Trump lascia la Siria: sul “cambio di regime” e altre bufale

Trump-Putin-Assaddi Michael Karadjis, Traduzione da Piero Maestri

L’improvvisa decisione di Trump di ritirare le forze statunitensi dalla Siria rappresenta il via libera sia per il tiranno siriano Bashar Assad che per il sovrano turco Erdogan per muoversi nella parte nord-orientale della Siria, attualmente controllata dalle Forze democratiche siriane (SDF) a guida curda, (finora) sostenute dagli Stati Uniti, e naturalmente anche un gesto verso il grande alleato di Assad ed Erdogan, gli amici di Trump in Russia, che ovviamente hanno elogiato la decisione di Trump. Naturalmente, un tradimento da parte degli Stati Uniti verso i loro alleati curdi è sempre stato solamente una questione di tempo.

Va notato che, mentre il popolo curdo e le altre persone che vivono nel nord-est rappresenteranno il principale gruppo di vittime, non dovrebbe essere trascurato che il ritiro degli Stati Uniti porterà anche decine di migliaia di rifugiati siriani nel campo di Rukban, al confine con la Giordania, a trovarsi direttamente esposti alla conquista di Assad, specialmente in conseguenza del fatto che la Giordania si rifiuta di accoglierli. La base statunitense di al-Tanf, dove gli Stati Uniti avevano armato alcuni gruppi ex-ribelli per combattere l’ISIS, aveva offerto una certa protezione ai residenti del campo, sebbene gli Stati Uniti e la Giordania non provvedessero ai bisogni alimentari più di quanto lo facesse il regime di Assad, occupato nella sua tattica consueta dell’assedio per fame.

Non sorprende che praticamente nessuno degli analisi che vengono da qualsiasi parte abbia avuto qualcosa da dire sul regime di Assad; prendete, per esempio, questo editoriale del Washington Post. Naturalmente, l’intera questione riguardo Assad è ed è sempre stata irrilevante rispetto alla domanda se gli Stati Uniti rimangano o lascino la Siria.

Suppongo che non sia una coincidenza che l’ordine di ritiro di Trump arrivi pochi giorni dopo che il suo inviato speciale in Siria, Jim Jeffrey, abbia dichiarato che, se è vero che gli Stati Uniti vogliono vedere a Damasco un regime “fondamentalmente diverso”, tuttavia, “non è un cambio del regime” su cui stanno lavorando gli Usa: “non stiamo cercando di sbarazzarci di Assad.”

Tuttavia, dico “suppongo” perché non è come se questa fosse la prima volta che gli Stati Uniti dichiarino che non cercano di liberarsi di Assad o di effettuare cambiamenti di regime. Queste dichiarazioni proseguono da anni (specialmente sotto Trump, ma anche prima). Naturalmente, anche prima che i leader statunitensi iniziassero a dichiararlo apertamente, “rimuovere Assad” non è mai stata la politica degli Stati Uniti in nessun momento – è stato sempre e solo l’immaginario febbrile dell’estrema sinistra e dell’estrema destra – ma concentriamoci solo sulle dichiarazioni pubbliche, perché la cosa curiosa è che, in ogni occasione, i media hanno manifestato la propria  “sorpresa”, parlando di “inversione della politica” e di Stati Uniti “non più” (!) concentrati sul “cambio di regime” (mi chiedo come si possa fare qualcosa “non più” che da tempo già stai facendo “non più”?).

Ecco alcuni frammenti:

*  Nel 2016, dichiarando che gli Stati Uniti “come è noto non cercano il cosiddetto cambio di regime in Siria”, il Segretario di Stato di Obama John Kerry ha aggiunto che gli Stati Uniti e la Russia vedevano il conflitto “fondamentalmente in modo molto simile”.

* Nel marzo 2017, Nikki Haley, rappresentante dell’ONU di Trump, nonostante la sua stessa tendenza alla retorica anti-Assad, ha dichiarato che l’amministrazione Trump “non era più” focalizzata sulla rimozione di Assadnel modo in cui lo era la precedente amministrazione”.

*  Lo stesso mese, Sean Spicer, il segretario stampa della Casa Bianca, ha osservato che “gli Stati Uniti hanno priorità molto forti in Siria e Iraq, e abbiamo chiarito che l’antiterrorismo, in particolare la sconfitta dell’ISIS, è tra quelle priorità. Per quanto riguarda Assad, esiste una realtà politica che dobbiamo accettare”.

