“Non vi è più una terra per i siriani” Intervista con Zaina Erhaim

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newt coverLa reporter siriana Zaina Erhaim parla di come formare reporter nel giornalismo partecipativo e dell’importanza di documentare le atrocità commesse dal regime di Bashar al-Assad. Intervista di Anton Mukhamedov per The New Internationalist. Tradotto da Alice Bonfatti. 

Zaina Erhaim ha studiato giornalismo all’università di Damasco e poi alla City University di Londra. Nel 2013 è tornata in Siria per aiutare a raccontare la vita nelle aree ribelli e addestrare giornalisti partecipativi, che avevano documentato la rivolta fin dall’inizio, anche in luoghi dove i giornalisti occidentali non avevano accesso. Facendo particolare attenzione alle difficolta a cui si trovano di fronte le giornaliste in quanto donne, Zaina ha continuato a lavorare fino al 2016, per lo più con sede ad Aleppo, sotto i bombardamenti quotidiani del regime di Assad e del suo alleato russo.

Mentre corrispondenti internazionali, prevalentemente uomini, che operano in zone di guerra vengono spesso glorificati, poco viene detto sulle donne che cercano di rompere il muro del silenzio sulle condizioni di altre donne (e uomini) in paesi come la Siria. Questo è il motivo per cui nel dicembre 2017, Zaina Erhaim mi ha parlato di ciò che il giornalismo partecipativo significava per donne siriane come lei, perché ha perso ogni speranza per la Siria e le numerose difficoltà che ha dovuto affrontare, tra cui un incidente in cui il suo passaporto è stato confiscato all’aeroporto di Heathrow. 

Nel 2013, sei tornata in Siria per aiutare a documentare la rivolta in corso. Quando e perché hai preso la decisione di documentare come giornalista la guerra civile siriana?

Prima di tutto, non penso che “guerra civile” sia il termine giusto. È stata una rivolta, una rivoluzione fino al 2013 più o meno. Per me, una guerra civile è quando due popoli o gruppi civili impugnano le armi l’uno contro l’altro, ma in questo caso si trattava di una repressione del regime. Preferisco il termine ‘guerra contro il popolo’ come utilizzata nella conferenza di Parigi, invece di una guerra tra le persone. A questo punto non è più una guerra interna, visto che ci sono molti partiti stranieri che vi prendono parte, come i soldati russi, le milizie sciite, Hezbollah, le forze iraniane. Le guerre civili dovrebbero essere tra partiti nazionali e locali, magari supportate da forze internazionali, ma qui ci sono attori internazionali che prendono parte ai combattimenti!

Quando sono tornata nel 2013, era per aiutare gli altri giornalisti locali a riportare le notizie, piuttosto che per scrivere della rivoluzione. Stavo lavorando con un’organizzazione internazionale sullo sviluppo dei media (Institute for War and Peace Reporting). Non credo di aver scritto più di 10 articoli negli ultimi quattro anni, ma ho formato più di 150 persone affinchè potessero loro stessi scrivere e produrre. Invece di fare il lavoro da sola, cerco di instaurare la capacità di farlo in altri, che sono già lì a farlo ma non hanno il background accademico che posso avere io per scrivere articoli in maniera più professionale. Ad esempio, Hadia Mansour sta scrivendo per più di 3 diverse testate e Hazza al-Hazza ha appena vinto un premio per il suo articolo sulle donne che chiedono la fine della violenza di genere.

La metà dei giornalisti che hai formato sono donne. Ci sono sfide che le giornaliste devono affrontare in quanto donne?

