Coronavirus in un mondo sirianizzato

Di Yassin al Haj Saleh

Pubblicato il 17 aprile 2020 su Biennale Warzsawa

Traduzione di Giovanna De Luca

All’inizio di aprile di quest’anno ho avuto la possibilità di visitare una clinica di Berlino per un controllo medico generale. Nella sala d’aspetto, un’assistente, che indossava una maschera che copre la bocca e il naso mi ha consegnato una maschera simile prima di guidarmi da un dottore, che indossava la stessa maschera . Ci sono voluti un secondo o due prima che mi rendessi conto che avevo coperto gli occhi invece del naso e della bocca come se le mie mani avessero “ricordato” ciò che facevano ogni notte durante il sedicesimo anno della mia prigionia. Fu nel carcere di Palmira, in Siria, nel 1996; a noi prigionieri politici,  ordinavano di dormire con gli occhi bendati, e di non muoverci durante il sonno.

Questa volta la maschera dovrebbe essere una protezione contro lo spettro del coronavirus che sta perseguitando Berlino e il mondo, diffondendo una paura maggiore dello spettro comunista di Marx ed Engels suscitato nei circoli borghesi europei a metà del XIX secolo. Covid il diciannovesimo, incoronato re dei re, è questo nuovo sovrano che esercita più potere di Trump e Putin, Europa e Cina, e si dimostra persino più potente di coloro che tormentavano i prigionieri nelle prigioni di Palmira e Saidnaya nella Siria di Assad, e che erano esperti nell’infliggere torture e uccidere .

Nell’attuale situazione di incertezza e imprevedibilità, da rifugiato, oggi, mi chiedo se non avessimo mai visto tutto questo prima? Non abbiamo sperimentato, ” a casa” laggiù, isolamento e confinamento? Ora stiamo affrontando insieme questa crisi indotta dal virus dopo una serie di altre crisi globali nelle quali mancava questo tipo di unione. Per prima cosa, non posso vivere il tempo del coronavirus come se non avessi mai vissuto nulla di simile prima, né posso riferirmi alla crisi che ha provocato senza che la mia memoria torni al mio paese abbandonato. Quel momento di crudeltà e trauma è stato inevitabilmente per me un momento di riferimento. È straziante che quel tempo si stia prolungando ora, rinnovato, ringiovanito, eternalizzato.

 

Meno di un anno fa pensavo che stessimo vivendo solo una grande crisi lontana da un disastro mondiale. Immaginavo che il percorso della Siria fosse seguito da paesi più grandi come l’Egitto o l’Iran. Quello che non immaginavo era un COVID-19. Non è evidente il fatto che stiamo già vivendo quel disastro in tutto il mondo, ma nulla può rassicurarci sul fatto che ciò non stia accadendo. Oggi si vede chiaramente come la solidarietà, di cui i siriani sono stati privati ​​per nove anni, sia ancora più scarsa nel mondo di quanto non lo siano i letti d’ospedale e i ventilatori. I tentativi di Trump di prendere il controllo del laboratorio tedesco che sta lavorando a un vaccino contro il coronavirus, sono un segno che la pandemia potrebbe non essere il più grande dei pericoli che stiamo affrontando.

La crisi globale inaspettata e in rapida espansione mostra che, nonostante le differenze economiche, tecnologiche, politiche e culturali tra le nazioni e le culture, siamo abbastanza simili nella nostra ignoranza. Dobbiamo combattere il nostro analfabetismo condiviso e imparare a leggere. La peste sta cancellando le differenze tra paesi e società e, soprattutto, annichilendo i confini che i paesi stanno cercando di rafforzare, come hanno fatto affrontando la “crisi dei rifugiati”. Mentre i governi dicono che siamo mondi separati, il virus afferma: “tu sei un mondo”. Di fronte alla sfida del microbo invisibile, stiamo tutti partendo quasi da zero – a meno che non siamo Slavoj Žižek che potrebbe pubblicare un intero libro mentre la maggior parte di noi sta ancora mettendo insieme le prime parole. E dobbiamo essere umili, aprire gli occhi per vedere – la prima cosa da fare in una situazione senza precedenti, per non seguire l’esempio dei generali dell’esercito e della sinistra occidentale, combattendo per sempre la guerra precedente. Questa non è una guerra, contrariamente a quanto Macron è stato in grado di ripetere sei volte nel suo discorso del 16 marzo. Con ogni probabilità, questa diagnosi ha le sue radici nel paradigma della guerra al terrorismo: non molto tempo prima i virus erano visti come terroristi, o viceversa, i terroristi come virus, che potrebbero estendersi a tutti i rifugiati e migranti. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha chiarito: il coronavirus e i migranti sono le due facce di uno stesso problema, la mobilità umana, che deve essere fermata. Non lontano da tali opinioni c’è la destra populista proprio in Germania (e non solo lì), il cui pensiero politico può essere facilmente tradotto nella lingua della malattia e dell’immunità. Il genocidio può quindi apparire come la misura sanitaria più appropriata. Già nel giugno 2011, Bashar al-Assad ha parlato di cospirazioni e batteri, di battericida e immunità corporea. Ora, questo si avvicina molto all’immaginazione politica dei nazisti che hanno cercato di “ripulire” la Germania dalle razze degenerate, i malati e gli antisociali, per creare un ambiente sano per il puro sangue ariano. Nell’agosto 2017, sei anni dopo il discorso su batteri, battericida e immunità, il presidente della Siria è stato in grado di parlare dei benefici della guerra che aveva scatenato: ha salutato la “società omogenea” che si era sbarazzata della discordia e degli elementi divisivi. La biopolitica del dottor Bashar al-Assad ha ucciso, in oltre nove anni, mezzo milione di persone e portato oltre sei milioni a spostarsi fuori dal paese. Alcune settimane fa, il suo ministro della salute ha risposto alla domanda riguardante le infezioni da Covid-19 nel paese, rendendo omaggio alle forze armate del regime che avevano “ripulito la Siria dai batteri”!

