Intervista a Yassin Al Haj Saleh, “scrittore siriano senza terra sotto i piedi” Parte 2 di 3

Yassin Al Haj Saleh

Di Catherine Coquio e Nisrine Al Zahre, pubblicata il 12 maggio 2022 su Diacritik

Seconda parte dell’intervista a Yassin al Haj Saleh. Le intervistatrici sono Catherine Coquio e Nisrine Al Zahre, la traduzione dall’arabo al francese è di Marianne Babut. Questa traduzione dall’arabo è stata finanziata dal gruppo di ricerca CERILAC, di cui Catherine Coquio è membro e al quale siamo molto grati. L’intervista si è svolta in forma scritta durante diversi mesi tra marzo 2021 e gennaio 2022. La prima parte dell’intervista è apparsa su Diakritik il 9 dicembre 2021 (leggi qui).

Traduzione di G.De Luca

Hai detto di non essere un pensatore, ma uno scrittore che si è formato in carcere. Il pensatore procede con un metodo ,dici. Cerchi perciò nuovi modi per combattere la battaglia (Lettres à Samira, p. 89), e “mezzi più efficaci” per capire la realtà (“Récits d’une Syrie oubliée”-“Storie di una Siria dimenticata”, pag. 46, dialogo con Razan Zaitouneh). Di tanto in tanto leggi romanzi, e non solo saggi- fino a poco tempo fa stavi leggendo The Lost di Daniel Mendelsohn. La letteratura è uno “strumento potente” che potrebbe aprire nuove strade? O è qualcosa di diverso, come vivere in una casa trasportabile?

In arabo, parlare di “pensatore”, di “teorico” o “filosofo” suscita imbarazzo. Queste parole esprimono riverenza, ossequio, non descrivono il lavoro di una persona né stanno ad indicare la natura del suo ruolo nella società. Ho vissuto una situazione illuminante a questo proposito, quando, quattro anni fa, una collega tedesca di una trentina d’anni si è presentata come ” filosofa”. Aveva studiato filosofia e ha continuato con un dottorato di ricerca nella sua specialità. Era dunque “filosofa”, semplicemente. L’equivalente nel mondo arabo contemporaneo è impensabile per un uomo, e più ancora se parliamo di una donna. E non è per modestia da parte nostra, lungi da essa. È piuttosto che il nostro rapporto con questi termini riporta a qualcosa di malsano, per non dire patologico. Una miscela di cinismo, mancanza di fiducia in sé di e ostilità verso la cultura e gli intellettuali, che tradisce la fragilità della struttura cognitiva delle nostre società attuali, e la stranezza dei ruoli sociali ad essa associati. Da qui deriva il formalismo dei ruoli del pensiero e dell’università.

L’edizione francese delle Lettere a Samira

Ammetto che la mia prima reazione quando mi si qualifica come “pensatore” è quella di affrettarmi a spiegare come la veste di “scrittore siriano” mi si adatti meglio. Per me, il termine “scrittore” è legato al tentativo, al “fare”. Un tentativo di ampliare l’ambito in cui si riflette, in cui ci si esprime e su cui si scrive. Questa cosa sembra facile ma non lo è, perché le ferite provocate da esperienze come la prigione e la scomparsa di Samira * mi incitano piuttosto a girarci intorno come in un loop . Tali esperienze soggiacenti, si impossessano del soggetto ferito che ne fa riferimento costantemente. Le lotte contro il potere assadista prima, e poi contro gli islamisti, sono diventati infatti due elementi che mi definiscono, due componenti della mia identità nella quale si mescolano coercizione e scelta consapevole.

Dal mio punto di vista, le due dinamiche di allargamento e accaparramento funzionano simultaneamente: uno tira verso le esperienze più feroci mentre l’altro tira nella direzione opposta, verso l’emancipazione fuori da queste ultime. Verso altre considerazioni, non collegate a queste esperienze. In un certo senso, il mio lavoro è il risultato di un compromesso tra queste due dinamiche. Io lavoro cercando di oggettivare queste esperienze e di trattarle regolando l’aspetto emotivo . Non so come ci riesco. Però so che non mi offenderò se viene detto che sono sempre intensamente presenti in me e nel mio lavoro. In qualche modo, non sono mai veramente uscito di prigione, la scomparsa di Samira è risultata essere un’altra forma di detenzione: la sua assenza ha ravvivato il ricordo della mia esperienza in carcere e cambiato il mio pensiero su di essa. Questo è vero nella misura in cui l’uomo non può tornare mai pienamente a tali esperienze brutali. Ma la cosa importante è quello che facciamo di queste esperienze, non solo l’effetto che hanno su di noi. Un’intera sezione del mio lavoro si è in gran parte emancipata da queste esperienze. Ascoltare , come si è già verificato, che queste esperienze mi dominano vuol dire non star prendendo in considerazione il “presente permanente” che definisce la temporalità siriana in cui le nostre esperienze di ieri continuano ad essere attuali. Perché è da più di mezzo secolo che nel paese non c’è stato un minimo di giustizia necessario tranne l’applicazione del principio della prescrizione.

