Lo Stato transazionale siriano – conclusioni

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Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, al centro, tra il Ministro degli Esteri siriano Walid Muallem, a sinistra, e Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif che stringono le mani dopo una conferenza stampa congiunta dopo i loro colloqui sulla Siria, tenuto a Mosca il 14 aprile 2017 (foto AP Photo/Pavel Golovkin)

Le Voci della Libertà ha pubblicato una traduzione dell’introduzione e un capitolo facenti parte di un progetto di studio a cura della Dott.ssa Lina Khatib e di Lina Sinjab del Chatham House Programme del Medioriente e Nord Africa. Traduciamo ora la conclusione allo studio e delle raccomandazioni.

L’apparato di sicurezza dello Stato domina ancora sulla Siria con pugno di ferro, ma il regime non esercita più il controllo del Paese come un tempo. Mancano sia le risorse che la legittimità per provvedere alla pace e alla stabilità. Il conflitto ha creato nuove reti informali per l’economia e la sicurezza che stanno erodendo la sicurezza della Siria. La corruzione dilagante, tra queste reti, sta anche trasformando la Siria da uno Stato ‘ombra’ (“Stato ombra” – in cui le istituzioni nominalmente associate al governo sono subordinate all’apparato di sicurezza e ad una rete correlata di “eminenza grigia”, affaristi, gruppi di interesse e compari) in uno stato ‘transazionale’. Questo rende irrealistico aspettarsi che il regime agisca da partner della comunità internazionale per quanto riguarda questioni dell’economia e della sicurezza.

I protettori esterni del regime, l’Iran e la Russia, cercano un’influenza a lungo termine nel Paese. Sebbene cooperino per certi aspetti, la loro crescente competizione per il potere sta ulteriormente erodendo la sovranità della Siria. Niente di tutto ciò fa ben sperare per la prospettiva dei rifugiati che ritornano in Siria. Né suggerisce che il Paese possa tornare allo status quo vigente prima del 2011, cioè ad un governo guidato da uno Stato ombra. La Siria oggi non è né uno stato sovrano né uno stato civile, ma una dittatura mafiosa governata da un mandato russo e influenzata dall’Iran.

La crisi non è contenuta all’interno dei confini siriani. Proprio come la guerra siriana ha colpito l’Europa in particolare, e l’Occidente in generale, l’instabilità e l’insicurezza create dal cocktail di problemi evidenziati in questo documento creeranno ulteriori sfide per la comunità internazionale.

Cosa può fare l’Occidente adesso: raccomandazioni

Allo stato attuale in Siria, l’attuazione di qualsiasi piano di stabilizzazione sarà favorevole alla Russia. La Russia sta aumentando la portata della sua influenza nonostante il ritiro dell’Iran. L’inattività de facto degli Stati Uniti in Siria ha spianato la strada alla Russia affinchè “possedesse” effettivamente il conflitto siriano – compreso la possibilità di determinarne l’intensità e la traiettoria della guerra. Solo gli Stati Uniti possono cambiare questa formula e impedire alla Russia di controllare i risultati nella Siria post-conflitto. Nelle attuali circostanze, non vi sono incentivi per la Russia affinché cambi la sua strategia in Siria. Washington ha bisogno di coinvolgere diplomaticamente Mosca come partner; in caso contrario, gli Stati Uniti consegneranno il controllo della Siria e del Levante integralmente alla Russia, permettendo l’attuazione della versione problematica russa della ‘pace’. Gli Stati Uniti devono controbilanciare la Russia e non lasciare che un potere unilaterale stabilisca l’agenda in Siria.

Vale la pena notare che anche tra i lealisti, molte persone semplicemente tollerano il regime piuttosto che sostenerlo con tutto il cuore. Riconoscere la differenza tra regime e Stato è cruciale in questo senso. Il regime ha attivamente lavorato per rendere confusa la linea tra lo Stato e se stesso.

L’amministrazione del presidente Donald Trump è determinata a combattere l’influenza dell’Iran nel Medioriente. Tuttavia, il coinvolgimento dell’Iran in Siria non può essere combattuto attraverso la potenza militare. Le sanzioni economiche e la diplomazia, in collegamento con la Russia, potrebbero offrire un maggiore trazione. Tali sforzi potrebbero spingere fuori dalla Siria alcune delle milizie non siriane sostenute dall’Iran, anche se ciò non fermerà la presenza dell’Iran nel Paese. Allo stesso tempo, il crescente risentimento tra le comunità locali – sia lealiste che dell’opposizione – nei confronti dei tentativi di base dell’Iran di cambiare l’identità della Siria potrebbe essere un fattore importante nella lotta contro l’influenza iraniana.

