Vivi in una bara: così i desaparecidos siriani avranno giustizia

Mercoledì 5 settembre Amnesty International UK ha organizzato nella sua sede di Londra un evento per ricordare il dramma delle vittime siriane a pochi giorni dalla Giornata internazionale degli scomparsi. All’evento hanno partecipato Amena Kholani, attivista siriana e fondatrice di Families for Freedom; Sema Nassar, fondatrice dell’organizzazione Urnammu; Anwar al-Bunni, avvocato siriano per i diritti umani, ex-detenuto politico, fondatore del Centro per gli studi e le ricerche legali in Siria, ora a Berlino collabora attivamente con ECCHR- European Center for COntitutional and Human Rights nel documentare e perseguire crimini contro l’umanità in Siria; Toby Cadman, cofondatore dell’organizzazione Guernica37, membro del Criminal Bureau del tribunale dell’Aia.

Per approfondire, visitate il sito Amnesty dedicato Tensofthousands

Su twitter #AliveinGraves #SaveTheRest

di Milena Annunziata

Ha la voce rotta Amena Kholani, attivista siriana, i cui quattro fratelli sono tutti stati arrestati dal regime siriano tra la metà del 2011 e l’inizio del 2012, e uno solo è stato rilasciato dopo sei mesi di torture. Qualche settimana fa il regime ha iniziato a rilasciare certificati di morte per arresto cardiaco per un numero considerevole di siriani, qualche migliaia, ed è stato allora che la speranza della famiglia Kholani di poter riabbracciare due dei suoi membri è svanita. «Ho raccontato la storia dei miei tre fratelli moltissime volte, ho lanciato campagne in loro onore, e per loro, insieme ad altre donne che hanno perso i loro cari, ho fondato a Ginevra l’associazione Families For Freedom, ma questa è la prima volta che parlo da quando abbiamo saputo che sono morti nel 2013 in detenzione. All’inizio ho pensato che non ce l’avrei fatta a continuare con le campagne, ma poi ho cambiato idea.»

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La storia dei fratelli di Amena è la storia di tre siriani animati dal desiderio di vivere in una Siria più giusta, più unita, dove fosse garantito il rispetto dei diritti umani. Majid Kholani, il più giovane dei tre aveva scritto su Facebook qualche giorno prima di essere arrestato di volersi dissociare da chiunque avesse imbracciato le armi e sparso sangue siriano. Majid aveva iniziato a protestare portando con sé bottigliette d’acqua e fiori da offrire ai soldati lealisti in segno di pace. «Io e te siamo una sola cosa, perché vuoi uccidermi?» c’era scritto sul biglietto che accompagnava le bottigliette.

La tragedia di Amena è la tragedia di decine di migliaia di famiglie siriane. Amnesty stima che ci siano decine di migliaia di detenuti ma i siriani sopravvissuti alle prigioni considerano le stime delle organizzazioni internazionali di gran lunga sottodimensionate rispetto al fenomeno. Il dramma dei detenuti siriani è totalmente assente dai tavoli di pace, e come sottolinea Anwar al-Bunni neanche l’ONU è stato in grado di fare pressioni sul regime affinché rivelasse il destino di migliaia di persone i cui nomi sono assenti dai registri dei centri di detenzione civile. Oltre ai bombardamenti indiscriminati, al deliberato attacco a strutture civili e soprattutto mediche, all’uso di armi chimiche, agli assedi prolungati, l’uso della detenzione arbitraria è lo strumento preferito dal regime per soggiogare, spaventare e ridurre all’obbedienza la popolazione.

Grazie alle testimonianze degli ex detenuti, Amnesty International ha documentato quasi ogni tipo di tortura praticata nei centri di detenzione militare – dall’uso dell’elettroshock alle percosse, all’uso della sedia tedesca, la violenza sessuale e altre forme di violenza psicologia – e ha identificato in quali centri queste torture sono praticate. Dal punto di vista internazionale però, nulla sembra muoversi.[1]

Ma la tragedia non riguarda solo chi viene detenuto. Come spiega Sema Nassar si tratta di uno strumento di controllo sociale. Per ogni detenuto c’è una famiglia che farà di tutto per ottenere informazioni sul destino del loro congiunto. Questo include pagare tangenti altissime a ufficiali e funzionari, pagare avvocati e faccendieri e per le mogli e le sorelle dei detenuti significa sottomettersi a umilianti trattamenti e prolungate molestie.