In ogni caso, direi che sono un “saggista,” i miei lavori sono saggi che si collocano tra le discipline umanistiche e la letteratura. Se le mie letture tornano continuamente all’ambito letterario significa che lo spazio dell’immaginazione è ora aperto a tempo indeterminato. O che il reale, per essere colto ,ha bisogno di una dose sacra di fantasia. Le scienze umane si interessano soprattutto alle esperienze medie dell’uomo, liddove secondo me la letteratura e la filosofia possono coglierne meglio le sfumature più estreme.

Lasciatemi parlare della “metodologia”. Fino a tre o quattro anni dopo la Rivoluzione, la natura del mio lavoro era dialettica, segnato dalla mia appartenenza marxista e dalla mia scoperta in carcere dell’opera di Hegel per me alla base di tutto. È certo che sono meno avvezzo alle polemiche almeno dal 2017, è perché il mio lavoro in questi anni è strettamente legato alla centralità sempre più importante occupata dalla sofferenza. Ha preso forma un’idea dell’irrappresentabile, che non può essere assoggettato alla razionalità. La dialettica come ce la lascia Hegel razionalizza tutto e si pone al di sopra della storia, in una posizione divina che progetta e comprende appieno tutto ciò che accade, compreso il dolore più abominevole e il genocidio più mostruoso. Dietro questa visione, c’è tutta la superbia dell’Europa dell’Ottocento, in cui l’uomo si sostituiva a Dio. Questa posizione mi ha influenzato negli anni successivi al mio rilascio in un modo che si rifletteva nei libri scritti prima della rivoluzione: “Critica dell’Islam contemporaneo e critica della sua critica”, e” Storie di una Siria dimenticata” ,dedicata all’esperienza carceraria. Questa non è tanto la storia di una liberazione quanto di una vittoria. La sofferenza è relativizzata all’estremo, coperta da un’energia liberatrice. I miei lavori più recenti, incluso “Il libro dell’ atroce” (Kitab al-Fadhi), non si dirige verso lo stesso cammino. La sofferenza, ormai centrale, non tollera alcuna rappresentazione e non può essere oggetto né di dibattito né di ragionamento. Quando stiamo soffrendo, non ragioniamo. Se ragioniamo vuol dire che non soffriamo.

Memorie di una Siria dimenticata

Tra il patrimonio della rivoluzione c’è un’ immensa auto-documentazione della rivoluzione stessa e della guerra, archivio generato dalla febbre di scrivere, di creare. Alla fine delle “Storie di una Siria dimenticata”, tu scrivi che la nuova battaglia da portare avanti è quella di accedere all’uguaglianza nella rievocazione, la memoria e la testimonianza (p. 245). Che legame vedi tra questa nuova scrittura e lo sviluppo della letteratura che riporta testimonianze nelle culture occidentali?

Credo che all’inizio della rivoluzione, molti siriani abbiano colto l’esperienza de “Memorie di una Siria dimenticata” nella quale, scrivo della prigione, in un testo aggiunto all’edizione francese del mio libro sul carcere (edizione Prairie, 2015). Sono stati posseduti da questa esperienza, ossessionati al punto di voler vedere in questo nuovo “round” del combattimento una “terra suggestiva” così completamente esposta, che è impossibile per chiunque non vederla. Alla base di questo approccio, v’è una sproporzione radicale tra l’orrore di ciò che era accaduto in Siria tra il 1980 e il 1982 *** (e, in misura minore, nel corso dei due decenni successivi), e la scarsità di racconti su di essi, non solo in Siria, ma in tutto il mondo. Questa volta, tutti hanno voluto documentare con tutti i mezzi possibili e contemporaneamente hanno vissuto e sofferto, incoraggiati dal presupposto implicito che se “il mondo” avesse saputo cosa stava accadendo, non l’avrebbe permesso. Cosa che si è dimostrata falsa nel corso degli anni. Ma tutta questa documentazione ci ha lasciato un tesoro di informazioni che sono i “titoli della realtà” di un patrimonio rivoluzionario, che è utile oggi e lo sarà ad una generazione futura.

