Mostruosità sopravvissute: un’intervista a Yassin al-Haj Saleh

Articolo pubblicato il 25 giugno 2020 su Al-Jumhuriya

Traduzione di Giovanna De Luca

 

Lo scrittore siriano ed ex prigioniero di coscienza Yassin al-Haj Saleh parla con l’attivista bielorussa Marina Naprushkina dell’ascesa globale dei regimi autoritari, della “piaga” del putinismo e del perché i tempi sono maturi per nuovi movimenti politici.

 

Quella che segue è un’intervista con lo scrittore siriano e co-fondatore di Al-Jumhuriya Yassin al-Haj Saleh, realizzata da Marina Naprushkina,artista bielorussa e attivista democratica. L’intervista si è svolta a Berlino nell’aprile 2020.

 

Marina Naprushkina: Yassin, vorrei farti molte domande sulla rivoluzione siriana; la guerra e l’assedio; sui tuoi sedici anni passati in prigione; sul tempo trascorso poi in Turchia e ora a Berlino; e sull’amore. Nelle lettere che hai scritto a tua moglie Samira al-Khalil (che è stata rapita a Duma nel 2013, e della quale da allora non si sa più nulla), dici: “Tuo marito è ancora lo stesso scrittore che non ha “armi “se non le sue parole.” Cosa ne pensi, contro cosa dobbiamo puntare contro le nostre “armi” oggi?

 

Yassin al-Haj Saleh: la connessione tra le parole e la rivoluzione siriana è piuttosto basilare. La rivoluzione riguardava l’appropriazione della politica; vale a dire, possedere discorsi su questioni pubbliche e protestare pubblicamente. Basandomi su questo, penso sia giusto affermare che la nostra lotta riguardava essenzialmente le parole: usarle, interpretarle e protestare utilizzandole. Sia la rivoluzione che le parole sono state schiacciate durante nove anni troiani, durante i quali la Siria è stata ridotta a un campo di battaglia da poteri disumani, mentre i siriani sono stati relegati al silenzio e all’assenza; dispersi, impoveriti, “subalternizzati” e gli è stato negato prendere qualsiasi opinione sul loro destino.

 

Quindi credo che le nostre parole dovrebbero essere rivolte contro coloro che producono assenza o la cui presenza si basa sul consolidamento della nostra assenza. Ciò riguarda innanzitutto il regime dinastico genocida, il cui obiettivo più alto è rimanere al potere per sempre, e che ha consegnato il paese a potenze straniere per ottenere la loro protezione. Poi il regime internazionale gerarchico e razzista, basato su stati sovrani, che può facilmente trasformarsi in genocida, specialmente in questa era della “Guerra al terrore”. Terzo, nel contesto siriano, l’islamismo nichilista che ha causato molti danni nei paesi musulmani e che penso sia già in declino. I tre monopolizzano da soli il diritto di parlare e di avere una presenza legittima. La nostra lotta contro di loro riguarda la rappresentazione di noi stessi, vuol dire parlare come persone che hanno il “diritto di avere diritti”, come affermava Hannah Arendt, e una presenza riconosciuta. In questo contesto, l’assenza di Samira è per me una causa; una motivazione ed un simbolo di una condizione nazionale e globale

 

MN: Nel tuo saggio che critica il concetto di solidarietà, dici che la solidarietà è come una merce e che oggi esiste un “mercato della solidarietà”. In una delle discussioni, hai detto che, alla fine, non siamo pronti a combattere per le nostre convinzioni come te. All’epoca sei stato detenuto per sedici anni per essere stato membro di un gruppo del Partito Comunista. L’artista Milica Tomić pone questa domanda in una delle sue opere: “C’è qualcosa per cui sei pronto a dare la vita?” Viviamo in un’epoca di opportunisti? Cosa spiega questo sviluppo?

 

YHS: Beh, non intendevo incolpare le persone per non aver combattuto per le loro convinzioni “come me”. È successo che non ho potuto proprio evitarlo. Avrei preferito una lotta meno crudele e disperata.

 

È solo che pensavo che la solidarietà stesse diventando un’alternativa passiva a un impegno più attivo nella lotta per un mondo migliore. Dà sollievo a molte coscienze in Occidente selezionare una lotta e patrocinare i suoi agenti. Lungi dall’essere un’attività per cambiare noi stessi e il mondo, essere solidari in questo modo vuol dire non cambiare nulla. Quando le persone sono solidali con questa causa o un’altra che scelgono dal mercato della solidarietà, tendono a sviluppare una sorta di coscienza di autocompiacimento che annulla l’impulso di cambiare se stessi e combattere contro l’autosoddisfazione.

