Lo Stato transazionale siriano: Come il conflitto ha cambiato l’esercizio del potere dello Stato siriano

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2018-10-03-syria-transactional-state4x3.jpgAutori: Dott.ssa Lina Khatib e Lina Sinjab, traduzione da Giovanna De Luca con revisione da Piero Maestri.
(NdT: quanto segue è il sommario di uno studio pubblicato da Chatham House, The Royal Institute of International Affairs e uno dei capitoli. Seguirà la traduzione di un altro capitolo).

Il regime siriano è diventato sempre più dipendente da profittatori ed attori esterni – nello specifico la Russia e l’Iran – che perseguono ognuno i propri interessi.

* Il conflitto siriano ha cambiato le funzioni, la capacità e il modo in cui lo Stato esercita il controllo attraverso le principali istituzioni, vale a dire le agenzie di sicurezza e l’esercito. Ciò ha fatto si che la Siria si sia trasformata da “Stato ombra” dominato dall’apparato di sicurezza a “stato transazionale” dominato da profittatori allineati al regime.

* L’ascesa al potere del presidente Bashar al-Assad ha indebolito il sistema di controllo che era stato installato dal defunto padre, Hafez al-Assad. Il sistema dipendeva da una rete di mediatori di potere – sia all’interno che all’esterno delle istituzioni statali – che erano in competizione tra loro nel mostrare lealtà del regime. Il conflitto siriano ha indebolito ulteriormente questo sistema, dal momento che il regime è diventato sempre più dipendente da profittatori ed attori esterni – in particolare, Russia e Iran – che perseguono i propri interessi.

* Il conflitto ha causato la frammentazione dell’esercito siriano diventato ancor più corrotta di prima, e l’apparato di sicurezza ha perso il suo comando centralizzato. Ha anche portato alla nascita di milizie filo-governative, sia siriane che straniere, che stanno perseguendo i propri interessi. È improbabile che questi gruppi armati cessino di operare una volta terminato il conflitto, anzi continueranno a esercitare la loro influenza fino a quando l’attuale regime sarà al potere. Il conflitto ha fatto proliferare profittatori dell’esercito, dei servizi di sicurezza e delle milizie, nonché di civili. Questi gruppi d’interesse si sono investiti nella continuazione del conflitto. Allo stesso tempo, lo Stato siriano manca la capacità di limitare le loro azioni.

* La Russia e l’Iran hanno trasformato il regime siriano in un cliente. La Russia sta modellando le istituzioni dello stato siriano secondo i propri interessi, mentre l’Iran sta imponendo la propria influenza sia attraverso le istituzioni statali siriane che attraverso quelle esterne. Sia la Russia che l’Iran hanno anche fatto della Siria un’arena per la loro stessa competizione militare ed economica. La Russia si sta affermando come il principale mediatore di potere in Siria, ma non è in grado di frenare completamente l’Iran.

* Tutti questi fattori indicano che il regime di Bashar al-Assad non può essere un partner per la comunità internazionale nel garantire pace e stabilità in Siria. Qualsiasi piano della comunità internazionale per sostenere la ricostruzione, la stabilizzazione e la resilienza in Siria deve iniziare con il processo di Ginevra, al fine di prevenire l’indebito guadagno della Russia, del regime di Assad e dei suoi profittatori.

La futura traiettoria dello Stato transazionale

Sebbene lo Stato siriano e le sue istituzioni siano state svuotate sia economicamente che in termini di risorse umane negli ultimi sette anni, non sono crollati. Lo Stato ha funzionato male, ma è riuscito a mantenere legami con le istituzioni pubbliche anche in luoghi come Raqqa e Deir Ezzor mentre questi erano sotto il controllo dell’ISIS, così come nelle aree controllate dai curdi. Il regime ha mantenuto un rapporto pragmatico con i curdi nel nord-est, tollerando i loro tentativi di stabilire una regione autonoma senza indicare se questa tolleranza si sarebbe trasformata in un riconoscimento da parte dello Stato siriano.[1]

Questa resilienza è in netto contrasto con le considerazioni di chi vede la Siria  come uno Stato fragile. Steven Heydemann sostiene che la Siria è invece uno ‘Stato agguerrita’, in cui la governance è “gestita come espressione di una lotta esistenziale a somma zero e in cui il conflitto rafforza la determinazione di un’élite dirigente che vuole difendere con la forza l’assetto istituzionale esistente”.[2]

