“Preferirei essere ucciso che essere un assassino”: così il regime di Assad ha eliminato i manifestanti pacifici

Articolo di Nicola Kutcher per Newstatesman

Traduzione di Giovanna De Luca

Il 22 luglio 2011, un giovane manifestante siriano si rivolse ai soldati del regime per offrire loro delle rose. Non fu mai più visto.

All’inizio della rivolta popolare in Siria del 2011, un gruppo di giovani attivisti di Daraya, un sobborgo di Damasco, divenne noto per la sua  filosofia della non violenza. Protestarono con i fiori e offrirono bottiglie d’acqua ai soldati. I fiori rappresentavano la pace e con l’acqua si volevano mantenere  i fiori vivi, per far crescere l’idea della pace.

Molti di loro scomparvero o furono arrestati dalle forze di sicurezza e di intelligence del presidente Assad durante i primi mesi della rivoluzione, compresi i leader della protesta Yahya Shurbaji e Islam Dabbas. Da allora, le loro famiglie e alcuni gruppi per i diritti umani hanno messo su una campagna per la loro liberazione. A luglio di quest’anno, queste famiglie sono state informate che i loro cari sono deceduti anni fa. Questi uomini che portavano rose hanno sacrificato tutto per il loro sogno di una Siria libera. La storia delle loro vite deve superare la tragedia della loro morte.

La loro storia

Ahmad Helmi e Islam Dabbas erano migliori amici. Frequentarono la stessa scuola, giocarvano insieme a calcio e ai videogiochi, trascorrevano ore ed ore a vagare per le strade parlando fino a tarda notte. Ahmad descriveva Islam come un leader intelligente, carismatico, naturale.

Quando iniziò la primavera araba, i due amici osservarono da vicino le proteste che si svolgevano all’estero. Islam, 21 anni, studiava architettura all’università ed era desideroso di veder arrivare  la rivoluzione  in Siria. Quando scoppiò la protesta in Tunisia, Islam credeva che il cambiamento nel suo paese potesse essere imminente, ma Ahmad non era d’accordo. Sosteneva, infatti, che i cittadini tunisini avevano più libertà di espressione e  ciò rendeva più probabile l’azione civile. Quando le proteste si diffusero in Egitto, crebbe la speranza che la Siria potesse seguirne i passi.

La testimonianza di Hiba

A inizio febbraio 2011, furono pubblicati appelli su Facebook per una manifestazione a Damasco. La sorella di Islam, Hiba, ricorda vividamente quella mattina. Stava preparando un panino in cucina e i suoi genitori stavano bevendo il caffè nella loro stanza. Islam chiamò Hiba e i genitori, annunciando che aveva qualcosa di serio da dire. Disse che stava progettando di unirsi alla manifestazione, ma chiariva che non stava chiedendo il permesso perché aveva già preso la sua decisione.

“I miei genitori ed io eravamo scioccati – ricorda Hiba – Iniziai immediatamente a piangere. Poi iniziò a piangere anche mia madre chiedendogli di non andare. Lo avvertì: ‘Sarai arrestato, ti tortureranno, ti uccideranno nelle prigioni, nessuno sentirà parlare di te'”.

Il padre di Islam non provò a fargli cambiare idea, ma gli disse di stare attento. Tutta la famiglia era sconvolta e spaventata. Islam spiegò che voleva creare il cambiamento e vivere in libertà. Chiese alla sua famiglia di pregare per lui. Quando Islam andò in bagno per lavarsi via le lacrime dal viso e sistemarsi i capelli, Hiba gli chiese: “Fammi scattare una foto di te nel caso non ti riveda più.” E scattò la sua foto.

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(Islam Dabbas)

Quella prima protesta di piazza a Damasco non ebbe luogo. Islam andò lì con gli amici ma la piazza era più vuota del solito. Ahmad ricorda che Islam confessò di aver sentito due fuochi accesi che bruciavano dentro di lui quel giorno, uno era la paura e l’altro la rabbia. Temeva di essere arrestato, detenuto e forse ucciso. Ma era anche irritato dal pensiero che il popolo siriano potesse fallire nel cogliere l’opportunità di cambiare.