 

L’immaginario di guerra non è utile per affrontare l’epidemia di coronavirus. Serve solo a creare nemici e favorire conflitti. Tuttavia, la proliferazione di questo immaginario è un’indicazione della tenacia dell’istinto di uno stato sovrano, che di fronte a una minaccia, anche se la sua fonte è un microbo invisibile, è solo in grado di annunciare una mobilitazione per la guerra. La sovranità ha impoverito l’immaginazione e il linguaggio, quindi non abbiamo più parole e immagini per descrivere crisi diverse da quelle associate al pericolo e alla guerra, con la chiusura dei confini, con cose che richiedono un intervento militare e di polizia, rafforzando il monopolio della violenza “legittima” . Poiché gli stati sovrani sono dotati del martello della violenza legittima, pensano a tutto, anche al virus, come a un chiodo da battere.

Ancora più pericolosamente, l’immaginario di guerra ha un modo di creare nemici, coloro che non sono sufficientemente autodisciplinati, quindi devono essere disciplinati con la forza. In questo modo, invece di unirci per affrontare la sventura, si finisce per creare nuove divisioni, anche se per lo più si sovrappongono a quelle vecchie.

Il coraggio è un’altra qualità essenziale in questa “non guerra”, specialmente in un mondo in cui numerosi bulli stanno mettendo in mostra il loro potenziale militare prendendo di mira quelli molto più deboli di loro, e i conflitti armati sono degenerati a livello di tortura e genocidio . Non esiste una “guerra al terrore”, nessuno dovrebbe essere ingannato al riguardo. C’è solo la tortura usata dagli stati che possiedono forze aeree, armi di distruzione di massa e arsenale nucleare contro società molto più deboli, e le vittime sono molto raramente limitate ai presunti terroristi. Questo si può vedere in Siria, Palestina e praticamente ovunque. Questa presunta guerra è servita a giustificare la tortura su scala globale e a minare la democrazia in tutto il mondo. La chiamo una “guerra della tortura”, che è un termine più vero e più rappresentativo della “guerra contro il terrorismo”, poiché non ha le caratteristiche di una guerra. Sotto la copertura della guerra di tortura, il razzismo è avanzato in tutto il mondo. Una distinzione fondamentale è emersa tra i torturati e i torturatori – che si tratti di picchiare, morire di fame o umiliare i prigionieri nei sotterranei dei servizi di sicurezza, o lanciare bombe sui civili, o bombardare ospedali e bazar con fosforo bianco e armi termobariche, come praticato dalle forze russe in Siria. Nel momento in cui parliamo di distinzioni fondamentali stiamo in effetti parlando di razzismo. Il razzismo è una relazione di tortura, quella tra torturatori e torturati. Il coraggio sta nell’astenersi da questo gioco, nel cambiarne il corso.

