La grande prigione: la politica carceraria in Siria

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Pubblicato il 19 febbraio 2021 su Al Jumhuriya. Di Yassin al-Haj Saleh.

Traduzione di Piero Maestri(Revisione Giovanna De Luca)

In un incontro co-organizzato dall’attivista assassinato Lokman Slim, l’ex prigioniero politico siriano Yassin al-Haj Saleh sostiene che “la politica del carcere” è centrale per comprendere il “politicidio” del popolo siriano per mano del regime di Assad. [Nota dell’editore: quanto segue è l’adattamento di un discorso tenutosi dall’autore il 10 novembre 2020 in un evento co-organizzato dall’Università di Colonia e dal MENA Prison Forum fondato dagli attivisti Lokman Slim e Monika Borgmann, che hanno partecipato alla discussione online. Slim è stato assassinato all’inizio del mese(di febbraio NDT) in Libano. L’autore dedica il testo alla sua memoria].

[Nota dell’autore: suppongo che gli organizzatori di questo evento mi abbiano contattato per tenere questo discorso sul carcere e sulla violenza politica perché immaginavano fossi un'”autorità” su questi argomenti, e che sarebbe stato abbastanza facile per me parlarne. Non lo è. Non lo è mai stato. Anzi, è ancora più dura ora, dopo l’ultimo devastante decennio. La mia esperienza personale è già preistorica e la storia in corso ha bisogno di un pensiero, un linguaggio e una sensibilità nuovi: un compito non molto facile, ma che merita un tentativo. La nostra condizione diasporica suggerisce che un nuovo approccio potrebbe essere reso possibile inserendo le nostre esperienze traumatizzanti, vecchie e nuove, in un contesto più ampio di esperienze simili. La debolezza fondamentale della nostra “letteratura carceraria” siriana è che è imprigionata in Siria, non viene mai fatto riferimento ad altre letterature. Sembra che i traumi, siano essi individuali o collettivi, leghino le persone alle loro storie, sempre pensate (erroneamente) come uniche. Se il concetto di trauma avesse una lingua dichiarerebbe la sua unicità e pretenderebbe di essere un inizio assoluto. Bisogna resistere a questo, e la condizione diasporica rende possibile la resistenza. Credo che la letteratura che abbiamo prodotto possa essere letta come espressione della fissazione intorno alle nostre esperienze traumatizzanti, della resistenza ad esse e degli sforzi di guarigione.

Nel discorso che segue ho indicato alcuni elementi di questo contesto più ampio, mirando a “sprovincializzare” la condizione siriana (prendo in prestito il termine dal mio amico Joachim Häberlen) in quello che sembra essere sempre più un mondo sirianizzato].

Permettetemi, in primo luogo, di fare alcune osservazioni temporali di base sulla Siria. La famiglia Assad governa il paese da mezzo secolo; già da più tempo di quanto durò la DDR nella Germania dell’Est, o dell’apartheid in Sudafrica. In questi cinque decenni la Siria è stata testimone di due guerre interne, oltre alla guerra del 1973 con Israele: la prima guerra siriana (SWI) del 1979-1982; e la seconda guerra siriana (SWII), che è ora in corso da quasi dieci anni – circa quanto la prima e la seconda guerra mondiale messe insieme.

Nel contesto della SWI decine di migliaia di persone hanno trascorso periodi in prigione più lunghi dell’intera epoca del Terzo Reich della storia tedesca. Io ero uno di loro. Le vittime della SWII sono centinaia di migliaia, pari forse al 3% della popolazione totale, e un numero sconosciuto di persone sono state arrestate, torturate e scomparse. Durante il processo in corso a Coblenza, in Germania, un becchino siriano ha parlato nella sua testimonianza di “milioni” di cadaveri. Non posso garantire che questo numero sia corretto ma credo che non sappiamo veramente quante siano le vittime di tortura. In un rapporto pubblicato nell’agosto 2020, la Rete siriana per i diritti umani (SNHR) ha stimato in circa 100.000 le persone fatte scomparire con la forza in Siria. Personalmente temo che molti di loro non siano più vivi.

