Che cosa hanno in comune il “ritiro” di Trump dalla Siria ed il riavvicinamento dei paesi del Golfo ad Assad?

Articolo pubblicato da Michael Karadjis il 9 gennaio 2019 sul suo blog

Traduzione di Piero Maestri

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Sudanese demonstrators chant slogans as they march along the street during anti-government protests in Khartoum

Nei giorni successivi all’annuncio di Donald Trump riguardo il rapido ritiro dei 2000 soldati statunitensi dalla Siria si sono affacciate un’enorme quantità di ipotesi sul significato di questo annuncio. Nel mio articolo precedente ho espresso diverse opinioni non ampiamente condivise.
Innanzitutto ho dato più credito a Trump riguardo la validità della sua posizione dal punto di vista dell’imperialismo USA rispetto a quanto generalmente venga considerata. La maggior parte dei commenti ha considerato la mossa di Trump come un semplice capriccio personale, presumibilmente in conflitto con quello che tutti gli altri circoli della classe dominante statunitensi preferirebbero accadesse.
In secondo luogo, mentre quasi tutti gli analisti hanno affermato che questa mossa rappresentava una svendita delle Forze democratiche siriane dirette dai curdi e sostenute dagli Stati Uniti (SDF) al regime di Erdogan in Turchia, ho sottolineato che era allo stesso tempo, se non di più, una luce verde alla tirannia di Bashar Al Assad affinché prendesse il controllo delle regioni controllate dalle SDF.
Data la grande quantità di informazioni contraddittorie, è stato difficile dare un senso coerente agli sviluppi successivi; nessuno di noi è veggente . In questo secondo articolo, spero di spiegare in modo più chiaro ciò che penso stia accadendo.

La mossa di Trump contraddice gli interessi della classe dirigente USA?

Riguardo la prima questione, è certamente vero che Trump agisce per capriccio ed ha la tendenza a parlare in maniera insensata, il che potrebbe suggerire che i suoi ordini provengano da uno stato di completa ignoranza e siano contradditori rispetto agli interessi della classe dirigente USA. Tuttavia, l’idea che le decisioni importanti siano prese interamente da un tipo con poteri quasi dittatoriali è problematica. Proverò qui a spiegare perché, idiosincrasie di Trump a parte, la decisione di ritirare le truppe e le sue conseguenze rientrano interamente entro i confini degli interessi della classe dirigente USA, quindi se tutto questo sia stato un incidente o meno non è così essenziale.
Come ha riassunto in foma sintetica Steven Simon, che ha prestato servizio nel Consiglio di sicurezza nazionale nelle amministrazioni Clinton e Obama, la “mossa impulsiva e scoordinata” di Trump “coincide tuttavia con l’imperativo strategico, anche se il presidente stesso ne era inconsapevole”.

Certo, si potrebbe obiettare che un ritiro nel giro di 24 ore sarebbe stato davvero destabilizzante, ma è ingenuo credere che un ordine di ritiro significhi automaticamente che tutte le forze, gli armamenti, le basi, gli aerei e l’intelligence degli Stati Uniti spariscano entro il giorno successivo, indipendentemente da cosa possa essere scritto in un tweet. Tra le dichiarazioni impulsive di Trump e la realtà e complessità di un effettivo ritiro c’è tutto lo spazio affinché il ritiro “immediato” di Trump si trasformi in un calendario di quattro mesi, implicando anche negoziati tra Trump e altre figure della classe dirigente, come il senatore Lindsay Graham.
Graham ha convinto Trump che un ritiro completo dovrebbe avvenire solo dopo che l’ISIS sia stato completamente sconfitto in Siria, stessa condizione posta sempre anche da Trump (sebbene Trump abbia fondamentalmente ragione a dichiarare che Stati Uniti e SDF hanno cacciato ISIS dal 99% del paese), e che “i nostri alleati curdi siano protetti”. Dichiarazioni simili sono state fatte dal Segretario di Stato Mike Pompeo e dal Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton.

Nel frattempo le forze armate statunitensi stanno stabilendo nuove basi militari appena oltre il confine siriano in Iraq, da dove possono continuare a bombardare l’ultimo minuscolo pezzo di territorio ancora controllato dall’ISIS. Nonostante le previsioni allarmanti che Trump stesse addirittura svendendosi all’ISIS, “tra il 16 dicembre e il 29 dicembre le forze militari della coalizione guidata dagli Stati Uniti hanno condotto 469 attacchi aerei e di artiglieria contro obiettivi dell’ISIS in Siria”. Le ultime grandi città occupate da ISIS, Hajin e Kashmah, sono stati conquistate dalle SDF rispettivamente il 25 dicembre e il 2 gennaio.
Naturalmente nessuna delle dichiarazioni riguardo il ritiro ha menzionato pressioni sul regime di Assad. Queste semplicemente non hanno mai avuto nulla a che fare con la presenza degli Stati Uniti, in un modo o nell’altro.

