Così verrà processato il regime di Assad

Articolo di Ana Carbajosa per El País 

tradotto da Giovanna De Luca

20, 21, 24, 28, 34, 36, 40, 41, 83, 90, 92, 124 e 126. Yazan Awad ripete come un mantra i giorni in cui il suo corpo fu torturato. Quando le guardie della prigione militare, per sei ore, gli fracassarono la gamba con un bastone. Quandolo lo appesero al soffitto e lo picchiarono con una mazza. Quando lo violentarono con un Kalashnikov. Il peggiore di tutti è stato il giorno 36.

L’appuntamento con Awad e altri testimoni, avvocati e querelanti contro il regime siriano ha luogo in Germania, paese che è diventato l’avanguardia della battaglia legale contro il governo di Bashar al-Assad. Centinaia di migliaia di rifugiati siriani sono arrivati qui negli ultimi due anni, trasformati – loro malgrado –  in prove viventi delle atrocità commesse nelle prigioni del regime. La loro presenza, insieme a migliaia di fotografie portate fuori dalla Siria e soprattutto grazie a leggi che aprono la porta alla giustizia universale e ai pubblici ministeri e alla polizia interessati a indagare, ha permesso a casi come il suo di fare passi avanti e anche e anche l’emissione del primo ordine di detenzione internazionale contro un’alta carica del regime.

A più di mille chilometri da Berlino, in una stanza fredda, dentro centinaia di scatole di cartone c’è l’altro grande pezzo del puzzle giudiziario contro il regime siriano. Sono le prove necessarie per far sedere al banco degli imputati i responsabili delle atrocità commesse. Il loro ruolo e le responsabilità di ciascuno in questa vicenda del terrore. Centinaia di migliaia di documenti sono stati portati via dalla Siria in via discrezionale negli ultimi anni e mostrano chi ha dato l’ordine di arrestare e torturare coloro che sono scesi in strada per protestare contro il regime. Chi ha progettato la macabra rete di torture, chi ha eseguito gli ordini e chi ha guardato dall’altra parte.

I veterani della giustizia internazionale classificano e custodiscono questi chili di carta. In una dozzina di paesi i documenti alimentano indagini contro alte cariche del governo siriano che vivono in Europa, ma soprattutto cercano di  mettere in piedi lo scheletro del grande processo contro il regime siriano, in modo che la storia della Jugoslavia o del Ruanda non si ripeta e il giorno in cui un tribunale internazionale dovrà giudicare i crimini commessi in Siria, le prove non si siano evaporate  o non si debba aspettare decenni per iniziare a lavorare.

PROVA 1. Le testimonianze dei rifugiati 

Testimonianza video di Yazan Awad, rifugiato siriano. Torturato dal regime nel 2012:

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”Durante una sessione di tortura, venne un uomo con un bastone con dei chiodi all’estremità; disse che voleva vedere se c’erano ossa nel mio corpo. Iniziò a colpirmi la gamba fino a farci un buco e riuscii  io stesso a vedere l’osso della gamba.”

La prima prova contro il regime siriano sono le storie delle vittime, persone dai corpi spezzati ma con spirito di ferro. Le loro testimonianze tracciano un ritratto preciso e spettrale dell’apparato repressivo del regime siriano. Ci sono elementi che  vengono ripetuti in tutte le storie e che fanno emergere un modello di abuso sistematico. Il tubo con i cavi pendenti per picchiare. Le urla di coloro che venivano torturati giorno e notte. Sovraffollamento in celle piene di infezioni. L’incertezza di non sapere se stai per morire o vivrai fino al giorno dopo. Gli scomparsi. Le confessioni sotto tortura. Le vittime condividono anche una disperata fede nella giustizia come arma di sopravvivenza psicologica.

