Processo di Coblenza: Interrogato attivista per i diritti civili: «Sono pronto con un solo proiettile a ucciderti qui e nessuno chiederà di te. »

il

Articolo scritto da Luna Watfe e pubblicato l’8 gennaio 2022 su sl-center

(Traduzione G. De Luca)

Rapporto su un’audienza di Anwar Raslan accusato di aver perpetrato crimini contro l’umanità in Siria nel 2011/2012. Il testimone, un attivista per i diritti umani, era stato accusato di tradimento.

Il 26 agosto 2021, il testimone è comparso presso il tribunale di Coblenza e ha iniziato la sua testimonianza identificandosi come lavoratore in un centro per i diritti umani, che organizzava anche attività per bambini e lavorava come fotografo.

Nel giugno 2012, ha racconto, l’ex detenuto per i diritti umani, era seduto con i suoi amici quando è passato un posto di blocco mobile e ha chiesto i loro documenti e quando hanno scoperto che uno dei documenti di un suo amico era stato strappato, sono stati tutti arrestati. Gli è stato detto che la faccenda non avrebbe impiegato più di un quarto d’ora ad essere sistemata e sono stati caricati in un’auto con una mitragliatrice automatica addosso e portati alla filiale 40.

Il teste fu il primo ad entrare nel Ramo prima dei suoi compagni e gli ufficiali lì iniziarono subito a picchiarlo e ad accusarlo di tradimento. Fu quindi collocato nel corridoio della filiale da dove poteva sentire la voce di un ufficiale che parlava con uno dei suoi amici alawiti che era stato arrestato con loro chiedendogli:

“Come puoi andare a spasso con terroristi del genere? Ci stanno uccidendo! E ci stanno facendo la guerra!”

Il suo amico alawita rispose che li conosceva bene e che erano brave persone – il testimone e il resto del gruppo che erano stati arrestati con lui – l’ufficiale rispose che il testimone(colui che stava parlando nella sessione del processo di Coblanza ndt) stava collaborando con i terroristi.

L’ufficiale poi permise al detenuto alawita di parlare con la sua famiglia e di dire loro dove si trovava e che sarebbe stato rilasciato entro due ore. Tuttavia, il testimone non sarebbe mai uscito, secondo quanto l’ufficiale avrebbe poi detto a un amico.

Dopo diverse ore, il testimone è stato sottoposto a interrogatorio. La sua camicia era stata tirata sul viso usata come maschera, ma riusciva comunque a vedere. Uno degli ufficiali era in piedi di fronte a un’altra persona che gli sussurrava all’orecchio per tutto il tempo.

Il testimone era stato accusato di essersi recato in Libano per recuperare attrezzature mediche destinate agli ospedali da campo e per aver organizzato manifestazioni.

Al negare le accuse contro di lui, l’ufficiale fece fatto segno a due degli agenti dietro di lui che iniziarono a picchiarlo fino a farlo cadere a terra. Fu quindi riportato nel corridoio e rimase lì fino al mattino quando venne picchiato ancora una volta prima di essere portato alla filiale di Al-Khatib, dove rimase per circa otto giorni.

All’arrivo ad Al Khatib, il testimone ha descritto di essere stato spogliato, perquisito, maltrattato e umiliato esattamente nello stesso modo in cui altri testimoni avevano descritto l'”accoglienza” prima di lui. Fu quindi rinchiuso in una cella di circa 20 metri quadrati dove erano detenuti non meno di un centinaio di detenuti.

Dopo diversi giorni, il teste fu convocato per un interrogatorio al primo piano. Aspettò per due ore ma non essendo stato interrogato fu riportato in cella con, dietro di sé, il suo amico alawita. Al loro ritorno, il testimone chiese al direttore di mettere lui e il suo amico in un’unica cella, il che portò il direttore a iniziare a picchiarlo fino a quando non raggiunsero la cella del gruppo

Ancora una volta venne convocato per un interrogatorio e gli fu stato chiesto di fornire i nomi delle persone con cui stava lavorando , lui negò di lavorare con altri per la seconda volta, l’interrogatore gli disse allora:

“Sono pronto con un solo proiettile ad ucciderti qui e nessuno chiederà di te. Voglio che tu mi dia tutti i nomi dei medici e dei professionisti dei media con cui ti stavi coordinando”.