Il “ritiro”, luce verde per Assad, non per Erdogan

Riguardo la seconda questione, sono ora ancora più convinto della correttezza della mia opinione iniziale secondo la quale la “luce verde” è principalmente rivolta al regime di Assad e ai suoi sostenitori russi, piuttosto che ad Erdogan, come spiegherò in dettaglio di seguito.
Tuttavia potrebbero essere opportuni alcuni chiarimenti: come è possibile che un ritiro degli Stati Uniti favorisca Assad e la Russia se la presenza statunitense in Siria non si è mai opposta principalmente a loro? Per questo abbiamo bisogno di capire quale sia la relazione degli Stati Uniti con il loro alleato fondamentale, le SDF, che controllano la Siria nord-orientale dopo aver cacciato l’ISIS. La ragione cruciale della preferenza statunitense americana per le SDF piuttosto che per i ribelli siriani come alleate contro l’ISIS risiedeva nel fatto che le SDF non combattevano il regime di Assad; e abbandonare la lotta contro Assad è stata la richiesta principale che gli Stati Uniti avevano rivolto alle unità del FSA se queste avessero voluto essere armate contro l’ISIS, una condizione che il FSA, pur combattendo attivamente contro lo stesso ISIS, ha rifiutato.

Questo significava che gli Stati Uniti e le SDF potevano combattere a est ISIS in una guerra completamente separata dalla guerra controrivoluzionaria di Assad contro la ribellione nella Siria occidentale. Le SDF non erano né anti-Assad né pro-Assad; piuttosto erano interessate a costruire il proprio progetto, la “rivoluzione del Rojava” nel proprio spazio, separato sia da Assad che dai ribelli. Pertanto gli Stati Uniti stavano mantenendo una regione al di fuori del controllo diretto di Assad, ma è importante capire che questo non è mai stato il fine ultimo degli Stati Uniti; l’obiettivo degli Stati Uniti era semplicemente quello di utilizzare le SDF per sconfiggere ISIS. Pertanto le attuali dinamiche che vedono gli Stati Uniti abbandonare le SDF ad Assad, e le stesse SDF cercare di negoziare un accordo con Assad, sono essenzialmente in perfetta armonia, ma in questi “negoziati” è il regime, non il progetto Rojava, ad uscirne vincitore.

Israele e gli stati del Golfo salutano il ritorno del regime di Assad

Secondo un recente articolo dal titolo “Un alto funzionario israeliano rivela: abbiamo avuto l’opportunità di assassinare Assad”: “… il conflitto prolungato in Siria ha visto Israele spesso negoziare con il regime di Damasco per raggiungere un accordo in Siria. … il gabinetto di sicurezza diplomatico (israeliano) ha tenuto lunghe discussioni sulla situazione in Siria e ha deciso che Israele non avrebbe permesso una presenza militare iraniana in quel paese. Da allora, Israele ha investito notevoli sforzi per impedire a Iran e Hezbollah di stabilirsi in Siria, assicurando che [Israele] avrebbe inflitto minimi danni al regime di Damasco”.

Questa posizione israeliana di vecchia data – sì ad Assad, no all’Iran – è stata sottolineata in maniera ancora più forte l’anno scorso, quando il regime di Assad riconquistava il sud dal Fronte meridionale del FSA. Mentre il primo ministro israeliano Netanyahu ha dichiarato “Non abbiamo avuto problemi con il regime di Assad, per 40 anni non è stato sparato un solo proiettile dalle alture del Golan”, e il capo di stato maggiore israeliano Gadi Eisenkot ha sottolineato che Israele permetterà “solo” alle forze del regime di Assad di occupare il “confine” del Golan, il ministro della difesa di estrema destra Avigdor Lieberman ha detto la verità completa: “Israele preferisce vedere la Siria tornare alla situazione anteriore alla guerra civile, con il potere centrale sotto la guida di Assad”.
Ritornando all’articolo sull'”assassinio”, l’alto funzionario israeliano “si è rifiutato di commentare la decisione di alcuni stati arabi, come il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti, di riaprire le loro ambasciate a Damasco, segnalando solamente che il riavvicinamento tra gli stati arabi e la Siria era “meno pericoloso per Israele perché anche questi stati arabi vogliono vedere l’Iran fuori dalla Siria”.