Con gli altri della mia generazione, abbiamo cercato di raccontare alcuni aspetti di quello che era accaduto nel precedente “round”. La letteratura sulla prigione è la forma assunta da questa descrizione. Ma con la rivoluzione, questo approccio è apparso sempre più insufficiente ed inadeguato. Perché riguarda troppo il locale e manca di profondità filosofica. Ma va detto che nel contesto siriano, dove la paura è tale che è integrata sotto forma di autocensura, il semplice fatto di raccontare la nostra esperienza era di per sé qualcosa di spettacolare. Così , data la rarità intrinseca di queste esperienze ruvide, abbiamo pensato di produrre un oggetto intellettuale e artistico adeguato, vale a dire che procede da un lavoro ben considerato ed esigente. Questo è ciò che io tendo a realizzare negli ultimi anni, perché è a mio avviso l’unico modo per preservare la dignità del nostro vissuto nello sradicamento, la messa al bando nella “terra dell’oblio”, l’esilio. Sento una singolare vicinanza alla letteratura dei sopravvissuti all’Olocausto, questo senso di comunità / sofferenza è forse la più potente di quella vissute da tutte le comunità. Trovo nella lunga storia di rapimenti e sparizioni forzate vissute in America Latina, risorse per alimentare la mia attenzione su questo argomento, fruttuoso dal punto di vista intellettuale e filosofico, e che mi consuma dalla scomparsa di Samira.

Dici che questa “rivoluzione degli anonimi, degli insignificanti” tradita da chi ha potere, denaro e armi, ha fornito ai siriani una via d’uscita dall’anonimato. La rivoluzione, come dici nelle “Storie di una Siria dimenticata” e ne “La questione siriana”, stava imparando la realtà e la designazione. Tu sollevi l’emergenza di una “nuova scrittura siriana ,” “popolata” o “abitata”, in cui i non-scrittori giochino un ruolo determinante. Parli di un “allargamento democratico” della scrittura e della letteratura, ora soppiantato da una narrazione storica informale. Questa estensione lascia dietro di sé la “gente comune”?

Questo tipo di rivoluzione culturale è appannaggio di una nuova intellighenzia siriana? Come possiamo evitare la sostituzione di un intellighenzia con un’altra? E cosa intendi per “gente comune”?

Ora siamo in un universo di scrittura più vicina alla gente comune rispetto al passato, la base più di coloro che hanno voce in capitolo è più ampia. Una parte significativa di ciò che si è scritto e detto è realizzato non da scrittori e scrittrici, ma da uomini e donne ai quali la rivoluzione ha dato accesso senza precedenti all’ espressione e quindi all auto-trasformazione. Molti osservatori stranieri, ma anche alcuni cittadini sono sorpresi dalla costanza e la passione con cui molti siriani continuino a parlare di rivoluzione. Ed è proprio perché la rivoluzione è stata l’occasione per molti di noi di essere una presenza, poterci esprimere, trasformarci. E quest’ opportunità continua. È questa la dimensione del recente libro di Asef Bayat,”Revolutionary Life”-” Vita rivoluzionaria”: dove è presente il quotidiano della primavera araba (Harvard University Press, 2021), anche se le realtà affrontate sono quelle egiziane e tunisine. “Rivoluzione” è il nome dato al quadro generale di una moltitudine di piccole rivoluzioni che hanno dato vita ad una “grande” rivoluzione. In questo senso, la rivoluzione siriana è la rivoluzione di coloro che erano, in precedenza, di un invisibile inaudito . La scrittura siriana è ora abitata, popolata da esseri umani, al contrario di quello che era prima della Rivoluzione.

