Un’idea chiamata Daraya

Articolo originale d Joey Ayoub su al-Jumhuriya

Traduzione a cura di Alice Bonfatti e Milena Annunziata

Huda venne arrestata dai soldati del regime nel 2013, a ormai un anno dall’inizio dell’assedio di Daraya, un sobborgo di Damasco. Catturata con due dei suoi amici a un posto di blocco, Huda viene portata in una prigione a Muadamiya, una città appena a sud della capitale. Huda spiegherà poi al giornale siriano Enab Baladi: “Dopo essere stata arrestata, ho imparato il vero significato dell’ingiustizia e oggi più che mai sono intenzionata a lottare per la libertà”. Con queste parole Huda spiega come quella esperienza abbia cambiato la sua visione del mondo. Infatti lei, come molti altri siriani, ha detto di aver vissuto un momento di risveglio assistendo alla brutalità del regime di Assad in prima persona.

Scorrendo la storia siriana rapidamente fino all’agosto 2016. La restante popolazione di Daraya viene evacuata con la forza dopo il raggiungimento di un accordo per porre fine all’assedio e riportare la città sotto il controllo del regime. Daraya diventa così l’ennesima vittima, come Homs prima e Aleppo e Ghouta orientale dopo di lei. Nei giorni che precedono la caduta della città, un gruppo di donne di Daraya ha scritto una lettera aperta affermando: “Chiediamo l’intervento della comunità internazionale”. Il loro appello alla comunità internazionale perché impedisse la loro deportazione forzata non venne mai accolto. Non arrivò mai nessuna risposta, e così, Daraya cadde.

Quattro anni di assedio da parte delle forze di Assad e della milizia libanese Hezbollah avevano lasciato questo piccolo sobborgo alla disperata ricerca di una via di fuga. Sapevano cosa il regime aveva fatto ad altre città liberate. Un regime i cui slogan “Assad o bruciamo il paese” e “inginocchiatevi o morirete di fame” erano stati applicati alla lettera con l’uso di barili bomba, assedi e gulag. Radunati sulle tombe dei propri cari, molti dei quali uccisi durante l’assedio, i cittadini di Daraya avevano impacchettato tutto ciò che potevano ed erano partiti. Molti dei figli e delle figlie di Daraya riuscirono ad arrivare a Idlib, la zona nel nord della Siria e l’omonima capitale che ha accolto molti rifugiati. Infatti, dei circa tre milioni di civili attualmente a Idlib, circa la metà sono rifugiati provenienti da altre parti della Siria.

Una volta arrivato a Idlib, a Mohamed Abou Faris fu detto che veniva da un posto speciale. Quando andò in cerca di lavoro, il proprietario di una fabbrica di mattoni gli disse: “lei viene da Daraya, signore. Voi avete tutto, voi siete i nostri maestri”. Anche prima del 2011, Daraya era diventata famosa in Siria per la sua resistenza non violenta contro il regime di Assad. Razan Zaitouneh, la famosa avvocatessa e attivista rapita dal gruppo ribelle Jaysh al-Islam nel 2013, ha definito la città “una stella prima della rivoluzione e una stella durante”.

Decenni di attivismo

Questa stella brillava già nel 1998 quando, sotto il regno di Hafez Assad, una ventina di giovani erano stati cacciati da una moschea da un ecclesiastico perché le loro “vivaci discussioni istigavano troppo al cambiamento sociale”. Tra loro c’era Yahya Sharbaji, allora diciottenne. Lui stesso avrebbe poi guidato le proteste non violente tredici anni dopo, quando Daraya si sollevò di nuovo in protesta nel 2011. Le azioni di questi giovani nel ‘98 erano ispirate da una forma di umanesimo islamico influenzata dal religioso pacifista Abdul Akram al-Saqqa, che a sua volta li introdusse alla filosofia di Shaikh Jawdat Said, un altro influente difensore della non violenza. Sebbene la loro espulsione dalla moschea li avesse colti di sorpresa sul momento, ciò non gli impedì di continuare a mettere in discussione il dogma prestabilito.

E la stella di Daraya brillò di nuovo nel 2003, quando gli Stati Uniti e il Regno Unito invasero l’Iraq per deporre Saddam Hussein. La gioventù di Daraya partecipò a proteste in solidarietà con il popolo iracheno. Tra i giovani che vi presero parte c’era anche il genero di al-Saqqa, Haytham al-Hamwi. Il regime di Assad, sebbene ufficialmente contrario all’invasione, accerchiò gli attivisti e condannò la maggior parte di loro a tre o quattro anni di carcere.

