The Impossible Revolution

Come promesso inauguriamo la nostra sezione “Biblioteca”. Consigli letterari, libri sulla Rivoluzione Siriana ma anche pre e post Rivoluzione.

Il primo libro che invitiamo a scoprire è una pietra miliare, se si vogliono conoscere le basi della Rivoluzione Siriana anche in relazione alla struttura dello stato siriano. L’autore è l’attivista, scrittore e dissidente politico siriano Yassin Al Haj Saleh.

Il libro è stato pubblicato in inglese da  Hurst & Co Publishers Ltd il 27 julio 2017.

The Impossible Revolution: Making Sense of the Syrian Tragedy

La versione in lingua spagnola è stata pubblicata da ‎Ediciones del Oriente y del Mediterráneo il 9 aprile 2018.

Siria, La Revolución Imposible

La versione italiana è stata pubblicata da ‎Mreditori il 17 marzo 2021

Siria, la rivoluzione impossibile. La rivoluzione, la guerra civile la guerra pubblica in Siria

In seguito un’introduzione sulla figura dell’autore e una recensione del libro dal sito Alhumhuriya, pubblicata il 3 agosto 2017.Il testo è di Alex Rowell.

Yassin al-Haj Saleh contestualizza la tragedia siriana

Chiedi ad una persona ragionevolmente ben informata tra il pubblico dell’Europa occidentale o nordamericano cosa associano di più alla Palmira siriana. Se non si incontra uno sguardo vuoto, la risposta più probabile sarà la distruzione delle sue inestimabili rovine antiche da parte dell’autoproclamato Stato Islamico (ISIS) dal 2015 in poi.

Per quanto indescrivibilmente ripugnante e abominevole sia stato l’annientamento di un sito che è patrimonio mondiale dell’UNESCO, per molti siriani non è questa la cosa che più li inorridisce di Palmira. Quella macabra distinzione apparterrebbe alla prigione della remota città del deserto; per molti decenni, il penitenziario più temibile in uno stato non noto per il pieno rispetto delle regole come direbbe Nelson Mandela nel migliore dei casi. Nel giugno 1980, tra 500 e più di 2.000 detenuti furono massacrati a sangue freddo dai soldati in un solo giorno. Il poeta siriano Faraj Bayraqdar, che vi trascorse cinque anni, lo definì “il regno della morte e della follia”.

Un altro detenuto era Yassin al-Haj Saleh, i cui sedici anni di incarcerazione includevano periodi a Tadmor (come Palmira è chiamata in arabo) e la prigione di Adra. Nato nel 1961 vicino a Raqqa, oggi capitale siriana del “califfato” dell’ISIS, al-Haj Saleh è stato incarcerato quando era ancora un adolescente nel 1980 per appartenenza ad un Partito Comunista Siriano anti-regime e anti-Unione Sovietica. Quel partito aveva avuto problemi, tra le altre cose, per aver protestato contro l’intervento militare di Hafez al-Assad del 1976 in Libano (contro l’alleanza di sinistra-palestinese, come la gente a volte dimentica). Non sarebbe stato liberato fino al 1996, all’età di 35 anni.

Questo non è l’unico aspetto per il quale al-Haj Saleh ha sviluppato un ottimo punto di vista per poter valutare la situazione attuale nella sua terra natale, e lo fa in un libro appena pubblicato The Impossible Revolution: Making Sense of the Syrian Tragedy. I due anni e sette mesi in cui è rimasto nel paese dopo lo scoppio della rivolta nel marzo 2011 lo hanno portato da Damasco, governata dal regime, a Douma detenuta dai ribelli, a Raqqa occupata dall’ISIS (dove è stato costretto, come a Damasco, a vivere nascosto). Quando è stato costretto a partire per Istanbul nell’ottobre 2013, suo fratello Firas era stato rapito dall’ISIS a Raqqa per aver organizzato manifestazioni contro i jihadisti. Sua moglie, Samira, sarebbe andata incontro alla stessa sorte per mano di una milizia islamista nella Douma assediata due mesi dopo (entrambe risultano scomparsi fino ad oggi). Quando al-Haj Saleh parla del fascismo siriano, sia nella sua forma “cravatta” che “barbuta”, si potrebbe dire che parla per esperienza.

