Con rabbia e amore : gli scrittori siriani dimostrano che c’è più di una storia della guerra

Malgrado la risposta opaca della comunità internazionale, i Siriani rispondono alla distruzione del proprio paese in maniera resiliente. E con un disperato black humour

Articolo di Robin Yassin-Kassab pubblicato il 15-09-2018 su Prospect

(Traduzione di Giovanna De Luca, revisione a cura di Piero Maestri)

“Siriani. Odiavo la semplicità p di quella parola. Eravamo 23 milioni di persone. Soldati e combattenti. Rivoluzionari e controrivoluzionari. Il torturatore e la vittima. Come potrebbe una sola parola inglobare tutti noi? ”
-Marwan Hisham

La rivoluzione democratica della Siria è sconfitta, il paese distrutto e ciò che segue non assomiglierà alla pace. Il trono di Assad è stato salvato, ma al prezzo della coesione sociale siriana e della stabilità della regione. Ci sono conflitti in secondo e terzo piano che si manifestano ora – sunniti-sciiti, turchi-curdi, israeliani-iraniani – mentre flussi di rifugiati e attacchi terroristici hanno sporcato la nostra politica in Europa. La Siria continuerà a chiedere il nostro impegno, e non solo per la sua vasta tragedia umana.

Scortato dai bombardieri russi e dalle milizie iraniane, il regime di Bashar al-Assad ha riacquistato il controllo di alcune zone chiave nel cuore della Siria durante gli ultimi mesi. Ne sono seguite deportazioni, arresti di massa, torture ed esecuzioni sul campo. Protetto nella sua impunità, il regime ha iniziato a rilasciare certificati di morte per le decine di migliaia di persone assassinate in detenzione dal 2011. In questo contesto, Vladimir Putin ha chiesto la “normalizzazione” del regime e durante il vertice di Helsinki di luglio , sembra che abbia ottenuto l’acquiescenza di Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

Del sempre più pieno scaffale dei libri siriani, i più esplicativi (o meno ideologici) partono normalmente dalle diverse esperienze degli stessi siriani. Quattro libri pubblicati di recente fanno proprio questo, in modi molto diversi.

Sia cronologicamente che socialmente, The Home That Was Country, della giornalista siriana-americana Alia Malek, ha la prospettiva più ampia. Comincia con la prima guerra mondiale, quando mezzo milione di siriani morirono di fame e i sopravvissuti al genocidio armeno arrivarono dalla Turchia. Il bisnonno dell’autrice, Abdeljawwad, proprietario terriero e imprenditore, offrì protezione ad un rifugiato armeno prima di partecipare alla rivolta degli anni ’20 contro i francesi. Il mandato portò con se anche la legge marziale, i bombardamenti aerei e un esercito dominato da una piccola setta alawita, teologicamente in contrasto con l’islam sunnita, da cui in seguito emerse Hafez al-Assad, padre di Bashar e governatore della Siria per 30 anni. Abdeljawwad, allo stesso tempo generoso e manipolatore, era un cristiano, fondatore di una scuola e donnaiolo.

Ogni personaggio qui è complesso. Quando la nonna Salma – una fumatrice accanita soprannominata”sorella degli uomini” – si trasferì nella multiculturale Damasco, le sorti dei suoi parenti e dei suoi vicini iniziarono a riflettere il declino della società in generale. Ad un’imperfetta democrazia postcoloniale seguirono colpi di stato e contro-colpi, poi lo stato baathista a partito unico, e infine, nel 1970, l’ascesa di Hafez al-Assad. Le persone (incluso il fratello di Salma) sparivano al mostrare il minimo accenno di dissidenza. I loro parenti avevano paura di fare troppe domande. La convivenza religiosa, un tempo garantita, faticava in un clima di paura e sospetto reciproci incorporati nel nuovo sistema. La stagnazione infrastrutturale andava di pari passo con la corruzione morale: “Se alla gente importava solo il proprio benessere, era in parte perché lo stato faceva sentire alle siriane e ai siriani che ognuna/o era sola/o; le persone venivano messe l’una contro l’altra “.