Questo documento ha dimostrato che il caso della Siria è ancora più complicato. Gli accordi istituzionali dello Stato possono essersi mantenuti e il transazionalismo potrebbe essere stato una caratteristica dello Stato siriano in entrambe le epoche degli Assad, ma il modo in cui lo Stato esercita il potere è cambiato. Questo ha delle ripercussioni per le capacità dello Stato di assicurare la stabilità, anche se il regime ha vinto militarmente la guerra. In particolare, se è vero che l’esercito e l’apparato di sicurezza forniscono servizi essenziali limitati, il ripristino di tali servizi non è avvenuto su scala nazionale. Il transazionalismo e la mancanza di un’ente governativo hanno indebolito il sistema di amminstrazione del potere.

Il caos organizzato creato dal regime si è diffuso. Non è sicuro che lo Stato sarà in grado di controllare il Paese in qualsiasi futuro scenario successivo ad un accordo mentre il regime attuale rimane al suo posto, dato che si è affidato alle relazioni transazionali per esercitare il potere.

A lungo termine, diversi fattori ostacoleranno l’ente governativo statale. Il primo è la presenza di migliaia di miliziani stranieri, portati nel Paese dall’Iran. È improbabile che questi combattenti se ne andranno dalla proprio volontà. Molti si sono ora radicati in Siria, avendo subentrato nelle case e sistemato lì le loro famiglie.[3] Proprio come Hezbollah è riuscito a mantenere il suo status speciale in Libano dopo il ritiro di Israele nel 2000, i miliziani iracheni, iraniani e libanesi in particolare rimarranno probabilmente in Siria una volta finita la guerra per tutto il tempo in cui l’attuale regime resterà al potere.

Se l’esperienza irachena post-2003 è vista come un modello comparativo, le tattiche di guerriglia – sebbene spesso sono stati criticati pubblicamente i jihadisti sunniti – vengono spesso usate dall’Iran quando si sente sotto pressione. Data la pressione crescente a Washington come a Tel Aviv, e gli sforzi per contenere l’Iran, questi potrebbero spingerlo a usare i suoi mandatari in Siria per fomentare l’instabilità.

Inoltre, il recente accordo tra Israele e Russia per assicurare il confine di Israele con la Siria e liberarlo da qualsiasi milizia iraniana – così come il coordinamento russo-israeliano sugli attacchi aerei in Siria – non vogliono dire che Mosca sia in grado di limitare il potere dell’Iran e la sua influenza sul terreno. Il regime di Assad è  incapace di frenare l’Iran. L’Iran considera Assad un cliente e non può tollerare i tentativi del regime per contenerlo.[4]

Il secondo fattore che ostacola il potere dello Stato siriano è l’agenda iraniana che ha tra i suoi obiettivi quello di coltivare un sostegno popolare. L’Iran ha lavorato per rafforzare tale influenza sin dagli anni ’80 e per fare questo ha utilizzato le reti sociali e le istituzioni, nonché il suo principale centro culturale a Damasco per mettere in atto progetti finalizzati a conquistare la lealtà della popolazione. Il coinvolgimento dell’Iran nella creazione di milizie siriane, così come nell’organizzazione di iniziative civili, dimostra che il suo modello di influenza in Siria si basa non solo sulla costituzione di istituzioni parallele allo Stato ma anche sull’infiltrazione nello Stato.

A questo proposito, le milizie iraniane e molte delle sue istituzioni non militari in Siria hanno una legittimità statale simile a quella accordata a Hezbollah in Libano e alla PMU in Iraq. Questo apre la strada ad una loro presenza a lungo termine. I combattenti NDF hanno salari più alti e privilegi maggiori rispetto ai loro omologhi nell’esercito siriano, ed è perciò difficile immaginare che i primi accettino di integrarsi nelle forze regolari una volta che il conflitto finisca. Il regime sta affrontando anche un certo risentimento locale da parte dei lealisti a disagio con gli sforzi di base dell’Iran volti a promuovere un’agenda religiosa e culturale che molti siriani – compreso gli alawiti – considerano estranea alla società siriana.[5]

Il futuro stato siriano diventerà probabilmente dipendente dai lavoratori specializzati forniti da Iran, Cina e Russia in settori quali l’architettura, la medicina e l’erogazione dei servizi.

