Perdere un fratello, amico, figlio nel Buco Nero del regime. Testimonianze

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From file: Aleppo, Syria, in 2016 | Photo: Picture-alliance/dpa/Imageslive/O.Jumaa

Scritto da Caterina Adeelah Coppola

Fratello, ovunque tu sia, Che Allah ti protegga e che presto tu possa rivedere la luce del sole e sentire l’odore della primavera.

Era il 2016, quando nacque un’amicizia profonda con un fratello tanto fragile quanto coraggioso. 

Questa è una storia, raccontata dalla mia prospettiva, la prospettiva di una sorella non di sangue ma di anima che richiede a gran voce il rilascio dei suoi fratelli innocenti, colpevoli di aver chiesto a gran voce la libertà, quella stessa libertà sacrificata pur di non combattere in nome di un despota che ha sempre avuto come unico obiettivo quello di estendere la sua sanguinaria supremazia.

Non posso rivelare il suo nome, ma usare la sua iniziale: A.

A. ed io parlavamo spesso, anche per ore, anche in piena notte perché i pensieri lasciavano entrambi svegli. “un giorno sorella, ci prenderemo un thé a Damasco”, mi diceva. “Promettimi anche che verrai con me a Milano, non l’ho mai visitata”, Io gli rispondevo che Inshallah, quel giorno sarebbe arrivato presto, che il regime sarebbe caduto e che lui sarebbe potuto tornare alla sua vita normale.

A. detestava quella vita che era costretto a vivere, era stanco di combattere non solo contro il regime ma anche contro le fazioni più estremiste. “Volevo essere un ragazzo come tutti gli altri – mi diceva – Vorrei lavorare, avere un’auto e creare una famiglia. Vorrei essere felice”. In quei momenti, lo sconforto era indescrivibile, cosa avrei potuto dire a qualcuno al quale non era neppure garantito di veder il sole il mattino dopo? Lo incoraggiavo e gli dicevo “fratello mio, Inshallah questo accadrà. Abbi fede in Allah”.

Un giorno saltarono le comunicazioni ad Aleppo, era l’agosto del 2016, gli scontri erano intensi e nonostante l’opposizione anti-Assad fosse riuscita ad impedire l’assedio, sentivo che qualcosa di preoccupante era accaduto. Contattai diversi attivisti senza successo, A. era sparito dai social (il regime spesso silenzia i suoi oppositori ricorrendo anche alla censura). Ero nel panico, ricordo di aver pregato molto, di aver chiesto protezione per A. e per tutti gli altri.

Nessuna notizia per ore. Finché una persona che non smetterò mai di ringraziare riuscii a far contattare A.

Era rimasto ferito in uno scontro ma stava bene.

Lo avevano cercato per me per tutta Aleppo.

Mi contattò e mi disse che avevano chiuso il suo account e che se ne era dovuto creare un altro, l’ennesimo ma che non riusciva a trovarmi (avevo impostato una serie di rigide procedure della privacy in seguito alle minacce dei lealisti del regime, dunque era difficile raggiungermi senza contatti comuni).

Mi mostrò in foto anche la profonda ferita alla spalla e fu sollevato dal fatto che quel proiettile non raggiunse il cuore “Allah mi ha protetto”, mi disse.

Io piansi durante tutta la conversazione, spesso mi assaliva un senso di commozione mista ad angoscia quando parlavamo, sapevo che una di quelle conversazioni sarebbe potuta essere l’ultima.

La persona che mi aiutò a ritrovarlo, mi disse “Preparati sempre al peggio. Vedrai tanti amici morire, non puoi fare nulla per impedirlo”.

I mesi passarono e lui temeva di finire nelle carceri del regime. Arrivò ad un punto di rottura, lo assalì una sorta di delirio, di totale dissociazione dalla realtà.

Molto probabilmente il PTSD arrivò in maniera impetuosa. Era inevitabile, come sarebbe potuto essere diversamente? Nessuno sopporterebbe la costante visione di morte e la disperazione. Un giorno mi disse che riusciva a comunicare solo con i gatti di un rifugio vicino.

“Posso vedere le loro anime, mi disse. Solo loro mi comprendono”.