Awad è un giovane corpulento di 30 anni, che da due anni vive in Germania. Ci è arrivato come gli altri rifugiati, rischiando di nuovo la vita. In Siria ha trascorso 137 giorni in detenzione all’aeroporto di Mezzeh, sotto il controllo dell’Aeronautica militare siriana. “Appena arrivato, mi hanno picchiato per sei ore. Ci hanno messi a terra e ci hanno picchiati con dei tubi. Ci hanno colpito sulle piante dei piedi. Poi mi hanno portato in una cella con 180 persone. Il dolore era terribile. Non potevo andare in bagno. Due persone mi ci hanno dovuto trascinare. ”

Awad continua come se non fosse in grado di frenare i suoi ricordi. “Picchiavano come pazzi. Con gli stivali sulla testa, con il calcio del Kalashnikov. Hanno messo un AK-47 nel mio sedere e non ho potuto mangiare per quasi due mesi. Dire che volevi andare dal dottore era pericoloso; su dieci che ci andavano, solo uno tornava vivo. Ci davano 10 secondi per andare al bagno. In quel lasso di tempo, dovevi bere, curarti le  ferite, andare in bagno e fare le abluzioni. ”

Il giorno 36 è stato il più lungo. Awad racconta il calvario al quale è stato sottoposto:

“Mi dissero che mi avrebbero ucciso. Ero appeso al soffitto, mi hanno messo una pistola in bocca e mi hanno chiesto di recitare la shahada [la dichiarazione di fede islamica]. Non riuscivo a smettere di balbettare e ci sono voluti più di 15 minuti affinché riuscissi a dirla tutta. Qualcuno ha sparato. Avevano tagliato la corda ed ero a terra. Pensavo mi avessero ucciso. Mi tolsero la benda ed uscì di corsa dietro di loro. Avevo bisogno di vedere i loro volti per spiegare a Dio chi erano il giorno del giudizio finale “.

Fino ad allora Awad era stato un ragazzo normale. Il 29 aprile 2011, aveva partecipato alla sua prima manifestazione contro il regime. La rivoluzione tunisina aveva ottenuto la testa del dittatore Ben Ali e in Egitto anche Hosni Mubarak era caduto. All’improvviso l’impossibile cominciò a sembrare possibile, anche in Siria. Le immagini dei bambini di Deraa, le cui unghie erano state strappate per aver criticato  il regime, fecero esplodere le prime scintille. Anche nella testa di Awad: “Quando ho visto le foto di quei bambini ho deciso di oppormi al regime”. Dopo la prima dimostrazione iniziò ad aiutare i manifestanti che erano fuggiti da altre città. Successivamente si unì ai medici clandestini per trasferire feriti in ospedali segreti.

Tutto ciò fa parte di un passato pieno di illusioni e speranza del quale non resta  traccia. La guerra in Siria è entrata nel suo ottavo anno, 400.000 persone sono state uccise e undici milioni di persone  sono sfollate, circa la metà della sua popolazione. E forse la cosa peggiore è che non c’è nessuna soluzione politica all’orizzonte in grado di porre fine a un conflitto che continua ad ingarbugliarsi. Awad è un’altra persona, ma sogna ancora. “I miei amici sono ancora in prigione e ho promesso loro che li avrei fatti uscire. Il mio sogno è parlare davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Nel 2012 si fermarono le torture per due settimane e riuscimmo a  dormire perché non sentivamo urla. Ci diedero da mangiare solo perché c’era la possibilità che stessero arrivando gli ispettori dell’ONU. Sono state due settimane incredibili: un paradiso all’inferno. ”

Arrivato in Germania, Awad incroció in internet Anwar al Bunni, un noto avvocato siriano che ora vive qui. L’orizzonte della vita di Awad si allargò improvvisamente: “Il mio momento  era arrivato”.

Al Bunni è un ometto il cui sorriso eterno nasconde un passato e un presente terrificante. È un avvocato siriano e l’anima di questo caso. Insieme al suo collega Mazen Darwish sono sostenuti dal Centro europeo per i diritti costituzionali e umani  (ECCHR è il suo acronimo in inglese), un’ONG tedesca che si sta dedicando a quello che chiamano “Contenzioso strategico”. Insieme si sono proposti di vedere  i torturatori del regime siriano dietro le sbarre. In totale, quattro denunce penali sono già presso la Procura Generale, insieme a decine di migliaia di immagini di torture prese dalla Siria.

Ci sono paesi come la Svezia, la Norvegia e l’Austria che consentono l’applicazione della giustizia universale, ma nel caso tedesco la legge consente un’interpretazione ampia per realizzare i cosiddetti “processi strutturali”, in cui si tratta di raccogliere prove al di là di casi concreti. C’è anche un dipartimento di pubblici ministeri e polizia criminale interessato a questi casi. Due anni fa, per esempio, l’accusa ha emesso un mandato di cattura internazionale contro un membro dell’ISIS per i crimini di guerra commessi contro gli yazidi.