* Nel luglio 2017, l’allora Segretario di Stato Rex Tillerson ha chiarito che l’unica battaglia in Siria è quella con l’ISIS, che il futuro di Assad è una questione della Russia, e in sostanza ha chiesto agli alleati del regime: “Facciamo appello a tutte le parti, incluso il governo siriano e i suoi alleati, alle forze di opposizione siriane e alle forze della coalizione che stanno portando avanti la battaglia per sconfiggere l’ISIS, per evitare conflitti tra loro…”

* In seguito all’unico attacco degli Stati Uniti contro una base aerea del regime vuota, dopo l’orribile attacco chimico di Assad a Khan Sheikhoun ad Idlib, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale HR McMaster ha chiarito che gli Stati Uniti non erano preoccupati del fatto che la base fosse usata per bombardare di nuovo i siriani il giorno successivo, perché danneggiare le capacità militari di Assad non era l’obiettivo dell’attacco; e ben lontani dal “cambio di regime”, gli Stati Uniti hanno auspicato un “cambiamento nella natura del regime di Assad e del suo comportamento in particolare.” [nota: non un cambiamento nella natura del regime, un cambiamento nella natura del regime di Assad].

* Il discorso dell’ex Segretario di Stato Rex Tillerson nel gennaio 2018 si è concentrato sul sostegno al processo di Ginevra per una “soluzione politica”, ma ora gli Stati Uniti non si aspettavano più che Assad si tirasse indietro all’inizio di una fase di transizione come ai tempi di Obama, o persino alla sua conclusione, come nell’ultima fase di Obama; piuttosto, la politica statunitense si aspettava “elezioni libere” sotto Assad: “Gli Stati Uniti credono che elezioni libere e trasparenti … porteranno alla partenza definitiva di Assad e della sua famiglia dal potere. Questo processo prenderà tempo e noi sollecitiamo di avere pazienza per la partenza di Assad e la nascita di una nuova leadership”.

* Anche prima della sua più recente, e più esplicita, dichiarazione, Jeffrey ne aveva già fatta una simile nel suo discorso del 29 novembre alla Commissione Affari Esteri della Camera sulla Siria, dichiarando che gli Stati Uniti erano impegnati in un processo politico che “cambierà la natura e il comportamento del governo sirianoquesto non è un cambio di regime, non è legato alle personalità.”.

Should I stay or should I go? Disputa all’interno della classe dirigente statunitense

Si noti che l’arrivo a metà anno di Jeffrey è stato ampiamente annunciato come un “rafforzamento” della posizione dell’amministrazione Trump su Assad. In realtà, riguardava solo l’Iran; ed era pienamente in linea con la visione israeliana e ora dei paesi del Golfo di separare Assad dall’Iran facendo affidamento sull’altro alleato chiave di Assad, la Russia.

E non è solo l’idiosincratico Trump, ma il razionale Jeffrey, che spinge questa linea russa. Quando parla di cambiamento del “comportamento”, l’enfasi travolgente di Jeffrey riguarda la rimozione di tutte le forze “a guida iraniana” dalla Siria, perché le considera una minaccia verso “i nostri amici nella regione, principalmente Israele.” Al contrario, Jeffrey afferma che “sebbene i nostri obiettivi e quelli della Russia non siano allineati, cerchiamo un terreno comune con la Russia per risolvere il conflitto in Siria,” e ha invitato la Russia a “unire gli sforzi per contrastare le azioni e l’influenza destabilizzanti dell’Iran in Siria per rimuovere tutte le forze comandate dall’Iran dal Paese.”

In effetti, l’esponente anti-iraniano più rumoroso, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, si è sempre opposta alla rimozione di Assad, ritenendo che ciò avrebbe portato “al-Qaeda” a prendere il potere. Da qui la posizione di coloro che sono nel Pentagono e dell’apparato di sicurezza che si oppongono al ritiro – non  perché vogliono rimanere per “rovesciare Assad”, un’idea completamente ridicola che nessuno di loro ha mai suggerito; piuttosto, vogliono rimanere per mantenere un freno all’influenza iraniana.

