La Russia vuole hackerare gli Oscar: la campagna diffamatoria colpisce i candidati siriani

Scritto da Olivia Salon tradotto da Rina Coppola

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Feras Fayyad, il regista di “Last Men in Aleppo”, è diventato oggetto di un feroce tentativo di discredito del suo lavoro.

Il regista del film candidato agli Oscar Last Men in Aleppo è stato preso di mira da una campagna diffamatoria che cerca di dipingerlo come un simpatizzante del terrorismo durante la corsa agli Academy Awards.

Il regista Feras Fayyad ha trascorso un anno a lavorare con giornalisti locali per seguire alcuni soccorritori volontari nella città siriana assediata mentre si precipitavano verso edifici bombardati per cercare di trovare persone tra le macerie. Il documentario che ne è derivato ha guadagnato ampi consensi critici e ha vinto premi tra cui il Gran Premio della giuria del Sundance.

Tuttavia, il riconoscimento internazionale è stato accompagnato da un tentativo organizzato di offuscare la reputazione del regista, seguendo una strategia della disinformazione e della manipolazione sostenute dalla Russia.

“È come se la Russia volesse hackerare gli Oscar come hanno hackerato le elezioni americane”, ha detto al Guardian.

Da quando sono state annunciate le nomination all’Oscar, Fayyad, un cittadino siriano, è diventato oggetto di numerosi articoli dell’agenzia di stampa russa Sputnik News e siti di “notizie alternative” per screditare il suo lavoro, descrivendolo come un “pezzo di propaganda finanziato dai governi occidentali” e un “film promozionale di Al-Qaeda”. Altri hanno navigato attraverso i suoi account sui social media e pubblicato foto della sua famiglia e dei suoi amici. I media statali siriani hanno seguito l’esempio. Su Twitter e Facebook, dozzine di account hanno accusato Fayyad di essere un bugiardo e un simpatizzante dei terroristi.

Altri cineasti e membri dell’Academy nominati all’Oscar sostengono che la campagna potrebbe influenzare le possibilità di Fayyad di vincere il premio.

Chris Hegedus, che ha realizzato il documentario candidato all’Oscar “The War Room”, ha descritto gli articoli come “oltraggiosi” e ha detto che “ci hanno fatto vedere come la Russia e gli altri si stanno immischiando tra social media ed elezioni politiche”.

“il circolare di notizie false e le dicerie riguardo l’integrità di un film possono sicuramente influenzare gli elettori e metterne in discussione la legittimità

La produttrice Amy Ziering è d’accordo, citando altre “campagne di disinformazione in sottofondo” tra cui quella che ha preso di mira il suo documentario, “The Hunting Ground” sullo stupro nel suo campus e un’altro preso di mira, ossia “An Inconvenient Truth.”

“Può danneggiare molto il successo di una campagna di Oscar, ma ancor più importante, può danneggiare la capacità di dire verità importanti e necessarie”, ha dichiarato.

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Fayyad è sconcertato dagli attacchi alla sua reputazione, in particolare perché ritiene che il tema del suo documentario non sia incentrato su i “White Helmets” in quanto organizzazione, ma piuttosto si tratta di uno sguardo personale sulle vite di persone che lottano per cavarsela in una guerra civile.

“Il film sta dalla parte dell’essere umano. Parla di un siriano che è combattuto tra la sua responsabilità nei confronti della sua comunità e quella della sua famiglia “, ha detto parlando dal World Economic Forum di Davos, dove è stato proiettato il suo film.

È un dilemma che Fayyad ha vissuto durante le sue ricerche per fare documentari in Siria. Nel perseguire il suo lavoro sul campo ha attirato l’attenzione del servizio di intelligence siriano e ha trascorso molti mesi in carcere, ripetutamente torturato, con l’accusa di essere una spia.

Dopo essere stato arrestato all’aeroporto e fatto salire su un veicolo con la maglietta tirata sopra la testa come un cappuccio improvvisato, Fayyad ricorda di aver sbirciato dalla benda sulle scarpe Adidas di uno dei suoi torturatori. Per mesi visse tra pestaggi, fame e periodi isolati, scavalcando corpi morti lasciati nei corridoi e nei bagni. Il regime siriano insisteva sul fatto che lui fosse una spia che lavorava per gli Stati Uniti o per l’Europa.

Quei mesi dietro le sbarre lampeggiano nella mente di Fayyad di fronte alle critiche infondate riguardo il suo lavoro. Essere accusati di essere una spia o un propagandista è una prospettiva terrificante.

“Nella comunità del Medio Oriente questo è vergognoso e se pensassero che raccolgo prove per l’FBI, non si fiderebbero più di me”.

È scoraggiato dalla prospettiva di vincere, credendo che questo potrebbe esacerbare le molestie. “Mi sento spaventato per quello che potremmo passare” ha infine dichiarato.

 

Articolo originale : https://www.theguardian.com/film/2018/feb/06/last-men-in-aleppo-feras-fayyad-syria-russia-smear-campaign

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