L’accusa ha ascoltato i testimoni e questa settimana è trapelata la notizia dell’emissione di un mandato di cattura internazionale contro Jamil Hassan , dirigente dei temuti servizi segreti e stretto collaboratore di Bashar al-Assad.

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Testimonianza video di Anwar Al Bunni, avvocato siriano residente in Germania. Raccoglie testimonianze di vittime del regime siriano:

”È differente se sai che esistono crimini e nessuno può dirti cosa è accaduto e devi cercare le prove per dimostrarlo. Ora le stesse vittime ci raccontano chi ha commesso questi crimini, così non hai bisogno di andare a cercare prove. La vittima si racconta e non è solo una, sono molte e tutte raccontano gli stessi episodi riguardo ciò che accadde. Questo è sufficiente per dimostrare questi crimini e chi li ha commessi”

A Damasco, Al Bunni era un noto difensore dei prigionieri politici e quando arrivò in Europa, la notizia si diffuse rapidamente tra la comunità della diaspora. I suoi account sui social network, Whatsapp e Skype, iniziarono a riempirsi di richieste di compatrioti che, come Awad, volevano raccontargli cosa gli era successo. In breve tempo riuscì a tessere una fitta rete di testimonianze che si estende in tutta Europa.

In un ufficio vuoto a nord di Berlino, con una bandiera siriana come unico ornamento, Al Bunni spiega i dettagli del caso: “Stiamo preparando testimonianze in Norvegia e anche a Stoccolma. In Francia c’è un caso aperto da due vittime di nazionalità francese … “. In totale, cinque avvocati siriani lavorano insieme a Berlino e altri 30 sono distribuiti in tutta Europa. Spiega che uno dei suoi 27 imputati è Bashar al-Assad.

Nella famiglia al Bunni c’è una lunga tradizione di oppositori. Tra lui, i suoi tre fratelli e sua sorella hanno trascorso 75 anni in prigione. A Damasco, l’avvocato gestiva un famoso centro per i diritti umani , che divenne un punto di riferimento per i diplomatici occidentali. Accusato di voler indebolire la nazione e di complicità con le organizzazioni internazionali, è stato in prigione tra il 2006 e il 2011, dove – afferma – hanno cercato di ucciderlo due volte.

Mentre era in prigione,  scoppiò la rivoluzione. Quando fu rimesso in libertà, la Germania – dove un’associazione di giudici aveva precedentemente riconosciuto il suo lavoro – si offrì di farlo uscire dalla Siria. Ma in Siria c’era molto lavoro da fare. I manifestanti detenuti senza garanzie giudiziarie dovevano essere difesi. Al Bunni resistette fino al 2014, quando il governo emise due mandati di arresto nei suoi confronti. A quel punto non si trattava più di essere fuori o dentro la prigione, ma di vita o  morte. Era giunto il momento di verificare se l’offerta tedesca fosse ancora valida. Così fuggì con moglie e figli attraverso le montagne.

Al Bunni è una di quelle  persone che puoi incrociare  al supermercato in Germania senza sospettare che abbia alle spalle  una vita che ha poco a che fare con quella della maggior parte delle persone. “Sappiamo che ci sono più di 60 persone del regime in Europa, ma non ho paura di loro”. Ha tutto in mente: “Dovrebbero temermi. Mi conoscono dal carcere. Ogni giorno mi hanno interrogato e sanno che solo se mi uccidono possono farmi tacere. Se mi uccidono in Germania, sarà facile incriminarli, andranno in prigione e io avrò raggiunto il mio obiettivo “. Lui ride. “Prometto che li farò arrestare, vivi o morti: queste persone non possono far parte della transizione politica siriana”.

L’avvocato è convinto che anche in Europa si giochi gran parte di questa battaglia. “Se lasciamo il regime di al-Asad impunito, diamo campo libero a tutti i dittatori del mondo. Se la legge internazionale crolla, cosa accadrà alle nostre società? “Chiede.

