Lettere a Samira(11)

Di Yassin Al Haj Saleh
Traduzione N.El Assouad
Testo originale pubblicato su Al Al Jumhuriya

Cinque anni! Sessanta mesi! 260 settimane!1826 giorni!
Cosa farei se un giorno dovessi avere fra le mani i corvi del male che ti hanno rapita e portata via Sammour? Ci ho pensato migliaia di volte: gli strapperei via l’anima. Questa è in poche parole la mia risposta. Le loro sono anime morte che vivono distruggendo la vita altrui, che non si danno tregua spargendo morte intorno ad esse. Il poeta Al Mutanabbi* su queste anime scrisse:

“La morte cattura le loro anime, servendosi di una stecca dal loro fetore.”

Ci vorrebbe una stecca molto grande per allontanare queste anime luride per le quali anche la morte prova ribrezzo.

Ma anche se capitassero tra le mie mani, e fossi in possesso di questa grande stecca, togliere l’anima a questi malvagi sarebbe davvero la giusta punizione per crimini come il rapimento, il sequestro e l’omissione della verità per tutti questi anni?

Le persone afflitte dal dolore tendono a scegliere vie più semplici, meno violente ma forse di maggior impatto, scelgono di poter vedere con i propri occhi questi criminali rimanere senza potere, seguaci o denaro. Vogliono guardali in faccia da vicino. Si, anche io voglio poterli guardare negli occhi, con i miei occhi e gli occhi di tutte le famiglie a cui hanno sottratto un essere amato. A loro non dovrebbe essere fatto del male, anzi devono essere nutriti e vestiti e conservati come fossero monumenti del crimine.

Sarà questa una punizione giusta? È giusto preoccuparci tanto di conservare in vita criminali insignificanti per esporli agli occhi della gente, invece di punirli con l’esecuzione o la prigione come si puniscono gli altri criminali assassini o stupratori? Oppure dovrebbero essere sequestrati anche loro? Escludo questa soluzione perché tocca i loro familiari, (anche loro hanno famiglie e figli) e perché rapinatori e sequestrati non dovrebbero esistere, cose così non dovrebbe accadere, né esperienze del genere dovrebbero essere vissute.

Riguardo a questo Sammour, ho una mediocre fantasia, e non so se sia una cosa normale. Nei primi mesi della nostra prigionia, pensavamo a cosa avremmo fatto a Hafez Al Assad se fosse caduto nelle nostre mani, ricordo solo la proposta più ironica fatta da un compagno: lasciarlo in piedi in una fossa profonda tanto quanto la sua altezza, ricoperto fino al mento di escrementi umani, far sì che  venisse ripetutamente attaccato da un uomo con una spada in mano gridandogli : “la tua testa, la tua testa, la tua testa”, obbligando Hafez ad immergere la testa nelle feci per ripararsi. Una vendetta immaginaria di detenuti disarmati verso il loro perfido carnefice che all’epoca non aveva ancora compiuto il suo più orribile crimine a Hama.

Quale potrebbe essere la giusta punizione per Bashar Al Assad e per gli artefici dei crimini all’interno del suo regime? Forse non esiste una punizione giusta per uno come lui, come non esiste una punizione giusta per Kaakeh e Deyrani e Buyadny che ti hanno sequestrata e fatta scomparire con Razan, Wael e Nazem.

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Izzat Abu Rab’iya

Esporre Bashar alla vista di tutti i siriani che ha ucciso, espulso, torturato e maltrattato e ai quali ha rovinato la vita e spezzato il cuore, metterlo in mostra davanti tutti, e raccontargli tutti i crimini che ha commesso nei loro confronti. Esporlo ai loro sguardi potrebbe essere la punizione più giusta.

Ma in questo caso ci si domanda: fino a quando mettere in mostra i criminali? Per tutta la vita? Non ci meritiamo questo anche se lo meritano loro! I nostri occhi meritano di meglio, così come le nostre anime.

Vogliamo punire i criminali e vogliamo non vederli più, vogliamo che ci rimanga di loro solo il ricordo di ferite che non vogliamo si ripetano.

Perché non pensiamo ad una punizione che faccia soffrire loro come hanno fatto soffrire noi? Si potrebbe mettere Bashar, Maher, Jamil Hasan, Ali Mamlouk e tutti i suoi collaboratori in una cella mal ventilata, farli soffocare, senza potersi lavare per settimane o mesi, picchiarli ogni tanto e torturare i loro genitali con la corrente elettrica, trucidarli con bastoni o bottiglie di vetro, obbligarli a violentarsi a vicenda, come obbligarono le loro vittime a Sadnaya, cercando di tenerli in vita il più a lungo possibile.

Si potrebbe mettere Kaake e Al Deyrany e Al Buydany, Shazly e Younes Al Nesreen in gabbie di ferro e farli girare nelle strade di Adra, e perché no, obbligarli a leggere i discorsi di Bashar e del padre ed essere anche esaminati in materia, esattamente come punivano le loro vittime obbligandole ad imparare il Corano. Potrebbero insegnare a Bashar e complici la preghiera e poi esaminarli su quali sono i dieci nullificanti dell’Islam oppure sul libro di Samir Kaake, schiavo del potere, “Lealtà e Innocenza” , ed essere frustati ad ogni errore.

Mi chiedo cara Sammour se vi è una strada verso la giustizia, che non passi per la punizione di questi assassini, non credo affatto!