Oggi stiamo evitando di incontrarci letteralmente con l’altro. Ne siamo scoraggiati, durante tutto il tempo. Ma non è chiaro che pensiamo a, o con gli altri, quando incontrarli fisicamente è indesiderabile. Pensare agli altri, contattarli e pensare con loro è la terza cosa giusta da fare. La quarantena non è un ostacolo, anzi, dovrebbe incoraggiarci. Questa è una crisi globale e quante più persone nel mondo dovrebbero unirsi per pensarci, lavorare per superarla e pianificare il futuro prossimo. È anche essenziale preservare la nostra capacità di contatto e di incontro, non permettendo alle abitudini acquisite nate durante la crisi e contaminate da essa, di confinare il nostro pensiero. È abbastanza probabile che l’isolamento e la nuova atomizzazione non vengano inscritti nei nostri corpi, forse dopo un pò di tempo, ci saluteremo come a Wuhan, toccandoci solo i piedi. Tuttavia, il panico e l’isolamento, la ghettizzazione generati dal nuovo sovrano, Covid 19, e dai suoi agenti – poteri sovrani in guerra nel mondo – possono benissimo alimentare le abitudini dell’isolamento in preda al panico e il tipo di panico a livello personale e comunitario, cose che si adattano a dittature spietate in tutto il mondo. L’immaginario di guerra di cui sopra è una prova della forte domanda di qualcosa con cui spaventare le masse e che la nostra attuale propensione alla paura e all’isolamento è solo un risveglio da ciò che abbiamo già visto, cioè l’isolamento e la paura del terrorismo.

Potremmo emergere da questa anomalia globale della salute con enormi perdite o con poche. Secondo alcune stime, è probabile che ammontino all’1% della popolazione planetaria, ovvero oltre 70 milioni di persone ma il nostro intero mondo attuale non è sano. Il coronavirus è solo un test che mostra quanto sia malato il mondo, come manchino la giovinezza e la determinazione, come si ceda alla paura e alla disperazione, come ci si opponga al cambiamento allo stesso modo di una persona anziana, come si rifiuti di accettare i rischi di incontrare gli altri per non voler affrontare i pericoli. L’altro è una minaccia, dicono i nuovi tribalisti di tutto il mondo.

Oggi è necessario un vero stato di eccezione, poiché Walter Benjamin ha chiesto di affrontare lo stato di eccezione normalizzato. Quando Giorgio Agamben considera il coronavirus un pretesto per introdurre uno stato di eccezione (che è già lì secondo il filosofo italiano), sembra qualcuno che cerca la sua chiave persa sotto il lampione (dove si trova la teoria), invece del luogo in cui l’ha perso (ovvero dove si trova il problema). Macron ha fatto lo stesso cercando il virus in un campo di battaglia di un’altra guerra precedente.

Come siriano, posso vedere un problema legato allo stato di eccezione permanente che è stato imposto nel mio paese nel 1963. Il problema è che siamo stati privati ​​di un vero stato di emergenza quando era realmente necessario (più di una volta negli ultimi quasi sessant’anni). Se siamo costantemente in uno stato di emergenza, e se sappiamo che viene utilizzato per zittirci e dividerci, cosa faremmo se una vera emergenza entrasse nella nostra vita? Niente. Il risultato di un’emergenza prolungata è l’apatia prolungata e il torpore mentale e morale, piuttosto che la vigilanza e il tenere gli occhi aperti.

Sessant’anni fa, Hannah Arendt scrisse che mentre il futuro è imprevedibile, possiamo creare premesse che lo rendano meno sconosciuto e terrificante. Sosteneva anche che ciò che è accaduto in passato è irreversibile, ma possiamo perdonare, lasciando andare il passato. Molte cose nel nostro mondo sono imperdonabili, in particolare, quando le persone sono trattate come se fossero “superflue”, come l’autore di The Origins of Totalitarianism ha detto, e come un milione di siriani di Idlib hanno appreso nei soli due primi mesi di quest’ anno. Questo mondo ha pochissime promesse, vale a dire pochissimo futuro. Per questo motivo, potremmo riprenderci dal coronavirus, ma il passato non sta scomparendo poiché disumanizzatori e torturatori non chiedono perdono a nessuno. Né il futuro ci dà il benvenuto poiché i potenti non fanno alcuna promessa. Viviamo in un presente soffocante, dove non riusciamo a muoverci, proprio come i prigionieri nei sotterranei affollati delle carceri di Bashar Al-Assad, dove i prigionieri vengono torturati. Il mondo è in crisi di disorientamento e di immaginazione soffocata. Siamo in una prigione senza alternative.