Alcune settimane dopo, Islam assistette ad altre proteste a Damasco, di cui una a favore dei prigionieri politici siriani. Per decenni, coloro che avevano sfidato il regime di Assad – quello del presidente Bashar al-Assad e di suo padre Hafez prima di lui – erano stati brutalmente puniti con torture e prigionia. Islam e altri come lui sognavano un paese in cui poter esprimere liberamente il dissenso e fare campagna per la riforma politica. Islam era in prima linea nella prima piccola protesta a Daraya, pur sapendo che gli occhi delle forze di sicurezza erano puntati su di loro. “Islam fu il primo a chiedere libertà a Daraya – racconta Ahmad – In seguito aveva descritto quel momento come un decollo, come l’istante in cui la fiamma comincia ad ardere, come la rottura con tutto ciò che era accaduto prima per diventare parte di uno spirito più grande.”

Il pensiero di Islam

Islam si impegnò nella protesta pacifica e nella non violenza fin dall’inizio. Ci credeva profondamente, sia come principio che come strategia. Il regime aveva armi da fuoco -diceva – ma se la gente avesse combattuto con le armi, allora il regime avrebbe portato carri armati, e se il popolo avesse avuto carri armati, allora il regime avrebbe portato gli aerei. Le forze non sarebbero mai state uguali. Insisteva sul fatto che il regime comprendeva bene la violenza, ma che la non violenza era un gioco al quale il regime non sapeva come giocare.

Soprattutto, Islam riteneva che la violenza non avrebbe potuto cambiare la Siria. Avrebbe potuto portare solo a sostituire un dittatore con un altro. Credeva che le parole fossero più potenti delle pallottole perché avevano il potenziale per cambiare tutto: una mentalità, una cultura, persino un’intera società.

L’attivista per i diritti umani Razan Zeitouneh (tutt’ora scomparsa, rapita da estremisti islamici), scrisse nel 2011 (in italiano quindt) sulle aspirazioni degli attivisti nonviolenti di Daraya. Faceva notare che questi eccezionali rivoluzionari stavano cercando di cambiare qualcosa di più del regime.

Fin dall’inizio della rivolta siriana, gli attivisti di Daraya volevano protestare coi fiori: ogni manifestante portava una rosa. Uno dei principali attivisti era Yahya Shurbaji. Trentun’anni d’età, ben rasato ed elegante, era un esperto sostenitore della politica, che in precedenza aveva protestato contro la corruzione e per la fine della guerra in Iraq. Fu detenuto nel 2003 per le sue attività.

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(Yahya Shurbaji)

Razan riferiva quanto affermato da Yahya Shurbaji  e cioè che Daraya stessa aveva bisogno di rose e descriveva la rivoluzione come un’opportunità “anche per noi di cambiare”. Diceva : “La rivoluzione dovrebbe essere raggiunta dentro di noi prima di essere  raggiunta sul terreno”.

Ahmad ricorda: “Quando Yahya parlava della non violenza, si vedeva la passione sul suo volto. Era molto sincero perché parlava col cuore. Faceva sì che la gente volesse seguirlo. Riuscì a trasformare giovani ignoranti, ordinari e arrabbiati in persone che credevano nella non violenza. Ma era anche molto tranquillo, in un certo senso. Durante gli incontri di coordinamento, incoraggiava gli altri a partecipare, da più contesti, e spesso alla fine diceva solo poche frasi. I video di allora  mostrano il potere dei suoi discorsi”.

Dall’inizio delle proteste, il regime ha messo in atto una violenta repressione; sparando ai manifestanti per strada, imprigionando e torturando attivisti. Ciò fece si che crescesse il numero di manifestazioni . Alcuni dei partecipanti volevano vendicarsi imprecando, lanciando pietre e dando fuoco ai copertoni. Yahya era contro questa risposta. Razan raccontava che Yahya mostrava empatia verso i soldati. Riconobbe che molti dei soldati erano giovani uomini che prestavano servizio militare obbligatorio, sotto costante sorveglianza da parte dei loro ufficiali superiori, soggetti a un’enorme pressione. Non voleva si facesse nulla che li portasse a sentirsi ulteriormente coinvolti o spinti a rispondere in modo aggressivo.

Yahya e Islam tennero fede ai loro principi non violenti, anche quando furono  messi alla prova. Nell’aprile 2011, Ahmad fu colpito da un cecchino e dovette lasciare Daraya per sottoporsi ad  un intervento chirurgico e curarsi. In sua assenza, Islam si era impegnato ancora di più nell’organizzazione delle proteste a fianco di Yahya e altri.

