Recensione: “Diario del asedio a Duma, 2013” (Diario dell’assedio a Douma) di Samira Khalil

di Giovanna De Luca

La Ghouta Est è sotto assedio da quasi cinque anni. Quasi 2000 giorni di continui bombardamenti e completa chiusura delle vie d’accesso per e dalla regione.

La regione conta mezzo milione di abitanti, 398 (di cui 206 bambini) sono le vittime accertante dell’assedio, un bambino su 4 soffre di malnustrizione, sono quasi 80.000 gli sfollati interni. Accanto a questi, 590 malati di cancro senza accesso a cure appropriate, 252 casi clinici gravi segnalati dalle autorità competenti nella Ghouta poiché necessitano di urgenti cure mediche e di cui è stata richiesta l’evacuazione. 40 strutture sanitarie e 37 scuole distrutte dai bombardamenti del regime.[1]

Quella che segue è una recensione del libro disponibile in lingua spagnola Diario del asedio a Duma, 2013 (Ediciones Del Oriente Y Del Mediterráneo pubblicato a gennaio 2017). Scritto da Samira Khalil ed edito da Yassin Al-Haj Saleh.

In arabo invece è stato pubblicato con il titolo “يوميات الحصار في دوما 2013” (Yawmiyat al-hisar fi-Duma) nel 2016 dall’Arab Institute for Research and Publishing. La traduzione in inglese sarà pubblicata il prossimo anno con il titolo Journal of the 2013 Siege of Douma.

Samira Khalil è la Siria.

Una Siria imprigionata da Assad padre per quattro anni, dal 1987 al 1991, perché membro di un partito di orientamento comunista, il Partito del Lavoro. È la Siria che ha preso parte alla Rivoluzione del 2011 e per questo sulla lista nera di Bashar al-Asad.

È la Siria bombardata e sotto assedio.

È la Siria sequestrata da un gruppo islamista nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 2013 a Duma con altri tre colleghi attivisti, di cui da allora non si hanno notizie.

Nel maggio 2013, Samira si trasferisce a Duma insieme al marito, l’attivista e scrittore Yassin al Haj Saleh, costretto poi a ripartire quasi subito per Raqqa e poi verso la Turchia dove ancora vive e scrive.

La regione era stata liberata dalle forze del regime, vi si erano stabiliti i combattenti del FSA ed emergenti gruppi islamisti tra i quali Jaish al Islam, ritenuto il responsabile del rapimento dei quattro attivisti.

Nel “Diario dell’assedio a Duma 2013” Samira racconta la vita nella Ghouta orientale, assediata a partire dall’estate 2013 e bombardata dal regime. Qui, insieme a Razan Zaithoneh, si occupa di gestire il Centro per la documentazione delle violazioni dei diritti umani e soprattutto del sostegno alle donne della zona, aiutandole a valorizzare le poche risorse a loro disposizione.

A Duma, non arriva cibo, né medicine e i generatori suppliscono la mancanza di corrente elettrica. A ciò si aggiunge il constante bombardamento da parte delle forze del regime.

Samira crea un rapporto di confidenza con le persone del posto, che le affidano le loro storie. In ogni famiglia c’è almeno un martire ucciso dai bombardamenti o qualcuno che ha perso un arto. Molti sono i racconti di madri che hanno potuto seppellire solo un braccio o una gamba del proprio figlio.

La donna e attivista si reca in zone dove la distruzione è totale, le case sono accartocciate l’una sull’altra. Sente la distruzione tutt’intorno e anche dentro la propria anima. Il suo cuore si riempie di indignazione contro il governo siriano, contro i suoi alleati, contro i governi occidentali, contro le associazioni per i diritti umani che sembrano ignorare quanto sta accadendo in Siria.

Il 21 agosto del 2013 una tragedia sconvolge le vite degli abitanti della Ghouta: a causa di un attacco chimico attribuito al regime siriano muoiono 1400 persone durante la notte.

Samira affida al suo diario queste parole: “Ieri è stato un giorno che non può essere paragonato a nessun altro. La catastrofe umanitaria è assolutamente oscena. Pazzia, paura, rabbia, sentimenti di oppressione e ingiustizia. La morte ha fatto passare il suo odore attraverso i balconi delle case e il macellaio delle armi chimiche li ha ingannati a tradimento. Stavano dormendo, famiglie intere hanno respirato il veleno del crimine e sono finite in una fossa comune, poichè, per la loro commozione, non si potevano certificare i loro nomi, lasciando all’umanitá un’eterna vergogna“.

Da quasi quattro anni, si diceva, non si sa nulla di Samira e dei suoi colleghi. La Ghouta, intanto, continua ad essere assediata e i suoi bambini stanno morendo di fame.

[1] I dati sono stati ricavati dalla campagna web #AssadBesiegesGhouta

 

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