Per di più il dominio dinastico degli Assad gode di garanzie, in questo momento, ora che è diventato un protettorato russo-iraniano apertamente de-nazionalizzato. Dopo tutto questo spargimento di sangue questo cambiamento può rinvigorire il regime e prolungare la vita della sua macchina di morte per un’altra generazione o più.

Ma cos’è stato in primo luogo a portare a questa complessa e cronica crisi nazionale e di cittadinanza nella più antica repubblica araba?

In parte è stata la politica della prigione, dove la prigione è un’istituzione politica fondamentale, la cui funzione è quella di depoliticizzare la popolazione, anzi di compiere su essa un “politicidio”. Il concetto di politicidio è stato introdotto nella scienza politica negli anni ’80 per concettualizzare l’assassinio in massa di persone a causa della loro affiliazione politica piuttosto che per le identità nazionali, etniche, razziali o religiose menzionate nella Convenzione sul genocidio adottata dalle Nazioni Unite nel 1948. Tuttavia, io applico il concetto all’assassinio politico delle persone, accompagnato o meno dall’assassinio fisico. Nel corso degli anni ’80 in Siria entrambe le forme di politicidio sono state praticate: gli uomini di sinistra sono stati uccisi politicamente, mentre gli islamisti sono stati uccisi sia politicamente che come comunità politica. Eppure sostenere questo rischia di mascherare il fatto che anche l’insieme dei siriani sono stati sottoposti ad un politicidio. Non c’è stato quasi nessun siriano che non abbia avuto a che fare in qualche modo con una forma l’apparato di sicurezza del regime; che sia stato convocato in uno dei tentacolari arcipelaghi dei settori della sicurezza, o che sia stato sottoposto a uno “studio sulla sicurezza” all’università, o quando ha fatto domanda per un lavoro, o per un passaporto. Il famoso (o infame)”muro della paura” è una paura interiorizzata, che prende la forma di una solida barriera che separa le persone, a volte anche all’interno della stessa famiglia.

Tuttavia la prigione è solo una componente di un sistema onnicomprensivo: la tortura, lo stupro, i massacri e le sparizioni sono altri metodi di politicidio praticati – sempre nella piena impunità degli autori.

La stessa parola “prigione” può essere fuorviante nel contesto siriano. Si potrebbe differenziare tra prigioni esterne e prigioni interne, in parallelo con la differenziazione tra stato formale e stato nascosto. (Il primo è principalmente il governo, che manca di potere reale, mentre il secondo è un complesso politico-finanziario-sicuritario che rappresenta la vera sede del potere). Le prigioni in piena vista sono quelle in cui i parenti dei detenuti sanno dove si trovano e possono anche visitarli regolarmente. In queste prigioni le punizioni fisiche sono rare. I detenuti delle prigioni nascoste, al contrario, sono completamente separati dal mondo esterno; la loro posizione è sconosciuta alle loro famiglie, che non sanno nemmeno se sono vivi o morti .In queste prigioni i detenuti affamati e senza speranza vengono torturati a caso. Non sono affatto prigioni, infatti, ma campi di tortura e di sterminio. Erano l’habitat della maggior parte degli islamisti. Negli anni di Assad père, la prigione/campo nascosto era Tadmor, mentre nell’era di suo figlio è Saydnaya. Muslimiyah e Adra sono prigioni esterne. Altrove le persone sono incarcerate anche nelle sezioni di sicurezza per periodi di settimane, mesi o addirittura anni. Il veterano comunista Riad al-Turk ha passato diciassette anni e mezzo in uno di questi posti. Dopo la rivolta del 2011 anche questi sono diventati campi di sterminio.

Di fatto dopo il 2011 il sistema delle prigioni nascoste è diventato la norma. Ora i detenuti possono essere persone comuni, né affiliati né simpatizzanti di partiti politici. La terribile storia di Omar Alshogre merita di essere vista e ascoltata da tutti (ci sono molti video su di lui su YouTube). Questo adolescente del villaggio di al-Bayda nel governatorato di Tartous – che è stato il luogo di un grande massacro nel maggio 2013, quando circa 250 civili sono stati massacrati da militanti pro-regime – è stato arrestato non meno di sette volte. La sua ultima detenzione è stata nella famigerata prigione di Saydnaya, dove ha trascorso tre anni. È stato rilasciato solo dopo che sua madre ha pagato 20.000 dollari USA a un ufficiale della sicurezza. Suo padre, due dei suoi fratelli e molti dei suoi cugini furono tutti uccisi in massacri o torturati in prigione. Oggi ha solo 25 anni e frequenta il primo anno alla Georgetown University di Washington, D.C.

