“Ricostruzione” by Assad: l’esproprio come forma di marginalizzazione sociale

Articolo di Munqeth Othman Agha*

Traduzione a cura di Marina Centonze

La marginalizzazione socio-economica dietro gli spostamenti forzati

A partire dall’intervento della Russia in Siria nel 2015 – e prima ancora nel 2013 con la proliferazione delle milizie appoggiate dall’Iran in tutto il paese  – il regime siriano ha iniziato a vincere una serie di scontri militari dopo anni di perdite territoriali; vittorie che hanno permesso a Bashar al-Assad di migliorare notevolmente le proprie prospettive di sopravvivenza politica post-bellica. Questa “tripla alleanza” ha impiegato diverse tattiche militari e politiche per sconfiggere le comunità ribelli nei principali centri urbani di Damasco, Aleppo e Homs.

Le cosiddette LRT (Local Reconciliation Truces – Tregue di Riconciliazione Locali) sono considerate una pietra miliare del progetto del regime siriano per ripristinare il controllo sulle aree che erano controllate dall’opposizione, nell’ambito della sua partecipazione nominale a negoziati sostenuti a livello internazionale. Le LRT comprendono accordi tra il regime siriano e i suoi alleati (Russia e Iran) da una parte e le città assediate dai ribelli dall’altra. In generale, il carattere delle “tregue” include il  cessate il fuoco, revoca di assedi ed evacuazioni totali o parziali di combattenti e civili verso altre aree in mano all’opposizione. Le recenti LRT aggiungono un altro strato socio-economico al conflitto, oltre alle più note dinamiche settarie e politiche. Le comunità rurali e povere sono state sistematicamente trasferite attraverso queste tregue e probabilmente sostituite da persone di diverse appartenenze politiche, sette o classi sociali.

La storia di tre diverse aree controllate dai ribelli (Homs, il rif di Damasco, e Aleppo) saranno esaminate per illustrare come il regime di Assad utilizza temi come la terra, la gestione della proprietà e la ricostruzione selettiva come strumento di auto-arricchimento e controllo politico. Il regime siriano ha una lunga storia di politicizzazione e manipolazione di tali questioni. Un simile fenomeno è stato possibile, in particolare, attraverso le riforme agrarie degli anni ’50, rivolte principalmente ai grandi proprietari terrieri sunniti e alla costruzione della cosiddetta “cintura araba” nel nord-est della Siria, che mirava a ridurre la presenza curda nella regione più ricca del paese. Dopo il massacro del 1982 a Hama, il regime demolì diverse case e ne costruì di nuove che furono poi abitate dai lealisti anziché dalle famiglie ribelli. [1]

Lo sfollamento forzato è una delle componenti che più di tutte danno forma alle dinamiche del conflitto siriano. Secondo l’UNHCR, ci sono più di sei milioni di sfollati interni (IDP) – e oltre cinque milioni di rifugiati al di fuori del Paese. Insieme rappresentano la metà della popolazione totale del paese . La prospettiva di un ritorno  da parte di questi sfollati, in quelle che una volta erano le loro case, è significativamente in pericolo.

Inoltre, molti siriani non possedevano alcun documento statale che attestasse i loro diritti sulla proprietà abitativa e fondiaria (HLP) al momento in cui sono stati spostati. Talvolta perché non avevano tali documenti, oppure perché i loro documenti erano stati danneggiati dai bombardamenti. Il Consiglio norvegese per i rifugiati stima che il 70% dei rifugiati siriani nel Paese non possiede documenti di identificazione di base, e la maggior parte di essi incontra ostacoli significativi al rilascio o al rinnovo di documenti di identità  e civili. Molti rapporti accusano il regime di colpire, bombardare e bruciare edifici dell’amministrazione HLP (specialmente nelle aree conquistate dall’opposizione ad Homs e Damasco), oltre a confiscare tali documenti ai posti di blocco. Tali episodi minano alla base le future rivendicazioni dei proprietari sui beni dell’HLP  e facilitano il trasferimento e l’occupazione di tali proprietà da parte di altre persone e / o stabilimenti commerciali. 