Sema Nassar ha fondato nel 2011 come gruppo di lavoro di documentazione Urnammu, poi legalmente stabilitasi nel 2014 in Canada. In questi anni l’organizzazione si è focalizzata su donne e minori nei centri di detenzione. Secondo le loro statistiche, che sono verosimilmente sottostimate a causa della difficoltà di tracciare il fenomeno in assenza di registri ufficiali, da marzo 2011 a novembre 2017, sarebbero state detenute almeno 4398 donne, tra cui 299 minorenni. Di queste 109 donne e 14 minori sono state uccise.

Urnammu è stata anche la prima organizzazione a lavorare sul fenomeno dei bambini in detenzione. In un report rilasciato a maggio di quest’anno la stime sono arrivate a contare 2443 adolescenti tra i 14 e i 18 anni in detenzione, di cui 138 hanno meno di 5 anni. I bambini vengono anche mediamente detenuti per periodi più lunghi, con conseguenze inimmaginabili sulla mente e sul fisico in un periodo delicato come quello dello sviluppo.

Dopo anni di lavoro, di ricerca, di documentazione Sema Nassar si proclama scettica. La Siria infatti non ha mai ratificato la Convenzione di Roma che istituisce la Corte Penale Internazionale, e pertanto il regime e le sue più alte cariche non possono essere processate in questa sede. È vero anche che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU può deferire alla corte casi particolarmente gravi che riguardano membri non firmatari della Convenzione. Da sette anni però il Consiglio è paralizzato dai veti russi e cinesi.

Ma, come spiegano Anwar al-Bunni e Toy Cadman, i siriani possono percorrere altre strade nella loro ricerca di verità e giustizia. A giugno di quest’anno il procuratore federale tedesco ha spiccato per la prima volta nella storia un mandato di cattura per un alto ufficiale del regime, Jamil al-Hassan. Il mandato è stato spiccato sulla base del principio della giurisdizione universale, per cui particolari crimini contro l’umanità possono essere perseguiti in qualunque stato, pur in assenza di un vincolo territoriale o personale tra la vittima, l’accusato e lo stato che persegue il crimine[2]. Al-Bunni e Cadman non si fanno illusioni: ci vorranno anni, forse decenni perché i documenti e le testimonianze raccolte riescano a produrre risultati tangibili, e perché questo accada è fondamentale che i siriani non si arrendano nel lungo percorso che li attende per ottenere giustizia, e non è escluso che un giorno si arrivi ad inchiodare lo stesso Bashar al-Assad, e questo sembra essere l’obiettivo di al-Bunni.

Ci sono questioni molto più urgenti che meritano un’attenzione e una presa di posizione da parte dell’Europa. Dato che si tratta solo di una questione di tempo prima che la giustizia faccia il suo corso, quale sarà la posizione dell’Unione rispetto ad un tema centrale come la ricostruzione? Siamo davvero disposti a finanziare coloro che hanno distrutto perché ricostruiscano? Attraverso questo tema centrale passa il riconoscere la legittimità di un regime che tutt’ora detiene centinaia di migliaia di detenuti, e che sembra ormai così certo della sua vittoria da sbeffeggiare le famiglie delle vittime e la comunità internazionale rilasciando certificati di morte per arresto cardiaco.

Ricostruire non significa soltanto rimettere in piedi case, infrastrutture, scuole e ospedali, significa soprattutto investire energie nel tessere di nuovo quel tessuto sociale che sette anni di conflitto hanno fatto a brandelli, istaurare rapporti e ricucire ferite di una società dilaniata, divisa e stanca, senza dimenticare però quanto la Siria e i siriani liberi sono riusciti a fare, da soli, in questi anni. Senza il loro lavoro la documentazione che ha inchiodato Jamil al-Hassan e che inchioderà altri non sarebbe sopravvissuta, senza la loro determinazione nel dare voce e ricordare chi è stato messo a tacere non sarebbe stato possibile raggiungere questi risultati.

______

[1] Siria: il mattatoio umano: esecuzioni e sterminio di massa nella prigione di Sednaya, 7 febbraio 2017 inglese/arabo

[2] Per sapere di più sul principio della giurisdizione universale e sulle possibilità di perseguire penalmente il regime, Human Rights Watch ha pubblicato un report nell’ottobre del 2017 – inglese/arabo/olandese. “These are the Crimes we are Fleeing” Justice for Syria in Swedish and German Courts

Immagine di copertina: immagine satellitare del carcere di Sednaya

Video di Waal Alkataeb

 

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