Indifendibile: Idlib e la sinistra

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(Nella foto: “Questa è una rivoluzione di popolo, non di una fazione armata”)

Sabato scorso si sono intensificati su Idlib gli attacchi aerei del regime e russi in quello che sembra essere il preludio alla tanto annunciata campagna per riprendere il controllo della provincia.
Solamente il giorno prima migliaia di uomini, donne e bambine/i siriani sono scesi nelle strade in oltre 120 città e villaggi in quelle che rimangono delle aree liberate, con lo slogan “la resistenza è la nostra scelta”.

Manifestavano per le loro vite. Idlib è abitata ora da tre milioni di persone, un terzo dei quali sono bambini. Della popolazione attuale, oltre la metà è stata sfollata, o forzatamente evacuata, nella provincia da altre aree della Siria. Le loro opzioni per sfuggire all’attacco sono limitate. Le frontiere sono chiuse e non è rimasta alcuna zona di sicurezza. Non vogliono essere forzatamente sfollati dalle loro case. Durante le proteste molte persone mostravano cartelli che respingevano le recenti proposte dell’inviato delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, di evacuare i civili in aree controllate dal regime, dove potrebbero scomparire nelle camere di tortura o affrontare la coscrizione forzata, come è successo ad altri prima di loro. La “riconciliazione” nel contesto siriano significa un ritorno alla sottomissione, all’umiliazione e alla tirannia.

Attraverso striscioni, cartelli e slogan, lo scopo delle proteste era chiaro: prevenire un assalto da parte del regime e dei suoi sostenitori, mostrare al mondo che ci sono civili in Idlib le cui vite sono ora minacciate e affermare che continuano a rifiutare il dominio di Assad. “As-shaab yurid isqat al nizam” (la gente vuole la caduta del regime) risuonava tra la folla, ricordando i primi giorni della rivolta. Non stavano solo protestando contro il fascismo domestico, ma anche contro gli imperialismi stranieri – quelli di Russia e Iran – che hanno sostenuto il dittatore nella sua campagna per annientare l’opposizione interna.

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Ancora una volta, le richieste dei manifestanti anti-guerra siriani sono state in gran parte ignorate dalla “sinistra contro la guerra” occidentale. Invece di chiedere la fine dei bombardamenti o sostenere le vittime della guerra, molti hanno invece scelto di credere alla narrativa del regime riguardo la “Guerra al terrore” secondo la quale l’obiettivo dell’assalto è spazzare via i militanti jihadisti.
Tali illusioni avrebbero dovuto essere cancellate già sabato scorso: il Sham Hospital nel villaggio di Has, nel sud di Idlib, è stato preso di mira dai barili bomba e dai missili, mettendolo fuori uso. L’ospedale era stato situato sottoterra, in una grotta, in un ultimo futile tentativo di proteggerlo dai bombardamenti aerei. Secondo l’Unione delle organizzazioni mediche e di soccorso, tre ospedali, due centri di difesa civile e un sistema di ambulanze sono stati attaccati il 6 e 7 settembre a Idlib e nel nord di Hama settentrionale, lasciando migliaia di persone senza accesso alle cure mediche.

I gruppi estremisti hanno una presenza in Idlib – alcuni sono stati mandati in quella zona dal regime stesso dopo l’evacuazione di altre aree. Hayaat Tahrir Al Sham (HTS), già precedentemente legata ad Al Qaeda, domina gran parte della provincia con i suoi 10.000 combattenti. Eppure, lungi dall’essere una “roccaforte di Al Qaeda”, l’HTS non è riuscito a ottenere il sostegno di gran parte della popolazione che ha resistito in maniera continuativa alla presenza e all’ideologia estremista del gruppo. Durante le proteste dello scorso venerdì nella città di Idlib, HTS ha sparato munizioni letali per spezzare la manifestazione. La folla si è immediatamente rivolta contro i militanti chiamandoli shabiha (un insulto riservato ai teppisti del regime) e gridando “Jolani vattene” – riferendosi al leader del gruppo.

Molti esponenti di “sinistra” affermano che in tutta la popolazione di tre milioni di persone non sono rimasti “bravi ragazzi” da sostenere. O credono che la presenza di qualche migliaio di estremisti sia una giustificazione sufficiente per radere al suolo Idlib e punire collettivamente i suoi abitanti. La maggioranza invisibile dei siriani che non usano le armi per esercitare il potere viene considerata irrilevante. Scelgono di ignorare coloro che hanno resistito a tutte le forme di autoritarismo e si sono impegnati a creare un futuro migliore per le loro famiglie, le comunità e la società in generale.
Presentano una realtà binaria grottescamente semplificata in cui la scelta è tra Assad e Al Qaeda, come se il conflitto e la lotta sociale radicata in profondità fossero una partita di calcio tra due parti. La parte che sostengono è un regime fascista – perché almeno è “laico” – un regime che uccide i bambini a morte nel sonno, gestisce campi di sterminio in cui i dissidenti sono torturati a morte e che è stato accusato dall’ONU di “strage”. Chiunque resista al ritorno sotto il controllo del regime viene presentato come un nemico e un bersaglio legittimo per l’attacco. Libertà, democrazia, giustizia sociale, dignità – sono obiettivi a cui solo gli occidentali dovrebbero aspirare. Il resto del mondo dovrebbe solo stare zitto e accontentarsi.