Certamente. Ma non si può generalizzare, nemmeno quando si parla di città vicine tra loro. Le donne in ogni città si sono trovate davanti a sfide diverse. Se, per esempio, parliamo delle aree in cui mi trovavo io, essendo zone già molto conservative in cui gli spazi pubblici erano per lo più per gli uomini, nessuna delle donne che ho formato aveva esperienza in giornalismo. Molte erano casalinghe: nessuna, o pochissime di loro, aveva un diploma universitario. Per loro, il giornalismo era una nuova avventura. Ad alcune è piaciuto e hanno ritenuto di avere il potenziale per continuare. Più di 10 di loro scrivono frequentemente, non solo per giornali siriani, ma anche per i testate britanniche e arabe. Per non parlare di canali TV e giornali online. Queste donne hanno deciso di farne una carriera.

Hanno sicuramente più ostacoli da affrontare rispetto ai loro colleghi maschi – principalmente il fatto che interagire liberamente con uomini e intervistarli è molto difficile. Nella società conservatrice dalla quale provengono, non puoi sederti con un intervistato in un pub o in un bar o un caffè. Non puoi farti vedere in giro con un estraneo, quindi devono usare l’aiuto dei propri mariti o fare l’intervista via Skype. Superati quelli, ci sono mille altri ostacoli: una volta pubblicato l’articolo, saranno attaccate, ma non nello stesso modo degli uomini. Saranno chiamate “puttana” o il loro onore verrà insultato.

Per quale motivo hanno deciso di dedicarsi al giornalismo?

Ognuno ha un motivo diverso. Penso che nel 2011, il motivo principale fosse quello di riferire ciò che stava accadendo, pensando che documentando avrebbero impedito che la situazione degenerasse in tragedia. Pensavano che, se avessimo detto al mondo cosa stava accadendo in Siria, ci sarebbe stata una reazione. Ma credo che questo atteggiamento sia cambiato dopo gli attacchi chimici a Ghouta. Alcune hanno pensato che qualunque cosa avessero scritto non avrebbe più cambiato nulla. Altre hanno continuato a fare il proprio lavoro, credendo che ormai fosse l’unica cosa rimasta da fare. Alcune riuscivano a guadagnarci qualcosa. Altre ancora stavano cercando di documentare gli abusi, sperando che un giorno sarebbero stati in grado di portare il regime davanti alla Corte penale internazionale.

All’inizio, queste donne erano curiose di sapere cosa fosse il giornalismo. Poi, molte decisero di aderire poiché pensavano che le storie che volevano leggere e che uscissero non venivano riportate, perché i giornalisti maschi non erano interessati o avevano difficile accesso agli spazi riservati alle donne. A causa della segregazione di genere nelle loro società, ritenevano che non ci fossero articoli che trattassero i problemi che affliggono le donne e le loro storie, che non fossero state riportate correttamente.

Cosa ti ha spinta a dedicarti al giornalismo?

Ho studiato giornalismo nel 2003. Avevo solo una infarinatura generale su cosa fosse il giornalismo, ma mi piaceva scrivere e mi piaceva usare la macchina fotografica. Per questo motivo volevo approfondire e così decisi di andare a studiare a Damasco.

Questo accadde due anni dopo la cosiddetta primavera di Damasco, quando la società civile sorse nella capitale siriana per chiedere riforme dal regime… ero troppo giovane per rendermene conto. Eravamo così disconnessi. Ho iniziato a parlare di questi incidenti solo anni dopo, mentre lavoravo per siti web, i cui server erano negli Stati Uniti, così che Internet non venisse monitorato o bloccato. Fu così che, per la prima volta, per puro caso entrai accidentalmente in un sito web di opposizione e iniziai a leggerlo. Fu così che lessi del massacro di Hama e di figure come Razan Zeitouneh. Fu allora che iniziai a capire quanti contenuti venissero bloccati e fino a che punto venivamo sottoposti a un lavaggio del cervello e soggiogati dalla propaganda invece che informati dai mezzi di comunicazione. Tutte le nostre informazioni provenivano dalla scuola, dalla televisione siriana e da altri media siriani. Così come le storie che ci venivano raccontate dalle nostre famiglie, che spesso avevano troppa paura per raccontare qualcosa da un punto di vista che non fosse quello del regime.