Questa strategia israeliana di tentare di separare Assad e l’Iran, in collaborazione con il principale mecenate di Assad, la Russia, è ora in linea con la posizione sempre più assertiva dei paesi del Golfo, come si vede nella decisione degli Emirati Arabi Uniti (EAU) – da sempre un bastione della controrivoluzione regionale – di essere i primi a riaprire la propria ambasciata a Damasco il 27 dicembre. In realtà, gli Emirati Arabi Uniti insistevano per farlo da oltre due anni ma finora hanno cercato di non agire unilateralmente; lo scorso 8 giugno, il ministro degli Esteri degli EAU, il dott. Anwar Gargash, ha dichiarato: “Penso che sia stato un errore cacciare la Siria dalla Lega araba”, riferendosi all’opposizione siriana come “fondata su al-Qaida”. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati seguiti quasi immediatamente dal Bahrein, che si è rivolto alla “Siria fraterna”, accenni simili sono arrivati dal Kuwait; queste mosse sono state precedute dalla visita a Damasco del tiranno sudanese sodale di Assad, Omar al-Bashir, che è stato il primo capo di stato arabo a visitare Assad dal 2011, insieme alla visita ad alto livello del capo della sicurezza di Assad, Ali Mamlouk, al Cairo il 22 dicembre (anche se comunque la brutale dittatura egiziana di al-Sisi è stata pro-Assad sin dal successo del sanguinoso colpo di stato sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti nel 2013) e la riapertura del confine con la Siria da parte della Giordania. Nel frattempo, questi stati stanno spingendo per ristabilire l’adesione della Siria alla Lega araba.

Pertanto mentre il “ritiro” di Trump potrebbe essere stato un semplice capriccio personale, accade che sia completamente allineato con questa tendenza, con la strategia di questi paesi che sono stati alleati di Trump sin dall’inizio della sua presidenza. Non a caso tutti questi stati – Emirati Arabi Uniti, Giordania, Egitto e Bahrein – hanno anche stretti legami con la Russia di Putin, e i primi tre hanno accolto con favore l’invasione russa della Siria nel 2015, come ha fatto naturalmente anche Israele.

Visti retrospettivamente, gli incontri semi-segreti ben pubblicizzati che hanno avuto luogo prima e dopo l’elezione di Trump tra uomini di questo e di Putin, con il coinvolgimento degli EAU, del bandito palestinese sostenuto dagli EAU Mohammed Dahlan, funzionari israeliani e persino personaggi della Blackwater hanno una logica chiara: far retrocedere la sovradimensionata influenza iraniana muovendosi per sostenere la “stabilità” controrivoluzionaria del regime di Assad in modo che non fosse più necessario che la marmaglia iraniana combattesse per lui. Secondo un articolo di David Hearst nel Middle East Eye, un incontro recente tra funzionari dell’intelligence di Israele, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita “ha dato il via a un piano per riammettere il presidente siriano Bashar al-Assad nella Lega araba per marginalizzare l’influenza regionale di Turchia e Iran. ”

O forse, dopo tutto non è così chiaro; perché forse è il contrario: usare la retorica del respingere la “minaccia” iraniana (davvero, come se le bande della contra iraniana fossero mai una minaccia per qualcuno oltre al popolo siriano) per giustificare il loro obiettivo principale, quello cioè di rafforzare la vittoriosa controrivoluzione di Assad, mettendo l’ultimo chiodo – o che sperano sia quello definitivo – sulla bara della primavera araba che Assad, Sisi, gli Emirati Arabi, i sauditi, Netanyahu, Trump, Putin e gli ayatollah tutti uniti odiano appassionatamente.

Tutto ciò è ancora più significativo ora dato il bisogno di Assad di finanziamenti “per la ricostruzione”, che né la Russia né l’Iran saranno in grado di fornire in maniera sufficiente, mentre i paesi occidentali stanno (attualmente) seguendo la linea secondo la quale debba prima essere implementato sul terreno il processo politico di Ginevra. La mossa dei paesi del Golfo è un segnale per Damasco: se metti un pò da parte l’Iran, noi siamo qui per fornirti i fondi di cui hai bisogno. Una recente visita ad alto livello di una delle più grandi società immobiliari degli Emirati Arabi Uniti a Damasco per incontrare i partner siriani sottolinea questa dinamica.

Il jolly in tutto questo è rappresentato dal grande attore dietro gli Emirati Arabi, il Bahrein, l’Egitto, la Giordania e il Kuwait: l’Arabia Saudita. Il capo della banda, il principe ereditario  della Corona, Mohammad bin Salman (MBS) , è fortemente allineato con le sue controparti degli Emirati Arabi e la dittatura di Sisi e non si preoccupa per nulla del popolo siriano o palestinese; questi stati che si muovono un passo avanti hanno quasi certamente il sostegno saudita, e ci sono stati suggerimenti da Riyadh che ha mostrato di essere anche disposto ad accettare Assad senza l’Iran quando ha affermato “Bashar rimane … Credo che gli interessi di Bashar non siano quelli di lasciar fare agli iraniani quello che vogliono”.