Per settimane seppi soltanto che a malapena riconosceva i suoi familiari, era in preda alle allucinazioni e al panico.

Quando mi ricontattò fui felicissima, finalmente tornò l’A. di sempre, ma decise che non voleva più combattere, temeva per lui e per la sua famiglia e inoltre non poteva farlo perché psicologicamente fragile in quel momento.

Voleva però continuare a contrastare il regime.

Ricordo quando in lacrime disse che aveva trovato il padre vivo per miracolo.

Credeva fosse morto sotto una bomba del regime.

A. superò anche quel terribile periodo ma in seguito, venni a sapere che in realtà non guarì, l’assenza di medici a causa degli ospedali bombardati non aiutò la condizione del nostro fratello.

In quei giorni di assenza gli inviai la pagina di un libro che mi ha sempre fatto coraggio nei momenti più bui.

Arrivò Dicembre 2016, momento storico cruciale per Aleppo che cade definitivamente nelle mani del regime di Assad. Fu la sera del 16 Dicembre, ricevemmo notizie allarmanti, qualche giorno prima, A. mi disse che per miracolo non avevano distrutto la sua casa, le foto erano devastanti, un colpo al cuore, ma lui fu ancora grato a Dio per essere vivo.

Arrivò quella maledetta sera, l’ultima sera.

Le comunicazioni con Aleppo erano difficoltose, arrivarono notizie di ogni tipo, alcune reali altre no. Andai nel panico, qualcosa nel cuore mi disse che stava per accadere qualcosa ad A.

Persi completamente le comunicazioni. Contattai una mia amica ad Aleppo e mostrai le foto di A. e quelle del fratello. Lei mi disse che si vociferava che fu costretto a scappare, che molto probabilmente era riuscito ad uscire da Aleppo. Mentre nessuna notizia per il fratello.

I giorni passavano ma nessuna conferma o smentita. A. sparì nel nulla per mesi. Pregai così tanto da perdere la speranza, sembra quasi una contraddizione, ma mi arresi all’idea che qualcuno lo avesse ucciso.

Qualcuno vociferava che raggiunse la Turchia ma niente, non c’erano tracce di lui.

Fino a quando, una notte di maggio mi contattò il fratello per il quale ero ugualmente in pensiero.

Mi disse “Rina, ho una brutta notizia. Mio fratello è stato arrestato”.

Il mondo mi cadde letteralmente addosso, era notte fonda e non sapevo a chi confidarlo, a chi gridarlo.

Lui mi disse “mio fratello provava tanta stima e affetto per te, ti prego di aiutarci a liberarlo”.

Mi sentii addosso una grande responsabilità, non sapevo cosa fare, da dove partire. In Siria quando qualcuno sparisce ti auguri che sia per un caso, cerchi di non contemplare l’idea dell’arresto nonostante tu l’abbia presa in considerazione così tante volte.

Le carceri del regime siriano sono l’inferno in terra, spesso paragonate a veri e propri campi di sterminio.

Risparmio i dettagli crudi, voglio solo che tutti conoscano la storia di A. per comprendere quanti fiori abbia strappato il regime.

Caterina sent Today at 4:56 PM

Il dolore di mamma H.

Ora è la voce della madre del fratello dell’anima, come sono solita considerarlo io, che voglio amplificare.

Preciso che voglio proteggere anche lei, che si trova tuttora in Siria, sola. Nel frattempo A. ha perduto anche l’amato papà che già debilitato, non resse all’arresto del figlio.

H. mi ha contattata per la prima volta un’anno fa, neppure me ne ero accorta, non avevo visto la notifica perché arrivavano insistenti mille avvisi di vari gruppi sui diversi canali di comunicazione.

Riconobbi subito il volto di mio “fratello” nella sua immagine profilo.

Non ragionai, non presi minimamente in considerazione l’idea che potesse essere un suo familiare, per un attimo mi illusi del fatto che potesse essere proprio lui.

Scrissi un messaggio in inglese senza pensarci, dissi “Fratello sei tu? Dimmi di sì. Come stai? Non sai quanto mi sei mancato. Che Allah ti protegga. Ti prego dimmi che sei tu”.