Quali sono le conseguenze dei incidenti come la recente cancellazione da parte di YouTube di video che documentano le atrocità del regime di Assad?

Le prove e la documentazione dei reati è stata cancellata. Forse si tratta di materiali violenti e violano i regolamenti, ma non vengono usati per creare film horror, ma per documentare la realtà. Quindi abbiamo bisogno di approfondire ulteriormente come possiamo proteggere i documenti senza violare i regolamenti dei social media. Non dimenticachiamoci che ci sono bambini di 12/14 anni che vi hanno accesso. Dovrebbero essere in grado di vedere questo materiale? Come lo proteggiamo? Ad esempio, Facebook ha introdotto una funzionalità in cui indica la presenza di contenuti forti in anticipo, il che potrebbe funzionare. È davvero frustrante che stiamo attraversando questo dolore, e quando proviamo a mostrarlo, e veniamo di nuovo repressi.

Quali aree ribelli hai visitato e di quali hai potuto scrivere?

Tutte, almeno nel nord, tranne che nelle aree curde. Sono andata dalle periferie della Lattakia, a Idlib, – sia la provincia che la città -, la provincia di Aleppo, Raqqa, Deir Ezzor.

Le insurrezioni si assomigliano?

Erano molto diverse, a seconda di chi le guidata e sotto quale controllo era la zona. C’erano gruppi armati e gruppi di attivisti diversi tra loro. Ad Aleppo, gli attivisti civili alla fine hanno avuto il sopravvento: erano potenti, le loro voci erano forti, quindi hanno influenzato le decisioni militari, a differenza di Idlib ad esempio. Ma ognuna delle città, non solo le province, ha una sua storia.

Quello che sta accadendo ad Idlib, da dove vieni, è che il potere militare è nelle mani di Hayat Tahrir al-Sham, a cui la società civile si oppone?

Non posso necessariamente dire che la società civile è contraria. Ci sono molte organizzazioni di società civile, alcune delle quali li supportano, altre sono contrarie. In generale, anche se sei contro HTS e desideri operare nell’area, devi solo mantenere la calma e concentrarti sul tuo lavoro. Di solito, o scegli di esprimere le tue opinioni e di essere espulso, o di continuare a lavorare e rimanere in silenzio. Nell’interesse del loro lavoro, alcune organizzazioni decidono di rimanere in silenzio.

[Diverse settimane dopo la nostra intervista, le forze pro-Assad hanno lanciato una offensiva brutale sui combattenti ribelli e sulla popolazione civile di Idlib, usando come pretesto la presenza massiccia di Hayat Tahrir al-Sham, considerata un’organizzazione terroristica. A oggi, questo ha causato la morte e sofferenza di migliaia di civili].

Cosa ritieni che i giornalisti occidentali dovrebbero imparare dai giornalisti partecipativi in Siria?

Certamente non a rischiare le loro vite in quel modo!
Dipende: ci sono alcuni giornalisti occidentali che conoscono più siriani di me, che seguono la causa siriana giorno per giorno e scrivono storie approfondite grazie alla loro dedizione. Altri siedono nelle loro sedi a Washington DC, a Londra e producono storie solo per produrre storie. È davvero superficiale.

Sei stata riluttante a lasciare la Siria fino al 2016 – cosa è cambiato? La riconquista di Aleppo da parte di Assad e dai suoi alleati?

Sono partita prima dell’assedio. Allora ero incinta e ho fatto due tour, nei Paesi Bassi e poi negli Stati Uniti. Mentre lasciavo gli Stati Uniti, i percorsi erano diventati davvero pericolosi ed essendo incinta, ho deciso di non tornare.

Fino ad allora, come sei riuscita ad evitare la cattura?

In certi momenti, ho dovuto indossare il velo. A volte, dovevo indossare un lungo cappotto. Ho sempre avuto uomini al mio fianco. Non mi muovevo da sola. Sono del posto, parlo il dialetto e conosco le persone. Ho preso le precauzioni necessarie, ma rimane sempre rischioso: ero una donna e per questo, al centro dell’attenzione, a differenza dei miei colleghi maschi. Ma ce l’ho fatta.