 

La sconfitta del comunismo negli anni ’80 ha avuto l’effetto di normalizzare l’ordine capitalista neoliberista, anche tra coloro che sono contrari, che sembrano aver accettato la famosa affermazione di Margaret Thatcher secondo cui “non c’è alternativa”. Siamo in questa era da più di tre decenni, ed è molto tempo. La solidarietà delle ONG appartiene a questo ordine. Ora, dopo la Siria, e nel mezzo della crisi del Coronavirus, penso che la necessità di altre forme di co-impegno e di lotta sia estrema. Siamo a un bivio che porterà a nuove forme di fascismo e razzismo in nome di legami e tradizione organici, come chiede l’ideologo di Putin, Aleksander Dugin, o a più forme militanti ed emancipatorie di lotta per l’uguaglianza, la dignità umana e la vita sul pianeta. Vorrei vedere molte persone disimparare pratiche di solidarietà condiscendenti, autocelebrative e selettive e unire invece le lotte per l’uguaglianza e la libertà.

 

MN: Dopo la seconda guerra mondiale, le popolazioni dei paesi interessati hanno lavorato per ricostruire le loro case, scuole e città. Penso che ciò abbia aiutato questa generazione a sopravvivere alla crudeltà vissuta durante la guerra. Questo non è il caso della Siria. Nel paese stesso, la guerra e la dittatura non sono finite. Le persone che hanno lasciato la Siria vivono in diversi paesi e pochi riescono persino a prendere parte alla vita sociale in esilio. Quali esperienze avete tu ed i tuoi compatrioti qui a Berlino? Come può Berlino diventare una nuova casa?

 

YHS: Consentitemi innanzitutto di dire perché non è così in Siria. A differenza del Ruanda nel 1994 e della Cambogia nella seconda metà degli anni ’70, e persino della Germania nazista, il regime genocida in Siria viene reintegrato al potere. Neanche un minimo di giustizia è stato raggiunto: nessuna transizione politica; nessun riconoscimento della sofferenza del popolo siriano; niente. Questa è la premessa di un genocidio ancora più grande in vista. Perchè è così? In sostanza, la nostra è una lotta contro il razzismo, sebbene non vi siano razze. Ma poi le razze sono ovunque costruite dal razzismo e dalla discriminazione, secondo Frantz Fanon. Accade semplicemente che le nostre “razze” sono chiamate sette, e l’ordine mondiale islamofobico oggi costituisce una profondità strategica per questo specifico tipo di razzismo. È positivo per questo ordine che esiste un’agenzia, chiamata “lo stato sovrano”, che si sta occupando di uccidere i neri siriani. Ecco perché non si sentono proteste contro i savageries russi in Siria. È solo un nuovo round della vecchia missione civilizzatrice.

 

Con amici e colleghi, continuiamo a produrre idee e analisi per una migliore comprensione della nostra lotta, dei nostri esiliati e del mondo. Difendiamo la nostra agenzia, sia politica, etica o epistemologica, come individui e come persone. Resistiamo alla riduzione in casi umanitari o vittime passive. È abbastanza difficile continuare a combattere, come puoi immaginare, e succede che a volte ci sentiamo estremamente esausti, ma siamo consapevoli di quanto sia cruciale la sostenibilità della nostra lotta. Quindi, immagino che molti di noi stiano cercando di confonderlo: avere una vita il più normale possibile e continuare a rappresentare il Paese abbandonato. Inoltre, siamo consapevoli della necessità di collegare la nostra causa ad altre cause nel mondo e alla causa mondiale: umana e planetaria. Penso che stiamo andando un pò oltre questo livello.

MN: Oggi abbiamo opportunità molto migliori di scambiare informazioni in tutto il mondo, di scattare foto per documentare guerre e crimini, comunicare e fare rete. Ma cosa frustra quindi la solidarietà, la solidarietà che diventa anche un’azione?

 

YHS: Se la mia analisi sulla solidarietà è corretta, la sua incapacità di tradursi in azione ne è parte integrante. È progettata per darti buoni sentimenti, non per fare bene.

