Come rifugiata siriana, sono sconvolta dai tour nel mio paese che ripuliscono l’immagine della sua storia.

Articolo di Sarah Hunaidi pubblicato il 14 settembre 2019 su The Independent

(Traduzione di Giovanna De Luca, revisione a cura di Piero Maestri)

Questi visitatori sono bloccati in una mentalità statunitense-centrica, buttano li parole come “cambio di regime”, descrivendosi come “anti-guerra” e dimostrando la loro incapacità di guardare i problemi in Siria da una prospettiva siriana.

Al mio risveglio, qualche giorno fa ho trovato su Twitter selfie di occidentali in posa in aree controllate dal governo siriano. Essendo una siriana in esilio da cinque anni, cerco di evitare le foto del mio paese d’origine. Il paese che mi ha cacciata quando avevo 18 anni per aver osato mettere in discussione il motivo per cui il nostro governo stava uccidendo manifestanti pacifici. Ho dovuto scegliere tra l’inevitabile detenzione e tortura o essere esiliata, da sola, nei paesi confinanti con la Siria, il Libano e la Turchia. Ho scelto l’esilio.

 
Oggi assistiamo alla nuova fase della guerra siriana: il tentativo di normalizzazione del regime siriano chiudendo un occhio sui suoi crimini di guerra commessi nel corso degli anni. Lo stato siriano, solitamente paranoico, sta permettendo a un gruppo selezionato di persone di entrare nei territori da lui governati per ripulire la sua immagine autoritaria.

 
Questi “turisti” sembrano ignorare le sfumature dietro i problemi politici e umanitari della Siria perché sono bloccati in una mentalità centrata sugli Stati Uniti. Ripetono parole come “cambio di regime” e si descrivono come “anti-guerra” dimostrando la loro incapacità di vedere i problemi della Siria da una prospettiva siriana.

 
I problemi della Siria non sono iniziati nel 2011 con la rivolta; sono iniziati quando il padre di Assad, Hafez, è salito al potere con un colpo di stato nel 1971. Hafez ha governato il paese per 30 anni, passando l’incarico a suo figlio circa 20 anni fa. A quale democrazia si riferiscono gli apologeti di Assad?

 
Queste immagini che affiorano su Twitter sono problematiche perché negano le lotte del popolo siriano, compresi i rifugiati, che hanno il timore di tornare in patria. Non mostrano quale sia oggi il luogo nel quale possono tornare i rifugiati, se possano davvero tornare.

 

Molti di quelli che tornano in Siria vengono arrestati e interrogati. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ci sono 6,7 milioni di rifugiati siriani nel mondo e circa la metà di loro sono in Turchia. Molti di loro hanno espresso il timore di essere deportati nelle zone governate da Assad o nel nord instabile, a causa della coscrizione e della detenzione nelle aree governate dal regime siriano.

 
Mentre la gente di Idlib si nasconde attualmente sotto gli alberi per evitare le bombe del regime siriano e soffre a causa del brutale governo di Hayat Tahrir al-Sham, mi chiedo se quelli in tournée nella parte “civilizzata, occidentale” del paese possano passare meno tempo a posare e più tempo a criticare il regime siriano. Potrebbero abbandonare le piccole aree ricostruite e visitare invece la prigione di Saydnaya dove molte persone, come l’attivista pacifico Yahya Shurbaji che affermava “Preferirei essere ucciso piuttosto che uccidere”, sono state torturate a morte?

 
Tralasciare i crimini del regime dalla propria narrazione e concentrarla sul turismo è un atto deliberato di propaganda e non un atto di trasparenza.

 
E dove parlano e si rappresentano i siriani?

 

Questi “tour” all’interno della Siria governata da Assad delegittimano ed escludono la diversa narrativa dei siriani, sia quelli che vivono all’interno del paese che coloro che sono fuggiti. Parlando di noi,questi visitatori relegano i massacri ai quali noi siriani siamo sopravvissuti a semplici teorie della cospirazione. Parlano solo con un numero selezionato di persone che affermano di rappresentare la classe lavoratrice e i gruppi minoritari e che fanno sembrare Assad il loro protettore. Ma come membro di un gruppo minoritario, so di persona come Assad abbia facilitato l’attacco dell’Isis alla mia provincia, Suwayda, per costringere migliaia di uomini drusi a unirsi alle sue truppe.

 
Il popolo siriano non è un gruppo monolitico. Abbiamo sostenitori di Assad, abbiamo persone che hanno sostenuto la rivoluzione e abbiamo persone a cui non importa chi è al potere e vogliono solo vivere in pace. Anche all’interno della rivoluzione abbiamo persone che credono ancora nella resistenza pacifica e persone che credono nel diritto di portare le armi per proteggersi dai brutali attacchi del regime. Abbiamo persino persone che sostengono l’islamizzazione del Paese.

 
Sono necessarie più sfumature. Non sono in disaccordo con gli apologeti di Assad riguardo gli errori commessi dagli Stati Uniti in Siria, ma credo anche che le persone che sognavano un paese giusto e democratico siano state lasciate sole a morire di fronte a un regime mostruoso. Concordo anche sul fatto che le sanzioni feriscano il popolo siriano quotidianamente, ma le dittature danneggiano ancora di più il popolo. Mi è capitato di essere nata e cresciuta in una di queste dittature, a differenza di molte persone che, oltretutto, ci negano il diritto di parlare della nostra esperienza sotto il regime di Assad.

 
Devo trattenermi dallo spiegare a mio nipote al telefono perché non posso tornare a casa. Cambio argomento perché ricordo che vive nella Siria di Assad. Sotto un regime che non ha problemi a torturare i bambini.

 
Indipendentemente da quanti tour il governo siriano organizzi per nascondere determinate situazioni agli occidentali, la realtà non può essere cambiata: la Siria è, in effetti, un paese meraviglioso che mi manca molto. È anche un paese governato da un dittatore, uno che, con ogni mezzo necessario, ha schiacciato una rivolta popolare del suo stesso popolo che chiedeva semplicemente qualcosa di meglio.

(Sarah Hunaidi è una scrittrice siriana e membro del Movimento Politico delle Donne Siriane. Scrive e pubblica sia in inglese che in arabo. Dopo il suo esilio dalla Siria nel 2014 a causa della sua opposizione al regime siriano, ha scritto un libro sull’attivista scomparsa Samira al-Khalil.)

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