A beneficio di coloro che conoscono poco la politica siriana nell’era baathista si potrebbe menzionare di sfuggita un’altra istituzione politicida del paese, rappresentata dal cosiddetto Fronte Progressista Nazionale che fu creato nel 1972, apparentemente come ombrello per la partecipazione politica. In effetti questa prigione dorata non era che una forma parallela di morte politica, in aggiunta all’arcipelago dei centri di detenzione. La differenza stava nel fatto che questo apparato era per coloro che si mostravano pronti a commettere l’auto-sterminio. Cito questa inutile istituzione solo per dire che la Siria in generale era una gigantesca prigione anche prima della rivolta del 2011, e ancora di più dopo. Nessuno viveva fuori da questa prigione compresi i lealisti del regime.

Questa metafora della prigione gigante, o grande prigione, è stata apparentemente introdotta dopo che tante persone sono state liberate dalle prigioni. Implica un’esperienza diffusa in carceri più piccole, le molte prigioni in cui i siriani di varia provenienza hanno passato anni. Significa anche che i prigionieri di fatto non sono mai stati rilasciati; il rilascio dei prigionieri politici era solo un passaggio da una cella a un’altra, anche se molto più grande. Il regime stesso ci teneva a rappresentarlo in questo modo, parlando di una “amnistia presidenziale” ogni volta che qualcuno veniva rilasciato. Non sei fuori di prigione perché è un tuo diritto, ma perché il presidente paterno e misericordioso si è degnato di graziarti.

La grande prigione significa anche che uscire da un carcere più piccolo non è una storia di libertà, o una vittoria per chi lotta per una Siria senza detenzione politica. Un’altra implicazione è che il carcere non è più un’eccezione, un’esperienza sfortunata che colpisce una minoranza di persone. È diventato la regola, la legge generale sotto la quale vive l’intera popolazione.

La grande prigione spiega bene la condizione siriana di politicidio. Ho sentito questa espressione da Riad al-Turk che ha passato i suoi giorni in isolamento. Ma sembra esistere anche nel contesto egiziano. Il giovane scrittore ed ex-detenuto egiziano Ahmed Naji ha definito il suo paese come una grande prigione nel suo recente libro “Hirz Mkamkim”. Le strutture dell’immaginario politico tendono ad essere identiche nel mondo arabo.

Dopo l’insurrezione siriana il suddetto complesso politicida di detenzione, tortura, stupro, massacri e sparizioni ha acquisito molta più brutalità di quella che aveva nel primo capitolo, la SWI. si è trasformata in ciò che Jules Etjim chiama una tanatocrazia, dominata dalla produzione di morti violente dei governati. Ciò che si deve dedurre dal complesso politicida è che l’esperienza siriana dell’ultimo mezzo secolo non appartiene alla categoria generale dell’oppressione, o della dittatura, o anche della forma post-stalinista del totalitarismo sovietico. Appartiene invece alla categoria dello sterminio, quella della Germania nazista e della Russia stalinista. Questo è importante perché prima della rivolta siriana, tendevamo a pensare alla Siria come a un regime semi-totalitario, come la DDR. Ci sono voluti diversi anni dopo la rivolta per ripensare a queste questioni e non abbiamo ancora sviluppato una letteratura che posizioni la Siria nel contesto degli stati genocidi e sterminatori. Questa linea di pensiero e di sensibilità merita più attenzione da parte di noi siriani nella diaspora.