Altre dinamiche sono comunque al lavoro. È così, per un gran numero di “gente comune” passata ad essere “sotto l’ordinario”, per così dire. Persone che hanno perso totalmente il controllo della propria vita, il cui livello è sceso ancora più in basso di quanto non lo fosse stato prima della rivoluzione. Questo non vale solo per i rifugiati nel nei campi della Siria del nord, e neppure per quei rifugiati in Libano, Giordania o Turchia, che cercano di sopravvivere in condizioni di povertà e soffrono ogni tipo di discriminazione e di violenza. Questo vale anche per quasi la metà dei siriani che vivono ancora sotto il regime di Assad, vale a dire, nella paura, la fame e le malattie. La scrittura è stata in grado di andare in contro a questa realtà? Abbiamo contribuito ad ascoltare queste parole? Abbiamo cercato di fare in modo che queste persone potessero esprimersi? La risposta è semplicemente no. E, a causa essenzialmente della mancanza di un quadro di interazione in cui le dinamiche di espansione di parola e di espressione possano soddisfare o sovrapporsi a dinamiche di ristagno, che prendono oggi forma di povertà estrema, analfabetismo dilagante e sfondi collegati ad una generazione perduta. È impossibile ignorare questa realtà. Ora ci sono cinque Sirie che, poste una sull’altra, sono la Siria dall’interno. È quasi impossibile viaggiare tra queste cinque aree. E poi c’è la Siria dall’esterno che è distribuita tra 127 paesi, ma si concentra in quattro paesi principali (Turchia, Libano, Giordania e Germania) o sei (se aggiungiamo l’Iraq e ‘Egitto). In questo contesto, ciò che ha un’ utilità immediata è fornire risorse materiali per aiutare i poveri a far fronte alla miseria, come il lavoro che fanno alcune organizzazioni siriane e internazionali.

La storia della Siria durante mezzo secolo è stata caratterizzata dall’interruzione dell’impatto della cultura sulla vita sociale, così come la scomparsa dei ceti intermedi che potevano costituire luoghi di incontro tra il pubblico e gli artigiani della cultura. Questa situazione continua ancora oggi anche se le cause sono cambiate, la tirannia isola le persone facendo loro temere l’altro ed ha creato estrema povertà. Nel 2013, abbiamo cercato di stabilire nella Ghouta orientale, un quadro di riferimento per il dibattito politico. Non ci siamo riusciti. Le persone sono difficilmente interessate al dibattito, quando non hanno il minimo per vivere e sono sottoposti a bombardamenti quotidiani.

C’è stata, dopo la rivoluzione, una nuova generazione di intellettuali la cui esperienza fondante è stata la rivoluzione stessa. La maggior parte vive in esilio. L’ obiettivo principale della loro riflessione è la società e non lo Stato come era il caso della mia generazione, o la storia per la generazione precedente. Questa nuova generazione include la nuova forma di questione sociale che è l’emergere di ciò che c’è sotto un’apparente normalità. Esso comprende anche la religione e le sue forme mostruose, il settarismo che è uno dei capisaldi della violenza.

Si utilizza l’immagine di “arcipelago” per riferirsi ai rivoluzionari del Free Syrian Army, ai quali mancava un centro di gravità e coesione; tu la riprendi per descrivere il tipo di comunità composto dai profughi costretti a ricreare un mondo e a coloro che li aiutano in tutto il mondo. Potrai anche vederci un modello politico embrionale ( Justine Augier,”Par une espèce de miracle: l’exil de Yassin Al Haj Saleh”- Una specie di miracolo: l’esilio di Yassin al-Haj Saleh, Actes Sud, 2021, p 321). Ma questa idea si è unita a un nuovo cosmopolitismo politico che cerca di ripensare il mondo e la politica della migrazione, come ha fatto Stephen Tassin in Francia ***. Come trovare un centro di gravità in questa nuova isola?

Vorrei poter rispondere a questa domanda! Sono combattuto tra la necessità di una visione globale, un progetto unificante, e la paura nei confronti di qualsiasi grande progetto, massiccio e centralizzato, che possa giocare nel mondo di oggi il ruolo che il comunismo sovietico ha giocato ieri uccidendo sul nascere qualsiasi ambizione ad un mondo migliore. Oggi viviamo in un mondo che cambia, paradossalmente, in un movimento simultaneo e contraddittorio di convergenza e di frammentazione, l’unificazione e lo scoppio.

