Questa casa non è mia: i siriani si sentono a disagio nell’occupare le case degli sfollati

Come molti altri in Siria, i nuovi arrivati ​​a Fuaa e Kafraya non erano sicuri di voler occupare le case evacuate.

Articolo di Reem Ahmad per Syria Direct , Noura Hourani e Avery Edelman. Pubblicato il 23 gennaio 2019 su Middle East Eye 

Traduzione di Giovanna De Luca

AMMAN – A volte gli autobus lasciavano il villaggio assediato di Abu Ali con gruppi dei suoi abitanti a bordo. Altre volte, restavano semplicemente in attesa prima di tornare indietro, vuoti, attraversando le prime linee.

Ogni volta, gli autobus servivano a ricordare che i destini della città natale di Abu Ali, Fuaa, e del vicino villaggio di Kafraya – due villaggi a maggioranza sciita precedentemente in mano al governo, nel cuore della provincia di Idlib, erano stati decisi altrove. In un patto di contrattazione e di trattative complesse che alla fine avrebbero coinvolto quasi tutti gli attori del conflitto siriano.

“Avevamo sentito parlare molto della rottura dell’assedio”, dice Abu Ali, un ex insegnante di scuola, a Syria Direct. “A volte si è rivelata una notizia  falsa, e qualche volta i prigionieri sono stati rilasciati al posto nostro”

Me ne vado e torno a casa mia [a Homs], non importa quanto sia distrutta. In fin dei conti, questa casa non è mia. Non è un mio diritto essere qui.

– Yahya al-Homsi, residente a Fuaa

A settembre 2015, le due città del governatorato di Idlib erano diventate il fulcro del “Four Towns Agreement”(Accordo delle Quattro Cittá), un accordo opaco negoziato da una vertiginosa schiera di attori armati e dei loro sostenitori regionali – tra cui gli alleati del governo siriano Iran e Hezbollah – nonché i ribelli sunniti e i loro sponsor del Qatar.

L’accordo collegava Fuaa e Kafraya con due città ribelli a maggioranza sunnita, Zabadani e Madaya, nella parte est di Damasco. Anche Zabadani e Madaya erano assediate all’epoca, dalle forze filo-governative. In particolare, l’assedio di Madaya provocò proteste a livello internazionale mentre i civili soffrivano fame ed epidemie.

Secondo i primi colloqui , in base  all’Accordo delle Quattro Città, qualsiasi sviluppo avvenuto in una delle quattro città designate sarebbe stato replicato nelle altre tre:  cessate il fuoco paralleli, evacuazioni per i casi di emergenza medica e consegne di aiuti umanitari tanto necessari. Quando gli autobus di evacuazione lasciavano Fuaa e Kafraya, i convogli partivano anch’essi da Madaya o da Zabadani.

Una successiva iterazione dell’accordo, all’inizio del 2017, stabiliva evacuazioni simultanee di residenti e combattenti di tutte e quattro le città, in quello che è stato visto da molti osservatori come parte di un piano per attuare un cambiamento demografico nelle comunità sparse per il paese.

Ma mentre alcuni aiuti raggiungevano le destinazioni stabilite dall’accordo,  migliaia di persone venivano trasferite. L’accordo delle Quattro Città sarebbe stato caratterizzato più per la sua disfunzione – e per i rapporti dietro le quinte  che hanno dettato le condizioni – che per i suoi successi.

Uccisi mentre se ne andavano

Le evacuazioni in più fasi sono state spesso ritardate o semplicemente annullate, mentre la violenza esplodeva ripetutamente. Nel mese di aprile 2017, un attentatore suicida attaccò un convoglio di autobus di evacuazione che aveva da poco lasciato Fuaa e Kafraya, uccidendo 126 persone persone, tra cui 68 bambini, e ferendone altre centinaia.

Per coloro che rimasero indietro, le condizioni all’interno di Fuaa e Kafraya peggiorarono. Migliaia si affidarono  a lanci intermittenti da parte del governo di piccole quantità di beni essenziali come cibo e carburante, mentre le riserve diminuivano e alla fine scomparivano. Ogni settimana, un prodotto diverso veniva paracadutato. Sale, pane, zucchero.

