Soleimani non è un eroe antimperialista – e non ci sarà la Terza Guerra Mondiale

Mettendo luce sull’assassinio e ragionando sulle sue conseguenze, si può capire che la sconsiderata decisione di Trump di assassinare Soleimani non si tradurrà nella ‘Terza Guerra Mondiale’

Scritto da Malak Chabkoun, Tradotto da Mary Rizzo

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I manifestanti anti-guerra si riuniscono vicino alla Casa Bianca il 4 gennaio 2020 per condannare l’attacco con il drone americano che ha ucciso il comandante militare iraniano Qassem Soleimani [Reuters/Jan Wolfe]
Subito dopo la notizia dell’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani e del comandante della milizia irachena Abu Mahdi al-Muhandis, alcune voci di sinistra in Occidente hanno proclamato con grande sicurezza – ancora una volta – che la terza guerra mondiale fosse dietro l’angolo. Questi stessi avvertimenti di sciagura globale furono evocati, tempo fa, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ordinò raid aerei blandi ed inconcludenti su obiettivi militari vuoti in Siria e intensificò la sua retorica contro la Corea del Nord di Kim Jong Un.

E cosi come una guerra mondiale non è scoppiata in queste occasioni precedenti, non scoppierà neanche ora.

Gran parte della sinistra in Occidente (gli stessi che si auto-etichettano come progressisti) ha attaccato brutalmente le persone in Medioriente che celebravano la morte di Soleimani e al-Muhandis. Sarebbe dunque sbagliato lodare la decisione di Trump di assassinare i due comandanti considerandolo un “gesto nobile”, inquadrando quanto accaduto all’interno della vecchia, stanca narrazione di sinistra dell’imperialismo americano che cancella il contesto regionale e la sofferenza di milioni di persone in Medioriente che è il risultato di azioni messe in atto altre potenze.

In effetti, è importante denunciare l’incoscienza e l’opportunismo politico di Trump, ma è imperdonabile ignorare i crimini di Soleimani e al-Muhandis e di coloro cui erano al servizio.

Le motivazioni di Trump

Con un imminente processo di impeachment al Senato, sono di più gli americani che disapprovano la sua presidenza che quelli che l’approvano, e un’elezione in arrivo, Trump sta cercando di cementare la sua posizione nella politica degli Stati Uniti e di soddisfare le aspettative della sua base. Il suo mandato è stato caratterizzato da agende di politica interna o estera poco chiare, frequenti viaggi ai suoi campi di golf che suscitano questioni etiche su come vengano spesi i dollari federali, e le crisi di nervi, i capricci su Twitter che spesso non hanno nulla a che fare con la realtà. In breve, nel momento in cui Trump ha ordinato gli omicidi, la sua presidenza non sarebbe stata necessariamente descritta come un successo.

Mentre è chiaro che il presidente degli Stati Uniti è stato motivato da considerazioni interne, all’indomani dell’attacco, ha affermato che l’ha ordinato in nome della lotta contro il “terrorismo” globale e che l’assassinio di Soleimani significava che il suo regno di “terrore” fosse finito.

Questa retorica potrebbe aiutarlo a migliorare il suo punteggio prima della sua candidatura per la rielezione a novembre, ma è semplicemente una menzogna il fatto che l’assassinio di Soleimani renderà il mondo un posto più sicuro. Infatti, nessuno degli interventi di Trump in Medioriente ha avuto alcuna conseguenza favorevole per la sicurezza della regione, contrariamente a quanto molti di destra hanno affermato.

Le persone nello Yemen, in Iraq, Siria, Libano e altrove dove la Forza Quds di Soleimani è stata attiva continueranno a subire le conseguenze dell’interferenza straniera dell’Iran. La morte di al-Muhandis e i limitati attacchi che gli Stati Uniti hanno compiuto sulle Forze di Mobilizzazione Popolare (PMF) non scioglieranno la milizia, che è fortemente radicata in Iraq.