La primavera di Damasco del 2000-2001 aveva dato vita ad un intenso dibattito intellettuale sulle politiche sociali, e Assad non poteva tollerare il risveglio di una coscienza civica. Ma allo stesso tempo, il regime di Assad si rese disponibile a torturare “sospetti di terrorismo” per conto del governo degli Stati Uniti, come venne poi reso noto dal caso del siriano-canadese Maher Arar, rapito dalle autorità statunitensi nel 2002, inviato in Giordania e poi trasferito in Siria dove venne torturato per otto mesi. Per citare l’agente della CIA Robert Baer: “Se vuoi che le persone siano interrogate, le mandi in Giordania. Se vuoi che scompaiano, mandale in Egitto. E se vuoi che vengano torturate, le mandi in Siria “.

I giovani e le giovani di Daraya erano parte di quella generazione che aveva visto Bashar ereditare la presidenza nel 2000 e avevano creduto, come molti altri, che sarebbe stato diverso e meno spietato del padre, e tra i vari segnali che puntavano in quella direzione vi era il fatto che Bashar aveva ridato spazio a attivismo e giornalismo, sebbene all’interno di confini rigorosi. Non sembrava voler seguire le orme del padre che si era costruito una reputazione per aver schiacciato ogni forma di dissenso politico, essersi intromesso nelle questioni del Libano e aver represso la coalizione nazionalista palestinese di sinistra della metà degli anni ’70. Non sembrava come suo zio Rifaat, il “macellaio di Hama” che nel 1982 aveva represso con la forza una rivolta dei Fratelli Musulmani massacrando oltre 40.000 persone, per lo più civili. Non era neppure come suo fratello Maher, il comandante della Guardia Repubblicana e la quarta divisione corazzata dell’esercito, famosa per la sua ferocia. Né tanto meno come l’altro fratello Bassel, che era stato addestrato nell’Unione Sovietica e scelto da Hafez come suo successore prima di morire in un incidente automobilistico nel 1994. Considerata tale storia famigliare da cui trarre ispirazione, nessuno si aspettava maniere particolarmente delicate da questo oculista sposato con una “rispettabile” imprenditrice di origine britannica che trascorreva il proprio tempo sostenendo associazioni di beneficenza per le numerose problematiche sociali siriane (con l’eccezione, naturalmente, della libertà di parola), ma tutti credevano che Bashar ereditasse il trono con significativa riluttanza.

Riluttante o meno, Bashar li superò tutti. Nel giro di un anno dalla rivoluzione, assediò Daraya e limitò ogni movimento al di fuori della città, e rese persino gli spostamenti interni molto difficili. I barili bomba che cadevano ogni giorno sulla città e i cecchini del regime posizionati in punti strategici di entrata crearono una città dove nessun uomo, donna o bambino avrebbe mai osato vagare liberamente. Nell’agosto del 2012, in uno dei tanti atti di follia omicida, uccise più di 400 persone in soli tre giorni. La città venne quasi svuotata: la popolazione di circa 300.000 persone prima dello scoppio della guerra fu ridotta a circa 6.000 in a malapena un anno.

Un esperimento unico nel suo genere

Per capire perché Daraya divenne il primo dei sobborghi di Damasco ad essere posta sotto un assedio così stretto, è necessario analizzare lo straordinario esperimento di democrazia diretta nato proprio a Daraya. In un paese in cui l’esercito e gli shabbiha, una forma di squadrismo settario, servivano l’interesse dei pochi all’interno e intorno alla famiglia Assad, i ribelli dell’esercito siriano libero di Daraya, sotto l’autorità del Consiglio Locale, rappresentavano un modello di governo che era antitetico a tale regime.

Abbandonata dallo stato e tagliata fuori da ogni servizio, Daraya ricorse all’autogoverno sfidando apertamente il regime, sia per necessità sia per convinzione. Come scrisse la scrittrice anglo-siriana Leila Al-Shami nel suo elogio a questa città ribelle, il Consiglio Locale coltivò fagioli, spinaci e grano, vi era un ufficio di primo soccorso con una mensa per i poveri mentre un dipartimento medico supervisionava l’ospedale da campo che operava in circostanze impossibili. Nei primi giorni della rivoluzione, i rivoluzionari di Daraya si erano scontrati con l’esercito inviato a sparare contro di loro cantando a squarciagola: “l’esercito e il popolo sono una cosa sola”. Fu così che al suono delle campane della chiesa, questi rivoluzionari vennero consacrati emblema della manifestazione pacifica consegnando fiori e bottiglie d’acqua ai soldati che li attaccavano e intonando cori per la democrazia e l’uguaglianza per tutte le comunità religiose e gruppi etnici della Siria.