Al Bunni utilizza anche la sua rete di contatti nella diaspora per individuare i criminali che vengono in Europa come rifugiati. Possono essere persone legate al regime, ma anche persone dello Stato Islamico, di Al Nusra … “Sappiamo che più di 1.060 persone che sono venute come rifugiati hanno commesso crimini. Abbiamo moltissimo materiale per dimostrarlo “.

Anche l’unità per i crimini di guerra della polizia criminale tedesca (ZBKV) ha preso parte a questo processo. Una portavoce spiega che riesaminano sistematicamente le testimonianze di persone provenienti da Siria e Iraq sin dal 2015, quando ci fu un grande picco di arrivi di richiedenti asilo. Hanno ricevuto più di 4.300 informazioni relative a possibili violazioni del diritto internazionale (genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra). I casi concreti di potenziali sospetti, li mandiamo alla procura generale tedesca “.

[PROVA 2. Le foto dell’orrore]

Tra la documentazione già nell’ufficio del pubblico ministero tedesco c’è un report cruciale per la causa . È un pacchetto di 26.948 fotografie. Circa la metà di esse mostra i corpi senza vita dei detenuti dal regime siriano. Sono conosciute con lo pseudonimo dell’informatore che li ha portati fuori dalla Siria: Caesar.

Caesar era un fotografo della polizia militare. Tra il 2011 e il 2013 il suo lavoro è stato quello di ritrarre i cadaveri che arrivavano dai diversi centri di detenzione verso due ospedali: l’ospedale militare 601 e l’ospedale militare di Tishreen. Le foto del Rapporto Cesar (Caesar Files) sono meticolose, professionali, di alta qualità, immagini a colori. Documentano l’orrore di migliaia di cadaveri emaciati, nudi e torturati. Le pubblichiamo in forma ritoccata, data la durezza del loro contenuto.

Queste immagini sono servite a molte famiglie per identificare i loro cari, detenuti o scomparsi, di cui non avevano avuto notizie per anni. Servono come prova. In Spagna, il tribunale nazionale ha avviato nel marzo 2017 la prima procedura giudiziaria per le torture e le esecuzioni da parte del regime di al-Assad, quando uno spagnolo di origine siriana di nome Amal Hag-Hamdo Anfalis ha riconosciuto suo fratello morto tra le fotografie di Caesar. Tuttavia, la corte stessa ha revocato l’ammissione della denuncia alcuni mesi dopo affermando che la Spagna non ha giurisdizione per indagare su questi crimini.

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Le immagini dimostrano uno schema di abusi sistematici, una crudele vita quotidiana e condizioni subumane nelle prigioni siriane. La maggior parte dei cadaveri appare emaciata e scheletrica. Pelle e ossa; costole, clavicole e fianchi segnati. Sono evidenti anche infezioni della pelle, piaghe e chiari segni di tortura: segni di strangolamento, ustioni, colpi, lacerazioni, traumi, denti rotti, occhi scoppiati, sangue secco …

Amnesty International conta almeno 17.723 morti nei centri di detenzione. L’organizzazione per i diritti umani descrive un ampio catalogo di torture che considera siano la norma. “Da quando sono scoppiate le proteste pacifiche nel 2011, il governo siriano ha lanciato una campagna di arresti e sparizioni forzate. Migliaia di persone sono state torturate e maltrattate, molte di loro  sono morte in detenzione e decine di migliaia sono scomparse. I principali obiettivi del regime sono stati attivisti, difensori dei diritti umani, giornalisti, medici e operatori umanitari, ” ha scritto Amnesty nel suo ultimo rapporto.

Le foto del report Caesar contengono più informazioni di quante potrebbero apparire a prima vista. Accanto a ciascun corpo, v’è una carta con tre figure: permettono di identificare il centro di detenzione in cui la vittima si trovava, il numero di detenuto che gli era stato assegnato e il numero attribuito al corpo dal medico legale.

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1229=número assegnato a ogni detenuto dal centro di detenzione

215=numero del centro di detenzione, in questo caso la cosiddetta “prigione della morte”

4745=numero assegnato al cadavere dal medico dell’ospedale militare

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(Foto del Report Caesar)

In questi libri si contano i morti. I rapporti forensi, trapelati anche attraverso il report Caesar, indicano dove sono state arrestate le vittime – in questo caso presso l’unità 215 soprannominata “prigione della morte” – e in quale obitorio sono state trasferite: l’ospedale militare 601 a Damasco.