Ovunque, la politica assume la forma di una gestione priva di qualsiasi mezzo per la comprensione di situazioni sempre più fuori controllo – quando non è semplicemente un’ organizzazione dedicata ad uccidere. Il diritto internazionale sta crollando. Il funzionamento delle Nazioni Unite è a un punto morto. L’Occidente, che, ha progettato queste istituzioni internazionali è diviso tra la sfida di mantenere le sue acquisizioni e quella di adattarsi all’aggressione russa e l’ascesa cinese, o tende a “contenerle”. Ma non detiene oggi i mezzi per garantire il successo, indipendentemente dall’opzione prescelta. Che cosa ha da offrire? Democrazia ? I governi occidentali hanno tradito i propri principi quando non adatti alla situazione, o hanno supportato semplicemente – in particolare il governo degli Stati Uniti – regimi mostruosi. La democrazia è sotto attacco in Occidente giá di per sé, con l’aumento delle correnti genocratiche. Diritti umani ? Stessa cosa. La Francia è amica del regime di Al-Sisi e crede che se Bashar è il nemico dei siriani, il suo è Daech. Capite: colui che uccide il suo popolo è problema solo del suo popolo, non della Francia o le Nazioni Unite. Il problema della Francia è Daech che ha ucciso decine di francesi. Ma, migliaia di siriani e iracheni vengono uccisi, da altri, tra cui Daech. Tuttavia, l’Occidente è proattivo nella “guerra contro il terrorismo”, che fa da ostacolo ovunque abbiano spazio la democrazia e i movimenti sociali, e fa perfettamente il gioco di Putin, Modi, al-Sisi o Assad, e, naturalmente, Israele. Tutti conoscono il gioco americano molto meglio di quanto gli americani stessi. Sembra che in Occidente domini la convinzione che sia possibile mantenere l’attuale status quo nei paesi che lo compongono, senza troppo guardare al domani. Vale a dire, senza direzione, senza una visione per l’estensione dei diritti, delle libertà e l’uguaglianza in tutto il mondo. Beh no, non è possibile. Nel nostro mondo travagliato, cerca di mantenere le cose come stanno, nel corso della crisi, rafforza ció che è reazionario, il conservatorismo, il nazionalismo, i confini politici e le identità. In una parola il fascismo, o qualcosa che vi si avvicini molto. Oggi, Marine Le Pen è diventata possibile scelta politica in Francia, fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile. L’ Occidente, a causa dell’assenza di una visione globale da parte di una stragrande maggioranza dei politici, si è abbassato ad una metodologia di gestione delle crisi. Mantiene una gestione che non si preoccupa di questioni di giustizia e dei diritti, che è, tra l’altro, ciò che è stato costantemente applicato dalle potenze occidentali – in particolare le amministrazioni statunitensi – in Medio Oriente. La Palestina è stato un caso per un certo tempo. La Siria lo è stato per undici anni. Qui vediamo un effetto boomerang o, come si dice in arabo, ” l’incantesimo che si rigira contro il mago.” I poteri influenti che trattavano in modo discriminatorio gli altri al di fuori dai loro paesi, ora applicano la stessa esperienza all’interno dei loro confini Qui, l’espressione “il mondo sirianizzato” ha senso.

Personalmente, temo il modello cinese. Uno stato la cui popolazione è di circa un miliardo e mezzo, che censura un articolo di giornale , o un film . Uno stato il cui il presidente si è attribuito il potere a vita e che rinchiude un milione di uiguri musulmani in campi di rieducazione. Sono “fabbriche di cadaveri”, per citare Hannah Arendt nella sua descrizione dei campi di concentramento nazisti, mezzi per esseri disumanizzati a malapena diversi da quelli per i “musulmani” descritti da Primo Levi e di cui parla Jean Améry. Si dà il caso che questi siano musulmani “reali “e musulmani non sia un soprannome dato a coloro che si sono “sottomessi” (il significato letterale di “musulmano” in arabo).

Temo anche un capo di Stato come Putin, con le sue manie di grandezza e eccezionalità – e che considera la Russia come sua. Un ultranazionalista per il quale lo smantellamento dell’URSS è stata una tragedia in vista del destino imperiale, che egli attribuisce al suo paese, e non perché le politiche sociali che sono molto piú divisive oggi che in passato . Un sovrano che pratica attivamente una politica apertamente islamofobica, e il cui Ministro degli Affari Esteri si sente autorizzato a dichiarare che la Russia non permetterà la creazione di un potere sunnita in Siria, prima di dare lezioni sulla libertà di coscienza all’Occidente, che incolpa di offende i musulmani facendo una caricatura del loro profeta! È una vergogna.

Mi piacerebbe credere che questa pluralità di centri fosse una cosa desiderabile, un riequilibrio potrebbe richiedere diversi decenni, portando tanto speranza quanto pericoli, tra un centro occidentale in declino e un centro cinese o un’ascesa sino-russa. Purtroppo, la logica di esperti, concorda sul fatto che tutte le sofferenze umane possano essere sacrificate sull’altare della storia. I potenti di domani non promettono niente di buono: in tutti i casi, vivono sistematicamente a fianco della tirannia e della morte.

