Pubblicato il 18 febbraio 2026 su alquds.com.uk
Si delinea un quadro più chiaro della povertà in Siria limitandosi alle due forme di povertà economica e politica di cui l’autore di queste righe ha trattato in un precedente articolo (Al-Quds al-Arabi, 7 gennaio 2026). Tuttavia, per avere un quadro più completo, è necessario parlare anche delle questioni culturali e spirituali. In questi due ambiti, la parola “povertà” appare ancora più metaforica di quanto non lo sia nell’espressione “povertà politica”; eppure accade che la metafora illumini un aspetto della realtà che forse non avremmo colto senza di essa. La storia delle nostre parole è, infatti, la storia del loro uso metaforico per parlare di cose non comprese nel loro significato lessicale originario.
Per decenni, la società siriana ha vissuto condizioni di impoverimento culturale su larga scala, dovute al deterioramento dell’istruzione di base e universitaria, all’assenza di dibattito pubblico e alle severe restrizioni della libertà di espressione, alla censura sulle pubblicazioni e sulle attività artistiche, alla mancanza di mezzi d’informazione indipendenti, nonché al quasi totale monopolio del regime e dei suoi favoriti sui bilanci destinati alle attività culturali. A ciò si aggiungeva l’asservimento di un ampio settore di intellettuali, artisti e giornalisti. Coloro che non venivano cooptati emigravano, oppure emigravano le loro attività. Pochi scrittori siriani, per esempio, pubblicavano i propri libri in Siria a causa delle restrizioni censorie. Negli anni del governo di Bashar, inoltre, registi siriani finanziavano i loro pochi film parzialmente o totalmente tramite sovvenzioni europee. Ancora più importante è il fatto che la cultura ha smesso di influenzare la struttura sociale a causa della paura e della repressione politica, e successivamente per effetto dell’interiorizzazione della censura e del crescente distacco delle opere intellettuali e artistiche dalla vita sociale. La televisione e, in seguito, i social media hanno contribuito ad accentuare questa separazione tra il sociale e il culturale.
L’assenza di libertà non impedisce la nascita di grandi opere intellettuali o artistiche: anche uno o due secoli fa comparivano figure eccezionali e grandi scrittori e pensatori in paesi che oggi verrebbero definiti autoritari e/o tradizionalisti (del resto, la democrazia e l’istruzione pubblica erano agli inizi ovunque). Tuttavia, la mancanza di libertà impedisce la diffusione e la democratizzazione della cultura, interrompe il suo influsso sulla vita della gente comune e riduce il livello generale di istruzione culturale e il numero degli intellettuali. In altre parole, la repressione politica impedisce alla cultura di trasformarsi in una struttura sociale, in un ambito influente e interattivo della vita collettiva, relegandola invece a cerchie ristrette di singoli intellettuali, che risultano così deboli di fronte al potere e ai suoi apparati coercitivi penetrati nella società, di fronte alla ricchezza e alle sue seduzioni e ai canali di accesso ai detentori delle sue chiavi, e di fronte alla religione e alle reti della sua produzione e diffusione presenti ovunque.
Può sembrare duro affermare che in Siria abbiamo conosciuto pochi geni eccezionali e, allo stesso tempo, poco vero sviluppo culturale diffuso. Qui le restrizioni politiche imposte non bastano a spiegare ciò che appare come una carenza intrinseca, o persino una forma di complicità da parte degli stessi intellettuali. Esiste infatti una specificità siriana, rappresentata da una concezione funzionale e mobilitatrice della cultura, ovvero da una forma ristretta di “partitismo culturale”, alla quale ha partecipato la maggior parte degli intellettuali siriani. Questa visione era diffusa nei paesi ex colonizzati, dove prevalevano le esigenze del progresso e dell’avanzamento, ma sembra essere stata più forte in Siria che in Egitto, in Libano o nei paesi del Maghreb. Forse soltanto la Palestina ci supera sotto questo aspetto; tuttavia, la diaspora palestinese è stata una fonte di straordinaria fertilità culturale, e forse la Siria vi si è avvicinata negli ultimi dieci anni.
Oggi, nella Siria post-assadista, non sembra che la povertà culturale sia destinata a diminuire; al contrario, tutto lascia pensare a un suo aggravarsi. Ciò è dovuto all’azione congiunta della censura politica, delle tendenze conservatrici religiose e intellettuali, e di una diffidenza non minore verso gli intellettuali a causa della loro indipendenza e del loro laicismo di principio. La censura sui libri pubblicati in Siria continua, così come è reale l’interferenza nei dettagli di ciò che romanzieri e narratori scrivono. È improbabile, inoltre, che oggi venga consentita in Siria la ripubblicazione delle opere di scrittori siriani già pubblicate a Beirut o altrove. Non è nemmeno chiaro quale sarà il destino del teatro, del cinema e delle arti figurative, vista la contraddizione tra l’istinto conservatore del nuovo potere e le esigenze di autonomia dell’opera artistica. Sappiamo già che è stato vietato il disegno del nudo nella Facoltà di Belle Arti dell’Università di Damasco, e che ambienti politico-religiosi aspirano a essere loro a decidere che cosa sia l’arte corretta, la cultura corretta e il pensiero corretto, invece di lasciare questa responsabilità ai produttori stessi di pensiero, arte e cultura.