I civili ancora assediati a Fuaa e Kafraya, tra cui Abu Ali, avrebbero potuto fare ben poco, a parte aspettare. Ogni volta che una potenziale evacuazione veniva annunciata, raccoglievano rapidamente oggetti personali, salutavano e si preparavano a partire.

“Per mesi, ci saremmo preparati a partire, solo per tornare [a casa] più tardi”, dice.

Era come se fossimo stati in prigione, e poi riemersi nel mondo esterno

Abu Ali, ex residente di Fuaa

Infine, una notte a luglio dello scorso anno, un convoglio di 121 autobus – accompagnato dalla Mezzaluna rossa araba siriana (SARC) – evacuava circa  7.000 residenti dalle due città verso un centro di transito nel villaggio rurale di Jabrin, Aleppo.

Centinaia di detenuti che si trovavano in carceri del governo erano stati contemporaneamente rilasciati nello scambio, questa volta nell’ambito di negoziati tra la fazione militante di al-Qaeda, Hay’at Tahrir a-Sham (HTS), e il governo siriano.

“Era come se fossimo stati in prigione, e poi siamo emersi nel mondo”, dice Abu Ali.

Mentre l’assedio durato tre anni si concludeva, gli sfollati venivano cacciati in condizioni sconosciute fuori da Idlib, le loro case lasciate libere e soggette ai capricci dei gruppi ribelli che entravano per governare l’area che avevano a lungo assediato.

Sei mesi dopo, le testimonianze dei villaggi ora ripopolati di Fuaa e Kafraya e della provincia costiera di Latakia – dove sono finiti molti dei residenti originari dei villaggi – rivelano due comunità disparate legate a cicli di sfollati che continuano a riverberare in tutta la Siria.

Le case sono liberate, prima che i nuovi occupanti si trasferiscano.

“Non abbiamo avuto notizie delle nostre case”, riflette Abu Ali, “ma sapevamo che altre persone avrebbero iniziato a viverci dopo la nostra partenza”.

Le città fantasma tornano in vita

Nelle due città della provincia di Idlib svuotate, dove tutti i 7.000 residenti erano stati sfollati, le fazioni ribelli si trasferirono rapidamente.

Fuaa e Kafraya sono state dichiarate zona militare  da una manciata di fazioni, tra cui HTS e l’attuale rivale Ahrar al-Sham, che hanno preso il controllo immediatamente dopo che le evacuazioni sono state completate lo scorso luglio.

All’inizio ai civili della zona fu proibito di entrare nelle due città quando diversi gruppi ribelli si stabilirono e si assunsero la responsabilità di eliminare le mine che erano state piantate tra edifici butterati e cumuli di macerie vicino alle ex linee del fronte.

In poche settimane, tuttavia, le famiglie – per lo più parenti di combattenti locali, o quelli che godevano dei contatti  necessari – hanno iniziato a occupare quelle che erano ormai poco più di “città fantasma”, secondo Yahya al-Homsi, che ora vive alla periferia di Fuaa dopo essere stato sfollato l’anno scorso.

I residenti non hanno più niente. Alcuni non hanno abbastanza soldi per pagare una busta di pane

– manifestante in video

Al-Homsi ha lasciato una tasca tenuta dai ribelli nel nord di Homs per trasferirsi nella provincia di Idlib a maggio, quando la sua città natale è stata sottoposta a evacuazioni forzate  dopo anni di assedio, vivendo con scarse forniture mediche, poco cibo e bombardamenti da parte delle forze filogovernative.

Molti dei nuovi arrivati ​​a Fuaa e Kafraya sono stati anche siriani sfollati che, come i proprietari delle case che ora abitano, sono saliti su di un autobus che li ha portati dalle profondità di assedi paralizzanti a zone sconosciute del paese.

Quando si è trasferito a Fuaa, dice al-Homsi, le città non erano “adatte a vivere”. La casa che aveva scelto alla periferia di Fuaa era stata saccheggiata insieme a molte altre: le finestre e le porte erano state rimosse,persino i tubi erano stati strappati via.