Tuttavia, Riyadh è più frenato vista la sua speciale posizione di capo religioso del mondo sunnita e del fatto che abbia più questioni in gioco nella sua rivalità regionale con l’Iran di quanto non ne abbiano i suoi subalterni. Per esempio, gli Emirati Arabi Uniti hanno una relazione economica fiorente con l’Iran e usano solamente la logica del “respingere l’Iran” per condirla ai loro alleati sauditi; e non ci sono sciiti in Egitto perché Sisi si preoccupi dell’influenza iraniana. Ma c’è poco dubbio che MBS sia dietro le quinte della rappresentazione.

Israele e gli stati del Golfo salutano il ritorno del regime di Assad

La “geopolitica” binaria e meccanica negli ultimi anni ha immaginato le mosse di alcuni degli stati del Golfo per ricucire i legami con Israele come fossero rappresentanti di un “asse sostenuto dagli Stati Uniti” in contrapposizione a un Iran e Assad “sostenuti dalla Russia”. Pensate che in alcuni ambienti queste vengono considerate “analisi”. Fate un respiro, cari manichei: esattamente gli stessi stati del Golfo e i loro alleati regionali che stanno portando avanti il riavvicinamento con Israele stanno portando avanti anche il riavvicinamento ad Assad. Il più vicino sia a Israele che ad Assad è l’Egitto di al-Sisi; la corsa al riavvicinamento in entrambi i casi comprende gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein; il più cauto potere dietro le quinte è l’Arabia Saudita, sempre in entrambi i casi.

E anche il protagonista meno atteso è incluso: il regime reazionario “islamista” del Sudan che ha appena visitato Assad e combatte per i sauditi nello Yemen e che si sta anche orientando verso la normalizzazione con Israele; tre delegazioni del regime pro-Assad iracheno hanno recentemente visitato Israele; mentre il fortemente filo-iraniano e pro-Assad Sultano Qaboos dell’Oman ha recentemente ospitato una visita di stato di Netanyahu.

È un peccato che innumerevoli analisti di sinistra, insieme a gran parte dei media mainstream, continuino a scrivere cose che suggeriscono che stiano vivendo nel passato, circa 50 anni fa, anche adesso, 30 anni dopo la fine della Guerra Fredda. È incredibile come una tale “analisi” immagini di poter convivere con enormi contraddizioni come le fiorenti relazioni israelo-russe (specialmente Putin-Netanyahu), non solo sulla Siria, ma anche sulla Crimea, ecc.; le scatenate relazioni Egitto-Russia (discussioni sulla costruzione di una centrale nucleare russa in Egitto); gli EAU che firmano una dichiarazione di “partenariato strategico” con la Russia; i crescenti legami sauditi con la Russia, in particolare per quanto riguarda la politica petrolifera; e il regime di joint-venture iraniano-statunitense in Iraq, un alleato chiave di Assad. Davvero, perché l’alleanza di Trump con Putin sembra strana?

Dimenticate le assurde fantasie da Guerra Fredda; ciò di cui ci stiamo occupando qui non sono nemmeno scontri tra “imperi rivali”. Naturalmente, come sempre, le rivalità imperiali spiegano in parte ciò che sta succedendo. Ma anche questo è essenzialmente uno spettacolo secondario rispetto alla dinamica principale, l’alleanza dei poteri controrivoluzionari, a favore della controrivoluzione, per la sepoltura della rivoluzione siriana che simboleggia la sepoltura della primavera araba.

Dove si inserisce l’Iran?

Il problema di quest’ analisi, tuttavia, è anche che sia la Turchia che l’Iran sono poteri controrivoluzionari, tuttavia entrambi sono visti come nemici da questi stati allineati con i sauditi e da Israele. Prendiamoli uno alla volta.

Se l’Iran deve essere messo da parte – indipendentemente dal fatto che si creda che sia un vero “pericolo” per questi stati, o semplicemente una scusa per sostenere Assad – allora certamente è il capro espiatorio.
In ogni caso l’Iran è andato troppo oltre; quello che ha fatto crescere la retorica della “minaccia” iraniana nei discorsi israeliano e saudita è semplicemente che un grande rivale regionale, che usa una particolare fervida retorica, per quanto inefficace, che si schiera contro questi regimi, è sovrastimata; a respingerlo indietro sarà quindi la loro “vittoria”. Ma sarebbe comunque impossibile per l’Iran dominare la Siria, anche senza parlare dei costi della ricostruzione; dovrà accontentarsi di una qualche presenza e di alcuni contratti di ricostruzione, quelli che non ottiene il suo rivale russo. L’Iran ha investito in maniera molto più massiccia nel vicino Iraq, eppure anche in quel caso non è in grado di esercitare il dominio economico.