Molti analisti definiscono Trump una sorta di traditore degli “interessi USA”, svendendoli sia all’Iran che alla Russia attraverso il ritiro. A mio avviso, si tratta di analisi sbagliate su entrambi i fronti. Circola anche l’accusa di vendere gli alleati curdi degli Stati Uniti, l’YPG/SDF, come se i “rimanenti” volessero onorare gli impegni con gli alleati. Tuttavia, i “rimanenti” (sia Bolton che il Segretario di Stato Pompeo vengono compresi in questo campo) non si preoccupano dei curdi o di chiunque altro più di quanto faccia Trump; ma vogliono in primo luogo arrivare ad un loro accordo con la Russia/Assad: assicurare che le forze a guida iraniana siano espulse dalla Siria, in cambio del permesso da parte statunitense ad Assad di riconquistare la Siria nord-orientale. Un accordo “curdi in cambio dell’Iran”, simile all’accordo “ribelli in cambio dell’Iran” fatto da  tra Stati Uniti e Israele con Assad nel sud. Come afferma Jeffrey, questo accordo include la Russia; gli Stati Uniti semplicemente non hanno mai, in nessuna fase del conflitto, voluto rimuovere la Russia dalla sua posizione preminente in Siria.

Trump, al contrario, compie un salto in avanti; sì, la Russia, Assad ed Erdogan possono divorare il nord-est, contando sull’intesa che ha con la Russia (come Israele e l’Arabia Saudita) che la stessa rivalità della Russia con l’Iran in Siria porterà a un muro russo contro l’influenza iraniana; e che un regime Assad più solido ha sempre meno bisogno della plebaglia destabilizzante sostenuta dall’Iran. E nella misura in cui la Russia non è abbastanza forte per fare questo da sola, Israele ha minacciato di aumentare i suoi attacchi alle forze filo-iraniane in Siria; l’attuale visita di senatori russi in Israele per discutere della “lotta comune contro il terrorismo” sembra parte di questo stesso processo.

Ovviamente, c’è anche la questione se l’ISIS sia stato o meno sconfitto, come sostiene Trump. Molti analisti dicono che non è così, che Trump sta permettendo all’ISIS di tornare. In realtà, l’alleanza US-SDF ha cacciato l’ISIS quasi interamente fuori dalla Siria, a parte una piccola sacca residua. Trump ha sempre detto che l’unica ragione per rimanere in Siria era sconfiggere l’ISIS, e su questo è decisamente sincero; inoltre, non c’è nessun altro mandato legale per gli Stati Uniti per rimanere in Siria. Annunciando il ritiro, Trump ha twittato, con due errori grammaticali nell’originale, che “Russia, Iran, Siria e altri sono il nemico locale di ISIS. Noi stavamo facendo il loro lavoro.” Mentre alcuni potrebbero interpretarlo in termini cospirazionisti, ritenendo che voglia che loro si impantanino nella lotta contro l’ISIS, il benvenuto della Russia all’annuncio smentisce questa interpretazione; ciò che Trump intende è che Assad ora ha il via libera per riconquistare il resto della regione di Deir Ezzor dalle SDF, in modo che il suo regime possa completare la “lotta contro l’ISIS”, cioè consolidare la sua controrivoluzione vittoriosa sulla Siria.

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Membri delle SDF

Guerre per procura e tradimenti

Non c’è dubbio che le SDF vengano tradito da Trump, e alla fine sarebbe successo anche con i “rimanenti”. Tuttavia, una possibilità è quella che le SDF seguano la stessa strada; dopotutto, la base dell’alleanza USA-SDF contro l’ISIS era che sia gli USA che le SDF avevano una politica neutrale nei confronti della guerra principale in Siria, quella tra il regime di Assad e i ribelli. Se gli Stati Uniti possono accettare Assad, lo possono fare anche le SDF. Però, c’è una grande differenza di potere, in questo caso. Anche se i dirigenti delle SDF hanno fatto passi in questa direzione, è probabile che ottengano poco; Assad è potente ora, avendo ampiamente sconfitto l’opposizione; quindi, il suo regime non ha motivo di concedere nulla. Assad potrebbe temporaneamente accettare un accordo con le SDF per allontanare la Turchia (Assad è meno innamorato di Erdogan di quanto lo siano i suoi alleati russi e iraniani), ma le condizioni per un’alleanza di questo tipo comporteranno una tale riduzione dell’autonomia in uno status solo apparente tale, che le SDF non potranno essere d’accordo senza liquidare la propria causa.

Sia le SDF che le popolazioni curde devono essere difese contro ogni possibile attacco da parte di Erdogan e/o  Assad. I sostenitori del progetto delle SDF, tuttavia, devono fare i conti con i tradimenti storici della leadership YPG/SDF, che hanno tagliato fuori le popolazioni curde dal resto del processo rivoluzionario e, a volte, hanno attaccato direttamente la rivoluzione in collaborazione con Assad e la Russia, in particolare durante l’attacco delle SDF spalleggiato dall’aviazione russa contro i ribelli nella regione a maggioranza araba del nord di Aleppo/Tal Rifaat all’inizio del 2016, e il loro conseguente aiuto all’assalto finale di Assad contro Aleppo nelle mani dell’opposizione.