Un terzo fattore che influenza il potere dello Stato siriano è la portata dell’influenza economica iraniana e russa nel paese. L’Iran ha trasferito 3,6 miliardi di dollari al governo siriano nel 2013 e 1 miliardo di dollari nel 2015.[6] Ha creato istituzioni commerciali e società che agiscono per suo conto, e ciò gli consente di mantenere una presenza duratura in Siria. La Russia, nel frattempo, sta cercando di beneficiare della ricostruzione della Siria. Il governo russo sta invitando uomini d’affari e compagnie russe a stringere accordi con il governo siriano. La guerra ha anche causato una diminuzione significativa di manodopera qualificata in Siria,[7] e ciò rappresenta una sfida per la riqualificazione postbellica[8]. Il futuro Stato siriano sarà quindi probabilmente più dipendente dai lavoratori specializzati forniti da Iran, Cina e Russia in campi come architettura, medicina e fornitura di servizi.

Un quarto fattore è lo sforzo dell’Iran per assicurare la sua influenza a lungo termine geograficamente e demograficamente. Mentre la maggioranza della popolazione siriana è sunnita, Hafez al-Assad è riuscito a costruire un sistema in cui la minoranza alawita controllava il Paese. Negli anni ’80, ha portato gli alawiti dalle montagne e li ha installati nell’area del Monte Qassioun che circonda Damasco, nelle zone di Eish Al-Warwar, Jabal Al-Riz e Mezzeh. Molti degli abitanti di queste aree sono ora membri dell’apparato di sicurezza e dell’NDF, e sono stati decisivi nella repressione dell’opposizione prevalentemente sunnita.

L’Iran sta applicando un modello simile, dando una sistemazione ad i nuovi arrivati sciiti giunti da altre parti della regione (in particolare dal Libano e dall’Iraq) in aree vicine a Damasco. A molti di questi nuovi arrivati è stata concessa la cittadinanza siriana.[9] Sono pochi, ma la loro posizione strategica facilita gli sforzi per controllare la capitale se le condizioni politiche ed economiche dovesse essere minacciate – questo è simile al caso di Hezbollah in Libano, dove gli acquisti strategici di proprietà in tutto il Paese hanno aiutato a fargli avere il controllo di Beirut nel maggio 2008.

Sebbene l’Iran non goda della stessa grande base sciita in Siria come quella che ha in Libano o in Iraq, non ha bisogno di molti combattenti o fedelissimi per mantenere la sua influenza. In Iraq e in Libano, ha creato alleanze politiche con sunniti e cristiani. Le coalizioni politiche filo-iraniane in Iraq e Libano, che possono bloccare qualsiasi accordo nazionale che disapprovano, mostrano chiaramente che l’Iran sarebbe capace di destabilizzare il futuro della Siria, indipendentemente dall’agenda di Bashar al-Assad.

L’influenza dell’Iran in Siria può essere ridotta al minimo, ma è difficile prevederne l’eliminazione. Come dimostrato in Libano e Iraq, l’Iran gioca una partita a lungo termine. Le sue strategie sono concepite in termini temporali di generazioni. Ciò significa che la sovranità siriana continuerà ad essere compromessa per il prossimo futuro.

Lo Stato siriano del dopoguerra dovrà anche adattarsi alle crescenti ambizioni degli speculatori. È improbabile che in futuro le milizie filo-regime limitino il loro ruolo a questioni militari e di sicurezza. In Iraq, la PMU si è evoluta, passando dal ruolo di milizia a quello di attore politico che partecipa apertamente alle elezioni parlamentari (in effetti, è arrivata al secondo posto nelle ultime elezioni nazionali, nel 2018). Prima di allora, anche il libanese Hezbollah si era trasformato da milizia nel più forte partito politico attualmente in Libano. La differenza rispetto ad Iraq e Libano è che in quei Paesi l’ascesa di gruppi paramilitari filo-iraniani non è avvenuta nel contesto di un regime autoritario esistente, come è avvenuto in Siria. Tuttavia, l’indebolimento della presa del regime sul Paese potrebbe consentire l’ascesa di nuovi attori politici che faranno crescenti richieste allo Stato. Gli speculatori appartenenti al regime che fanno parte della comunità imprenditoriale hanno anch’essi il potenziale per evolversi in attori politici, rendendo più sfumata la linea tra le élite politiche ed economiche, aggravando il divario economico della popolazione.