Il regime siriano ha emanato numerose leggi e decreti per facilitare la manipolazione e il trasferimento della proprietà HLP. Questi includono:

  • Il decreto n. 5 della legge Urbanistica del 1982, legge n. 15 del 2008 che facilita la proprietà estera della terra
  • Il decreto n. 8 del 2007 che consente la costruzione di progetti di sviluppo su larga scala
  • La legge n. 26 del 2000 (in seguito sostituita dalla legge n. 23 del 2015) che “regola” l’espropriazione statale delle terre nei centri urbani (un processo comunemente noto come “Regolazione”, spesso di baraccopoli e abitazioni “non autorizzate”).

Fondamentalmente, la legge n. 10 del 2018, promulgata recentemente, autorizza la formazione di nuove unità amministrative locali che consentono la confisca delle proprietà da parte dello Stato se il proprietario non riesce a registrarsi e dimostrare la proprietà entro 30 giorni la proprietà (questo periodo è stato successivamente esteso a un anno) . Una situazione abbastanza comune per la maggior parte degli sfollati e dei rifugiati. La legge n.10 è stata ampiamente criticata a livello internazionale, poiché minaccia il ritorno di profughi e sfollati interni nonostante il regime la promuova nominalmente come mezzo per “ri-sviluppare” gli slum informali e le aree dilaniate dalla guerra. 

La recente legge n. 10 del 2018 si basa sulla precedente legge n. 66 del 2012, che mirava a far sviluppare unità abitative “non autorizzate” e insediamenti residenziali informali per poi trasformarle in progetti di riqualificazione commerciale e residenziale di alta gamma. La barriera principale affrontata dai proprietari che cercano di stabilire la proprietà o autorizzare un loro rappresentante a farlo è la breve finestra temporale concessa dalla legge. Insufficiente, in particolare, per i rifugiati che vivono all’estero poiché molti richiedono “nulla osta di sicurezza” prima di condurre qualsiasi  azione burocratica. Le donne sfollate e i profughi (soprattutto le vedove) devono affrontare gravi barriere giuridiche, sociali ed economiche che impediscono loro di stabilire i loro diritti HLP, in particolare per quanto riguarda il diritto ereditario. 

Il decreto n. 63 del 2012 autorizza il Ministero delle Finanze a sequestrare beni mobili e proprietà da persone che rientrano nella legge n. 19 del 2012, la legge antiterrorismo. Secondo Human Rights Watch, questa legge “fornisce un’interpretazione pericolosamente ampia di ciò che costituisce il terrorismo e criminalizza ingiustamente un’ampia fetta della popolazione senza alcun diritto di processo equo “. 

Questa serie di leggi conferisce al regime il pieno potere di appropriarsi di terre e fondi e di trasferirne la proprietà per ragioni politiche, di sicurezza e commerciali. Il conflitto siriano fornisce al regime preziose opportunità per mettere in atto i suoi piani prebellici per le trasformazioni socio-economiche di molti centri urbani, che darebbero maggiori benefici economici alle sue reti di mecenatismo politico-finanziario. 

Le dinamiche delle LRT – che hanno comportato l’assedio, il bombardamento e l’evacuazione di baraccopoli e aree povere sotto al grido di “riconciliazione” e “lotta al terrorismo” – lavorano per realizzare questi piani. Da quando il regime siriano ha lanciato il suo programma di liberalizzazione economica negli anni ’90, la classe mercantile è riemersa per ristabilire la sua storica alleanza con la burocrazia statale,  sostituendo la classe operaia che temporaneamente beneficiava dei regimi populisti dell’era post-indipendentista socialista. Una tale trasformazione ha marginalizzato gran parte della società che ha perso la sua rete di sicurezza sociale. 

Questa dimensione socioeconomica è particolarmente marcata nei casi della città di Homs, dei sobborghi rurali di Damasco e di Aleppo, dove la rivolta è stata schiacciante nelle periferie rurali svantaggiate, così come nelle aree che ospitano la classe lavoratrice povera (e informale) . Tali aree sono state esposte all’assalto aereo e alle operazioni militari del regime, seguiti da trasferimenti forzati di popolazione. 