SYRIA-CONLICT
Donne e bambini siriani che sono stati evacuati dalle città di Fuaa e Kefraya, sono raffigurati in un centro di aiuti temporaneo nella città di Jibrin nella provincia orientale di Aleppo (AFP)

Da allora, aggiunge, le città sono tornate lentamente alla vita. Le macerie sono state rimosse , le case sono state riparate poco a poco dai nuovi residenti. Una panetteria, negozi di abbigliamento e mercati sono ora aperti per i clienti.

“Una volta che i civili sono rientrati, l’area ha ripreso a prosperare”, dice al-Homsi.

Ma, come in altre zone della Siria dove i sequestri di proprietà  sono andati di pari passo con le storie di coloro che sono stati costretti a lasciare le loro case, Fuaa e Kafraya ora affrontano dispute su chi detiene i diritti di proprietà e i negozi.

Nelle ultime settimane, le manifestazioni hanno avuto luogo in tutte le città mentre i residenti hanno protestato contro le pretese di varie fazioni dominanti – tra cui HTS e Fronte di Liberazione Nazionale  sostenute dalla Turchia – questi gruppi hanno evacuato case o  fatto pagare affitti esorbitanti   quando  inizialmente le proprietà abbandonate erano state distribuite gratuitamente.

Secondo gli attuali residenti, molti dei quali sfollati dall’ex Ghouta orientale, Daraya, Homs settentrionale e altre zone – le interferenze delle fazioni sono state una sorpresa sgradita, specialmente dopo che molti avevano investito fondi personali per fare riparazioni su edifici o negozi danneggiati, aspettandosi di poter rimanere, almeno per un prossimo futuro.

In un video pubblicato dai media locali a dicembre, un manifestante parla alla telecamera mentre tiene un cartello con su scritto”ne abbiamo abbastanza dell’oppressione”.

“I residenti non hanno più niente”, dice. “Alcuni non hanno abbastanza soldi per pagare una busta di pane”.

“Questa casa non è mia.”

Gli abitanti delle case e la loro proprietà sono cambiate, a volte ripetutamente, dovuto a spostamenti concentrici e accordi di evacuazione avviati in tutta la Siria.

Solo nella provincia nord-occidentale di Idlib, in Siria, quasi la metà di una popolazione totale stimata di circa tre milioni di persone è sfollata.

Anche se un’offensiva di governo a tutto campo per espellere i ribelli dal nord-ovest della Siria è stata bloccata a settembre a seguito di un accordo di “buffer zone” dell’ultimo minuto con la Russia e la Turchia, i recenti progressi dell’HTS  in tutto il nord-ovest hanno messo in dubbio l’accordo – e con esso hanno inaugurato un periodo di calma inquieta ad Idlib.

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I volontari distribuiscono cibo ai combattenti filogovernativi e alle loro famiglie che sono state evacuate il ​​giorno prima dalle città di Fuaa e Kefraya, in un centro di aiuti temporanei nella provincia orientale di Aleppo (AFP)

Nel bel mezzo di tutto questo, le famiglie sfollate stanno ora cercando di rifarsi una vita a Fuaa e Kafraya. Ma una domanda incombe ancora sullo sfondo: che ne è dei proprietari originali delle case?

Al-Homsi dice che è pronto a consegnare la sua casa ai legittimi proprietari qualora un giorno dovessero tornare.

“Me ne vado e torno a casa [a Homs]”, dice, “non importa quanto sia distrutta”.

“Alla fine, questa casa non è mia. Non è mio diritto vivere qui. ”

L’ex residente di Fuaa, Um Ahmad, originaria dell’Est Ghouta, sembra non aver avuto remore a risiedere in una casa non sua – i proprietari originali erano “contro di noi”, dice – anche se ha ospitato alcuni ex residenti  e tiene i possedimenti dei proprietari originari in una stanza chiusa.

Anche così, quando le viene chiesto se ha qualche informazione sugli ex proprietari della casa in cui vive, Um Ahmad risponde indignato: “No … perché? Qualcuno sa di chi è la cosa che occupa?

“Non siamo stati in contatto. È impossibile.”

Volevamo solo essere al sicuro“

Al giorno d’oggi, l’ex insegnante di Fuaa, Abu Ali, trascorre i suoi giorni dopo lo sfollamento ad al-Baseet, una località turistica sulla costa mediterranea della Siria, molto a nord-ovest.