In questa visione del mondo sinistra e razzista, ognuno è membro di Al Qaeda o un suo simpatizzante. Il fatto che ci siano donne in queste comunità rurali conservatrici che non si vestono come loro o che devono coraggiosamente superare numerosi ostacoli e minacce alla loro sicurezza per partecipare alla sfera pubblica (come hanno fatto nelle ultime proteste di venerdì), è presentato come una prova delle propensioni terroristiche, giustificazione in sé per il loro annientamento. Invece di schierarsi in solidarietà con le coraggiose donne di Idlib che stanno resistendo sia al regime che ad altri gruppi armati estremisti e lottano per superare tradizioni sociali e patriarcaliprofondamente radicate, preferirebbero piuttosto sostenere uno stato che ha mandato le milizie a compiere campagne di stupro di massa nelle comunità dissidenti, che inseriscono i ratti nelle vagine delle donne detenute. La disumanizzazione dei siriani è stata così profonda che molti fanno fatica a credere che in mezzo al caos e ai signori della guerra possano esserci in realtà esseri umani degni di supporto – persone come “noi”.

È difficile capire come devastanti campagne di bombardamenti condotte dallo stato siriano e dalla Russia in zone residenziali densamente popolate, che hanno ucciso centinaia di migliaia di persone, possono essere ignorate da qualcuno che afferma di essere “contro la guerra”. Sembra che le vite siriane abbiano un senso solamente se vengono distrutte dalle bombe occidentali. L'”anti-imperialismo” odierno è spesso usato come copertura per il sostegno di regimi totalitari, da persone abbastanza privilegiate da non aver mai provato cosa vuol dire vivere sotto tali regimi.
Non contenti di ignorare i crimini di guerra e le altre massiccie atrocità, si assiste anche a tentativi di assolvere i colpevoli e negare che si siano verificate le atrocità. Teorie del complotto, spesso originate da media russi o di estrema destra, sono state diffuse riguardo ai “falsi” attacchi chimici per ripulire il regime e giustificare di avere come obiettivi mirati civili e operatori umanitari. La Siria è diventata una questione discussa per ottenere risultati politici senza pensare ai reali pericoli per la vita delle persone coinvolta da tali false, o al profondo dolore e offesa causati alle vittime.

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Nel suo recente libro, Indefensible: Democracy, Counter-Revolution and the Rhetoric of Anti-imperialism, Rohini Hensman si chiede: “Com’è potuto succedere che la retorica antimperialista venga utilizzata a sostegno delle controrivoluzionarie anti-democratiche in tutto il mondo?”
Lei sostiene che esistono tre tipi di “pseudo-anti-imperialisti”. I primi sono quelli che credono che “l’Occidente deve essere l’unico oppressore in tutte le situazioni”, un “occidentalismo che li rende ignari del fatto che anche le persone in altre parti del mondo sono attori, e possono esserlo per opprimere gli altri oppure per combattere l’oppressione “.
La seconda categoria è composta da “neo-stalinisti”che “sosterranno qualsiasi regime appoggiato dalla Russia, non importa quanto possa essere di destra”. Il terzo “è composto da tiranni e imperialisti, colpevoli di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e aggressione, che, non appena affrontano un accenno di critica da parte dell’Occidente, dichiarano immediatamente di essere criticati perché sono anti-imperialisti”.

A sostegno della sua argomentazione, Hensman fornisce una panoramica dettagliata del genuino anti-imperialismo in opposizione allo” pseudo-anti-imperialismo” attraverso lo studio di casi da Russia e Ucraina, Bosnia e Kosovo, Iran, Iraq e Siria. Mostra come gli autodichiarati esponenti della “sinistra” hanno ripetutamente sostenuto regimi autoritari invece che lotte democratiche popolari, diffondendo bigottismo anti-islamico, costruendo alleanze tattiche con fascisti, diffondendo teorie del complotto e propaganda di stato/del Cremlino, impegnandosi nella negazione di genocidi/atrocità e nella colpevolizzazione delle vittime. Il suo libro è un promemoria puntuale del fatto che le narrative propagate riguardo la Siria, in cui l’estrema sinistra riecheggia le argomentazioni dell’estrema destra e privilegiano la geopolitica sulle lotte e le vite della gente, sono emblematiche di un malessere molto più ampio.

Mentre le bombe piovono su Idlib, pochi siriani si aspettano di vedere proteste di massa in tutto il mondo a sostegno della loro causa o in difesa delle loro vite. Coloro che rivendicano una politica “internazionalista” li hanno abbandonati e si sono ritirati nell’isolazionismo o, peggio, nell’apologia del fascismo. Senza affrontare questi problemi, la prospettiva della costruzione di un movimento internazionale contro l’autoritarismo, l’imperialismo, la guerra e il capitalismo sembra improbabile. Nel frattempo, possiamo aspettarci che gli orrori che hanno portato il mondo a dichiarare “mai più”, si ripetano ancora, e ancora, e ancora.

Articolo di Leila Al-Shami pubblicato il 12/09/18 su Freedom News

Leila Al-Shami è un’ attivista e scrittrice siriana britannica, ha scritto con Robin Yassin-Kassab il libro Burning Country: Syrians in Revolution and War. Il blog di Leila https://leilashami.wordpress.com/

La traduzione dell’articolo è apparsa su Communianet ed è stata curata da Piero Maestri

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