Il carattere redditizio del conflitto fa sì che alcuni signori della guerra – sia di provenienza miliziana che non – abbiano un interesse nel mantenere l’instabilità. In questo, i loro interessi coincidono con quelli dei gruppi ribelli delle zone più svantaggiate del Paese, che non cesseranno di combattere, anche supponendo che il regime vinca militarmente la guerra. Le loro ragioni per la rivolta e la vendetta si sono intensificate dopo più di sette anni di conflitto. Di conseguenza, anche se si raggiungesse una soluzione politica al conflitto, la Siria probabilmente subirà ondate di azioni di insurrezione simili a quelle in Iraq dopo il 2003. Nel frattempo, la brutalità del regime continuerà, creando un nuovo ciclo di rimostranze che non sono esattamente ottimali per la pace e la stabilità a lungo termine.

La Russia sta anticipando queste sfide. Continua a cercare di installare nuove istituzioni e / o rimodellare quelle esistenti nominando personale che ritiene capace e affidabile (come ha fatto con la creazione del Quinto Corpo). Ciò indica che prevede di avere un’influenza a lungo termine in Siria, sia in termini di presenza militare che attraverso mezzi diplomatici ed economici. La Russia sta cercando di affermare il proprio predominio per presentarsi come il soggetto che detta l’agenda del Paese e per mostrare al mondo che è in grado di rimettere  in piedi lo Stato siriano. L’ironia è che la Russia, sebbene in parte responsabile della guerra e della distruzione in Siria, si posiziona come la parte più capace di imporre stabilità e ristabilire l’ordine. Tuttavia, l’Iran potrebbe bloccare la realizzazione di questo programma.

In breve, una combinazione di fattori – compresa la mancanza di autonomia dello Stato siriano; la situazione subottimale sul terreno; Il potenziale dell’Iran di agire per rovinare i piani di stabilizzazione della Russia; l’aumento della pressione internazionale sull’Iran; e il risentimento popolare nei confronti dell’Iran tra i sunniti e alawiti della Siria – significa che la Siria probabilmente entrerà in un lungo periodo di precario equilibrio postbellico in cui tutti gli attori pro-regime coesisteranno con grande disagio tra loro.

[1] The Economist (2018), ‘Can Syria’s Kurds keep control of their territory?’, 25 January 2018, https://www.economist.com/middle-east-and-africa/2018/01/25/can-syrias-kurds-keep-control-of-their-territory (accessed 6 Sep. 2018).

[2] Heydemann (2018), Beyond Fragility: Syria and the Challenge of Reconstruction in Fierce States, p. 2.

[3] Examples are the Fatimiyoun and Zeinabiyoun.

[4] During the third Mediterranean conference in Rome, Iran’s foreign minister, Javad Zarif, said ‘we are going nowhere’ when asked if Iranian troops were going to leave Syria. ‘The aim of the US administration is to get Iran out of Syria,’ Zarif said. ‘The US and Russia cannot decide for Iran. We are there at the request of the Syrian government. It’s our region; it’s the Persian Gulf not the Gulf of Mexico. We are going nowhere. We are in the region. We will never leave. We cannot leave our home.’

[5] The Syria Report (2018), ‘Iran, Russia Also Pushing for Influence in Syrian Education Sector’, 23 January 2018, http://www.syria-report.com/news/education/iran-russia-also-pushing-influence-syrian-education-sector (accessed 31 Jul. 2018).

[6] Westall, S. and Al-Khalidi, S. (2015), ‘Syria ratifies fresh $1 billion credit line from Iran’, Reuters, 8 July 2015, https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-iran-idUSKCN0PI1RD20150708 (accessed 6 Sep. 2018).

[7] Synaps (2018), ‘Picking Up the Pieces: How Syrian Society Has Changed’, http://www.synaps.network/picking-up-the-pieces (accessed 6 Sep. 2018).

[8] Figures from 2017 estimate that there has been a 30 per cent permanent loss of human capital stock since 2010. See World Bank Group (2017), The Toll of War: The Economic and Social Consequences of the Conflict in Syria, 10 July 2017, p. 53, http://www.worldbank.org/en/country/syria/publication/the-toll-of-war-the-economic-and-social-consequences-of-the-conflict-in-syria (accessed 6 Sep. 2018).

[9] Martin Chulov reported in January 2017 that ‘in Darayya, south-west of Damascus, more than 300 Iraqi Shia families moved into neighbourhoods abandoned by rebels last August [2016] as part of a surrender deal’. See Chulov, M. (2017), ‘Iran repopulates Syria with Shia Muslims to help tighten regime’s control’, Guardian, 14 January 2017, https://www.theguardian.com/world/2017/jan/13/irans-syria-project-pushing-population-shifts-to-increase-influence (accessed 6 Sep. 2018).

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