Il popolo siriano sapeva che un tale esperimento non sarebbe mai potuto sopravvivere a Damasco senza la caduta del regime. Per questo motivo vennero costituiti Comitati di Coordinamento Locali per coordinare le proteste in tutta la Siria.

Tale esperimento di autorganizzazione era frutto della visione, tra altri, di uno dei figli di Daraya, un sarto di 26 anni di nome Ghiyath Matar e della convinzione del pensatore anarchico siriano Omar Aziz secondo cui la rivoluzione avrebbe potuto avere successo solo se auto-organizzata in modo antitetico rispetto all’autoritarismo del regime.

In questa città, un gruppo di 40 giovani siriani tra i 21 ei 30 anni costruì anche una biblioteca sotterranea con oltre 15.000 libri raccolti da sotto le macerie delle case e da quelle che sarebbero presto diventate macerie. I testi spaziavano dalla teologia islamica a L’alchimista di Paulo Coelho e alle Sette Regole per Avere Successo di Stephen Covery. La biblioteca ospitava una sezione di libri per bambini e donne che non potevano lasciare le loro case e mandavano i mariti a prendere libri dalla biblioteca. I giovani chiedevano, quando possibile, persino il permesso ai proprietari dei libri, e si assicuravano di scrivere i loro nomi nei libri per rispetto verso i precedenti proprietari. In We Crossed A Bridge and It Trembled, la raccolta di testimonianze siriane di Wendy Pearlman, Wael, ora rifugiato in Svezia, racconta di come il suo pensiero sia volato verso Daraya la prima volta che ha preso in prestito un libro da un  biblioteca nella sua nuova città: “la presenza di una biblioteca significa che la gente leggerà, il che significa che penseranno, e quindi che conosceranno i loro diritti”. Alla fine dell’assedio, il destino della biblioteca si unì a quello del popolo di Daraya.

Ghiyath Matar venne arrestato il 6 settembre 2011 e il suo corpo mutilato fu restituito alla sua famiglia giorni dopo. Fu uno dei primi a venir ucciso dal regime. Nell’agosto 2018, il regime ha aggiornato i suoi archivi per elencare le persone uccise sotto tortura mentre in detenzione. L’elenco include circa 1.000 persone da Daraya, inclusi i fratelli Sharbaji. Yahya e suo fratello Mohammed, noto come Ma’an, furono arrestati con Ghiyath. Quei registri dimostrano che Yahya era stato dichiarato morto il 15 gennaio 2013, mentre Ma’an il 13 dicembre dello stesso anno.

Il loro destino è stato anche quello di molti altri siriani che hanno perso la vita nelle prigioni del regime. Nella famigerata prigione di Saydnaya vicino a Damasco (a oggi ancora operativa), tra il 2011 e il 2015 sono state impiccate fino a 13.000 persone. Omar Aziz è morto sotto tortura in prigione il 17 febbraio 2013. Lo sviluppatore di open software siro-palestinese Bassel Khartabil Safadi è stato ucciso nell’ottobre 2015 nel carcere di Adra e sua moglie Noura ne ha scoperto la morte solo due anni dopo. Nelle ultime settimane prima della caduta di Aleppo, il brutale assedio durato quattro anni si è trasformato in una ulteriore resa.  Capitale di fatto della rivoluzione, Aleppo cadde e la brutalità della riconquista della città portò molti a paragonarla a Guernica e Sarajevo.

Non è possibile elencare tutti i morti, i “scomparsi”, gli esiliati. Sono troppi.

Una idea chiamata Daraya

Questa è la storia di un’idea chiamata Daraya. La cui gente ha esposto l’ipocrisia di un mondo che lascia accadere tali atrocità, e solo con riluttanza accoglie alcuni sopravvissuti lasciando il resto a morire. Così facendo, il mondo si è rivelato criminale, attraverso la sua inazione e incapacità di proteggere il popolo di Daraya, Homs, Aleppo, Daraa e Ghouta orientale.