L’ufficiale continuò a colpire il testimone con il calcio della pistola e poi l’interrogatore gli si avvicinò mentre giaceva a faccia in giù, alzando il piede e iniziando a colpirlo alla testa.

Dopo essersi rifiutato di dare qualsiasi nome, fu rimandato nella sua cella e trasferito due giorni dopo in un altro ramo della città di Najha con i suoi compagni.

In seguito apprese che anche altri detenuti erano stati trasferiti da Al Khatib a Najha per nasconderli, poiché era previsto un comitato di ispezione della missione delle Nazioni Unite.

Mentre veniva messo sull’autobus per essere portato a Najha, il testimone notò quattro persone in piedi nelle vicinanze e crede che l'”imputato” fosse uno di loro.

Rimase a Najha per circa una settimana, dopo di che venne trasferito alla filiale di Kafr Sousa, dove fu torturato con l’elettricità fino a perdere conoscenza perché si era rifiutato di dare qualsiasi nome dato che non ne conosceva nemmeno uno. Il testimone ha infine fornito i nomi di due suoi parenti che erano stati uccisi dalle forze di sicurezza. Poiché l’ufficiale non sapeva che erano morti, lo fece per far cessare finalmente la tortura.

Un giorno, arrivò uno degli ufficiali chiedendo loro di raccogliere le loro cose perché stavano per essere rilasciati. C’erano circa sette persone, compreso il testimone. Al lasciare la cella gli venne detto che sarebbero andati in un posto dove avrebbero potuto lasciare le loro cose. Rimasero sorpresi al rendersi conto di essere stati portati in un grande garage dove avevano visto molti strumenti di tortura e gli agenti che erano li erano ubriachi. Si misero subito a torturare i sette detenuti. Il testimone fu torturato, messo su un tavolo e picchiato e poi sottoposto al metodo della ruota, e gli altri vennero stati torturati usando il metodo shabeh – sospesi per i polsi con manette di metallo e picchiati – e la sedia tedesca. Poi furono costretti a firmare dei fogli in bianco e vennero gettati a terra fuori dal ramo.

Al testimone non fu permesso di lasciare la prigione fino a quando la sua famiglia non pagò una somma equivalente a otto milioni di lire siriane attraverso una mediazione con lo stato.

Il testimone è stato quindi tenuto a rispondere alle domande delle parti in causa riguardante la filiale di al-Khatib riguardo alla situazione lì in termini di cibo, aria, acqua, luce e celle sovraffollate dove dovevano fare a turno per dormire o mentre erano accovacciati. Ha descritto malattie diffuse dove non erano disponibili cure mediche e guardiani che picchiavano chi richiedeva qualsiasi tipo di medicinale. In effetti quanto da lui descritto corrispondeva alle dichiarazioni dei testimoni che lo avevano preceduto, se non che parlava anche di un altro detenuto, avevano fatto spogliare sua moglie davanti a lui, un ufficiale gli aveva spento le sigarette addisso mentre un altro ancora lo costringeva a sedersi su un bottiglia di vetro rotto.

Il testimone ha confermato di aver, infatti, visto un gruppo in piedi fuori dalla filiale di Al-Khatib e tra i quattro uno aveva un neo in faccia e che è stato in grado di identificare la sua foto con quella della polizia criminale quando gli è stata mostrata . Tuttavia, poteva solo confermare che era sicuro al 60% che si trattasse dell'”accusato” perché era cambiato e ora era più magro.

La squadra di difesa dell’imputato ha quindi attirato l’attenzione sul fatto che il testimone conosceva personalmente l’avvocato, Anwar al-Bunni, e ha iniziato a fare al testimone molte domande su di lui. Era ovvio che volevano collegare la sua testimonianza alla posizione personale di Al-Bunni nei confronti degli “accusati” e quindi pensavano che stesse incitando il testimone contro il loro cliente.

Il testimone ha risposto con fermezza che era in tribunale per descrivere cosa gli era successo ad Al Khatib e che non era colpa di Al-Bunni se tutti coloro che lo avevano contattato per essere testimoni a Coblenza sono stati arrestati ad Al-Khatib.

Il testimone ha anche confermato che molti di loro hanno ricevuto minacce ed era a conoscenza della situazione a causa della natura del suo lavoro personale con un centro siriano per i diritti umani. Tuttavia, non poteva dire altro a causa della riservatezza del lavoro in tali organizzazioni e della necessità di preservare la privacy dei testimoni.

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