Nel ricordo della catastrofe palestinese: una lettura della situazione dei palestinesi in Siria

*Questo articolo è una trascrizione dell’intervento tenuto da Abdullah Amin Alhallak durante l’incontro “Nakba 1948/2018 Incontro con Abdullah Amin Alhallak” svoltosi a Milano presso Cascina Torchiera il 14 maggio 2018. Ringraziamo l’autore per averci concesso di pubblicare questo intervento in italiano e in arabo.

di Abdullah Amin Alhallak traduzione di Sami Haddad

Prima della rivoluzione

Non possiamo parlare della questione palestinese senza considerare il contesto regionale dell’oriente arabo cioè l’insieme di Siria, Giordania, Libano e Iraq, e il legame con questi paesi e in particolare con la Siria di oggi, argomento del mio intervento stasera a 70 anni dalla catastrofe palestinese, quando è stato fondato lo stato d’Israele.

Parlare della Siria prima del 2011 o dopo il 2011 implica affrontare la questione palestinese in due punti: il primo riguarda il regime siriano che ha instaurato il suo potere sfruttando la questione palestinese e autodefinendosi come un regime antisraeliano (o antisionista?) e antiamericano; il secondo riguarda la presenza di molti palestinesi o, come vengono chiamati, palestinesi siriani in molte città siriane e in particolare a Damasco. Questi siriani palestinesi hanno avuto un ruolo molto importante e una presenza non indifferente dopo lo scoppio della rivoluzione. I palestinesi hanno subito  lo stesso trattamento dei siriani da parte del regime e hanno subito la repressione, l’umiliazione, e la crudeltà. Mentre quelli fedeli al regime hanno avuto un trattamento di favore e ricevuto privilegi e potere.

34875227_10214665032372401_8087047432635940864_nDopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, la maggior parte dei paesi arabi ha ottenuto l’indipendenza dal colonialismo francese e britannico. La Siria ottenne la sua indipendenza dal colonialismo francese nel 1946 e così iniziò a formarsi un nuovo stato.

Negli anni ’50, la Siria iniziò ad avere una vita parlamentare democratica e l’inizio di uno sviluppo delle libertà politiche e sociali.

 Nel 1963, il Baath, partito di Hafez al-Assad, il padre di Bashar Assad, salì al potere con un colpo di stato militare. Hafez al-Asad approfittò del suo poter per rovesciare i suoi compagni di partito con un colpo militare nel 1970 e divenne governatore e monarca assoluto della Siria dal 1970 fino alla sua morte nel 2000, quando il potere fu dato in eredità, e in modo coercitivo, e senza elezioni al figlio Bashar.

La questione palestinese è stata uno dei pilastri ideologici su cui poggiava il regime di Hafez al-Assad, il regime si è approfittato di questa causa e ha usato “la resistenza” come slogan propagandistico per consolidare il suo potere totalitario e tirannico all’interno della Siria.

La Siria si è trasformata in una società basata su una rigida disciplina militare nelle scuole, nelle organizzazioni e così via. L’esempio più lampante che possiamo ricordare è stato nel 1976, quando le forze militari siriane sono entrate in Libano,  un anno dopo l’inizio della guerra civile nel 1975. Di fatto, il regime siriano ha occupato militarmente il in Libano con l’approvazione americana, e Hafez al-Assad è stato l’uomo che ha giocato sulle contraddizioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica all’epoca della Guerra Fredda.

Assad è entrato in Libano con il pretesto di “proteggere i cristiani” nella guerra civile libanese, e ha cancellato il Movimento Nazionale Libanese di sinistra alleato con l’OLP, cioè con Yasser Arafat.

Il leader del movimento nazionale libanese era Kamal Jumblat, una figura di sinistra e dei socialisti in Libano. Il regime siriano ha assassinato Jumblat nel marzo 1978. L’ufficiale siriano che ha eseguito l’assassinio di Kamal Jumblatt è Ibrahim Hawija, era un ufficiale delle forze siriane in Libano.

Assad ha perseguitato personalità del Movimento Nazionale libanese e palestinese in Libano durante la guerra civile, e ha assediato il campo profughi di Tal al zaatar, insieme alle milizie cristiano-maronite, uccidendo più di 3.000 palestinesi in quel campo in un assedio durato 52 giorni. Dopo l’invasione israeliana del Libano nel 1982 e la caduta di Beirut nelle mani di Israele, Assad colpì i cristiani dopo avere finito di liquidare la sinistra libanese e i palestinesi, e dopo l’uscita dell “OLP” verso Cipro e poi per la Tunisia.