Forse soltanto la poesia classica araba sembra destinata a diffondersi, perché è considerata l’unica “vera” poesia: la poesia dell’identità, che né nella sua struttura, né nei suoi temi, né nelle aspettative del suo pubblico mette in discussione l’ordine esistente. E alcuni rappresentanti di questa poesia sono effettivamente al potere. A ciò si aggiunge il permanere di una concezione funzionale e mobilitatrice della cultura, orientata oggi ancor più al servizio dell’identità che non del “progresso”, secondo le giustificazioni di un’epoca ormai passata.
Alla restrizione e alla mobilitazione ideologica si aggiunge, nei contesti islamici, una particolare sovrapposizione tra una concezione utilitaristica della cultura e il timore che essa possa diventare uno spazio di innovazione eretica, deformazione o deviazione dalla retta via.
E ciò che forse passa ancora più inosservato della povertà culturale è che la società siriana, oggi governata da islamisti e caratterizzata da una forte presenza della religione nella vita pubblica, tende a soffrire di una profonda povertà spirituale. Non necessariamente più grave delle forme di povertà materiale, politica o culturale, ma certamente con un ruolo importante nel rendere la vita dei siriani arida, rumorosa, violenta e volgare. Non solo una maggiore religiosità non significa automaticamente maggiore spiritualità, ma la forma di religione predominante oggi — e in realtà da decenni — ossia l’islam politico e bellico, appare piuttosto compatibile con la povertà spirituale. Questo avviene attraverso la trasformazione della religione in ideologia politica, in tecnologia di controllo dei corpi e in un insieme di ordini e divieti dottrinali e comportamentali. Ciò vale in modo particolare per il salafismo, che rappresenta la forma spiritualmente più povera della tradizione islamica e, oggi, quella più incline ad appoggiarsi al potere.
La religione — l’islam e le altre fedi, l’islam sunnita e le altre sue forme — aveva svolto, durante i decenni dell’epoca assadista, il ruolo di argine alla povertà politica, poiché esisteva una “comunità” che nessun potere, per quanto repressivo, poteva dissolvere: quella dei credenti riuniti nei luoghi di culto; ed esisteva una “parola” che il potere non poteva mettere completamente a tacere: quella dei testi sacri e di ciò che vi si richiama. La povertà politica consiste nella privazione della parola e della possibilità di riunirsi; limitando questa privazione, la religione garantiva una sorta di minimo vitale politico, leggermente superiore alla miseria assoluta. Ma cosa significa che la religione svolga questo ruolo di sostegno politico minimo? Significa la sua politicizzazione, e cioè il settarismo confessionale. Ed è proprio attraverso questo successo nel limitare la povertà politica che si genera la povertà spirituale, o il fallimento spirituale. Il settarismo è una politica di sopravvivenza minima in società prive di una politica razionale o civile.
Oggi assistiamo nuovamente alla politicizzazione delle identità religiose ereditarie come metodo per appropriarsi della politica, cioè attraverso il settarismo. Ma ciò che impoveriva spiritualmente nel passato non potrà oggi arricchire spiritualmente nessuno.
Inoltre, lo spirito non si limita alla religione: comprende anche gli ambiti del pensiero, della cultura, della filosofia, delle scienze umane e delle diverse credenze, nella misura in cui si riflettono nei comportamenti delle persone e nei loro rapporti con sé stesse e con gli altri, cioè nel loro impatto psicologico, morale e politico. E sotto questi aspetti, il nostro panorama siriano (e arabo) non si distingue in modo particolare.
Così come l’impoverimento politico è stato accompagnato dalla violenza che lo custodisce e ne garantisce la continuità — e che quindi protegge e perpetua la concentrazione delle ricchezze nelle mani dei governanti proprietari — anche la povertà culturale e spirituale si accompagnano a violenza verbale e comportamentale, all’asprezza delle emozioni e degli odi, all’estremizzazione dei temperamenti e alla brutalità delle relazioni tra le persone. Nessun gruppo siriano può davvero pretendere, sotto questo aspetto, di essere più mite o più civile degli altri.
Queste quattro forme di povertà — materiale, politica, culturale e spirituale — compongono il ritratto tridimensionale di una società nella miseria, povera persino nella propria socialità. La povertà della socialità, o povertà sociale, significa il ripiegamento sulla vita privata, l’indebolimento dei legami tra le persone e il fatto che molti di noi vivano in ambienti ristretti che non mettono alla prova le loro capacità limitate né li spingono a sviluppare forme più varie di comunicazione e interazione. Anzi, alcuni settori della società mostrano una particolare predisposizione a compiacersi delle proprie fratture e a trarne persino piacere. Forse possiamo interpretarlo come un sintomo della lunga durata della nostra povertà multiforme: un disprezzo di sé e una rivolta contro sé stessi generati da una miseria prolungata.
Esistono vie d’uscita da questa povertà totale? È ciò che cercheremo di esaminare in un terzo e ultimo articolo sulla povertà siriana.