Eppure, per qualcuno così direttamente colpito dal vortice siriano, una delle prime cose che colpisce di The Impossible Revolution è il distacco con cui riesce a scrivere. Questo non è, in effetti, un diario personale delle esperienze quotidiane sul campo (alla maniera, ad esempio, dei recenti lavori di Samar Yazbek). È invece, una raccolta di saggi accademici (tradotti dall’arabo da Ibtihal Mahmood) che analizzano gli sviluppi quotidiani, misurano le forze sottostanti ed elaborano in generale, come, la nazione socialmente e culturalmente avanzata, che era stata la Siria prima di divenire proprietà privata della famiglia Assad nel 1970 – sia finita dove si trova ora. Il fatto che tutti tranne uno di questi dieci saggi siano stati scritti all’interno della Siria li rende non solo un gioiello letterario della rivolta siriana (e della Primavera araba più in generale) ma un modello di impegno intellettuale e integrità tout court.

I saggi, selezionati tra “quasi 380” articoli pubblicati dal 2011, abbracciano argomenti che vanno dall’etica della militarizzazione della causa dell’opposizione all’etimologia della parola shabbiha; il soprannome di squadroni della morte pro-regime responsabili di gran parte della prima ferocia contro manifestanti pacifici e altri civili. Con l’umorismo della forca spesso visto nei sopravvissuti al totalitarismo, al-Haj Saleh riesce a rendere quasi divertente quest’ultima riflessione, come quando spiega ulteriormente la derivazione di verbi come salbata; “un termine unicamente siriano che condensa diversi modi in cui il potere viene esercitato nella” Siria di Assad “in una parola: una fusione di salb (saccheggio o rapina), labt (l’atto di prendere a calci) e tasallut (tirannia).” Meno fragorosamente, fa il punto cruciale sulle storie dell’orrore riguardanti gli shabbiha che risalgono agli anni ’70 e che sono un elemento essenziale – come Tadmor e gli altri dungeon – del retroscena fino al 2011; i decenni di omicidi di massa e stupri di massa e torture di massa che parole come “repressivo” o addirittura “brutale” non si avvicinano a catturare: questa inimmaginabile e senza fine umiliazione –tashbih, per usare la forma verbale del sostantivo ( “comportamento da shabbiha”) – crea l’esca psicologica che un giorno si accende esattamente nel tipo di detonazione sociale a cui si assiste ora.

Tra le intuizioni più originali di al-Haj Saleh, sviluppate in diversi saggi, c’è la sua concezione del regime non come un governo nazionale in un senso lontanamente ordinario, ma piuttosto come una forza occupante, persino coloniale. “La popolazione in generale è vista con disprezzo, in un modo non diverso da come parte di una potenza colonizzatrice vedrebbe i colonizzati; questo […] sminuisce il valore delle loro vite, tanto che ucciderli non è motivo di grande preoccupazione”. Un modo di pensare alla dittatura assoluta, infatti, è come uno stato in cui tutti coloro che sono al di fuori della minuscola cricca dominante sono cittadini di seconda classe, o meglio nessun cittadino di alcun tipo. Ricordo che una volta ho chiesto a un palestinese-siriano se fosse vero, come talvolta affermato dagli apologeti del regime, che i palestinesi godevano dell’uguaglianza con i siriani sotto Assad. “Sì, eravamo completamente uguali”, fu la sua risposta ironica. “L’ingiustizia, la corruzione, la sottomissione e la repressione erano il destino di siriani e palestinesi insieme”

Al-Haj Saleh mostra come questa crudeltà leopoldina fosse unita al nutrimento da parte del regime di una forma estrema di classismo, incoraggiando la piccola classe media emersa sotto Bashar a provare orrore e disgusto per le masse barbariche dei sobborghi e delle campagne. Questo, ovviamente, si sovrapponeva sostanzialmente al settarismo – gli indesiderabili “arretrati” (mutakhallifun) abitualmente castigati nella propaganda di regime essendo universalmente considerati sunniti, in contrasto con gli alawiti e i cristiani “civilizzati” – ma sostituiva anche il settarismo, così che sunnitii che vivevano nell’urbe, nelle parti più ricche di Damasco o Aleppo potrebbero provare più affinità per i loro vicini non sunniti che per i propri correligionari a Daraa o Deir ez-Zor. Al-Haj Saleh sostiene in modo convincente che questa marcata divisione di classe, abbia influito molto più del credo religioso di per sé o di qualsiasi ideologia politica, che era ed è tuttora la linea di frattura cruciale nella società siriana e il motore fondamentale della rivolta. Mi discosterei leggermente da lui solo quando prosegue suggerendo che la dottrina religiosa non ha alcun ruolo in questa dinamica; che è “chiaro che la questione del settarismo è una questione di privilegio politico e sociale, non una questione di identità, cultura o religione”. Non può essere tutto quanto sopra? È difficile accettare che “il mondo della fede, della pietà, delle credenze, del fanatismo e dei rituali” possa essere così facilmente svincolato dal “mondo della politica e del potere, della ricchezza e dell’influenza”, anche se si potrebbe fare un esempio convincente (come lui fa) affermando che questi ultimi sono in definitiva il nocciolo della questione.