Vale la pena notare che anche tra i lealisti, molte persone semplicemente tollerano il regime piuttosto che sostenerlo con tutto il cuore. Riconoscere la differenza tra regime e Stato è cruciale in questo senso. Il regime ha attivamente lavorato per rendere confusa la linea tra lo Stato e se stesso. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno bisogno di escogitare strategie per contrastare questa tattica.

Una componente di un tale strategia deve essere la questione del ritorno dei rifugiati. La Russia sta facendo pressione per il ritorno dei rifugiati, ma sopprime proattivamente le questioni relative alla responsabilità. Ad esempio, Mosca ha ordinato al regime di rilasciare i rapporti sui detenuti che sono morti durante la detenzione, in modo che la questione possa essere chiusa e non venga presentata nei futuri negoziati sulla pace. Tuttavia, non vi è alcuna garanzia che non ci saranno nuovi detenuti da coloro che sono già all’interno della Siria o dai rimpatriati.

L’Occidente deve riconoscere che i rifugiati non possono tornare in Siria nelle attuali circostanze, in cui non hanno diritti né sicurezza. Sarebbero esposti al rischio di attacchi per vendetta da parte delle comunità locali e si troverebbero a dover affrontare condizioni di vita disastrose. I Paesi occidentali devono insistere sul fatto che la legge internazionale sui diritti umani venga applicata a qualsiasi negoziato con la Russia riguardo i rifugiati, e che tale legge non si applica solo ai rimpatriati, ma anche a coloro che sono rimasti in Siria.

Un’altra componente è la ricostruzione e la stabilizzazione, anch’esse promosse dalla Russia che ha molto da guadagnare da questi processi. Mentre ci sono ulteriori conquiste militari del regime siriano – e nonostante le dichiarazioni pubbliche da parte dell’UE, dei Paesi occidentali e delle entità internazionali sul fatto che non può esserci ricostruzione in Siria prima di un processo politico – è in corso un dibattito sulla possibilità di una stabilizzazione come un passaggio a breve termine. Tuttavia, qualsiasi discussione sulla stabilizzazione o sulla ‘resilienza’ deve prendere in considerazione le insidie ​​dell’impegno in assenza di piani per l’intermediazione e l’attuazione di un accordo politico. Tale accordo è una componente essenziale per qualsiasi processo di contrattazione attraverso il quale l’Occidente possa desiderare impegnarsi nel contesto siriano.

Qualsiasi impegno con la Russia in merito alla ricostruzione o alla stabilizzazione dovrebbe essere subordinato a un accordo politico e a un processo trasparente – con il monitoraggio internazionale per impedire il rafforzamento delle milizie e dei signori della guerra e assicurare che beni e servizi raggiungano le comunità in difficoltà. Anche l’infrastruttura di supporto in Siria – attualmente al centro del lavoro dell’ONU e di altri – ha un prezzo politico. Deve esserci trasparenza riguardo agli appalti e alla scelta degli enti locali di attuazione per qualsiasi progetto di ricostruzione, compresi quelli relativi alla fornitura di servizi come l’elettricità e l’acqua. Ci deve essere la condizionalità in tutti i progetti con lo scopo di aiutare la comunità siriana, con l’insistenza che i progetti siano implementati anche nelle aree dell’ex-opposizione e non solo in quelle lealiste. Altrimenti, i progetti di stabilizzazione finiranno per potenziare il regime (e quelli ad esso collegati) a spese della comunità in generale. L’impegno occidentale con le comunità nelle ex aree ribelli è importante perché il regime mostra segni di voler punire queste aree, tenendo lontani i residenti sfollati e limitando la fornitura di servizi essenziali. Questo impegno non dovrebbe essere fatto in modo tale da conferire al regime il controllo sulla distribuzione dei servizi. Qualsiasi progetto di resilienza della comunità, anche in aree riprese dai ribelli, deve essere attento al rischio che il regime chiuda lo spazio alle ONG indipendenti, non permettendoli di operare e discriminino a favore delle ONG lealiste.

Tutto ciò sottolinea la necessità di rilanciare il processo di Ginevra, con gli Stati Uniti che assumono un ruolo guida a riattivarlo. La Risoluzione 2254 delle Nazioni Unite deve essere il primo passo verso la stabilizzazione in Siria, non il passaggio finale o intermedio. Una volta raggiunto un accordo politico, la Siria può quindi lavorare sulla lotta alla corruzione endemica nelle sue istituzioni di sicurezza; su disarmo, smobilitazione e reinserimento (DDR, “Disarmament, Demobilisation, Reintegration” in inglese) per gruppi armati al di fuori dell’esercito regolare; sulla via per regolare lo status degli attuali membri delle milizie filo-governative; sulle misure per contrastare il fenomeno dei signori della guerra; e sulla giustizia transizionale per i crimini di guerra. Tutte queste sono questioni che, se non affrontate in modo trasparente come parte del processo di pace, continueranno a indebolire la capacità dello Stato siriano di esercitare il potere.

Tradotto da Mary Rizzo

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