Inoltre, sappiamo che la crisi è complessa e cronica. Se il razzismo, le guerre di tortura e un’acuta crisi della salute pubblica non bastano, possiamo dire che siamo anche di fronte ad una crisi ambientale a lungo termine di proporzioni enormi. Questi sono tutti problemi globali che richiedono pensiero globale e azione globale. Questo non vuol dire che dobbiamo chiedere l’abolizione degli Stati esistenti o negare la necessità di pensare e agire a livello locale. Al contrario, potremmo aver bisogno di più stato, ma meno di sovranità. Gli Stati potrebbero essere considerati intermediari tra reti di istituzioni internazionali e comunità locali. Ciò, naturalmente, solleva la questione del grado desiderabile di democrazia nelle organizzazioni internazionali, della loro rappresentatività e legittimità. La situazione attuale invita a riflettere su queste domande. Sfortunatamente, le Nazioni Unite e le loro agenzie non sono un buon esempio da seguire, né costituiscono un quadro adeguato per riflettere sulle crisi attuali. È già evidente che le forze più reazionarie che resistono al cambiamento globale sono quelle che traggono il massimo vantaggio dall’attuale situazione di privilegio. Sono nella posizione più favorevole quando si tratta di accedere a risorse, informazioni e armi utilizzate nelle guerre di tortura. L’ideologia di queste forze si riferisce al principio formulato quarant’anni fa da Margaret Thatcher: non c’è alternativa – in breve TINA(There is no alternative, ndt) . Questo è lo slogan del fatalismo neoliberista che ha prevalso nel mondo per almeno trenta anni. Per inciso, lo stesso è stato usato per giustificare la sopravvivenza del regime genocida in Siria. Dobbiamo dire addio a quel tipo di mondo se non vogliamo che la Siria sia il futuro del mondo.

La Cina, contrariamente a quanto sembra credere il capo dell’Organizzazione mondiale della sanità, non è un’alternativa. Gli svantaggi della democrazia liberale sono reali e in crescita, ma un regime di semi-schiavitú che ha il monopolio delle informazioni e decide da solo cosa fare e cosa abbandonare, per non parlare del monopolio della “violenza legittima”, non è la soluzione . Il regime cinese si oppone alle alternative e al cambiamento, essendo per i suoi sudditi l’equivalente del neoliberismo di Margaret Thatcher. Questo non è il destino al quale il mondo dovrebbe aspirare.

Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è una nuova immaginazione politica che abbracci tutte e tre le grandi crisi: razzismo, ambiente e salute. Il nostro possibile punto d’appoggio nel prossimo futuro non verrà dai governi, ma da nuovi modi di pensare e organizzare, i movimenti che possono sorgere, liberando l’immaginazione, superando la realtà soffocante e dall’incontro e dalla lotta congiunta di persone danneggiate dal razzismo, fatalità capitalista e culto del profitto. Il motto del World Social Forum a Porto Alegre nel 2001 era: “Un altro mondo è possibile”. Da parte mia, vedo che questa possibilità si avvera se facciamo la cosa giusta durante la crisi aprendo gli occhi su ciò che normalmente non è stato percepito. Diventerà realtà se ci arrabbiamo, cambiamo le nostre abitudini, agiamo in modo equo e smettiamo di resistere ad una migliore  conoscenza degli altri e del mondo. In breve, se determiniamo un vero stato di eccezione, la vera differenza da ciò a cui siamo abituati. Un evento, come sostiene il filosofo italiano Rocco Ronchi, apre la strada a cambiamenti che prima non erano raggiungibili e genera vere possibilità. Questa è, secondo lui, la virtù del COVID-19. La nostra crisi di oggi può far precipitare nuove e varie possibilità. Se l’energia creativa dell’evento viene persa, saremo immersi per anni, un’intera generazione o anche di più, nella palude di una crisi di disorientamento. E un tale stato si adatta a coloro che vogliono che il presente duri per sempre, cosi come i potenti e i ricchi.

Un vero stato di eccezione sarebbe una rivoluzione contro le realtà del mondo di oggi auto-soffocante, una via d’uscita; per cui possiamo sentirci arrabbiati e stupirci dal fatto che viviamo davvero in un presente permanente. In Siria, scoppiò una rivoluzione contro uno stato di eccezione che era diventato una regola. È stato brutalmente schiacciato e una carta TINA è stata sollevata davanti ai nostri occhi increduli. Oggi più di sedici milioni di siriani vivono in una prigione senza alternative. Il numero può crescere fino a otto miliardi in un mondo sirianizzato, se le decisioni relative alle alternative e allo stato di eccezione sono lasciate nelle mani di Trump, Putin e loro simili.

 

Non dobbiamo tornare a un mondo senza alternative, dove le maschere sono indossate per coprire gli occhi. Dobbiamo “combattere contro coloro che ci invitano a tornare come eravamo prima”, come ha detto Cynthia Fleury alla fine di marzo. La nostra lotta non ha il fine di spostare le maschere dai nostri occhi al naso e alla bocca, ma mira ad un mondo senza maschere, un mondo di aria pulita e dove le emergenze siano gestite meglio.

 

 

 

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