Ciò che accadeva nel paese spinse i suoi genitori a trasferirsi in America, ma Malek una volta adulta viaggiò a Damasco per lunghi periodi, riferendo clandestinamente sulle disastrose riforme clientelari capitaliste di Assad nei primi anni 2000, mentre reclamava la casa della nonna ad un inquilino inamovibile. Quando la rivoluzione è scoppiata nel 2011, alcune persone intorno a lei vi hanno partecipato apertamente o segretamente, mentre altre sono sprofondate nella sindrome di Stoccolma – adottando la visione del mondo dei loro oppressori.

Inizialmente Malek attribuisce tutto ciò a un complesso di inferiorità: come se i siriani pensassero di essere incapaci di vivere in democrazia. In seguito capirà che il voler credere alla propaganda potrebbe essere una via di fuga dalla “doppia vergogna di vivere sotto quel tipo di regime e di distogliere lo sguardo – di essere quindi sia vittima che spettatore”e comprende ció che molti avevano già capito e cioè che “il regime avrebbe agito con violenza senza pensarci due volte “.

In questo resoconto sfumato e intelligente dell’intricato tessuto sociale della Siria nel suo lento dipanarsi, micro e macrocosmo, famiglia e stato, gli eventi possono illuminarsi a vicenda con una sottile forza metaforica. Le condizioni di Salma dopo un ictus, “vivo in un corpo morto, in attesa, in attesa, in attesa che succeda qualcosa”, fa pensare all’intero paese prima del 2011, così come alle centinaia di migliaia di persone che languiscono nelle prigioni di Assad proprio ora.

In No Turning Back di Rania Abouzeid troviamo una descrizione lunga e dolorosamente avvincente di un vissuto di due anni attraverso queste carceri da incubo. La vittima è Suleiman, un uomo d’affari di Rastan. Città vicino ad Homs, dalla quale una volta provenivano molti ufficiali dell’esercito, fu chiamata “la seconda Qardaha”, una versione sunnita del villaggio degli Assad (Alawi). Ma nel 2011, con il crollo dell’alleanza baathista, divenne presto una base per il nascente Free Syrian Army (FSA).

Suleiman non ha mai imbracciato un’arma, ma ha aderito, registrato e caricato video delle proteste sul web. Ha lavorato anche con i comitati di coordinamento, cellule di anonimi attivisti, per proteggere i soldati disertori. Essendo”semi di una società civile di base”, i comitati sono stati l’obiettivo primario di Assad e l’apparente motivo dell’arresto di Suleiman.

Ha sofferto la fame, temperature estreme e torture. È stato rilasciato (dopo che suo padre aveva pagato una tangente), ma è stato immediatamente riarrestato – “un corpo in continuo movimento che attraversa un labirinto di sofferenza”. Rilasciato dopo ulteriori tangenti, è sopravvissuto ed ha raccontato la sua storia dalla Germania.

Giurando “di non parlare delle persone che possono parlare da sole”, Abouzeid segue da vicino, e contestualizza, i suoi informatori. Corrispondente di guerra, il suo punto forte è la resistenza armata, e più precisamente la sua degenerazione. All’inizio, le milizie della FSA erano formate “solo da uomini locali che si raggruppavano” per famiglie o per quartieri. Questi “uomini di parole e armi” si sono concentrati sulla difesa delle loro comunità. A settembre 2012, le fasce della Siria settentrionale sono state de facto “liberate”. Ma non è mai stata messa in atto una tanto auspicata no-fly zone , si è instaurato uno stallo militare e i ribelli hanno iniziato a litigare per le risorse. Peggio ancora, “il denaro politico e gli interessi stranieri hanno diviso le fila dei ribelli, anche se quegli Stati [donatori] hanno esortato gli uomini sul campo a unirsi”.

Abouzeid afferma correttamente che “il classismo, invece che il settarismo, era un motore rivoluzionario più forte per molti oppositori” del regime. Ma la terra bruciata lasciata da Assad attraverso i bombardamenti così come l’illegalità, offrivano enormi opportunità agli estremisti sunniti strettamente disciplinati. Uomini come Mohamad, cresciuto a Jisr al-Shughour, una città della regione Idlib punita negli anni ’80 per le sue simpatie verso i Fratelli Musulmani. I ricordi d’infanzia di Mohamad includono soldati che uccidono i vicini e denudano le signore anziane in strada – e nel giugno 2011, dopo mesi di repressione, a Jisr al-Shughour ci fu il primo grave episodio di violenza del paese. Ne seguì la prima evacuazione di massa, quando migliaia di persone, tra cui Abouzeid, fuggirono dalla vendetta di Assad.