L’idea della grande prigione e di una detenzione per tutto l’arco della vita deve essere tenuta presente per capire l’enorme esodo siriano a partire dal 2013 verso paesi vicini alla Siria e quelli più lontani. Questo esodo è avvenuto dopo che la finestra di speranza aperta dalla rivolta siriana per un anno o due è stata decisamente chiusa. Circa il 30% della popolazione è fuggita dal paese ed è abbastanza certo che ancora di più se ne andrebbero se ne avessero la possibilità. Il paese è diventato una patria di senza tetto e senza speranza, senza nemmeno la minima prospettiva di giustizia. Un intero mezzo secolo senza cambiamenti; un’eternità, una pesantissima fonte di disperazione.

Ciò che tutti i vari siti della geografia siriana del terrore hanno in comune è che ti viene negata la minima conoscenza del tuo destino: o non si viene mai portati in tribunale, o ciò avviene solo dopo lunghi anni di detenzione. Anche se ricevi una condanna non c’è nessuna garanzia che verrai rilasciato quando sarà finita. Il carcere non è mai stato un’istituzione legale nella Siria di Assad; è un’istituzione politica, con un’imprevedibilità intrinseca che è parte integrante della sua politica. Il regime è concepito in modo da negare alla popolazione la capacità di prevedere e pianificare il proprio futuro, occupando per loro il ruolo di una divinità indecifrabile. L’impatto terroristico di non sapere cosa ti succederà e l’assoluta imprevedibilità sono sempre stati un metodo di politicidio molto potente. Ha un impatto distruttivo sulle famiglie e sui legami sociali, oltre a far cadere nella disperazione.

Concludo tornando alle osservazioni temporali fatte all’inizio per dare un’idea della struttura del tempo nella grande prigione. Le osservazioni danno l’impressione di un tempo lento, segnato dall’assenza di cambiamento. In realtà l’abad (eternità) siriana è raggiunta attraverso una dinamica di ta’beed, eternizzazioni. Ci sono grandi differenze tra i regimi sterminatori e quelli “semplicemente” oppressivi, e la politica dell’eternità ne è un esempio essenziale. In arabo, c’è una connessione etimologica tra abad (eternità) e ibada (sterminio); un’osservazione che sostiene l’ipotesi che rimanere al potere per sempre è impossibile senza una minaccia permanente di massacri, ognuno più grande del precedente, in un processo che porta inesorabilmente ad altri ancora più grandi. Questa è forse un’ulteriore differenza tra la politica di sterminio e un governo “semplicemente” dittatoriale.

Attraverso abad e la grande prigione la tanatocrazia assadista ha creato possibilità fino ad ora inimmaginabili per compiere un politicidio contro il popolo; un fatto che ha già dato potere ad altre giunte che governano in Medio Oriente, e ha reso i movimenti popolari ancora più deboli. L’Egitto di Sisi è sulla stessa strada.

Lungo questi 50 anni, o meglio 57 anni (il 96% dei siriani ha meno di 60 anni), i siriani hanno vissuto in un particolare tipo di presente; da un lato sono incapaci di prevedere il futuro, qualsiasi promessa di cambiamento gli è stata negata, e dall’altro incapaci di perdonare, non solo perché non sono stati invitati a farlo, ma anche per il carattere di impunità dei crimini commessi contro di loro (mi riferisco qui a Hannah Arendt). È come essere assediati da due angeli della storia di Walter Benjamin, uno che impedisce al passato di scorrere e un altro che impedisce al futuro di arrivare. Questa è la struttura del tempo nelle prigioni assolute o interiori, dove lo spazio è chiuso al mondo e il tempo pesa in modo schiacciante sui detenuti. Tuttavia non si tratta di assenza di un cambiamento in Siria, ma piuttosto dell’assenza dei siriani dal cambiamento. Nell’ultimo decennio la Siria è cambiata molto più di quanto noi volessimo e di quanto il regime abbia mai pensato di fare. E il processo di cambiamento è ancora in corso.

Ciò che è più sinistro di questo cambiamento è questa insidiosa continuità della macchina di sterminio ed il fatto che non possiamo fate promesse a noi stessi, né sperare che qualcuno ci prometta, che i mali che abbiamo sofferto siano i peggiori che potremo ancora soffrire; che il peggio è alle nostre spalle. Le parole “mai più” devono ancora essere pronunciate in Siria.

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