In Siria, la rabbia delle minoranze contro Assad

 

Le proteste druse contro Assad sono accompagnate da una crescente e palpabile rabbia nella comunità alawita, da cui proviene il medico siriano.

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(Foto: Una recente dimostrazione di fronte alla prefettura di Suweyda) 

Pubblicato nel giugno 2020 da Jean-Pierre Filiu su Le Monde

(Traduzione di Francesca Scalinci)

Bashar al-Assad sperava di celebrare il ventesimo anniversario della sua salita al potere dopo trent’anni di dittatura di suo padre Hafez. Lui, soddisfatto di presentarsi come il ‘protettore’ delle minoranze contro la maggioranza sunnita della popolazione, è l’obiettivo di una sfida senza precedenti tra I gruppi di minoranza, considerati neutrali o lealisti. Dall’inizio del mese in corso, I dimostranti hanno sfidato il regime, il sindaco Brandi, a Suweyda, a sud-est di Damasco, nel cuore della regione in cui la maggior parte della popolazione drusa del paese è concentrata. Ma sempre più palpabile è la rabbia nella comunità alawita, da cui proviene la famiglia Assad, cosa che preoccupa il signore di Damasco.

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(Foto: -Una recente protesta anti-Assad a Suweyda)

 

LA FRONDA ALAWITA

 

La dittatura di Assad, sotto Hafez e poi sotto Bashar, si è sempre occupata di ogni più piccola sfida nata in seno alla minoranza alawita, che rappresenta un decimo della popolazione siriana. Tuttavia, il sostegno al regime era tutt’altro che incondizionato e molte personalità alawite si sono impegnate nel processo rivoluzionario a partire dal 2011. <gli oppositori sono stati perseguiti senza pietà in nome del cosiddetto “doppio tradimento” cioè del regime e della comunità. Ma l’escalation militare e la confessionalizzazione del conflitto, insieme all’ascesa dei gruppi islamisti prima e jihadisti poi, ha convinto la maggior parte degli alawiti a mobilitarsi intorno al regime. Alcuni hanno organizzato diserzioni di massa dall’esercito nazionale, mentre gli altri si sono impegnati nelle milizie pro-Assad. Hanno pagato un tributo molto alto alla guerra civile, lasciando una comunità alawita per gran parte priva di giovani uomini.

Nonostante un tale esorbitante “prezzo di sangue”, la stragrande maggioranza degli alawiti ha visto crollare I propri standard di vita, sebbene gli approfittatori legati al capo dello stato stessero accumulando fortune indecenti. E’ in questo contesto già affollato che Rami Makhlouf, cugino di Bashar al Assad, e per lungo tempo suo grande finanziere, lo ha sfidato pubblicamente tre volte. Makhlouf, fino ad ora simbolo della corruzione rampante, è stato in gran parte spogliato della sua ingente fortuna. Lui, che ha mantenuto generosamente la base della comunità, è riuscito a presentarsi come il portavoce degli alawiti che si sentono abbandonati e persino presi in giro dal regime. L’arroganza dell’Iran e delle milizie che vi sono affiliate, tra cui gli Hezbollah libanesi, ha aggravato il risentimento degli alawiti, considerati per lo più musulmani mediocri dal militanti sciiti. Slogan contro Assad sono comparsi sui muri di Latakia e Tartous, entrambe città in cui la Russia ha basi marittime e di aviazione. Ciò spiega la preoccupazione di Mosca dinanzi a queste proteste inaspettate.

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(Foto: Muro a Idlib in solidarietà con I manifestanti di Suweyda, “Da Nord a Sud”.)

GLI EVENTI

I drusi corrispondono a poco più del 2% della popolazione siriana, ma la maggior parte di loro vive a Suweyda e nell’aria strategica dei monti drusi, a sud della capitale. Fin dal 2011 hanno cercato di preservare la propria neutralità, che non li ha salvati dagli abusi jihadisti nel 2018. Ma il disastro economico e I tanti traffici del regime, in questa zona che confina con la Giordania, hanno portato recentemente a una serie di: “Rivoluzione, libertà e giustizia sociale” e “Il popolo vuole la caduta del regime”. Il dito d’onore è diventato un simbolo della protesta. Il 10 giugno, anniversario della morte di hafez al Assad, I protestanti hanno osato cantare: “Maledetta sia la tua anima”. Naturalmente i cortei sono molto piccoli, a causa dei rischi immensi che comporta qualsiasi critica pubblica di Assad. Inoltre, una volta repressi i cortei e arrestati gli attivisti, il regime ha organizzato le sue contro-proteste, in cui si condannavano le sanzioni USA come fonte di tutti i mali della Siria.

La rabbia drusa e gli attacchi alawiti sembrano seri avvertimenti alla dittatura siriana. Dopo aver giustificato la propria autocrazia rifiutando qualsiasi concessione alla maggioranza islamista, definita appunto ‘islamista’ o perfino ‘terrorista’ , il regime di Assad vede sgretolarsi la propria base di consenso, quella delle minoranze. I cristiani, che non hanno una base territoriale pulita, sono sempre di più tentati di emigrare, ciò in parte perché I greco-ortodossi si volgono alla protezione della Russia, presentata come la “nuova Roma”. Per quanto riguarda I curdi, stanno cercando di formare un fronte unito contro le richieste di Assad al fine di preservare almeno parte dell’autonomia nel nord-est, un fronte che finalmente si può aprire ai negoziati tra il PKK siriano (Partito dei lavoratori curdi) e altre sigle curde nel paese. Anche la piccola comunità sciita siriana è sostenuta solo da Iran e Hezbollah sullo sfondo dell’aperto antagonismo tra alawiti e sciiti.

Questa situazione riporta ancora una volta all’equazione fondamentale della crisi siriana, che è quella di un intero paese, maggioranza e minoranze comprese, che continua ad essere ostaggio di Assad.

 

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