Homs 

Nel suo rapporto No Return to Homs , il Syrian Institute dimostra che il regime di Assad ha deliberatamente e sistematicamente spostato più della metà della popolazione della città di Homs tra il 2012 e il 2014 attraverso l’uso di svariate tattiche, tra cui massacri, torture e assedi. Quelli che popolavano la maggior parte dei quartieri distrutti, appartenevano alla classe più povera (sunnita). Il rapporto mostra che il modello di distruzione segue da vicino il piano generale del progetto di sviluppo urbano Homs Dream, un disegno prebellico del governo per costruire aree residenziali e zone commerciali moderne e di alto livello (compresi grattacieli, centri commerciali e parchi), soppiantando le aree povere densamente popolate. 

Nel settembre 2014, il Consiglio provinciale di Homs del regime ha dichiarato i quartieri di Baba Amro e Abasiya (i primi quartieri dove avuto luogo il dislocamento nel 2014) “insediamenti residenziali casuali” – permettendo al Consiglio di demolire tutti gli edifici di queste aree (e dei quartieri circostanti) in linea con il decreto n. 66 del 2012. In particolare, il regime ha impedito il ritorno della popolazione a quartieri che sono stati distrutti per circa l’80%, limitando il diritto al ritorno a coloro che erano in grado di fornire una prova di proprietà e uno speciale “permesso di sicurezza”. Tuttavia, la paura della detenzione, della coscrizione obbligatori nell’esercito del regime o della tortura impedisce a molti sfollati di tornare. Il piano di ricostruzione per queste aree comprende torri residenziali di media altezza, strutture commerciali, finanziate da investitori privati ​​e società con partecipazione statale. 

Damasco

Basandosi sulla legge n. 66 del 2012, il regime suggerisce due zone “regolatorie” a Damasco : il quartiere Basateen Mezzeh e l’area che va da Qadam a Darayya . Molti di questi quartieri sono stati coinvolti nelle evacuazioni degli LRT (ad esempio, Darayya è stata completamente svuotata). Marouta (“sovranità”) e Basiliya (“paradiso”) sono i nomi scelti per questi due progetti; il secondo (che trasformerà Damasco in una città intelligente con un livello più alto di lusso, come annunciato dal sito  web ufficiale del progetto ) sarà messo in campo dalla nuova società apposita denominata Damascus Holding. Le parti principali del progetto saranno realizzate da tre uomini d’affari: Samer Fouz (che possiede la Damascus Joint Security Company), Mazen al-Tarazi e Rami Makhlouf (attraverso la sua società Rawafid Damascus Joint Stock). I nomi appena citati appartengono tutti ai circoli politici ed economici interni al regime .

Il governo ha dato il via all’evacuazione e alla demolizione di tutti gli edifici nelle aree incluse nel suo piano generale (la maggior parte dei quali in mano airibelli o all’ISIS ed erano interessati da LRT). Le questioni relative alla proprietà e al risarcimento sono ancora ambigue e non includono le proprietà non occupate, a meno che i proprietari non nominino procuratori (rappresentanti) per dimostrare il loro possesso. In caso contrario, la legge trasferisce la proprietà al governo, che successivamente concederà contratti di costruzione e sviluppo a società private e investitori. La forma di compensazione per i proprietari si presenta sotto forma di offerta di azioni in queste “società di regolamentazione”, che possono vendere o creare una società con altri azionisti per investire nelle divisioni. Se i proprietari si rifiutano di farlo, le loro azioni saranno vendute in un’asta pubblica. 

Naturalmente, il risarcimento è calcolato in base al valore della proprietà prima della “regolazione”, ed è inadeguato se si vuole acquistare un’unità residenziale comparabile ad una realizzata dopo il completamento del progetto. Ciò aumenta la probabilità che la struttura delle classi sociali in queste aree venga modificata. 