 

Inoltre, oggi non c’è molta solidarietà nel nostro mondo. In Occidente (e la solidarietà, con il suo mercato e le sue caratteristiche di condiscendenza, è una merce prodotta principalmente in Occidente), la solidarietà è assegnata solo a coloro che condividono i nostri valori, che non sono diversi da noi, che in realtà sono come noi. Quindi è una cosa narcisistica, una sorta di relazione “I love me”. Quello che voglio dire è che oltre ad essere una relazione di potere, priva di uguaglianza e reciprocità, la solidarietà praticata oggi è anche narcisistica ed esclusivista.

 

Sono pienamente consapevole del fatto che ci sono molte persone meravigliose che sono completamente fuori da questo stampo I-love-me e pensano al loro attivismo di solidarietà come una componente di una più ampia lotta per sfidare e cambiare un mondo pieno di razzismo, discriminazione e vittimizzazione. Forse ora è il momento giusto per la nascita di nuovi movimenti e comunità basati su uguaglianza, rispetto, diversità e coraggio.

 

MN: Vengo dalla Bielorussia, dove il nostro primo presidente è al potere dal 1994. Oggi le dittature sono più stabili che mai. Come può essere spiegato?

 

YHS: 26 anni? Sta preparando suo figlio a ereditare il potere da lui, come ha fatto il nostro? Siamo stati sotto le regole della famiglia Assad per 50 anni . A causa dei tre gioghi: quello geopolitico (Israele, sicurezza e superiorità); geo-economico (mercati di consumo del petrolio e del Golfo); e geo-culturale (Islam, e così via); un triplo giogo chiamato Medio Oriente: decine di migliaia di persone sono state uccise in Siria, altrettante sono state imprigionate e torturate , questo quando ero giovane, e ora che sono nel mio sesto decennio centinaia di migliaia di persone sono state uccise, milioni sono gli sfollati. La nostra prima guerra di tortura fu durante l’ultimo decennio dell’era della Guerra Fredda, mentre l’altra arrivò nell’era della Guerra al Terrore, che è solo un’altra guerra di tortura globale come molte guerre coloniali del passato (e presente: la Palestina). La Russia è oggi il principale protettore del nostro regime genocida. Immagino che anche il tuo paese, la Bielorussia, sia un protettorato russo e il tuo Lukashenko stia ampliando i suoi margini di libertà nei confronti del suo popolo essendo scelto da Putin, il leader ultra-nazionalista che ora si sta preparando a cambiare la costituzione per rimanere al potere per altri sedici anni. Questo è l’ergastolo per la Russia, e molto probabilmente anche per la Bielorussia, molto più piccola.

 

La Russia putinista è la nostra piaga. Mentre stanno dominando il nostro paese, non si preoccupano della gente, né molto probabilmente dello stesso Assad; si occupano della loro grandezza e la loro arroganza imperialista. Lo stesso Putin si vantava di aver testato più di 200 armi in Siria. Si è vantato del fatto che la Russia venda armi per un valore di 15 miliardi di dollari e che ci siano piani per venderne altri 55 miliardi.

 

MN: Tua moglie e tu chiarite che una guerra mondiale è in atto in Siria, ma diretta contro un popolo. Puoi approfondire questo?

 

YHS: lo ha detto Samira subito dopo il massacro chimico dell’agosto 2013 e l’accordo chimico il mese successivo tra Stati Uniti e Russia, che è stato persino più criminale del massacro stesso. Il significato del massacro seguito dall’accordo era che puoi uccidere il tuo popolo con armi chimiche, e quindi sarai ancora più impegnato nella politica internazionale di prima, mentre le tue vittime sono ancora più escluse dalla politica, in quel periodo 100.000 persone avevano pagato con la vita. I siriani sono diventati ancora più “senza mondo” dopo la scomparsa di Samira. Potrei semplicemente ripetere che la “Guerra al terrore”, che era la giustificazione di quell’accordo sordido, e che ha aiutato molti ciechi nel mondo a vittimizzare i siriani, non è affatto una guerra. È una tortura e da decenni indebolisce la democrazia in tutto il mondo. È tragico che molti riescano ad utilizzare solo il paradigma della Guerra al terrore per portare

avanti la lotta contro la pandemia di Covid-19.

 

MN: Cosa si può imparare dalla rivoluzione siriana? E perché non ne parliamo oggi?