D’altra parte abbiamo ascoltato continuamente allarmi sul fatto che l’Iran non si ritirerà “completamente” e quindi gli stati del Golfo e Israele si starebbero prendendo in giro affidandosi ad Assad. Ciò tuttavia rivela alcune incomprensioni fondamentali. Come affermato sopra, l’Iran è solamente un altro stato controrivoluzionario; è una minaccia solamente per il popolo siriano che ha contribuito a brutalizzare in nome del regime genocida di Assad. I rivali dell’Iran non hanno bisogno che tutte le forze, le compagnie e l’influenza iraniane lascino la Siria “completamente”, come se l’Iran fosse una specie di virus unico. La “vittoria” in tali “guerre” di posizione è ottenuta tarpando le ali altrui; la vittoria è simbolica, riguarda il prestigio, l’apparenza.
Secondo David Hearst, i capi dell’intelligence israeliana, egiziana, degli Emirati e dell’Arabia nell’ipotetica discussione per il “bentornato Assad” di cui sopra, “non si aspettavano che Bashar interrompesse le relazioni con l’Iran, ma volevano che Bashar usasse gli iraniani piuttosto che essere usato da loro.”

Israele ha reagito alla minaccia di ritiro di Trump annunciando che intensificherà i suoi bombardamenti su obiettivi iraniani e di Hezbollah in Siria, tollerati come sempre dalle difese aeree russe in Siria. L’idea di una “minaccia iraniana” assume caratteristiche ancora più ridicole quando si parla di Israele; lo stato nucleare del Primo Mondo ha colpito centinaia di obiettivi legati all’Iran in Siria (prestando sempre attenzione a non indebolire Assad), mentre il ben più debole regime iraniano non ha quasi mai risposto al fuoco, tanto meno l’ha iniziato, e l’Iran “minaccia” Israele? Immaginazione straordinaria. L’Iran non minaccia nemmeno l’illegale occupazione israeliana del Golan siriano (che spesso nei commenti viene definito “Israele”), figuriamoci Israele.

Israele colpisce obiettivi iraniani perché il bullo più prepotente della zona non gradisce l’affronto al suo potere da parte di un gruppo di milizie ribelli che girano intorno al suo “cortile” urlando vuoti slogan di “morte ad Israele” e non perché questi, relativamente parlando, criminali di strada, siano davvero una minaccia per il boss del crimine regionale.

Un regalo a Erdogan?
Nel frattempo stati come gli Emirati Arabi Uniti, l’Egitto e la Giordania sono molto più occupati ad affrontare l’influenza turca che non quella dell’Iran (e i sauditi sono interessati a confrontarsi con entrambi in egual misura). Questi Stati considerano come loro nemico principale la Fratellanza Musulmana sunnita-populista – collegata a Qatar, Turchia e Hamas – piuttosto che l’Iran. In particolare, i funzionari dell’intelligence presenti alla presunta riunione del “bentornato Assad” “consideravano la Turchia, piuttosto che l’Iran, il loro principale rivale militare nella regione … gli israeliani dissero alla riunione che l’Iran poteva essere contenuto militarmente, ma che la Turchia aveva un maggiore capacità”. C’è una certa logica in questo. La retorica iraniana è rumorosa in maniera proporzione alla sua incertezza; estraneo al mondo arabo, la sua unica vera influenza è stata acquisita su basi settarie tra le popolazioni sciite di Iraq e Libano. L’unico posto in cui l’influenza iraniana è sempre stata un pericolo riguardava la maggioranza sciita insorta contro la monarchia minoritaria del Bahrain all’inizio della Primavera araba, rapidamente schiacciata dai sauditi. Al contrario, giocando la carta populista attraverso i Fratelli Musulmani, specialmente durante la Primavera araba, Turchia e Qatar si sono impegnati in un gioco tra le masse sunnite di Siria, Giordania, Palestina, Egitto e Golfo che questi altri Stati conservatori considerano pericoloso

