo contro l’ISIS), supporto che è finito anni fa, prima di essere ufficialmente chiuso da Trump. Ne ho scritto qui e qui.. In ogni caso gruppi come Ahrar al-Shaqiyya e Jaysh al-Islam non hanno mai ricevuto un centesimo o un’arma dagli Stati Uniti, per non parlare degli “estremisti” che gli Stati Uniti hanno bombardato per anni; infatti l’unico collegamento degli Stati Uniti con Ahrar al-Shaqiyya è stato quando hanno bombardato questo gruppo nel 2016.

 

Nel frattempo, chi se ne frega di Idlib ….

Nel frattempo, mentre l’attenzione globale si è concentrata sulla brutalità della Turchia nel nord-est dela Siria, Assad e Putin continuano a bombardare,  uccidere e espropriare la popolazione prevalentemente araba della grande Idlib nel nord-ovest, una campagna con una continua distruzione sistematica di ospedali e scuole, nonostante l’ennesimo accordo Putin-Erdogan di settembre per una zona cuscinetto smilitarizzata a Idlib che avrebbe dovuto separare le forze assadiste e quelle ribelli. Decine di persone sono state uccise a Idlib durante i dieci giorni dell’operazione turca, ma la loro situazione che dura da anni non raccoglie alcun interesse globale.

Ancora più importante, stiamo assistendo quasi certamente ad uno scambio: Putin approva l’attacco di Erdogan contro le SDF nel nord-est, inviando in quella regione rifugiati armati e combattenti non provenienti da quella stessa regione per saccheggiarla, piuttosto che armare i combattenti e inviare sostegno militare alla resistenza locale che si confronta alle forze di Assad nel nord-ovest. Se Erdogan avesse realmente a cuore la ribellione, avrebbe potuto riversare le risorse – compresi i combattenti – per impedire, ad esempio, il recente assedio di Khan Sheikhoun da parte di Assad. Mentre Assad annuncia ora una nuova “battaglia per Idlib”, e mentre la Turchia si distrae e invia migliaia di ex ribelli altrove, questa regione sarà probabilmente divorata, a meno che Erdogan non riesca a negoziare con Putin un’altra “zona sicura” consistente in una piccola striscia lungo il confine per evitare che altri rifugiati siriani fuggano in Turchia.

 

Resistenza a Deir-Ezzor?

Dove l’accordo tra Assad e le SDF potrebbe andare in pezzi è tra il milione di cittadini di origine araba che vivono nella “Federazione del Nord della Siria”, il nome ufficiale della regione controllata dalle SDF. Se la multietnicità ufficiale delle SDF sembra aver avuto successo in alcune zone, la situazione è molto diversa nelle varie zone della regione. Il PYD e le YPG mantengono ancora un efficace controllo politico e militare dietro le quinte degli organi locali multietnici eletti, spesso provocando gravi tensioni, anche se la maggior parte della popolazione araba considera il governo delle SDF come infinitamente migliore di quello dell’ISIS o del regime di Assad.

Nelle province di Raqqa e Deir Ezzor le popolazioni arabe temono fortemente il ritorno del regime. Da un lato Raqqa è stata distrutta quasi completamente dai bombardamenti statunitensi durante la cacciata dell’ISIS così che ogni eco della sua fase rivoluzionaria pre-ISIS si è probabilmente spenta e la popolazione è così esaurita che qualsiasi soluzione che porti stabilità potrebbe essere accolta a denti stretti, anche se anche qui ci sono segni di proteste. Ma la popolazione araba di Deir Ezzor, tra le prime a ribellarsi contro Assad, resisterà a qualsiasi tentativo di riconquista della regione da parte delle forze del regime.

Prima degli eventi attuali abbiamo assistito sia grandi proteste contro il governo delle SDF, sia, nella parte di Deir Ezzor ancora sotto il controllo di delle forze del regime e iraniane, grandi proteste che chiedevano alle SDF di prendere il controllo (cioè, sottraendolo ad Assad), rendendo in questo modo esplicito quale sia il loro principale nemico. Intanto sono già in corso proteste in tutta la parte di Deir Ezzor controllata dalle SDF e in altre parti del nord-est contro la prospettiva del ritorno degli assadisti. Nel frattempo, anche a Manbij assistiamo ad una resistenza alla prospettiva del ritorno delle forze del regime ed è stato indetto uno sciopero generale.

 

Questa rivolta in corso in tutta Deir Ezzor e altrove, unita alle dimostrazioni in corso contro il regime di Assad, e a volte contro l’HTS, nel nord-ovest ancora nelle mani delle forze ribelli, e alle continue azioni di resistenza anche a Daraa, dove Assad ha riacquistato il controllo, indicano anche che è ancora prematuro dichiarare morta la rivoluzione siriana. Yassin al-Haj Saleh, mentre sostiene che “la rivoluzione siriana è giunta al termine” allo stesso tempo continua dicendo che “la questione siriana è appena iniziata” perché “non c’è altra scelta che continuare, persistere, ma con metodi diversi, altri ritmi, basandosi sulle lezioni che la rivoluzione martirizzata e maltrattata ci ha dato”.