Per tornare alla metafora dell’arcipelago, si possono vedere due cose contraddittorie. Da un lato, esprime l’idea di una forza di diffusione della vita, di un’uscita dal nulla, e di un inizio di formazione, una configurazione dinamica che può costituire un continente. Ma d’altra parte rappresenta la dispersione, lo scoppio e l’esaurimento della vita, l’erosione del continente prima di ritornare sotto l’acqua, in quanto si presume che questo sia successo ad Atlantide. L’immagine dell’arcipelago evoca meglio di qualsiasi altra, sia l’inizio che la fine, la comparsa e la scomparsa, i momenti di nascita e quelli in agonia. In entrambi i casi, si riferisce all’orizzontale, a situazioni e relazioni non gerarchiche, basate su interazioni tra entità pari piuttosto che su rapporti di subordinazione e obbedienza.

Forse ci troviamo oggi in uno “stato arcipelago”. Ma è quello di una dispersione, di una frammentazione che soppianta le convergenze e non quella di una nascita, di un inizio di formazione. Sembrerebbe che il nostro bisogno di un immaginario politico continentale che attrae e unisce aumenti man mano che ci si sposta verso una crisi mondiale e diventa dunque fondamentale coordinare i nostri sforzi per uscirne.

Possiamo tornare sulla parte che hai avuto all’inizio della rivoluzione? Nel 2011, manifesti a Homs, a Damasco poi a Douma, dove raggiungi Razan Zeitouneh ****. Su sua richiesta, elabori una Carta per i comitati di coordinamento locali, quei luoghi di discussione e di decisione che sono stati di fondamentale importanza nella rivolta. Tu parli di una mancanza di dibattiti politici nei consigli locali, a causa dell’urgenza della sopravvivenza. Questa esperienza senza precedenti di autogoverno nelle zone ribelli, però, è durato per diversi anni in condizioni terribili. Come percepisci oggi questa esperienza politica che resta da scrivere? In Francia, è spesso letta come una variazione araba del modello “consiliarista”, da qui la simpatia di alcuni anarchici e dell'”estrema sinistra anti-totalitaria”. Quale valore politico, oltre a quello morale riveste questa esperienza? Il parallelo con modelli europei, che si tratti di comunismo o consiliarismo, è una proiezione occidentale un po’ romantica?

Il 25 marzo 2011, ho partecipato alla prima grande manifestazione di protesta a Homs, ma non vi ho giocato alcun ruolo particolare. C’eravamo Samira e io a Homs, in quel momento, e avevamo deciso di riunirci con alcuni amici al raduno organizzato quel giorno. C’erano quasi 3.000 dimostranti, che era un sacco di gente per la Siria in quel momento. Quanto a Douma, non sapevo che Razan si trovasse alla manifestazione- funerale, non lo sapeva nemmeno Samira. Ci trovammo tutti e tre lì senza esserci messi d’accordo, ansiosi, al contrario, per il fatto di non voler incontrare nessun conosciuto, in modo da non mettere in pericolo nessuno.

I comitati di coordinamento locali erano i corpi rivoluzionari più laici, anche se non lo sventolavano ai quattro venti, perché non aveva alcun significato rivoluzionario in quel momento. Ho collaborato con questi comitati, ma non ne ero un membro e non ho partecipato alla loro creazione. Nella Ghouta orientale dove ci eravamo recati eravamo sfuggiti al controllo del regime, è apparso subito chiaro che avevamo bisogno di un dibattito politico. Eravamo in effetti al centro del più grande processo di trasformazione politica che la Siria avesse mai conosciuto. L’Assemblea dei Consigli Locali della Ghouta orientale sembrava essere il quadro più appropriato per il lancio di un’“agorà”. Avevo preparato un documento sulla definizione di agorà, ma, nonostante l’entusiasmo di alcuni amici e colleghi, questa idea non ha mai visto la luce. Le condizioni di vita estremamente difficili, l’assedio ed i bombardamenti quotidiani hanno spinto il dibattito democratico in fondo alla lista delle priorità. Forse ero troppo impaziente. La situazione avrebbe certamente meritato un maggiore sforzo da parte mia e quella dei nostri compagni. Non ho trascorso abbastanza tempo nella Ghouta orientale per poter riuscire a concretizzare un piano chiaro.