Hiba racconta: “Uno degli amici di Islam gli chiese cosa avrebbe fatto se avessero usato armi contro il regime. Islam aveva detto: ‘Se gli attivisti pacifici diventeranno violenti, li lascerò andare resterò a casa mia e non uscirò mai, perché sono contro tutte le persone che usano le armi. Sono contro ogni violenza. ‘”

Yahya invece disse: “Preferirei essere ucciso piuttosto che essere un assassino”.

Gli amici  continuarono con le loro proteste pacifiche e decisero di offrire ai soldati rose e bottiglie d’acqua. Hiba ricorda quando, una notte, Ghiath Mattar, un importante attivista di Daraya, venne a casa loro con fiori e bottiglie d’acqua e rimase sveglio tutta la notte con Islam, scrivendo messaggi in preparazione per la manifestazione  del giorno seguente. Mi mandò la foto di una rosa con una bottiglia d’acqua ed un elastico con un messaggio scritto a mano

Da Islam ai soldati: “Siamo siriani, perché ci uccidete?”

Razan raccontava che, durante una protesta nel luglio 2011, i soldati avevano lanciato gas lacrimogeni e sparato proiettili di gomma contro i manifestanti. Islam  si era avvicinato alla fila di bottiglie d’acqua e rose e aveva parlato con il personale militare e della sicurezza della pace della rivoluzione e dei suoi obiettivi.

Scriveva:

“All’inizio i soldati erano perplessi. Quindi iniziarono a raccogliere e leggere i volantini che i manifestanti avevano lanciato loro. I manifestanti iniziarono allora a cantare: ‘L’esercito e il popolo, mano nella mano’. Poi i soldati avevano iniziato a raccogliere le bottiglie d’acqua da terra. Uno di loro aveva cercato di sparare di nuovo proiettili di gomma verso i manifestanti, ma i suoi colleghi gli  impedirono di farlo; anzi, stavano salutando i manifestanti, che silenziosamente si allontanavano “.

Parlare con i soldati fu una lezione stimolante e istruttiva per gli attivisti. Islam in particolare dovette essere rincuorato dall’esperienza, perché Razan riferiva che il venerdì successivo insistette nell’attraversare la linea di divisione e offrire rose direttamente ai soldati e al personale di sicurezza, creando un contatto visivo, cercando di abbattere ulteriormente la barriera tra loro.

Tragicamente, scomparve tra le forze del regime, fu arrestato.

Era il 22 luglio 2011.

L’amico di Islam, Abdulsattar Kholani, lo seguì e fu imprigionato anche lui.

Altri arresti dei membri del gruppo non si fecero attendere. L’8 agosto 2011 presero il fratello di Abdulsattar, Majd Kholani, un altro studente e attivista impegnato. Poi, il 6 settembre 2011, il fratello di Yahya, Maan Shurbaji, fu arrestato. La sorella Bayan Shurbaji racconta che quando Maan fu arrestato, le forze di sicurezza gli fecero chiamare Yahya per chiedere aiuto. Yahya andò a cercare Maan, portando con sé il suo amico Ghiath Matar e anche Yahya e Ghiath furono arrestati. Pochi giorni dopo, il cadavere di Ghiat  fu restituito ai suoi genitori e alla moglie incinta.

Gli altri risultavano scomparsi all’interno del sistema di detenzione dei servizi di sicurezza siriani, e le loro famiglie cercarono disperatamente notizie sulla loro collocazione. Dopo molti mesi arrivò la notizia che erano detenuti nella prigione di Saydnaya, e nel 2012 la famiglia di Majd e Abdulsattar Kholani riuscì a visitare i fratelli e anche la famiglia di Islam.

Hiba mi ha detto che quando videro Islam, lui  disse che avrebbe dovuto comparire in tribunale nel gennaio 2013 ed era stato colpito da una guardia per aver condiviso queste informazioni. Questa è stata l’ultima volta che la famiglia lo ha visto.

Ahmad fu arrestato e detenuto nel dicembre 2012. Una delle sue preoccupazioni principali era che non avrebbe saputo se Islam fosse stato rilasciato. “Islam non ha mai ricordato i numeri di telefono, ma conosceva il mio perché era molto semplice”, ricorda. “Sapevo che se fosse stato rilasciato mi  avrebbe chiamato e avevo paura di perdere quella telefonata mentre ero detenuto.” Dopo sei mesi di sparizione forzata nel sistema di detenzione del regime, Ahmad è stato trasferito in una prigione di stato dove la madre poteva  visitarlo. Durante la sua prima visita, Ahmad le disse di mettere il suo cellulare in carica in modo permanente, in modo che fosse stato sempre acceso se Islam avesse mai chiamato. Sua madre lo fece  e quando Ahmad fu infine rilasciato nell’ottobre 2015, continuò a tenere il telefono in carica e pagò le bollette per far sì che la linea rimanesse costantemente aperta affinché Islam potesse chiamare.