L’ascesa e il riflusso di un tale movimento in Siria non può essere disgiunto da quanto accade nella regione: la rivoluzione siriana era parte della rivoluzione chiamata Primavera araba, ed essendo questa stessa stata schiacciata, deviata o esaurita altrove nella regione, non sorprende che la controrivoluzione abbia avuto il sopravvento anche in Siria. Ma anche ora, insieme alla mini-rivoluzione di Deir Ezzor e alla resistenza in corso a Idlib, nelle ultime settimane abbiamo assistito a rivolte di massa in Egitto e Iraq, e ora in Libano, insieme alle rivolte in Algeria e Sudan dall’inizio dell’anno. Non è finita.

 

Politica e geopolitica della confusione
Infine, alcune questioni riguardo la geopolitica regionale rispetto gli eventi in corso. Mentre il pensiero marxista mira ad una spiegazione materialista degli eventi, basata sull’analisi delle reali forze sociali in campo, negli ultimi decenni è emersa una sorta di “sinistra” semplicistica, che si considera “anti-imperialista” e crede che si possa determinare il proprio punto di vista sulla base del “chi sostiene chi”. Ecco quindi una piccola traccia per chiunque abbia bisogno della propria dose di sicurezza.
In primo luogo, gli Stati Uniti e la Russia hanno congiuntamente posto il veto  a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU presentata da Gran Bretagna, Francia e Germania che condannava l’invasione turca.
In secondo luogo, la Camera dei rappresentanti Usa ha votato 354-60 per condannare il ritiro di Trump e l’invasione della Turchia.
Successivamente, nonostante l’accordo del regime di Assad con le SDF, il vice ministro degli esteri siriano Faisal Maqdad ha riassunto la sua reale visione delle SDF dichiarando che “non accetteremo alcun dialogo o trattativa con coloro che sono diventati ostaggi delle forze straniere” definendole “gruppi armati che hanno tradito il loro paese e commesso crimini contro di esso”.

Non a caso, Benjamin Netanyahu ha affermato che “Israele condanna fermamente l’invasione turca delle aree curde in Siria… e mette in guardia contro la pulizia etnica dei curdi da parte della Turchia e dei suoi rappresentanti. Israele è pronto ad estendere l’assistenza umanitaria al valoroso popolo curdo”.
Allo stesso modo, i nemici del blocco regionale Turchia – Qatar – Fratellanza Musulmana, in particolare l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein ed Egitto, hanno tutti vigorosamente condannato l’invasione turca. L’Arabia Saudita l’ha definita “una minaccia per la pace e la sicurezza regionale”, gli Emirati Arabi Uniti “un’aggressione flagrante e inaccettabile contro la sovranità di uno Stato arabo fraterno”, l’Egitto “aggressione palese” e ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di fermare “qualsiasi tentativo di occupare i territori siriani o di cambiare la demografia nella Siria settentrionale”.

Spero che questa lista sia utile a tutti coloro che preferiscono la ‘geopolitica’ all’analisi.
Osservazioni conclusive
Mentre tonnellate di inchiostro sono state giustamente versate denunciando il tradimento di Trump, non c’è alcun motivo di stupirsene; le potenze imperialiste e regionali curano i loro interessi. Anche se la maggioranza della classe dirigente statunitense si oppone ai tempi e alle modalità delle azioni di Trump, queste non sono certamente una novità nella storia degli Usa, sia riguardo al tradimento dei curdi – avvenuto anche nel 1975 e nel 1991 – sia nei confronti dialtri popoli compreso quello siriano nel suo complesso, che hanno solamente fatto finta di sostenere.

Ancora più inchiostro è stato versato sostenendo che gli Stati Uniti stanno tradendo i loro “ideali”. In realtà si tratta di un caso unico nel qualegli Stati Uniti (o qualsiasi potenza imperialista) si trovino nella situazione di poter “tradire” una giusta causa, perché normalmente si trovano nella posizione opposta. Gli “ideali” imperialisti statunitensi vanno dal decennale genocidio in Vietnam attraverso l’installazione, l’armamento e il finanziamento delle dittature più feroci in America Latina, Asia, Medio Oriente e Africa per decenni, fino ad essere I maggiori sostenitori e fornitori di armi dell’oppressione, occupazione, impunità e espropriazione del popolo palestinese ancora in corsa da parte di Israele.

Questa non deve letta come una critica al popolo curdo quando si è affidato agli aiuti statunitensi per proteggersi dal genocidio dell’ISIS a Kobane, così come le vili azioni odierne della Turchia non dovrebbero condannare il popolo siriano, che è stato bombardato e torturato nell’oblio dalla peggiore tirannia del mondo, ottenendo per alcuni anni un sostegno vitale dalla Turchia. Questo è il mondo reale; si ottiene un’ancora di salvezza dove è possibile. Ma il fatto che settori differenti della popolazione siriana finiscano in campi opposti e si uccidano a vicenda mentre vengono manipolate da diverse potenze che intervengono in Siria per i propri interessi, o dal regime fascista, è la questione principale che dovrà essere affrontata nell’analisi della rivoluzione siriana post-mortem.

 

 

 

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