Queste politiche miopi (a dir poco!) hanno portato all’isolamento delle SDF e del popolo curdo, nel loro momento di bisogno. Ad esempio, molte delle truppe ribelli che hanno preso parte alla sanguinosa invasione turca di Afrin curda (Operazione “Ramoscello d’ulivo”) all’inizio di quest’anno, erano ex residenti della regione di Tal Rifaat che erano stati sradicati nella versione SDF dell’operazione “Ramoscello d’ulivo”, sostenuta dalla Russia, due anni prima.

Questo ha portato ora alla promessa da parte di gruppi ribelli di partecipare alla minacciata invasione turca del nord-est. Mentre possono esserci alcune regioni a maggioranza araba che potrebbero accogliere positivamente un ingresso dell’Esercito siriano libero (ESL/FSA) – qualcosa che può non essere determinato semplicemente dalla composizione etnica, ma solo se vediamo i tentativi di rivolte contro le autorità del Rojava – è probabile che questa invasione porti ad una resistenza, trasformando qualsiasi gruppo ribelle prenda parte ad essa in un esercito di occupazione, come ad Afrin. Questo sarà particolarmente vero se la Turchia e gli eventuali alleati ribelli invaderanno le attuali regioni a maggioranza curda.

Il fatto che le SDF abbiano fatto lo stesso non fa differenza; anni di controrivoluzione sanguinosa da parte di un regime molto più forte sul piano militare, sostenuto da un massiccio intervento straniero e dall’indifferenza internazionale, hanno parzialmente reso complici di una guerra per procura sia i principali leader arabi che quelli curdi. Spesso può sembrare che “non abbiano avuto alcuna scelta” ed è molto difficile criticare da lontano. Davvero, chi può biasimare i ribelli per la loro alleanza con la Turchia quando la Turchia, quasi sola al mondo, era disposta a fornire un sostegno alla popolazione che stava affrontando il genocidio, oltre ad accogliere 3,7 milioni di rifugiati siriani, di gran lunga la più grande popolazione di rifugiati al mondo? Chi può incolpare le SDF di allearsi con gli Stati Uniti contro un nemico così mostruoso come l’ISIS, specialmente di fronte alla possibile estinzione a Kobane?

Tuttavia, la dura realtà è che la risultante divisione tra la popolazione araba e quella curda al di fuori del controllo degli assadisti è la campana a morte per entrambe, che le porta ad aumentare ulteriormente la loro dipendenza dagli stranieri e anche le soggetta alla minaccia di abbandono da parte degli stessi interessi stranieri, a beneficio solo del regime.

Inoltre, è improbabile che Putin e Assad diano a Erdogan il via libera per attaccare le SDF nella Siria nord-orientale senza alcuno scambio nel nord-ovest, cioè riguardo la Grande Idlib controllata dai ribelli. Probabilmente non tutto il territorio – né la Turchia né l’Occidente possono accettare una riconquista totale assadista che potrebbe spingere centinaia di migliaia di rifugiati oltre confine – ma forse potrebbero permettere ad Assad di inghiottire abbastanza territorio della regione di Idlib meridionale per assicurare il controllo delle principali vie di comunicazione tra Aleppo e Latakia, che significherebbe spazzare via alcuni centri rivoluzionari chiave. Sarebbe l’ultima ironia osservare truppe ribelli (o ex ribelli) che attaccano le SDF nel nord-est come parte di un’operazione turca mentre Assad e la Russia affondano ulteriormente nell’ultima parte della Siria libera nel nord-ovest.

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La bancarotta dell’“anti-imperialismo”

È qualcosa di surreale osservare innumerevoli “anti-imperialisti” denunciare il “tradimento” di Trump dei curdi verso la Turchia (tendono a non essere così rumorosi per il tradimento verso Assad), mentre altri “anti-imperialisti” applaudono la mossa di Trump come passo verso qualcosa che chiamano un “processo di pace”. Come spiegare questa dissonanza?

Durante gli ultimi 8 anni, la versione manichea dell’“anti-imperialismo”, scatenata da una convergenza di estrema sinistra e di estrema destra, ha dato supporto a un tiranno genocida reazionario che distrugge il suo intero paese per schiacciare una rivolta popolare sul falso altare dell’opposizione al “cambiamento di regime sostenuto dagli Stati Uniti” e simili.