A luglio di quest’anno, la famiglia di Islam ha sentito che il regime siriano stava rilasciando nomi di persone che erano morte sotto la custodia del governo. Hanno chiesto a un lontano parente che viveva ancora in Siria di andare a chiedere se ci fossero nuove informazioni su Islam . All’inizio un funzionario dell’ufficio anagrafe si rifiutava di condividere qualsiasi documento perché la donna non era un parente diretto, ma quando la donna spiegò che i parenti diretti di Islam avevano lasciato la Siria e chiesto informazioni, il funzionario le aveva mostrato su uno schermo che era stato registrato come morto il 15 gennaio 2013. Questa notizia era stata omessa alla famiglia per oltre cinque anni.

La famiglia Kholani mandò un parente lontano all’ufficio del registro civile di Daraya per chiedere notizie dell’amico  Abdulsattar e suo fratello Majd, e fu loro comunicato che i fratelli erano morti anche loro il 15 gennaio 2013. La famiglia di Yahya Shurbaji ricevette la notizia che era ucciso lo stesso giorno, e che suo fratello Maan era morto più tardi, nel dicembre 2013.

Il fatto che questo gruppo di attivisti di Daraya – Islam, Abdulsattar, Majd e Yahya – siano stati registrati come morti nello stesso giorno ha portato le loro famiglie e altri a speculare sul fatto che potrebbero essere stati condannati a morte insieme e giustiziati. A gennaio 2013 secondo le ultime notizie Islam avrebbe dovuto essere in tribunale. Secondo le voci diffuse da altri detenuti il gruppo è stato prelevato dalle loro celle a Saydnaya in questo periodo, e non è stato più visto. Il rapporto di Amnesty International, Human Slaughterhouse , descrive i detenuti di Saydnaya come condannati a morte da un tribunale militare e uccisi in impiccagioni di massa.

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Le sorelle di questi attivisti – Hiba Dabbas, Amenah Kholani e Bayan Shurbaji – sono membri del gruppo  Families for Freedom. Stanno portando avanti una campagna per conoscere tutta la verità su come e dove sono morti i loro parenti e cosa è stato fatto con i loro corpi. Vogliono anche salvare quei detenuti che sono ancora vivi e vedere i responsabili della morte dei loro fratelli consegnati alla giustizia. Anche il padre di Islam si unì alle proteste pacifiche e fu arrestato 20 giorni prima di suo figlio. Ora sta scontando la pena in una prigione di stato.

Ahmad mi dice: “Ho passato molto negli ultimi sette anni. Mi hanno sparato in faccia, sono stato arrestato. Ma ho  pianto solo due volte. La prima volta è stato quando ho sentito che Islam era stato arrestato, e la seconda volta è stato qualche settimana fa, quando ho saputo che Islam era morto. “Stava ancora sperando e aspettando la chiamata di Islam.

Il Centro siriano per i media e la libertà di espressione,gestito da Mazen Darwish, noto attivista per i diritti umani e amico di Yahya, ha rilasciato una dichiarazione in risposta alla notizia della morte degli attivisti di Daraya. Nella dichiarazione si dice che il governo siriano aveva “privato il paese dei suoi cavalieri e dei suoi sogni” di chi poteva salvarli da un futuro incombente “costruito dai signori della guerra, non da uomini di saggezza e pace”.

Ora Ahmad è un rifugiato in Europa e ha creato un’organizzazione chiamata Ta’afi per sostenere i detenuti politici quando vengono rilasciati dalla detenzione in Siria.

Ho chiesto ad Ahmad quali sono le sue riflessioni  sulle proteste ora, con tutto ciò che ha sofferto e gli amici che ha perso. “Quei giorni sono stati i migliori  della mia vita. Mi sentivo veramente libero, davvero un patriota. Erano giorni molto potenti, per gridare per la libertà quando in precedenza eravamo rimasti in silenzio anche nei nostri sogni. Sentivamo di essere il cambiamento. Te lo dico, erano i migliori giorni della mia vita. Lo rifarei mille volte, pur sapendo che mi verrebbero a sparare in faccia e a detenerme per tre anni. Era un paradiso. “

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