Da parte sua Trump è stato fortemente associato all’asse Saudita-Emirati Arabi Uniti-Egitto, mentre l’alleanza degli Stati Uniti con le YPG-SDF in Siria lo ha messo in conflitto con il loro avversario turco. L’impegno saudita diversi mesi fa di fornire 100 milioni di dollari alla zona della Siria nord-orientale occupata dagli Stati Uniti e governata dalle SDF, è stata considerata un affronto dalla Turchia.
Nonostante ciò l’improvviso annuncio del ritiro da parte di Trump è stato ampiamente visto come una mossa pro-Turchia, che avrebbe consentito a Erdogan di attaccare i curdi. Questa interpretazione è comprensibile; l’annuncio è stato preceduto dalla decisione della Turchia di acquistare missili Patriot statunitensi, accordo a cui è stato dato ampio credito.
Certo questa non debba essere vista come una contraddizione; dopotutto, la Russia di Putin ha allo stesso tempo alimentato sia Erdogan che MBS-Sisi, e Iran e Israele. Le più grandi potenze imperialiste sono in grado di giocare con entrambi o con tutti i lati tra i rivali regionali.

La Turchia, un’anomalia rispetto alla dinamica  controrivoluzionaria?
Inoltre, nonostante la rivalità tra il blocco guidato dai sauditi e quello guidato dalla Turchia, le avance di Putin verso Erdogan mettono in luce il fatto che la posizione della stessa Turchia per quanto riguarda la Siria non è poi così diversa.

È vero che la Turchia sta ancora sostenendo il controllo dell’opposizione siriana su gran parte della Siria nordoccidentale e in questo senso può essere vista come un elemento anomalo nella dinamica controrivoluzionaria regionale. E certamente la posizione pro-ribelle della Turchia appare positiva rispetto al ruolo degli Emirati Arabi Uniti che hanno incoraggiato cinicamente la rapida resa del Fronte meridionale del FSA ad Assad. L’obiettivo della Turchia non è di incoraggiare la rivoluzione, tuttavia vuole evitare una brutale conquista assadiana che manderebbe centinaia di migliaia di rifugiati siriani in Turchia, che ne ospita già 3,7 milioni.

Ma l’uso principale della Turchia di molti dei suoi alleati ribelli indeboliti e dipendenti è quello di considerarli carne da cannone nella sua minaccia di cacciare le YPG-SDF dalla Siria nord-orientale, così come molti di loro sono stati precedentemente usati nel saccheggio e nella “pulizia” di Afrin. Dal punto di vista di Putin, fino a quando i ribelli saranno trattenuti da un fronte attivo contro Assad, la Turchia agisce alla sttessa stregua dei paesi del Golfo; e facendo scontrare i ribelli e le YPG-SDF gli uni contro le altre – una dinamica che anche le YPG hanno avuto la responsabilità di alimentare – a lungo termine entrambi possono essere indeboliti contro Assad.

Infatti la recente dichiarazione ossimorica del ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu secondo cui la Turchia potrebbe “lavorare con Assad” se questo vincesse un’ “elezione democratica”, rappresenta l’apertura della Turchia al regime; e in ogni caso il suo stretto alleato, il Qatar, segue lo stesso percorso di accomodamento con Assad dei suoi rivali del Golfo, mentre il partito di governo della Fratellanza musulmana in Tunisia sta discutendo con il regime di Sisi – cioè il regime che ha massacrato migliaia di sostenitori della Fretellanza nelle strade e fuori dalle moschee – riguardo la scelta di invitare il regime di Assad al vertice della Lega araba a Tunisi a marzo.

O una luce verde ad Assad?
Ma se queste mosse sono parallele a quelle della coalizione guidata dai sauditi, ciò non riduce la loro rivalità, e quindi difficilmente placherà i rivali regionali della Turchia se la mossa di Trump fosse realmente un dono per Erdogan. E qui torniamo dove abbiamo iniziato; l’idea che il ritiro di Trump sia principalmente un regalo a Erdogan, piuttosto che ad Assad, è seriamente mal riposta. Considerare la mossa di Trump una luce verde per Assad piuttosto che principalmente per Erdogan, la pone chiaramente in linea con le nuove mosse dei paesi del Golfo e dei tradizionali alleati di Trump.

Anche il tweet iniziale di Trump riguardo il ritiro lo suggerisce: “Russia, Iran, Siria e altri sono i nemici locali dell’ISIS. Noi qui stiamo facendo il loro (sic!) lavoro” In altre parole al regime di Assad dovrebbe essere consentito di dirigersi ad est per continuare la sua presunta “guerra all’ISIS”. Questo momento è stato presto seguito da movimenti delle forze assadiste verso Deir-Ezzor orientale per “combattere l’ISIS”, in realtà per confrontarsi con le SDF. Tuttavia, il principale teatro di interesse si trova a Manbij, nel nord.
Mentre all’annuncio di Trump facevano seguito le minacce della Turchia di entrare nel nord della Siria ed espellere le YPG dalla città a maggioranza araba di Manbij (l’unico possedimento delle SDF ad ovest del fiume Eufrate), le stesse SDF, sentendosi indebolite dall’abbandono statunitense, hanno fatto appello al regime di Assad per cercare di contrastare l’intervento turco. Il regime ha quindi inviato truppe nella vicina Arima per bloccare una possibile offensiva turca contro Manbij.