Parlando di fanatismo teocratico, al-Haj Saleh vede da un miglio di distanza che il problema jihadista, che Assad sapeva da tempo come manipolare, si sarebbe trasformato in metastasi quanto più a lungo al regime sarebbe stato concesso di continuare il suo massacro in terra bruciata dell’opposizione democratica senza ostacoli. “Se il regime continua con la sua escalation della violenza al livello di terrorismo di stato, le circostanze diventeranno ancora più accomodanti per la violenza jihadista in stile terrorista”. Questo è stato scritto nell’aprile 2012, un anno intero prima della formazione dell’ISIS, e più di due anni prima che quest’ultimo si espandesse in Iraq fino alla conquista di Mosul. Un mese dopo: “Se l’esercito siriano libero si disintegra, il risultato sarà una crescente propensione verso al-Qaeda e i suoi compagni di viaggio”. Una volta tornato nella sua città natale di Raqqa, ha potuto vedere con i suoi occhi come la colpevolezza del regime fosse più che semplicemente implicita o indiretta: “A Raqqa sono sorte domande sull’aviazione del regime. Per qualche ragione, non hanno mai lanciato attacchi aerei sul quartier generale di Daesh, nonostante si trovi presso il famoso palazzo provinciale locale”. Come ha detto una volta un disertore dell’ISIS al Daily Telegraph: “Abbiamo sempre dormito profondamente nelle nostre basi”.

Al-Haj Saleh dimostra facilmente, in altre parole, come il regime ei jihadisti siano sempre due facce della stessa medaglia, e come l’unica speranza per sconfiggere entrambi risieda nel movimento democratico che è sempre stato il loro nemico comune. Che l’ISIS e al-Qaeda debbano essere schiacciati è evidente per l’autore (per inciso ateo), ma non meno evidente è che il regime che ha fatto così tanto per provocarne l’emergere e ha ucciso centinaia di migliaia di civili più dei jihadisti , nel caso a qualcuno capitasse di pensare a questo, non deve essere concesso alcun futuro. Che questo, a quanto pare, continui a sfuggire alla comprensione dei leader mondiali, dopo più di sei anni di conflitto, è per lui fonte di comprensibile smarrimento.La sua conclusione è che c’è un contagio di “criminalità al centro dell’attuale ordine internazionale”. La crisi siriana, infatti, “non è più siriana. È una crisi del mondo”. Il punto è ben colto nella prefazione del libro dal collega scrittore siriano Robin Yassin-Kassab: “Lo spettro dei rifugiati siriani e/o dei terroristi […] sta plasmando la politica interna americana e sta contribuendo a disfare l’Unione Europea. Man mano che le speranze di libertà e prosperità vengono schiacciate, nuove tensioni vengono iniettate nei vecchi autoritarismi e le forme di nativismo del ventunesimo secolo stanno mettendo radici, a ovest e a est”. Al-Haj Saleh avanza alcune proposte, inclusa la revisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che pone veti permanenti contro il progresso democratico nelle mani di due spaventose autocrazie (e tre democrazie che non sempre votano in modo molto più ammirevole). Oltre a ciò, c’è bisogno di generare “nuovi principi e nuove istituzioni, a partire dal principio della responsabilità globale” per il bene della “democrazia, che si ritira ovunque non appena smette di progredire ovunque”. In breve, se il nostro mondo è stato davvero “sirianizzato”, come dice al-Haj Saleh, faremmo meglio a iniziare tutti a diventare siriani liberi.

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