È noto il coinvolgimento del regime siriano nell’assassinio del presidente libanese cristiano Bashir Gemayel. Ad eseguire l’assassinio fu Habib Shartouni, che attualmente risiede in Siria sotto la protezione del regime di Bashar al-Assad, vicino a una personalità di spicco nel Partito Nazionalista Sociale Siriano.

Nel 1990, l’esercito siriano assediò il capo dell’esercito libanese Michel Aoun nel palazzo di Baabda, fino a costringerlo allfuga in Francia in quell’anno.  Aoun fece ritorno soltanto quando il regime siriano fu costretto al ritiro dal Libano nel 2005. Dopo l’invasione israeliana, è nato il “Fronte Nazionale della Resistenza libanese” contro Israele, su iniziativa del Partito Comunista Libanese e dell’Organizzazione d’Azione Comunista.

Hafez al-Assad voleva avere il monopolio della “resistenza” contro Israele, e la collaborazione con Hezbollah, partito sciita settario, è stata strumentale a questa strategia. I servizi segreti siriani e Hezbollah hanno compiuto su larga scala molti assassini durante gli anni Ottanta del secolo scorso colpendo combattenti libanesi di sinistra che stavano portando avanti operazioni militari contro l’occupazione israeliana, e hanno raggiunto varie personalità libanesi e simboli del Partito comunista, politici ed intellettuali, come Mahdi Amel, Hussein Marwa, Suhail Tawila, Michel Waked, Noor Touqan, Ahmed Al Meer Al Ayoubi, e Khalil Na’ous. Così, la resistenza contro Israele si trasformò in una resistenza settaria monocolore, il colore di Hezbollah e sotto il patronato di Hafez Assad e del suo regime.

Nel 2005, il regime siriano ha assassinato George Hawi, l’ex segretario generale del Partito comunista libanese, con un esplosivo piazzato nella sua auto. Allo stesso modo ha assassinato nel 2 giugno 2005 il siro – libanese Samir Kassir storico e ed intellettuale di primo piano e giornalista del quotidiano An-Nahar e leader del Movimento Democratico di sinistra in Libano.

Un esempio difficile da dimenticare per i siriani e che mostra il legame del loro regime con la causa palestinese, è la presenza dell’efferata sezione Palestinese,  una divisione dei servizi segreti responsabile delle torture e della morte di migliaia di siriani palestinesi, aperta dal regime di Hafez al-Assad, con il compito di arrestare, interrogare e torturare gli oppositori del regime in epoca di Hafez al-Assad e di suo figlio Bashar. Questa sezione continua a funzionare finora.

Associare la Palestina a un simbolo che suscita nei siriani terrore, morte e paura la dice lunga sulla natura di questo regime e sul suo rapporto con la causa palestinese e mostra la sua vera natura come fautore di morte, tradimenti e omicidi e scelleratezza.

Dopo la rivoluzione:

La situazione nel campo profughi di Yarmouk e nelle altre zone abitate da palestinesi, e il trattamento loro riservato è un termomento che misua gli sviluppi e le varie fasi della rivoluzione siriana, da quella pacifica fino alla sua militarizzazione e il sopravvento delle correnti islamiste che hanno dominato la scena insieme al regime di Bashar al-Assad.

Nel dicembre 2012, il regime siriano ha bombardato il campo profughi palestinese di Yarmouk con l’aviazione, uccidendo 25 civili palestinesi. Secondo il sito web Orient News, il primo martire palestinese ucciso nella rivoluzione siriana, è Wisam Amin al-Ghoul, nella città di Daraa a sud del paese, colpito dalle forze di sicurezza del regime il 23 giurno 2011, mentre soccorreva due dei siriani feriti coinvolti nelle proteste.

