Chi ha paura di Razan Zaitouneh?

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Questo articolo è stato pubblicato in inglese con il titolo Who’s afraid of Razan Zaitouneh? sul sito aljumhuriyya in occasione del quarto anniversario del rapimento del gruppo Douma4.

di Karam Nachar, traduzione di Filomena Annunziata

C’è stato un momento, non troppo lontano nella storia, in cui una giovane donna è stata a capo di uno dei più estesi network di attivisti siriani al lavoro contro il regime di Bashar Al-Asad. Questa giovane donna aveva gli occhi azzurri e i capelli biondi, non portava il velo; parlava inglese e aveva una laurea in legge, ed era una instancabile laica. Ma Razan Zaitouneh non era interessata a mostrare nessuna di queste caratteristiche né a diventare una icona internazionale. Credeva nel valore universale della libertà e dei diritti umani, e che solo attraverso battaglie locali questi valori potessero acquisire un senso.

Ho sentito parlare di Razan per la prima volta nel 2005. Aveva partecipato a una piccola manifestazione a Damasco, e poco dopo iniziarono a circolare storie sul suo eccezionale coraggio. Razan Zaitouneh aveva intonato canti contro la famiglia Assad quando molti siriani tremavano e sussultavano al solo sentir nominare il presidente o suo padre. Aveva raccontato la cruda verità mentre gli attivisti più navigati e gli osservatori internazionali si accontentavano di vaghe richieste di riforme e cambiamenti graduali in Siria.

Così, quando i sobborghi di Damasco si ribellarono nel 2011, Razan non ha esitato a prendere parte alla lotta. Con suo marito Wael Hamadi e molti altri amici vecchi e nuovi, ha ben presto messo in piedi una formidabile rete di Comitati di coordinamento locale, sparsi in 50 località in tutto il paese. I Comitati hanno organizzato e documentato le dimostrazioni; hanno tenuto il conto del crescente numero di morti, feriti, dispersi; hanno iniziato ad assistere e gestire il sostegno umanitario alle famiglie di sfollati. Hanno eletto comitati politici che hanno discusso tutte le questioni relative alla rivoluzione siriana, e offerto una visione dettagliata per la Siria del post-Assad, pluralista e democratica.

Si trattava di una vera rivoluzione, e per quelli tra noi che hanno partecipato dall’estero, l’esperienza è stata davvero entusiasmante. Ma nel momento in cui la rivoluzione entrava nel suo secondo anno, le aspirazioni dei membri del coordinamento, per lo più laici e pacifisti, sono sembrate in contrasto con le grandi questioni politiche e le spinte ideologiche al lavoro nel paese. La repressione selvaggia del regime degli Assad ha reso impossibile continuare le proteste non violente. Le persone hanno iniziato a imbracciare le armi e, accanto a questo, è diventata predominante l’idea della lotta e del martirio, che ha iniziato a eclissare l’entusiasmo per il perdono e la riconciliazione.

Per molti attivisti, la trasformazione della rivoluzione siriana in quella che sembra una guerra civile in piena regola è stata insostenibile. Di quelli che sono sfuggiti al carcere o alla morte, molti hanno lasciato il paese, e dall’amarezza dell’esilio hanno iniziato a raccontare il loro senso di perdita e disillusione. Ma per Razan, Wael e molti dei loro più cari amici, quegli stessi sviluppi hanno significato un maggiore impegno. Hanno ribadito che gli attivisti hanno la responsabilità di monitorare le azioni dei ribelli armati, di opporsi ai loro eccessi, di organizzare istituzioni per un buon governo delle aree liberate del paese. In più erano convinti, così come il loro amico, il rinomato scrittore Yassin Al-Haj Saleh, che il loro incarico come laici non fosse di fare una predica illuminista da una distanza di sicurezza, ma di prendere parte insieme alla battaglia della gente ordinaria e devota per una vita vissuta con dignità. Solo dopo il liberismo laico avrebbe potuto guadagnarsi un posto nella società siriana e competere con i suoi più antichi detrattori.

Sono state queste convinzioni a portare Razan Zaitouneh sulla strada del suo ultimo viaggio ad aprile del 2013. Dopo due anni trascorsi a vivere sottoterra a Damasco, decise di seguire l’esempio di Yassin al-Haj Saleh, e si trasferì nella città liberata di Douma. Lì, tra i civili assediati e sotto il costante bombardamento delle forze lealiste, Razan lanciò un progetto per sostenere l’emancipazione delle donne e un centro per lo sviluppo locale, il tutto mentre continuava il suo lavoro a di documentazione e di sostegno alle vittime della guerra. Ad agosto, Yassin Al-Haj Saleh si era trasferito a nord, ma Samira, Razan e suo marito, insieme a un loro amico, il poeta e attivista Nazen Hamadi si erano stabiliti a Douma, dove condividevano due appartamenti nello stesso palazzo. Nel mezzo della notte del 9 dicembre, sono stati rapiti nelle loro nuove case da un gruppo di soggetti armati in seguito collegati alle brigate di Jabhat al-Nusra e Jaysh al-Islam. Ad oggi non si hanno ancora notizie del loro destino.

Razan non aveva mai coperto i capelli a Douma, né lo aveva fatto Samira. Non si sono uniformate al conservatorismo della cittadina, perché erano convinte che essere siriane non significasse uniformarsi a un modello cultuale o politico. Questo semplice fatto sembra aver terrorizzato le nuove forze fasciste e islamiste nell’area, proprio come le proteste di massa avevano terrorizzato il regime di Assad. Ma al di là di questi attori locali, la presenza di persone come Razan Zaitouneh ha disturbato la narrazione che il mondo aveva trovato più adatta alla Siria, in cui spiccava l’assenza e la debolezza di democratici in quella che poteva essere solo una guerra civile di natura settaria. E se questa affermazione è oggi parzialmente vera, è solo perché per due anni i veri democratici sono stati lasciati soli a combattere una dittatura brutale, gli estremisti di Al Qaeda e i corrotti signori della guerra. Già nel dicembre del 2011, quando Amy Goodman le chiese cosa si aspettasse dal mondo, Razan rispose: “Non mi aspetto più niente”. Aveva ragione. Il mondo non ha fatto nulla per i siriani come Razan. Almeno non ancora.

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