 

YHS: Penso che la Siria sia stata vittima in nome di un’apatia e un’indifferenza istituzionalizzate a lungo termine, a livello globale, verso qualunque cosa accada in Medio Oriente; le quali hanno fatto si che si radicalizzasse il razzismo nelle forme di islamofobia e di un cieco sostegno a una politica razzista come quella di Israele, consolidata dagli stati del Golfo governati da dinastie estremamente corrotte e patriarcali che l’Occidente ha patrocinato per un secolo se non più a lungo. Tutto ciò converge per rendere invisibile e insignificante la lotta siriana contro un regime genocida, razzista. Il Medio Oriente è il nome di uno spazio di eccezione in cui il colonialismo non è mai finito. Gli Stati Uniti sono parte integrante del sistema mediorientale, considerato geograficamente al di fuori della regione. Anche l’Europa fa parte del sistema e ora la Russia vi si sta radicando.

 

Dobbiamo imparare bene e non soffermarci sulle cose che riducono la politica alla cultura e la cultura alla religione, che è ancora dominante in Occidente (e nel mondo) quando si tratta della regione. L’Occidente “secolare” dovrebbe secolarizzare la sua comprensione della regione per comprenderla. Ciò include l’ascesa dell’islamismo nichilista tra gli anni ’80 e le primavere arabe.

 

La Siria è un microcosmo senza mondo, e penso che ora stiamo vedendo un mondo sirianizzato dominato dal fallimento allo stesso modo in cui i siriani hanno fallito, sono stati massacrati, disumanizzati e resi superflui, per usare la terminologia di Arendt.

 

Non si parla più della Siria perché il mondo dei governi e dei media ha avuto molto successo nell’inibire anche una comprensione approssimativa della più grande lotta di questo secolo. Lo vedono come “un complicato laggiù” e voltano le spalle a ciò che sta accadendo. È vero, è complicato in Siria, ma è analizzabile in un modo che mostra i “complicatori” in azione. I principali sono la Russia, l’America e i suoi satelliti, Israele per decenni. Posso aggiungere che sta diventando ancora più significativo capire meglio ciò che riguarda la Siria ora proprio perché il mondo è stato progressivamente sirianizzato. La sola cosa saggia è che gli umani conoscano se stessi.

 

MN: Lo scrittore russo Varlam Shalamov, che ha trascorso oltre quindici anni nella regione artica di Kolyma, è considerato il cronista definitivo dei campi di Gulag. Ha detto che le esperienze del campo non insegnano nulla. Oggi, migliaia di persone sono nelle carceri di Assad in Siria. C’è speranza che queste persone possano tornare dalle loro famiglie? E, una domanda personale, a cui non devi rispondere: com’è passare un giorno, un mese, dieci anni in prigione? Cosa ti ha aiutato a superare questa situazione?

YHS: Come “laureato” in prigione, tendo a non essere d’accordo con Shalamov. Trasformare le nostre esperienze, per quanto crudeli, in idee e significati ci aiuta a liberarci da loro e lasciarli scivolare nel passato. Sono venuto a conoscenza del lavoro di Viktor Frankel solo di recente, ma il mio lavoro si è concentrato sul significato in modi non molto diversi da quelli del psichiatra austriaco e dal sopravvissuto dell’Olocausto, a partire dal legame etimologico tra significato e sofferenza in arabo. Rappresentare le nostre esperienze e produrre significati partendo da esse ci consente di comunicare con gli altri e di costruire una comunità di sofferenza-significato con loro. Quindi, la storia e la società sono fatte da queste esperienze.

 

Non attribuisco inevitabili valori creativi o positivi a queste esperienze che sono state distruttive per molti. Intendo solo che possiamo ridurre la distruzione rappresentando le nostre esperienze e producendo idee e immagini da esse. Di per sé sono insignificanti e sono pensate per renderci insignificanti. Resistiamo incorporandole nelle nostre vite e trovando l’emancipazione nel superare la crudeltà e la distruzione.

 

Tuttavia, anche questa emancipazione non è affatto un equo compenso. Non è possibile alcuna compensazione. Non ci sono pezzi di ricambio per i nostri Venti e Trenta anni quando questi vengono divorati dal mostro della prigione. E la maggior parte di quegli anni sono stati divorati nel mio caso personale. Ma dobbiamo domare il mostro il più possibile per sopravvivere. Alcuni di noi sono stati in grado di farlo. E penso che questo sia un vero atto di resistenza.

 

A volte, specialmente dopo la silenziosa assenza di Samira, continuo a chiedermi se non sono stato trasformato anch’io in un mostro. Si sopravvive davvero alle mostruosità?

 

 

Marina Naprushkina è un’artista bielorussa e attivista democratica con sede a Berlino. È la fondatrice dell’Office for Anti-Propaganda

 

 

 

 

 

 

 

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