La reazione di Erdogan è stata molto interessante. Fondamentalmente Erdogan ha indicato che non ha alcun problema riguardo ad una possibile conquista di Manbij da parte di Assad, a patto che ciò significhi la partenza delle YPG! E il regime ha affermato che le YPG avrebbero lasciato Manbij al suo ingresso nella regione, sebbene le stesse YPG affermassero di aver lasciato la città nel 2016, lasciandosi dietro solo membri arabi delle SDF.
Ciò suggerisce che sia i ribelli sostenuti dalla Turchia sia le SDF siano manovrati; la minaccia di ritiro di Trump ha semplicemente rafforzato la mano di Assad nella regione di fronte alle SDF e il grande sostenitore dei ribelli Erdogan è d’accordo!

Le SDF controllano una vasta area della Siria nord-orientale e centro-orientale; non è che la Turchia sia in grado di spingersi a sud della Siria fino a Raqqa per non parlare di Deir Ezzor! La Turchia dovrebbe affrontare enormi difficoltà nel tentativo di occupare una regione così vasta, incontrando una resistenza diffusa; non è come l’isolata Afrin. La sottolineatura che questa mossa sia solo una luce verde a Erdogan, piuttosto che soprattutto ad Assad, è quindi fuori luogo. E questo sviluppo a Manbij suggerisce che anche nella regione al confine settentrionale, dove ci si potrebbe aspettare un ritiro per favorire Erdogan, sembra più una mossa per intimidire le SDF – mai particolarmente anti-Assad in primo luogo – affinché si arrendano ad Assad.

Forse alcune operazioni turche su piccola scala potrebbero ancora aver luogo in alcune parti del nord-est vicino al confine, per far sì che la retorica di Erdogan non appaia troppo vuota, ma anche questo potrebbe accadere solo se coordinato con Mosca, il che significherebbe anche concordato sia con Assad che con le SDF. Questo perché, come è stato per per entrambe le altre operazioni turche nel nord della Siria, sarà essenziale ottenere il permesso russo di utilizzare lo spazio aereo siriano (supponendo, quindi, che le forze statunitensi effettivamente se ne vadano). Ciò consentirà alla Russia il controllo definitivo sulla portata di tale operazione.

“Proteggere i curdi”mentre si trovano sotto il governo di Assad?
Il “riequilibrio” dell’ordine di Trump ha reso tutto più chiaro, con entrambi i super-falchi Bolton e Pompeo che avvertono la Turchia di non attaccare le SDF e dichiarano la difesa delle SDF una linea rossa; Pompeo si è anche espresso in maniera non troppo diplomatica “Non lasciamo che i turchi massacrino i curdi”, e per questo sia lui che Bolton sono stati rimproverati dalla Turchia. Nel frattempo il Pentagono permetterà alle SDF di tenere le armi fornite dagli Stati Uniti quando questi si ritireranno.

Un altro indizio di questo orientamento generale è la discussione che si è protratta per diversi mesi, da quando Trump ha sollevato la questione del ritiro quasi un anno fa, riguardo truppe arabe dal Golfo che avrebbero sostituito quelle statunitensi nella Siria orientale. In quel momento il regime di Assad aveva reagito con ostilità. Nel contesto dell’attuale riconoscimento di Assad da parte dei paesi del Golfo, tuttavia, questa idea assume un nuovo significato, specialmente perché la discussione riguarda presumibilmente truppe pro-Assad egiziane e degli Emirati a fianco di truppe saudite. Ciò è ancora più significativo considerando l’ostilità di questi stati nei confronti della Turchia di Erdogan, dando alla nozione di “ritiro” americano una dinamica completamente nuova. Si discute anche di un ruolo potenziato per le Forze d’élite sostenute da Arabia Saudita e Egitto nella provincia di Deir Ezzor, zona in gran parte araba guidata dall’alleato delle SDF Sheikh Ahmed al-Jarba.

Naturalmente la richiesta degli Stati Uniti di proteggere i propri alleati curdi e la continua consegna di armi alle SDF potenzialmente rappresentano un problema per Assad e per Erdogan. Attualmente, tuttavia, la strategia di Assad non è quella di attaccare apertamente le SDF – una massiccia operazione che al momento il regime non ha la capacità attuale – ma piuttosto utilizzare l’atmosfera della minaccia turca e il ritiro degli Stati Uniti per “negoziare” con le SDF da una posizione di forza. Con negoziati Assad-SDF probabilmente controllati dalla Russia, che vuole un recupero del controllo di tutta la Siria da parte di Assad, il sapore di tali negoziati è piaciuto il evidente.