È importante distinguere tra i comitati di coordinamento locale che abbiamo appena citato ed i consigli locali, dei quali il più grande sostenitore era il martire Omar Aziz. [9] Omar concepiva il consiglio locale come una “struttura sociale rivoluzionaria di gestione della vita quotidiana dell’uomo” o di conciliazione tra la vita quotidiana e le attività rivoluzionarie, composto di “vari membri attivi della società civile, eletti dal popolo del villaggio o della città (…) la cui missione è quella di far funzionare la vita quotidiana dei cittadini. ” Questi concetti si trovano in due articoli pubblicati otto mesi dopo l’inizio della rivoluzione. Omar Aziz è stato arrestato e torturato selvaggiamente nell’autunno del 2012. È morto in carcere nel febbraio 2013. Omar aveva letto Agamben, Balibar, Foucault e Negri. In questo, il suo modo di concepire la progettazione dei consigli non era estraneo alla tradizione consiliarista europea.

Infatti, l’assemblea dei consigli locali, durante gli incontri ai quali ho partecipato più volte a Saqba, ha lavorato per risolvere i problemi di distribuzione dell’acqua tra i villaggi della Ghouta orientale, per garantire la fornitura di pane e beni di prima necessità, vendendo la carne delle mucche uccise dal bombardamento quotidiano della regione o risolvere la mancanza di elettricità con tutte le conseguenze che ciò comporta, etc. A quel tempo, la congregazione manteneva un rapporto prudente con le formazioni armate partigiane , in particolare con Jaysh al-Islam. Nei mesi successivi, la potenza di questi gruppi armati si sarebbe rafforzata, così come il loro controllo sulle risorse della regione. Al contrario, il ruolo del consiglio si indeboliva. Non è stato il romanticismo delle loro imprese che li ha indeboliti, ma l’estrema penuria delle condizioni materiali, politiche e militari che prevalevano allora. Queste condizioni hanno giocato a favore dei combattenti armati che avevano accesso, più di altri, alle risorse dei ricchi e conservatori Paesi del Golfo.

In “Racconti di una Siria dimenticata, hai detto “appartengo al mondo dei vecchi comunisti” arrestati negli anni 80 e rilasciati nel 1990 o nel 2000. In un articolo su “l’eredità delle rivoluzioni arabe”, fai una distinzione tra la tradizione rivoluzionaria ” dura” del comunismo e l’esperienza delle rivoluzioni arabe prive di tradizione, che ha avuto luogo in un mondo post-comunista. Queste rivoluzioni, dici, hanno avuto come precedenti i movimenti pro-democrazia di protesta (in Siria la “Primavera di Damasco”, e in molti altri paesi i “movimenti del luogo”), contrari a qualsiasi verticalità politica, e che parlavano di tradizione ” morbida”. In ogni caso, in Siria, questa rivoluzione democratica e laica fu interrotta da varie rivoluzioni jihadiste, fondate su una dottrina dura più recente . Puoi tornare su questo imbroglio?

Questa distinzione tra tradizione “dura” e tradizione “soft” nasce dall’osservazione di diversi sviluppi storici ai quali ha assistito la rivoluzione siriana, e più in generale le rivoluzioni arabe. Da un lato, abbiamo dure tradizioni rivoluzionarie che provengono dal ventesimo secolo, ma non sono efficaci. D’altra parte, abbiamo tendenze rivoluzionarie su larga scala, ma che mancano di una tradizione, un simbolo noto. Queste ultime ci hanno passato un importante letteratura fiorente di idee, storie, storie di finzione e realistiche. Sembrerebbe si tratti di una condizione globale in cui la corrente non alternativa dimostri l’inefficacia delle tradizioni rivoluzionarie lasciatici dalla modernità. Questo ha aperto il campo ad un’ altra tradizione dura e radicale a suo modo, che apre ad una trasformazione dell’ordine stabilito, ma in modo distruttivo, non rivoluzionario, dal momento che declina un modello elitario e discriminatorio senza significato destinato a costruire alleanze contro gli oppressori ne localmente né globalmente. Quello che voglio dire è che la tradizione dura non è sufficientemente rispondente al contesto reale perché il suo paradigma è auto-referenziale più di quanto si riferisceaalle realtà contestuali. In breve, la tradizione dura si basa sull’ascendenza dell’ideale sul reale, sulla dottrina fissata sulla vita in movimento. L’islamismo è radicalmente non contestuale, apparso ovunque all’estero. Non è solo straniero nel tempo, ma è anche stranierao nella società e nello spazio. E ‘ancora più straniero da un punto di vista linguistico, proprio nelle società arabe. Come tale, sembra appartenere ad un mondo parallelo al nostro, sotto quasi tutti i punti di vista. Le tradizioni rivoluzionarie e comuniste, islamiche sono entrambe tradizioni dure, sistemiche e non contestuali che contengono un forte tropismo imperialista.