Punirli con lo sguardo delle vittime non basta, la punizione deve essere materiale o fisica per essere giusta, senza che sia però una copia dei loro crimini, “la legge occhio per occhio lascia tutti ciechi” come diceva Ghandi, ma rimane una base solida per la punizione giusta. Questo non significa rapinare chi rapina o uccidere chi uccide, né tagliare la mano a chi taglia la mano, ma bensì togliere al criminale ogni possibilità di far del male, proteggere da lui l’intera società.

In ogni caso, se la giustizia avrà un futuro nel nostro paese, se ci sarà un futuro nel nostro paese, non ci si fermerà alla punizione certamente necessaria di questi criminali, ma si andrà oltre, fino a che questa punizione diventi un evento nazionale generale, di fondazione e politica; i siriani dovranno essere messi al corrente e dovranno partecipare, dovranno conoscere le motivazioni e i dettagli su come verrà fatta giustizia e come verrà organizzato questo evento in modo che rappresenti un’interruzione del percorso storico del nostro paese che ha interessato una gran parte della fase precedente.

C’è speranza Sammour? Forse tutto questo non si realizzerà mai, forse non lo vedremo mai, ma possiamo immaginarlo, possiamo pensarci, possiamo lavorarci, per attirare le menti e i cuori, per avere un’immagine giusta ed avvicinarci alla sua realizzazione.

Non sarebbe preferibile un’amnistia invece di una giustizia di cui conosciamo l’impossibile applicazione dato il continuo rimandarla, invece di continuare a vivere giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno con queste terribili forme di ingiustizia con cui conviviamo da decenni? Non penso. Non perché noi non accettiamo le frazioni di giustizia perché questo vorrebbe dire non ottenere niente. In passato abbiamo accettato un quarto di questa giustizia, ma questo quarto non ha accettato noi.

Ricordi quell’iniziativa per la quale avevano firmato gli ex detenuti nel 2003 o 2004 per eliminare la privazione dei diritti civili e per ottenere un resarcimiento per gli anni di reclusione? Questa iniziativa non costituiva neanche un decimo della giustizia, i servizi segreti ne erano al corrente, e non portò a nulla.

Prima di questo fatto, ricorderai sicuramente che tra di noi c’era chi parlava di una riconciliazione nazionale, e di risarcire chi aveva subito ingiustizia, per non lasciare strada alla vendetta e alle reazioni irrazionali. Tra noi detenuti alcuni avevano adottato il motto di Mandela: “perdoniamo ma non dimentichiamo”, ero uno di loro, ma nel caso di Mandela il motto intendeva una condizione presente: chiudere la pagina della discriminazione, intraprendere una nuova fase. Tutti volevamo chiudere la pagina e arrivare ad una riconciliazione seguita da una fase di perdono, non è mai accaduto e nonostante questo eravamo descritti come maligni.

Contrapporre il condono o il perdono alla giustizia è un patto falso, oggi il Libano sta marcendo per questo. Vogliamo giustizia per poter perdonare.

Quando ritornerai sana e salva, quando i colpevoli saranno condannati da un tribunale giusto, quando riceveranno una giusta punizione, solo allora potremmo pensare insieme al perdono e alla grazia.

Chiedo meno di quello che chiedeva Heinrich Heine, poeta tedesco del diciannovesimo secolo, che ironicamente si descriveva di “indole molto pacifica” e che desiderava solo  “una capanna col tetto di paglia, un letto comodo e buon cibo, latte e burro fresco, fiori davanti alla finestra e alberi davanti la porta” e poi aggiungeva una piccola richiesta “se Dio vuole rendermi felice ed essere generoso, mi regalerà la gioia di vedere sei o sette dei miei nemici pendere impiccati da questi alberi, e prima della loro morte, con il cuore pieno di desiderio di vendetta, li perdonerò per tutto quello che mi hanno fatto durante la loro vita, la verità è che l’uomo può perdonare i suoi nemici, ma non prima che questi vengano impiccati.”

Io voglio vedere i miei nemici privati dei loro due dei: Il potere e il denaro, non voglio che soffrano la fame ma che mangino nella stessa ciotola dei detenuti, non ho la stessa ironia maliziosa di Heine, e non voglio vedere i miei nemici appesi impiccati prima di poterlo perdonare, voglio invece che vivano a lungo come pulcini senza piume, senza potere e senza denaro rubato.

Nella nostra lingua, né in nessun’altra, esiste un termine per definire colui a chi è stata fatta scomparire la persona di cui è innamorato, che non sa più niente di lei da lunghi anni. Dalla mia esperienza credo che coloro che condividono con me questa situazione non saranno mai d’accordo riguardo la giusta punizione dei sequestratori.

Personalmente non posso dare torto a chi chiede l’esecuzione di chi si è promesso che le vittime nei sotterranei delle prigioni di Assad (ma anche chi, tra gli islamisti ha praticato la tortura e ha ucciso) avrebbero desiderato la morte ma non l’avrebbero ottenuta, ma non prima di deprivarli del potere, dopo l’accusa di omicidio e non prima che sia fatta giustizia sociale, quella che spianerà la strada a tutto ciò che seguirà.

Credo che il crimine di sequestro e tortura non sia come gli altri, e la sua punizione non dovrebbe essere uguale alle altre punizioni, deve essere la fine a tutte le torture e a tutti i sequestri, non deve essere la punizione di alcuni dei sequestratori o torturatori, ma deve essere una pratica applicabile a tutti, una punizione che verrà celebrata tutti gli anni, che non verrà dimenticata mai, la celebrazione contro il male, che ricorderemo ogni anno per far sì che non venga ripetuta.

*AL Mutanabbi: (Kufa-Iraq, 915 – 965), è stato un poeta arabo dell’era abbaside. È considerato uno dei massimi esponenti della poesia araba classica.

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