All’aeroporto di Heathrow ti avevano confiscato il passaporto…

Arrivata all’aeroporto, mi è stato detto che il mio passaporto era stato segnalato dal mio governo come un passaporto rubato. Ho risposto che non avevo un governo – che era un regime – e che non sono una cittadina, ma piuttosto un giornalista. Quindi non stavano sostenendo uno Stato di diritto, ma stavano invece sostenendo un regime dittatoriale contro una giornalista. A loro non importava, dopo tutto, il sistema è il sistema. Non mi hanno restituito il passaporto. Ho dovuto pagare $ 1.500 per averne uno nuovo, valido solo per due anni. Non so quando verrà segnalato e rimarrò bloccata di nuovo.

Devi affrontare altri ostacoli nel tuo lavoro?

Oltre ad venire molestata in tutti gli aeroporti attraverso i quali passo, oltre ad essere trattata come una sospetta terrorista, interrogata, costantemente messo da parte per nuovi controlli del passaporto – anche se il mio passaporto è completamente regolare e ha un sacco di visti – oltre a questo, no, va tutto bene. (Ride). Tra l’altro, avevo due visti statunitensi e ora ne ho fatto uno nuovo ed è stato sospeso per 3 mesi. Non credo che lo otterrò.

Credi ancora nella possibilità che il regime di Assad cada?

Non più. Se avessi detto qualcosa del genere anni fa, sarebbe stato perché ero troppo spaventata e cercavo di mantenere viva la mia speranza. Sento che ora la Siria sta andando di male in peggio. Non è più nemmeno Siria, non ne rimane che una parte russa, una parte della Turchia e una parte per la colonia iraniana. Non vi è più una terra per i siriani.

Se il regime di Assad dovesse rimanere, pensi che la maggior parte dei rifugiati non sarà in grado di tornare a casa?

La maggior parte di coloro che come me sono fuggiti, specialmente all’inizio, nel 2011 e nel 2012, non erano solo in fuga dalla guerra: molti di loro non l’hanno vista, ma stavano invece fuggendo dall’arresto o dalla leva militare forzata. Il servizio militare in Siria è molto lungo e orribile: alcuni uomini, invece di due anni e mezzo, hanno dovuto trascorrere cinque o sei anni. Per loro, non c’è assolutamente modo di tornare indietro.

Alcuni rifugiati vivono in campi miserabili in Libano e non sono ricercati dal regime – non sono molti, ma potranno tornare indietro se si dovesse raggiungere una specie di tregua. Tuttavia, tutti gli altri – penso alla mia famiglia, a mia madre, alle mie zie che sono sulla sessantina – pensano che saranno sepolti in Turchia.

Credi che conferenze internazionali* come questa possano cambiare qualcosa?

Ho smesso di chiedere una reazione molto tempo fa. L’anno scorso ho visitato le scuole superiori a Barcellona. Ho parlato con gli studenti delle scuole superiori della vita in Siria, di cosa significava chiedere libertà e il tipo di reazioni violente a cui ci siano trovati di fronte. Ovviamente non mi aspettavo che gli studenti ci aiutassero a rovesciare il regime. Ma solo dando alla nuova generazione una prospettiva diversa sulla storia – l’opportunità di ascoltarla da una siriana che l’ha vissuta sulla propria pelle, invece che da qualche giornalista che ha ottenuto la notizia da un altro reporter – è molto potente. Alla fine, le nuove generazioni sceglieranno i propri politici e spero solo che sceglieranno quelli giusti e che possano rendere questo mondo meno orribile.

Anton Mukhamedov è un giornalista freelance con sede in Francia.

Vede anche il film di Zaina Erhaim, “Syria’s Rebellious Women”

* Colloquium on Syria all’Université Paris-Diderot, dicembre 2017

 

 

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