Lo scrittore palestinese Majid Kayali ha scritto: il venerdì del 13 luglio 2012, è partita una manifestazione palestinese nel campo profughi di Yarmouk, in  solidarietà con le vittime del massacro di Altremsseh, una cittadina al centro della Siria vicino a Hama, compiuto il giorno prima dalle forze di sicurezza del regime e dagli Shabiha, che causò la morte di circa 250 siriani innocenti. La risposta a questa manifestazione pacifica è stata come al solito l’uso delle armi da parte delle forze di sicurezza siriane, e ha lasciato sul terreno otto palestinesi, uno dei quali (Ahmad Sahli Abu Ramiz), era stato giustiziato nella sua casa vicina al luogo della manifestazione davanti ai suoi figli”.

Alla fine del 2012, il numero dei palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza siriane è arrivato a 700 civili.

L’attacco contro il campo profughi di Yarmouk dello scorso aprile è stato il più violento ed ha portato alla distruzione del campo nella sua parte ancora abitata, e ha costretto chi è rimasto alla fuga per non cadere nelle mani del regime. Il quotidiano Al-Hayat ha riferito che il 4 maggio scorso le forze del regime siriano hanno arrestato decine di rifugiati palestinesi in fuga dall’assedio e dai bombardamenti mirati

Il gruppo di lavoro per i siriani e i palestinesi in un comunicato dichiarava che le forze regolari schierate intorno al campo hanno arrestato 60 rifugiati palestinesi Principalmente donne e bambini, mentre cercavano di attraversare il checkpoint di Uruba che separa il campo dalle città di Yilda, Babillah e Beit Sahm.

Dall’inizio della rivoluzione e fino al 2015 è stata documentata l’uccisione di 17 giornalisti, fotografi e attivisti palestinesi per mano del regime siriano. Il sito Nun Post, gruppo di lavoro per i palestinesi in Siria ha documentato 604 casi di arresto e sparizione forzata fra i profughi palestinesi, e questo fino alla data di settembre 2013, e la maggiore parte di questi non si sa che fine abbiano fatto.

La Lega Palestinese Per i Diritti Umani ha riportato la testimonianza di Adnan al-Maliki che ha raccontato delle condizioni del suo arresto e ha riferito che in uno dei centri di detenzione delle forze di sicurezza dello stato ogni due giorni moriva almeno un detenuto per crisi respiratoria e per mancanza d’aria legata al sovraffollamento e al grande numero dei detenuti che stavano dentro ogni cella.

La Rete Europea Per la Difesa dei Diritti dei Detenuti Palestinesi UFree ha documentato la morte di 195 detenuti sotto tortura fra i palestinesi arrestati in precedenza e questo fino al mese di maggio 2014.

I casi di tortura e di uccisioni di massa sono stati registrati durante i raid condotti dall’esercito e dalle forze di sicurezza, un esempio quello della famiglia di Al Zaher a Artoz, nella parte occidentale di Damasco dove sono state uccise 6 persone della famiglia dopo il loro arresto.

Naturalmente, i movimenti jihadisti islamici come Daesh e altri hanno preso parte alle violenze e violazioni dei diritti umani contro la popolazione del campo profughi, così come contro gli stessi siriani in tutte le zone controllate da questi stessi gruppi.

Questo documento non pretende di dire tutto sulle condizioni dei palestinesi siriani all’interno della Siria, e nemmeno sulle condizioni dei siriani e della loro tragedia. Il regime siriano come tutti gli altri regimi arabi ha sfruttato la causa palestinese nella sua dimensione umanitaria e politica, questo fatto è stato un duro colpo per i popoli della regione e anche per il popolo palestinese e il suo diritto alla libertà e alla salvezza dall’occupazione israeliana e la costituzione di un suo stato indipendente sul territorio,

In conclusione, vorrei osservare che molti e ovviamente non tutti gli ebrei  europei vittime dell’olocausto nazista si sono trasformati da vittime in carnefici a danno del popolo palestinese, come molti palestinesi vittime del razzismo e l’occupazione israeliana, si sono trasformati in carnefici nel loro modo di esprimersi a livello culturale ed intellettuale e perfino il loro appoggio militare dato al regime criminale siriano nella sua guerra contro il popolo siriano che lotta per la sua libertà e la sua autodeterminazione.

Forse dovremmo riflettere su questa questione politica, morale e umanitaria, e non fare inutili parallelismi tra la lotta del popolo palestinese e la lotta del popolo siriano, e non essere selettivi nel condannare un criminale ed appoggiare un altro criminale.

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