Mi sbagliai, a rispondermi fu una dolce e devastata madre, che in arabo mi disse “No figlia mia, non capisco l’inglese. Sono la madre di A. Lui ti vuole bene, volevo mettermi in contatto con te. Suo fratello mi ha dato il tuo numero”.

Il mondo mi crollò di nuovo addosso, ma per la prima volta dopo più di 3 anni e mezzo, sentii come una connessione con quel fratello non di sangue ma di anima, che il destino mi aveva strappato.

La ringraziai per avermi contattata, le dissi che mi sentivo così impotente ma che non potevo minimamente immaginare il suo dolore.

Anche lei mi raccontò di quanto accaduto quel maledetto giorno di gennaio, quando passati diversi giorni dalla presa del regime, la famiglia provò a scappare da Aleppo.

“Eravamo esausti, A. stava molto male ma non trovammo nessun medico, prendeva delle medicine ma continuava a stare male. Arrivò a pregare che morissimo tutti sotto un bombardamento, sarebbe stato più semplice e indolore”.

Così venni a sapere che A. non si era mai in realtà ripreso e che nei messaggi in cui diceva di stare bene, lo faceva solo per dissimulare, per non trasmettere il suo dolore.

“Ci fermarono (militari del regime) e vollero con sè A. Io dissi loro che era molto malato e che avevo io le sue medicine. Loro mi dissero di stare tranquilla, che ci avrebbero pensato loro. Non presero le sue medicine. lo stordirono con un asciugamano impregnato di qualcosa e me lo portarono via. Non so cosa poi sia successo dopo”. Queste parole furono l’ennesima pugnalata, nessuno aveva avuto rispetto neppure per il dolore di un ragazzo provato dalla vita violenta che gli era stata imposta da un regime senza scrupoli.

H. mi raccontò tanto altro di A., mi disse “Prima della guerra era solito condurre una vita felice, aveva tanti sogni e non avrebbe mai pensato di combattere per nessun esercito”. Io sapevo bene queste cose ma mi commosse ugualmente ascoltarle dalla donna che gli aveva donato la vita e che se lo era visto strappare via senza poter fare nulla. “Tutti lo amavano ed aveva un carattere così gentile e amorevole”.

“Dopo l’assedio, temeva che qualcuno potesse reclutarlo. Si nascondeva continuamente in casa per evitare di incontrare i miliziani del SAA [l’esercito del regime, ndr].”

“Nei giorni dell’assedio, quando tagliarono ogni comunicazione, nessuno ci disse che c’era la possibilità di ritornarci. Nessuno di noi dunque riuscì a scappare in tempo”. H. aggiunse

(Solo il fratello di A., in quanto non combattente, riuscii a sfuggire, ma in Turchia la vita non è semplice).

H. mi racconta sempre di quanto la sua vita sia un inferno come vedova sotto il regime. Nessun sostentamento, nessuna notizia di suo figlio. Solo richieste di denaro e falsi certificati di morte.

Molti si chiederanno perché scrivo questo, lo scrivo per ricordarvi come la vita di un/a giovane nel fiore degli anni possa trasformarsi in un incubo, come una famiglia possa desiderare piuttosto la morte.

Una famiglia a pezzi, divisa da confini imposti e da false notizie che li tengono incollati ad una flebile speranza. Un giorno le future generazioni ci chiederanno conto del dolore che abbiamo ignorato, delle voci che non abbiamo amplificato, delle mostruosità che non abbiamo fermato.

Ad A. e ai detenuti tutti, vivi, morti, ancora in bilico tra vita e morte dico questo: che il destino abbia cura di voi, che possa il mondo intero svegliarsi dal torpore in cui riposa da troppo tempo. Continueremo a combattere per voi.

A chi si approccia ora a questa storia e alle altre che leggerà, chiedo di immedesimarsi per un nano secondo nel dolore delle famiglie dei detenuti e in quello dei detenuti stessi, imprigionati in carceri dove vige terrore, vendetta e umiliazione.

Il popolo aveva chiesto la caduta del regime e di ogni tirannia. La risposta è stata il sangue, il loro.

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