Nell’ospedale 601 si ammassavano così tanti cadaveri che non c’era posto nelle camere refrigerate dell’obitorio. Quindi iniziarono a immagazzinarli nei garage che erano usati per riparare i veicoli militari danneggiati.

Con il GPS della telecamera  attivato, i metadati delle fotografie del Rapporto Caesar permettono di verificare dove e quando sono state fatte le foto e le istituzioni coinvolte nell’orrore. L’organizzazione Human Rights Watch ha pubblicato nel 2015 un dossier completo intitolato “Se i morti potessero parlare” in cui esperti forensi hanno analizzato le immagini e geolocalizzato alcune di esse. Da ciascuna di queste foto, la tecnologia consente un sinistro viaggio nel luogo e nella data degli eventi. É questo. 

Nel settembre 2017, il Caesar Files Group, insieme all’ECCHR, ha presentato una denuncia penale all’Ufficio del Procuratore Generale a Karlsruhe contro alcune persone responsabili dei servizi di intelligence e della polizia militare siriana, utilizzando le immagini come prova.

Alle domande di questo giornale(El País ndt), l’ufficio del procuratore generale tedesco risponde che non possono fornire dettagli sui progressi delle indagini, ma in una e-mail confermano che “in relazione alla guerra civile e ai crimini di guerra in Siria, in particolare quelli commessi anche dal regime siriano, stiamo portando avanti un processo strutturale. Stiamo analizzando i cosiddetti “file Caesar”, che documentano la crudeltà del regime di Assad. Mostrano numerosi cadaveri con segni di diversi tipi di torture. […] Abbiamo queste immagini dal 2016 e un istituto forense le sta analizzando. In questo contesto, si tratta di identificare i cadaveri e stabilire la causa della morte. Le indagini continuano “. Per quanto riguarda il mandato di arresto internazionale contro Jamil Hassan, rivelato da Der Spiegel e confermato dagli avvocati, l’Ufficio del Procuratore non lo nega, ma non lo conferma ufficialmente, come di solito accade in questi casi.

Ibrahim Alkasem, un avvocato siriano che rappresenta il Caesar Files Group, accetta di incontrare El País a condizione che non riveli in quale paese vive, né dove si svolge l’intervista. “Dal 2011 raccogliamo documenti, video, testimonianze delle vittime, documenti di trasferimenti da una prigione all’altra – spiega Alkasem – Le immagini mostrano chiaramente che ci sono state torture con metodi sistematici e che gli esecutori seguono un modello e istruzioni specifiche. I file del Rapporto Cesar sono solo una parte di queste evidenze “, dice l’avvocato che redige anche documenti ufficiali che mostrano come funziona la catena di comando del regime siriano.

Al momento, la battaglia legale si concentra  in Germania, anche se ci sono stati  casi di minore portata in Spagna, Austria, Svezia e Francia. Ma al di là di giudizi più o meno simbolici in contumacia, la battaglia si gioca nel breve, medio e lungo termine. “I tribunali tedeschi hanno capito che è importante conservare le prove per aprire casi specifici.  E’ un lavoro che non può essere fatto solo dalle ONG e questo rappresenta un passo molto importante”, dice Julia Geneuss, un esperto di giustizia internazionale presso l’Università di Amburgo. “In un primo momento, la Germania era molto cauta con i casi di giustizia internazionale, ma ci si è resi conto che ciò che importa non è tanto un particolare processo che si svolge qui ma le  prove che possono essere utilizzate in seguito nei tribunali internazionali.” Geneuss sostiene che la Germania è il paese europeo con la più ampia interpretazione della giustizia internazionale, in cui è possibile avviare un processo senza che ci siano vittime tedesche come in altri paesi dell’UE.

[PROVA 3. I documenti della catena di comando]

Lontano, in un’altra città europea, che deve attualmente anche rimanere segreta, la Commissione Internazionale per la Giustizia e Responsabilità (CIJL) classifica le prove documentali di abuso. Sparsi in tutta Europa e nel Medio Oriente, 145 esperti legali hanno già raccolto 800.000 pagine.