Questa è la testimonianza di un fatto scomodo: molto prima che i siriani si trasformassero in profughi e si facesse di loro dei capri espiatori ai margini della cosidetta Fortezza Europa, la rivoluzione che stavano costruendo sotto bombe, cecchini e assedi era già stata abbandonata al proprio destino. I numerosi appelli alle Nazioni Unite da parte del Consiglio Locale, compresi quelli negli ultimi mesi della sua esistenza, non hanno mai ricevuto risposta. Come giustamente osservato dal Consiglio nel gennaio 2016, nonostante la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 2165 del 14 luglio 2014 “autorizzi la consegna di aiuti umanitari senza richiedere l’approvazione” del regime, non è stata mai fornita una risposta soddisfacente al motivo per cui gli aiuti umanitari non siano mai arrivati, perché le persone siano state lasciate morire di fame e senza alcun accesso a cure mediche. La realtà è che nessuna risposta è mai stata necessaria per un crimine così eclatante e visibile a tutti nell’epoca in cui i massacri sono trasmessi in diretta su Facebook e Twitter.

Negli anni successivi al primo arresto di Huda, gli autoproclamati guardiani della democrazia in Occidente hanno osservato passivamente veri esperimenti democratici morire uno dopo l’altro in Siria. E così piuttosto che parlare di una crisi europea, quella che finora ha permesso a oltre 15.000 persone di annegare sulle sue coste solo tra il 2014 e il 2018, parliamo di una “crisi dei migranti”.

Per citare l’immortale James Baldwin, “quello che dici di qualcun altro rivela chi sei”. L’onere della prova è stato gettato sulle vittime, sui loro modi misteriosi, sulla loro pelle più scura, sulle loro differenze culturali. Nella classica arroganza coloniale in tempi apparentemente post-coloniali, la vera crisi viene evitata e, invece, i designati capri espiatori di queste crisi strutturali del continente europeo vengono prescelti per portare la croce.

Due settimane dopo la caduta di Daraya, Bashar Assad si recò nella città svuotata per pregare in una moschea. Accanto a lui c’erano funzionari di alto rango, tra cui il Mufti Ahmad Badreddin Hassoun, conosciuto localmente come il Mufti dei Barili Bomba per i suoi sermoni che sostenevano la repressione violenta dei manifestanti e nominato in un rapporto di Amnesty International per essere uno dei tre funzionari incaricati di approvare le impiccagioni a Saydnaya. Il messaggio era chiaro, di nuovo. Assad o bruciamo il paese. Inginocchiatevi o morirete di fame. Si sono rifiutati di riconoscere Assad, e così Daraya è stata bruciata. Si sono rifiutati di inginocchiarsi, e così i cittadini di Daraya sono stati lasciati morire di fame. Ma il messaggio di Assad era anche rivolto al mondo esterno: “Guardate cosa posso fare” e ai suoi sostenitori affinché sapessero che potevano vivere una vita “normale” sotto il suo dominio, purché si comportassero bene. Come scrisse lo scrittore siriano Omar Kaddour: “Mentre il regime fa terra bruciata nelle zone liberate e affama la popolazione fino a piegarla, insiste nel mostrare che nelle regioni che controlla, la vita segue il suo corso naturale”. Ed é proprio per questo che alcuni sfollati preferiscono dirigersi verso aree sotto il controllo del regime. Sono consapevoli che le bombe del regime non cadono dai cieli sotto il controllo del regime.

Questa è la storia di un’idea chiamata Daraya. È la storia di un mondo malato, un mondo che, nelle parole dello scrittore e ex-prigioniero siriano Yassin al-Haj Saleh, soffre di una malattia che “sta aggravando le nostre malattie, sia ereditate che acquisite”. In un contesto globale, in cui sempre più paesi si avvicinano a politiche autoritarie e xenofobe, coloro che furono descritti, contro la loro volontà, come catalizzatori di quel cambiamento sono diventati testimoni delle stesse società che l’hanno prodotto. In quanto testimoni, sono stati costretti a guardare sia la Siria sia la cosiddetta “comunità internazionale” mentre venivano privati della propria capacità di agire per fare qualcosa a riguardo. La comunità internazionale, invece, può portare a termine il proprio operato sulla pelle dei siriani e di altri gruppi emarginati senza mai doverli guardare in faccia.

Assad o bruciamo il paese. Inginocchiatevi o morirete di fame.

 

Immagine: From a bombed out school in liberated Daraya. The figure is Handala, the Palestinian symbol of resistance. Written on the wall is: “We used to joke and say that we wished the school would get destroyed, and it got destroyed…”. This image is also the cover of Delphine Minoui’s book “Les Passeurs de Livres de Daraya.
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