Mentre i residenti di Fuaa e Kafraya sono stati ri-ubicati in tutte le aree della Siria in mano al governo- ad Aleppo, nella provincia di Homs così come Sayeda Zeinab nella periferia sud di Damasco – centinaia sono stati trasferiti dal governo siriano attraverso la montagna che ha tenuto separata la provincia di Idlib dalla maggioranza-alawita a Latakia.

Lì, nella roccaforte del governo siriano, gli evacuati da Fuaa e Kafraya sono in gran parte concentrati in due città turistiche – al-Baseet, dove Abu Ali vive, e anche Slinfah, sulle vette orientali della città di Latakia.

Dopo essere arrivati ​​nella provincia di Latakia, l’esercito siriano e le organizzazioni umanitarie – inclusa la SARC – hanno distribuito abitazioni e beni di prima necessità come cibo, medicine e coperte agli sfollati. I bambini sono stati rapidamente registrati nelle scuole locali e gli ammalati sono stati portati negli ospedali per il trattamento a lungo atteso.

All’inizio, i nuovi arrivati ​​sono rimasti in gran parte a casa. “Nessuno stava lavorando”, dice Abu Bilal, che si è diretto a Slinfah dopo essere stato sfollato da Fuaa. “Volevamo solo vivere al  sicuro e che i nostri figli potessero andare a scuola”.

Con il tempo, tuttavia, le famiglie di sfollati hanno iniziato a cercare lavoro nei negozi locali o ad esercitare i loro mestieri. Altri – incluso Abu Ali – si sono uniti alle milizie filo-governative delle Forze di Difesa nella speranza di un piccolo, ma vitale, stipendio.

Abbiamo bisogno di ciò che ogni persona ha bisogno; di vivere e far vivere la nostra famiglia. Vogliamo case, vogliamo lavoro. Vogliamo tornare

– Abu Ali, ex residente di Fuaa

Sebbene il lavoro non sia sempre facile da trovare in una zona del paese in cui i servizi pubblici, l’alloggio e le infrastrutture sono stati messi a dura prova da una popolazione in aumento, la vita a Latakia è ben lontana da tensioni politiche e religiose.

“È sufficiente che [a Latakia] nessuno sappia a quale setta appartieni”, dice Abu Ali. “Il settarismo è ciò che ci ha portato qui.”

A Latakia, dice, possono “vivere come tutti gli altri”.

Tuttavia, alcuni temono che non durerà.

Le famiglie di Fuaa e Kafraya ricevono ancora l’assistenza dal governo siriano, ma Abu Ali non sa quanto durerà – e le famiglie sfollate di Aleppo che vivevano in al-Baseet prima del suo arrivo sono state riportate ad Aleppo.

“Ci hanno detto che la [attuale] situazione è temporanea”, dice Abu Ali, “e che in seguito ci trasferiremo nelle case dei sobborghi”.

“Ma come potremo pagare? Ci stiamo riuscendo a malapena. ”

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I siriani che sono stati evacuati dalle città di Fuaa e Kefraya il giorno prima, camminano in un centro di aiuti temporaneo nella città di Jibrin, nella provincia orientale di Aleppo, il 20 luglio 2018. (AFP)

 

L’incertezza intorno all’alloggio ha contribuito a creare sentimenti di instabilità condivisi dal collega di Abu Bilal, evacuato da Fuua, che ha lavorato come idraulico a Idlib.

“Non abbiamo la sensazione di poter trovare la normalità qui”, dice Abu Bilal. “Queste non sono le nostre case; non è la nostra città. ”

“Abbiamo bisogno di ciò che ogni persona ha bisogno per vivere e di mantenere la nostra famiglia”, continua. “Vogliamo case, vogliamo lavoro. Vogliamo tornare. ”

Tuttavia fino a quando ci sarà una fragile calma in Idlib tenuta dai ribelli – sarà dato spazio ai nuovi residenti affinché possano ricostruire e stabilirsi a Fuaa e Kafraya – le prospettive di ritorno per gli sfollati delle città appaiono dunque alquanto fosche.

Da al-Fuaa a Latakia, Abu Ali si è ritrovato ad aspettare ancora una volta, senza sapere se mai tornerà a casa.

“Abbiamo paura che sia così”, dice. “Sembra che non si veda la fine di questa situazione.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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