Le foto e i video per pubblicizzare questi progetti di sviluppo includono immagini di grattacieli , centri commerciali e ristoranti di alto livello che riflettono esplicitamente la nuova classe sociale, più propensa a permettersi di vivere in questo tipo di quartiere, costruito sulle ceneri delle case appartenute classi medio-basse. Il problema riguarda anche i quartieri circostanti queste future zone di lusso, poiché i costi della vita, gli affitti e le spese di gestione aziendale aumenteranno in modo esponenziale, costringendo gran parte della popolazione a cedere i propri posti alle classi sociali più alte che possono permettersi di vivere nella nuova realtà . [2] 

Aleppo e la zona rurale di Hama 

Lo stesso scenario si è ripetuto ad Aleppo e nella zona rurale di Hama, dove la legge Random Housing n. 15 del 2008 ha inoltre specificato tre aree “casuali”, tra cui Tal Al-Zarazeer, Al-Haidarieh e Wadi al-Joz. Nello specifico, questi quartieri erano zone  popolari  e sono diventati centri di manifestazioni anti-regime dopo il 2011. Le tre aree sono state teatro di bombardamenti intensi da parte del regime e molti degli edifici sono stati successivamente rasi al suolo “lecitamente” dopo la loro riconquista . La baraccopoli di Wadi al-Joz ad Hama, ad esempio, è stata circondata dalle forze del regime nel 2013. Anche dopo il ritiro dei combattenti dell’Esercito Siriano Libero, il regime ha demolito la maggior parte degli edifici della baraccopoli per diversi giorni e ha espulso l’intera popolazione. Lo stesso è accaduto anche in al-Arb`een  nel 2012. Entrambi i quartieri si trovano sull’autostrada Hama-Aleppo ed hanno un alto valore commerciale, il che evidenzia anche la logica economica e militare in gioco nel dislocare i loro abitanti e demolire le loro proprietà dopo la riconquista da parte del regime. Le altre due aree di Aleppo sono state colpite dagli LRT e, dopo che il regime le ha riconquistate, i suoi bulldozer hanno iniziato immediatamente a demolire gli edifici rimanenti. 

Gli episodi di cui sopra hanno rafforzato l’idea di “pulizia sociale” legata alla natura di queste tregue e hanno portato alla luce il programma del regime di Assad per la ricostruzione. Inoltre, il regime usa la “ricostruzione selettiva” come strumento di conflitto contro le comunità povere e ribelli e come ricompensa per i suoi alleati e le sue reti clientelari .

Di conseguenza, le implicazioni culturali e socioeconomiche a lungo termine di tali distruzioni, espulsioni, espropri, misure di ri-allocazione e ricostruzione selettiva hanno grosse probabilità di influenzare la coesione sociale e la riconciliazione nazionale a lungo termine, rendendo molto profondo il senso di ingiustizia e spoliazione, in aggiunta al “cambiamento intenzionale” di ciò che costituisce la nozione di “società siriana” a livello sociale, economico ed etnico.

*Munqeth Othman Agha è laureato al dipartimento di relazioni internazionali presso l’Università del Sussex, dove ora è accademico. Ha conseguito un Master in Sviluppo Economico presso l’Università di Clermont-Auvergne. I suoi principai interessi di ricerca sono la governance locale in Siria, l’economia politica del conflitto e la ricostruzione postbellica

(Nella foto: una casa di civili a Baba Amr-Homs-distrutta dalle milizie di Assad)

Titolo originale: Class and Exclusion in Syria. The Marginalised Socio-Economics of Forced Displacements

[1] HIC-HLRN. “Reconstruction: The Next Struggle in Syria.” Chap. 7 n Habitat International Coalition—Housing and Land Rights Network. The Land and Its People: Civil Society Voices Address the Crisis over Natural Resources in the Middle East/North Africa. (Cairo: Housing and Land Rights Network, Habitat International Coalition, 2015): 253–258.

[2] See for example: Damascus Holding Company. “Marota City.” YouTube, August 17, 2017, www.youtube.com/watch?v=J2lOhyRCwJo; samatv2. “إعادة الإعمار || مشروع تنظيم 66 – بساتين خلف الرازي بـ دمشق.” YouTube, March 18, 2016, www.youtube.com/watch?v=mGtLgmITrB8; HomsDream. “Homs Dream – حلم حمص.” YouTube, Febraury15, 2014. https://www.youtube.com/watch?v=hcCo-hLAKk0

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