Nel decennio precedente il regime fatto transtare jihadisti salafiti nell’Iraq occupato dagli americani. Coloro che tornavano venivano imprigionati. Mohamed, arrestato nella sua adolescenza per aver letto i testi di al-Qaeda, si unì presto a loro. All’inizio del 2011, quando le proteste sono aumentate , lui e centinaia di altri jihadisti sono stati rilasciati. Assad stava deliberatamente contribuendo a creare un’opposizione che avrebbe terrorizzato i principali settori sociali siriani per assicurarsi la loro lealtà, assicurandosi che la comunità internazionale avrebbe chiuso un occhio sui suoi crimini. Una volta tornato a casa, Mohamad si preparò prontamente alla guerra. Il reportage di Abouzeid, traccia la carriera di Mohamad con la Nusra di Al Qaeda e il conflitto della Nusra con lo Stato Islamico (IS), e umanizza questo personaggio profondamente compromesso, inserendolo in una famiglia, una comunità e un ciclo a lungo termine di violenza e vendetta.

Abouzeid ammette di raccontare – inevitabilmente – solo “una parte della storia”. Tuttavia la sua attenzione ai combattenti a spese della rivoluzione civile indebolisce occasionalmente un racconto altrimenti eccellente. Quando i manifestanti cacciano la Nusra da Saraqeb nel luglio 2017, ad esempio, la loro resistenza sembra uscire dal nulla. Ma la città, era stata a lungo una roccaforte dell’attivismo civico, aveva eletto un consiglio locale nello stesso mese. Al momento della scrittura, almeno 118 consigli sopravvivono nella provincia di Idlib e altre centinaia nelle zone liberate sopravvissute.

Non solo i siriani sono capaci di democrazia, ma la stanno effettivamente praticando, nonostante la guerra. Quando questa informazione raramente citata entra nell’inquadratura, il ritmo infinito della violenza non sembra più inevitabile. Né le “soluzioni” dell’uomo forte dei “realisti” occidentali sembrano rilevanti.

***
Il primo uomo forte dal quale Marwan Hisham fuggì fu suo padre. Il suo Brothers of the Gun sottolinea l’aspetto generazionale della rivoluzione, il rifiuto giovanile di una società in cui “era proibito sperare in qualcosa”. Per dargli una severa educazione fu inviato a Raqqa – una città povera e incolta- a un collegio islamico , Hisham era soggetto a retoriche religiose e nazionalistiche intercambiabili tra loro che implicavano “petto in fuori, settarismo militare, esaltazione edulcorata del sacrificio” e “ostentazione pseudo-scientifica”.

Il suo tono irriverente passò dalla rabbia per la superstiziosa passività di persone che “sono prive di ogni desiderio di cambiare”, attraverso l’apprezzamento euforico per la “generosità e l’ethos partecipativo” della liberazione di Raqqa, per cadere in un amaro cinismo quando la liberazione diventa aspra.

Punteggiato da incursioni aeree, durante l’intervallo tra le tirannie Raqqa è stata testimone di una lotta civile ineguale tra democratici e islamici autoritari – incluso battaglie tra gli stessi jihadisti – fino a quando i più feroci hanno vinto. “La nostra gente usava la religiosità come un tranquillante”, sia lamenta Hisham. Con l’aumento dell’ansia, aumentò anche la dose. E dopo la conquista da parte dell’IS, i bombardieri statunitensi e poi russi hanno colpito la città.

Hisham acquistò una parabola satellitare e aprì un cyber café, che attirava i turisti della jihad multinazionale di Raqqa. La loro sprezzante stupidità è raccontata con un disperato umor nero. Secondo questo racconto, l’ignoranza e il trauma sono le basi gemelle della loro intolleranza. Ormai Hisham stava twittando sulla vita sotto IS, e presto ha iniziato a lavorare con l’artista statunitense Molly Crabapple. Ha disegnato le sue fotografie, ha fornito parole. Questo libro di straordinaria bellezza è nato dalla loro collaborazione.