Allo stesso modo, l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL, o ISIS) non ha messo la regione al riparo dal “terrorismo”. Gli attacchi dell’ISIL sono continuati e anche la Russia e il regime siriano hanno continuato a usare il pretesto delle “operazioni antiterrorismo” per intensificare le loro campagne militari contro i civili che si oppongono al governo di Bashar al-Assad, uccidendone centinaia e forzandone allo sfollamento e all’esilio centinaia di migliaia.

I raid aerei di Trump del 2017 e del 2018 contro gli obiettivi del regime siriano non sono serviti ad impedire che la campagna intensiva e sostenuta di sterminio messo in atto da Damasco contro la propria popolazione andasse avanti. Inoltre, non hanno provocato la terza guerra mondiale o la guerra con la Russia che alcuni opinionisti di sinistra stavano prevedendo sui social media.

Infatti, per tutto il suo mandato, Trump ha fatto beffa di entrambi i campi – i falchi di destra e i crociati “anti-guerra” di sinistra – con il suo costante spostamento di retorica tra ritiro e disimpegno dal Medioriente e azione aggressiva.

Egli si “ritirò” dalla Siria, ma rimandò le truppe a “salvaguardare il petrolio”. Ha promesso un’azione dura contro l’Iran dopo gli attacchi nel Golfo, ma non ha reagito nel modo in cui i suoi alleati volevano.

È giunto il momento che entrambe le parti ammettano che Trump prende decisioni di politica interna ed estera basate sul suo ego e su ciò che gli si addice, non con l’obiettivo di difendere “il nostro popolo“ o qualche complotto imperialistico diabolico.

Capire le reazioni nella regione nel contesto

Gli assassinii di Soleimani e al-Muhandis hanno provocato ad alcuni residenti del Medioriente un senso di sollievo per il fatto di essersi finalmente liberati di due comandanti di milizie che hanno portato molte sofferenze alle loro comunità.

Ma quando siriani, iracheni, yemeniti e altri arabi hanno pubblicato commenti celebrativi sugli omicidi di due comandanti che percepiscono come criminali di guerra, i difensori dell’Iran hanno immediatamente criticato queste persone, insistendo di non sapere nulla dei loro paesi, o accusandoli di essere  pro-imperialismo.

Così facendo, questi auto-identificati progressisti della sinistra e attivisti “anti-guerra” hanno ancora una volta minimizzato la gravità della morte di centinaia di migliaia di persone nella regione. Per loro, le uniche morti civili che possono essere riconosciute e compiante sono quelle causate dall’intervento militare degli Stati Uniti, di Israele o dei loro alleati.

Tuttavia, è difficile coprire i crimini che l’Iran e le sue milizie regionali hanno commesso negli ultimi 10 anni. L’Iran ha sostenuto e persino consigliato la brutale repressione da parte del regime siriano sulle proteste dell’opposizione e in seguito sull’uccisione di massa di civili attraverso bombardamenti  e assedi spietati; ha anche inviato bambini rifugiati afghani a combattere per  conto suo in Siria. Ha inviato attrezzature militari e personale agli Houthi nello Yemen, che proprio come i loro nemici, i sauditi e gli emiratini, sono stati accusati di aver commesso crimini di guerra nel conflitto yemenita. In Iraq, hanno sostenuto e comandato milizie che hanno commesso vari crimini contro i civili iracheni.

In questo senso, non sorprende che i siriani che hanno subito il trauma della perdita di amici e familiari nell’assedio di Aleppo e l’insulto di vedere le immagini di Soleimani marciare per la loro città (dove potrebbero non essere mai in grado di tornare) stiano celebrando la sua scomparsa. Non sorprende inoltre che i manifestanti iracheni, che hanno dovuto trascinare i corpi di amici sparati in testa con granate a gas iraniane durante gli attacchi delle milizie appoggiate dall’Iran alle loro manifestazioni, ora si rallegrino per la scomparsa di al-Muhandis che era stato accusato di avere direttamente condotto la repressione.