Grazie alla loro esperienza in Jugoslavia, in Cambogia e in Ruanda  si sono resi conto che per mettere su un caso contro un regime non serve solo la storia delle vittime. È essenziale avere prove dell’organizzazione gerarchica del terrore. Le prove che documentano chi è chi e quale posizione hanno tenuto e quale conoscenza e responsabilità hanno avuto in ciò che stava accadendo.

Questi pacchi di carte hanno lasciato la Siria negli ultimi anni grazie a una complessa operazione logistica:

Traduzione del video de El País:

”In una località europea segreta, una ONG custodisce 265 scatole di cartone. Dentro ci sono centinaia di migliaia di documenti sul regime siriano. Come sono arrivate fin qui? Da anni uffici e centri di comando vengono abbandonati in fretta e furia ogni volta che gruppi ribelli conquistano il territorio. Coloro che sono in cerca di documentazione approfittano del caos per recuperare quanto più materiale possibile. Grazie ad una rete di collaboratori il materiale attraversa la frontiera siriana in camion, nascosto tra scatole di frutta e valige ed arrivano in Europa dove vengono classificati, tradotti ed analizzati. Tra questi documenti ci sono:

1-Ordini di arresto: “includa i seguenti nomi di persone ricercate per essere arrestate immediatamente”

2-Circolari per liquidare la dissidenza:”maneggiare la crisi nel nostro paese”, “organizzare campagne di polizia e militari”,”arrestare chi incita a manifestare e chi, attraverso contatti all’estero, cerchi di danneggiare l’immagine della Siria”, “ripulire ogni settore da queste persone”

3-Richieste di informazione sugli interrogatori:”informazioni su detenuti che incitano a manifestare”, “contatti con stranieri o giornalisti”

In attesa di un tribunale che voglia utilizzarli come prova, i documenti sono custoditi in una fredda stanza chiusa a chiave.

Un numero ristretto di persone ha accesso a questo deposito del terrore controllato da una telecamera di sicurezza. Prima di entrare, devi firmare un documento con l’orario di entrata e di uscita. Dentro, 265 scatole marroni, tutte identiche, conservano cartelle etichettate con codici a barre e con documenti che sono la chiave per la giustizia in Siria. In uno, ad esempio, firmato presso la sede della Sicurezza Interna, figura un elenco di persone ordinate per categorie : manifestanti, organizzatori della protesta, persone che hanno contatti con giornalisti stranieri … “ripulire tutti i settori di queste persone “, si legge sul documento. In un altro, è richiesto che i risultati degli interrogatori vengano rispediti all’ufficio di sicurezza nazionale. Ci sono anche appunti presi durante gli interrogatori.

Nerma Jelacic, vicedirettrice di CIJL con una vasta esperienza nel tribunale della ex-Jugoslavia, spiega che “non basta un documento con la firma di qualcuno, c’è bisogno di tutto l’insieme di documenti che a esso fanno riferimento  per dimostrarne l’ autenticità, perché se no, sono prove molto semplici da smontare in un processo giudiziario “.

Jelacic afferma che nel caso della guerra in Bosnia, la corte fu formata nel 1993, due anni prima del massacro di Srebrenica, ma fu solo sette anni dopo che i responsabili furono consegnati alla giustizia. Per Jelacic, uno dei problemi era la mancanza di prove che potessero dimostrare che persone come Mladic fossero consapevoli di ciò che stava accadendo.

L’idea è di raccogliere le prove in pieno conflitto. Non puoi aspettare che la guerra finisca, perché allora sarà troppo tardi. “Parte dei luoghi in cui abbiamo recuperato quei documenti sono stati riconquistati dal regime e ora non sarebbe possibile recuperarli”, spiega Chris Engels, direttore delle indagini e delle operazioni di CIJA, che afferma di non aver mai salvato così tanti documenti mentre la guerra è ancora in corso . “Le prove della tortura sono enormi. Ci sono migliaia di storie che sono molto simili, le stesse domande, gli stessi metodi di tortura … “. Nella CIJA lavorano anche con prove dei crimini commessi dai gruppi dell’opposizione.

“Quello che stiamo facendo è rivoluzionario. Abbiamo già completato 10 casi, sette dei quali di alti funzionari del regime, ora quello che ci manca è un tribunale che possa giudicarli. Abbiamo bisogno di volontà politica e al momento non c’è. Ma ci sarà e allora, avremo preparato tutte le prove “, spiega Jelacic.