Un’ottima lettura, allo stesso tempo cruda ed elegante. Eppure il disprezzo esuberante che lo anima può a volte semplificare eccessivamente. “Avevo contato sulla maggioranza per sfidare l’aggressione [jihadista]”, scrive Hisham, “ma invece nel migliore dei casi sono rimasti in silenzio e nel peggiore sono stati complici.” Questo è impreciso. Dopo aver sconfitto i ribelli di Raqqa, IS ha affrontato la resistenza tribale “White Shroud” e una schiera di attivisti e gruppi di media.

Più lontano, anche marchi islamisti non autoritari fiorirono. Nel sobborgo damasceno di Daraya, ad esempio, influenzato dall’islamista liberale Jawdat Said, attivisti come Ghayth Matar hanno promosso l’auto-organizzazione e la non violenza. Il regime ha ucciso Matar sotto tortura.

La comunità vicina di Daraya, Moadamiya, “circondata da campi di fiori e uliveti” e popolata da “persone semplici e amorevoli” è l’ambientazione del potente memoriale di Kassem Eid, My Country. Questo è un libro scritto in prima persona, un testimone oculare che scrive alternando amore e furia.

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Illustrazione di Mary Crabapple

Eid è un palestinese-siriano della classe operaia, proveniente da una famiglia di 11 figli. È stato ben presto consapevole del malgoverno settario del regime, quando sua madre lo avvertì di non giocare “oltre la ferrovia” dove vivono le famiglie militari alawite. Tuttavia Eid ha stretto amicizia con un ragazzo Alawita , Majed, che in seguito è diventato un pilota da combattimento.

Uno dei fratelli di Eid è scomparso (notate la ripetizione – la maggior parte delle famiglie siriane custodisce una storia simile). Eid stesso viene attaccato apparentemente a caso. Le molestie, l’intimidazione e l’impoverimento erano le umiliazioni quotidiane di un “paese senza opportunità”.
Quando scoppiarono le proteste del 2011, non invocarono altro che “una Siria dove la vita e la dignità umana fossero rispettate”. Presto i soldati iniziarono a schierare blocchi stradali e violentare le donne che trascinavano fuori dai taxi. Le auto sono esplose; i cecchini abbattevano chi partecipava ai funerali. Chi ha potuto, è andato via. Altri hanno venduto i propri gioielli per comprare i Kalashnikov. Eid stesso ha corrotto i suoi contatti militari per contrabbandare medicine e cibo.

L’esercito ha commesso diversi massacri prima di far rispettare l’assedio assoluto del regime “Inginocchiarsi o Morire di fame”. Con la caratteristica insistenza nel definire i termini, Eid ha scelto di iniziare lo sciopero della fame. A quel punto, quando era in grado di accedere a Internet, grazie a generatori alimentati da un solvente per unghie, divenne un media attivista. Non ha impugnato un’arma fino all’indomani degli attacchi con il gas sarin dell’agosto 2013 quando, circondato da soffocanti vittime, ne ha infine preso uno.

Eid fuggì in Libano, poi in America. Impressionato dalla lobby siriano-americana, divenne depresso in altro modo. Aveva pensato che “l’assassinio di civili che manifestavano per la democrazia” avrebbe stimolato una seria risposta politica, ma si rese conto che “di fronte a un male evidente e indicibile, il mondo farà tutto il possibile per distogliere lo sguardo”.

Questa mancanza di impegno internazionale, più che l’innata arretratezza, condanna i siriani alla scelta binaria dittatura-terrorismo, e ognuno a proseguire la guerra. Quando infine Moadamiya soccombette (nell’ottobre 2016), migliaia furono deportati nei campi. Altri milioni sono esiliati. I palestinesi hanno sognato (e lottato per) il ritorno per sette decenni. Quanto ci vorrà per i siriani di oggi?

(Nell’immagine in evidenza: “Protesta sotto i bombardamenti”un’illustrazione di Molly Crabapple all’interno del libro di Marwan Hisham)

*Robin Yassin-Kassab è autore del blog Qunfuz, è co-editore e collaboratore del blog PULSE.Collabora con diversi media ed è co-autore, insieme a Leila Al-Shami del libro Burning Country: Syrians in Revolution and War.

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