Il fatto che non ci sia mai stata un’operazione di “cambio di regime” degli Stati Uniti era irrilevante, così come la maggior parte dei fatti; mentre le SDF a guida curda hanno ricevuto oltre quattro anni di potenza aerea statunitense al loro servizio, che ha ucciso migliaia di civili, mentre i ribelli siriani non hanno mai ricevuto alcun sostegno (anzi, sono stati abbastanza spesso bombardati da aerei statunitensi); mentre le SDF sono state stato benedette dal supporto di migliaia di truppe statunitensi (che ora vengono ritirate), non c’è mai stata una sola truppa statunitense a sostegno dei ribelli; mentre ci sono una dozzina di basi statunitensi nel Rojava controllato dalle SDF, non ce ne sono in nessuna zona controllata dai ribelli; mentre gli Stati Uniti garantivano che i centri curdi chiave come Kobane non cadessero, nessun centro ribelle, sia invaso da Assad o persino dall’ISIS, ricevette mai una simile difesa. Eppure per la maggior parte degli “anti-imperialisti”, i ribelli erano ancora i “procuratori degli Stati Uniti” mentre le SDF erano coraggiosi combattenti “anti-imperialisti”. È difficile spiegare come sia stato possibile invertire la realtà in modo così totale; in parte si spiega con il collegamento delle YPG con il PKK in Turchia, data la sua antica storia antimperialista di un’altra epoca, oltre ad altre motivazioni psicologiche.

Cosa dire allora quando gli Stati Uniti si ritirano? Salutare la fine dell’“intervento imperialista”? O protestare per il tradimento dei curdi, il che significa forse che il temuto “intervento USA” dovrebbe continuare? Ironico è che spesso (ovviamente, non sempre) le stesse persone provano a sostenere entrambe le cose. Ma mentre ci sono molte persone anti-Assad confuse bloccate in questo dilemma, in troppi casi questo “anti-imperialismo” ha coinvolto coloro che volevano essere “anti-imperialisti” purché significasse colpire la rivolta popolare e sostenere la più tirannica dittatura oligarchica del XXI secolo; ogni minima traccia del sostegno americano ai ribelli è stata denunciata come prova del “cambio di regime”. Tuttavia, una volta che divenne chiaro che gli Stati Uniti consideravano le SDF il loro alleato chiave in Siria, molti tacevano; quattro anni di massicci bombardamenti statunitensi contro l’ISIS (e anche su Nusra e talvolta persino sui ribelli), uccidendo ovunque tra 4.800 e 13.500 civili, sono stati ampiamente accolti dal silenzio imbarazzato del movimento “antiwar” in tutto il mondo, mentre l’astratta figura retorica della “opposizione all’intervento americano” è ancora tenuta nell’armadio nel caso in cui debba essere spolverato di tanto in tanto, per protestare contro un singolo attacco degli Stati Uniti su una base aerea vuota di Assad, un attacco che non uccide nessuno, mentre Assad si dedica alla guerra chimica.

Nelle ultime settimane e mesi, il terrore aereo statunitense è in aumento. A metà dicembre, i raid aerei statunitensi hanno colpito una moschea in Siria, uccidendo 17 persone. La risposta? Silenzio assordante. Tra il terrore degli Stati Uniti dai cieli e un regime mostruoso come quello dell’ISIS, è meglio ammettere che ci si trova di fronte ad un dilemma etico, piuttosto che essere così certi di essere “contro l’intervento”, soprattutto quando per la maggior parte non si è effettivamente contrari affatto. E si dovrebbe anche essere coerenti in relazione alla “minaccia” immaginaria, mai esistita, dell’intervento statunitense contro Assad, il cui regime ha ucciso circa 100 volte più persone di quante l’ISIS possa mai fare, e ammettere che il ruolo principale di questa particolare versione di “anti-imperialismo” – la versione anti-solidarietà – negli ultimi 8 anni è stata quella di schierarsi contro il popolo siriano.

Il dibattito nei circoli imperialisti USA tra rimanere o lasciare la Siria non è un dibattito in cui ci sia una parte progressista; in questo caso, il ritiro di Trump è per ragioni interamente reazionarie.

https://mkaradjis.wordpress.com/2018/12/21/trump-leaves-syria-on-regime-change-and-other-tall-stories/

Revisione da Mary Rizzo

 

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