I documenti serviranno per un maxi-caso di giustizia internazionale il giorno in cui Cina e Russia smetteranno di boicottare le indagini sui crimini di guerra in Siria. Ma allo stesso tempo, queste prove servono per casi giudiziari in tempo reale. Ci sono sempre più responsabili di questi crimini  che vivono in Europa, dove sono arrivati ​​ come rifugiati. CIJA fornisce prove a una dozzina di paesi che lavorano per giudicare i sospettati, molti in posizioni intermedie, che sono in Europa.

Alla fine del 2016, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha creato un meccanismo per le indagini indipendenti in Siria dedicato a conservare e analizzare le prove dei crimini e delle violazioni del diritto internazionale e a preparare fascicoli giudiziari per sostenere i casi aperti nei tribunali nazionali.

Per il momento, la battaglia legale contro Al-Assad si concentra in Germania, anche se casi più piccoli sono stati aperti anche in Spagna, Austria, Svezia e Francia.

Wolfgang Kaleck è il fondatore della CEDU, che è riuscita ad emettere il mandato di cattura internazionale contro Hassan. Kaleck ritiene che esista “un’ondata di giurisdizione universale” in Germania e nell’Europa settentrionale e, sebbene non ritenga che i responsabili cadranno da un giorno all’altro, ritiene necessario che vengano emessi mandati di arresto internazionali. “Se una corte superiore del sistema giudiziario tedesco sta indagando sui crimini in Siria e sottolinea che il regime di Assad è il maggior responsabile, questo è molto forte”, dice Kaleck.

Secondo quanto afferma Kaleck nel video di El País:

 “La Germania non era all’avanguardia nel diritto universale, lo erano altri paesi. Ma ora abbiamo una combinazione di fattori interessanti. Prima di tutto c’è una legge che è la più aperta d’Europa. Il diritto penale contro i crimini internazionali. Abbiamo un’unità speciale di procuratori e poliziotti interessati a perseguire  questo tipo di crimini. Abbiamo la più grande comunità di esiliati siriani in Europa. Quindi i procuratori hanno facile accesso a prove e testimoni e possono investigare. Qui e ora.”

“I responsabili non potranno essere processati in contumacia , ma mandati di cattura internazionali servono a inviare un messaggio: gli autori dei crimini non restino impuniti”, chiosa Maria Elena Vignoli, esperto di giustizia internazionale con Human Rights Watch.

Ecco perché, per molti rifugiati siriani, la giustizia tedesca è ora la loro unica speranza.  Maryam Alhallak è una di loro: nel 2012 hanno preso suo figlio …

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Qui la sua storia(riportata nel video):

”Nel 2012 suo figlio fu arrestato all’Università di Damasco. Il motivo:  faceva parte del sindacato degli studenti. Lo portarono al centro 215, “la prigione della morte”  e un compagno raccontó a sua madre quello che era accaduto: “Lo presero, gli legarono le mani e iniziarono a colpirlo allo stomaco. Un uomo venne e lo colpì alla testa con una mazza elettrica. Gli strapparono le unghie e gli trapanarono i timpani. Quando svenne, gli versarono addosso acqua bollente.”

Maryam Alhallak ha testimoniato davanti all’Ufficio del Procuratore lo scorso luglio. Ha raccontato come è riuscita a confermare che suo figlio era morto quando l’ha visto in un’immagine del rapporto Caesar. Precedentemente, a Damasco, aveva passato tre anni a cercare il suo corpo senza successo, bussando a  tutte le possibili porte della burocrazia siriana. “Il governo mi cercava e voleva fermarmi. Stavo chiedendo a tutti gli ufficiali ed è per questo che mi hanno inseguita e buttata fuori da casa mia “, dice. Una madre coraggiosa che nessuno voleva ascoltare. L’ufficio del procuratore tedesco ha voluto ascoltare la sua storia, che è quella di suo figlio. “Non c’era alcuna accusa contro di lui” continua la madre, la voce rotta . Respira, prende forza e va avanti. “Ho molte speranze” dice a proposito della causa aperta in Germania. “L’unica cosa che ci rimane è la giustizia”.

 

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