Queste stesse persone di sinistra che proclamano di essere preoccupate per un’intervento straniero, rifiutano di riconoscere l’intervento iraniano in Siria, nello Yemen e in Iraq quando i popoli di quei paesi si ribellarono contro l’autoritarismo, la corruzione, il settarismo e collasso socioeconomico. Quando nel 2018 e nel 2019 sono scoppiate proteste in Iran contro le autorità iraniane, sono ancora una volta state inquadrate da questo “popolo della sinistra” occidentale nella loro narrazione in un cambiamento di regime sponsorizzato dagli stranieri.

La costante necessità di difendere il governo iraniano, anche contro le proteste del popolo iraniano che ha sofferto sotto questo governo, è un esercizio di ginnastica mentale. Questo è lo stesso segmento di sinistra che equipara le critiche all’Iran con l’essere un alleato di Israele, il che è altamente problematico, dato che Iran e Israele stanno commettendo gli stessi crimini in Medioriente.

Esiste solo l’imperialismo americano?

C’è stato molto rumore per la violazione della sovranità irachena da parte degli Stati Uniti, ma si è parlato poco delle azioni iraniane e russe che violano la sovranità nella regione. La presenza costante di Soleimani in Iraq per emettere ordini a funzionari e forze irachene è solo uno dei tanti segni della mancanza di rispetto da parte dell’Iran per la sovranità irachena. Secondo questi stessi opinionisti della sinistra, Soleimani stava intervenendo in Iraq per “combattere” l’intervento degli Stati Uniti.

In Siria, ciò che questi autoproclamati attivisti anti-guerra vedono come dispiegamento iraniano e russo su invito di un presidente legittimo, viene visto dai siriani come un’occupazione consentita da un dittatore che non hanno mai eletto in elezioni libere ed eque.

Il dibattito sugli assassinii di Soleimani e al-Muhandis è servito a illustrare, ancora una volta, la percezione incoerente da parte di un segmento della sinistra “progressista” di ciò che sia “l’imperialismo”. Essi marchiano prontamente le azioni degli Stati Uniti e dell’Israele come imperialisti; mentre l’aggressione da parte di altri – sia della Russia, la Cina, l’Iran o i loro alleati – che causa pari danni e morti civili, viene ignorata, sminuita o avvolta in narrazioni che rientrano nella categoria di “guerra contro il terrorismo” (piuttosto simili a quelle usate dagli stessi Stati Uniti e da Israele).

Così, gli attacchi dagli Stati Unite e Israele contro le forze iraniane o il regime di Assad sono stati denunciati come atti di imperialismo, mentre le uccisioni di massa di civili siriani da parte delle potenze occupanti Iran e Russia sono state ignorate, negate o presentate come uccisioni di “terroristi”.

Criticare gli Stati Uniti e Israele mentre si ignora i crimini di altri, tuttavia, non fa bene alla popolazione che subisce il peso delle battaglie geopolitiche tra queste potenze globali e regionali. Gridando “La terza guerra mondiale è alle porte” ogni volta che gli Stati Uniti commettono un’aggressione significa ignorare anche il fatto che milioni di persone in Medioriente e altrove, dove gli interventi degli Stati Uniti e Israele e anche quelli dell’Iran, della Russia e della China, hanno suscitato conflitti, stiano già vivendo la realtà di una  guerra.

Essere veramente anti-guerra significherebbe opporsi all’aggressione di tutti e condannare tutti coloro che sono accusati di crimini di guerra – che si tratti di Qassem Soleimani o di Eddie Gallagher.

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Malak Chabkoun

Malak Chabkoun è una ricercatrice e scrittrice indipendente sul Medioriente.

ORIGINALE: Al Jazeera opinion page

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