E questa è anche la strategia delle SDF; e nel caso qualcuno potesse pensare che questo possa essere dovuto alla scarsità di opzioni nella presente congiuntura, alcuni leader delle SDF hanno cercato di chiarire che mirano a trattare con Assad a prescindere dalle mosse statunitensi. Essenzialmente gli Stati Uniti, i loro alleati del Golfo e la leadership delle SDF sono sulla stessa lunghezza d’onda quando si tratta del regime di Assad, preferendo una “reintegrazione morbida” del nord-est nello stato assadista. Il portavoce delle SDF Jia Kurd ha spiegato che i principali nemici che uno stato congiunto Assad-SDF avrebbe dovuto sconfiggere sarebbero stati la Turchia e quello che resta del restante nord-ovest ribelle: “Questo [accordo con Assad] darà una grande spinta alla fine dell’occupazione e al terrorismo in Siria” (i leader del PYD delle SDF si riferiscono generalmente ai ribelli anti-Assad collettivamente come “terroristi” e raramente segnalano il regime come un nemico).

Naturalmente, in questa fase le SDF sperano di mantenere un certo grado di autonomia per il loro mini-stato del Rojava e che questa politica eviterà loro il destino che offrono al nord-ovest ribelle. Tuttavia l’affare di Assad sarà una sensibile diminuzione dell’attuale autonomia e una volta che il suo stato sarà più sicuro e ‘normalizzato’ e l’opposizione nel nord-ovest sarà schiacciata, egli farà un inversione e schiaccerà il Rojava e ogni accenno di autonomia, come ha sempre promesso di fare.

Ma sicuramente questo è cospirazionismo – perché gli Stati Uniti dovrebbero voler restituire il territorio siriano al regime di Assad? Porre una domanda del genere rivela fondamentali equivoci sulla politica statunitense in Siria. Perché mai Trump non dovrebbe volere che Assad riconquisti il territorio siriano, è una domanda migliore; e talvolta gli Stati Uniti hanno direttamente aiutato Assad a farlo. L’errore consiste nel pensare che la presenza degli Stati Uniti nel nord-est della Siria, in aiuto alle SDF, avesse uno scopo diverso da quello dichiarato ininterrottamente da tutti i leader statunitensi: sconfiggere l’ISIS. “E’ tutto lì”, come ha sempre detto Trump. Mentre ovviamente la presenza statunitense non ha mai avuto nulla a che fare con la pressione su Assad, e ancora meno con l’aiuto ai ribelli, né ha mai avuto l’obiettivo di aiutare le SDF a costruire la loro propria alternativa.

Tornando all’ex consigliere di Obama Steven Simon, egli spiega cosa pensa che gli Stati Uniti debbano fare per migliorare i propri interessi attuali: “… persuadere i curdi a sbarazzarsi dei combattenti non siriani, mentre riducono la loro capacità militare e accettano di non ottenere lo stesso accordo che i loro cugini iracheni hanno ottenuto da Baghdad. L’imminenza di un ritiro statunitense, combinato con gli avvertimenti di Erdogan che potrebbe presto invadere le regioni curde della Siria, probabilmente convincerà i curdi di avere poca scelta. Ma il regime siriano potrebbe fornire incentivi significativi, come l’integrazione delle forze curde nella catena di comando di Damasco …. quindi, direttamente o attraverso le Nazioni Unite, gli Stati Uniti dovranno parlare con il regime di Assad sulla base della premessa che una restaurazione dell’autorità statale siriana nel nord-est della Siria, incluso il rientro delle forze governative siriane, è necessaria per stabilizzare tale parte del paese a lungo termine. A tal fine,gli Stati Uniti dovranno confrontarsi anche con i russi, quindi esiste un approccio coordinato sia verso i turchi che il regime siriano “.

In questo momento i leader statunitensi temono la perdita di credibilità degli Stati Uniti che deriverebbe scaricando precipitosamente i loro alleati delle SDF di fronte a qualsiasi brutale tentativo di riconquista, sia da parte di Assad che di Erdogan, mentre Assad vuole da parte sua evitare lo scontro diretto finché altri nemici non siano sconfitti; ma alla fine l’utilità delle SDF sia per l’imperialismo USA che per la tirannia di Assad farà il suo corso.

L’incapacità dei principali leader ribelli e curdi di raffreddare le loro divergenze e presentare un fronte unito contro tutti i nemici delle masse popolari è stata una carta decisiva nelle mani di Assad e della controrivoluzione regionale.

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