Le rivoluzioni arabe ci hanno trasmesso delle esperienze, delle pratiche, delle storie, dei processi e delle lezioni che costituiscono, quando le si somma , un patrimonio rivoluzionario al quale fare riferimento. La parola araba “patrimonio”, che è stata ampiamente diffusa negli ultimi due decenni del XX secolo, si riferisce a un lascito del passato come strumento intellettuale, letterario e artistico. Intendo il patrimonio come tradizione morbida, flessibile, non dura; come un serbatoio di esperienze e competenze con le qualiil rapporto è libero. La tradizione non-dura, patrimonio e contestuale mantiene con le situazioni concrete un rapporto intimo che può dar luogo senza estrapolazioni a delle generalizzazioni potenzialmente utili in altri contesti. Al contrario, la tradizione dura, sia sotto forma di una scienza comunista delle rivoluzioni o quella di “Islam come una soluzione” valida in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, fatica a orientare chiunque in una situazione concreta. Questo potrebbe essere proprio il motivo per il quale è più incline alla violenza. Dobbiamo fare nostre le recenti esperienze rivoluzionarie come l’intero patrimonio rivoluzionario mondiale, se vogliamo andare avanti.

Una delle lezioni delle nostre rivoluzioni abortite legate alla situazione “internazionalizzata” in Medio Oriente, è che le potenze influenti e le Nazioni Unite preferiscono fare affari con stati “stabili”, quelli che oggettivamente hanno un atteggiamento ostile verso le rivoluzioni. Questo è il motivo per cui dobbiamo rivolgerci a forze e gruppi rivoluzionari popolari in tutto il mondo. La nostra lotta per l’emancipazione non ha altra scelta, che quella di confrontarsi con le forze di stato e religiose. Le rivoluzioni arabe ci hanno insegnato che non possiamo contare su stati dispotici per contrastare la religione politicizzata . Al contrario, il dispotismo offre allo sviluppo di queste ultime un ambiente che non può essere più favorevole. Non possiamo contare su alcun sostegno internazionale, occidentale o altro, per promuovere la democrazia e la laicità nel nostro paese. L’Occidente non è in alcun modo una forza di democratizzazione nella nostra regione, né di secolarizzazione. Da piuttosto supporto alle dittature , in maniera settaria, inoltre, e a diversi livelli. Francia, laica in casa propria, è in Medio Oriente più “confessionale” di altri, anche se i più viral riguardo al tema sono ora Iran e la Russia.

Chiaramente, gli insegnamenti delle nostre rivoluzioni sono in gran parte negativi. Ci troviamo di fronte avversari molto potenti. Non è un solo avversario potente, né due, ma tre, almeno: il dispotismo statale, l’islamismo nichilista e violento , e le grandi potenze internazionali. Il quadro sembra tetro e lo è. La speranza cede il passo alla disperazione, e non il contrario. Ma chiunque aspiri a cambiare il mondo di oggi deve rinunciare allo stesso tempo sia alla speranza che alla disperazione.

In un mondo in crisi, solo il numero di persone vulnerabili prospera. Si può anche sperare che tra un certo tempo, i vulnerabili si renderanno conto che devono lavorare insieme e imparare da coloro che si sono fatti schiacciare prima di loro, al fine di non venir schiacciati anch’essi. Lo dico senza illusioni circa la pericolosità della situazione: alcuni dei vulnerabili compensano già la propria vulnerabilità dalla violenza cieca. Gli islamisti non sono gli unici a farlo. La violenza, dice Hannah Arendt, è il risultato di un deterioramento del potere e non del suo vigore.

L’evento della scomparsa di tua moglie ti fa riscoprire le parole di Judith Butler sulle “vite implorabili” allo stesso modo in cui la tua detenzione durata 16 anni nelle carceri di Hafez ti ha fatto sperimentare la condizione di homo sacer descritta da Agamben. Hai letto l’uno e l’altro. Pensare alla tua esperienza siriana ti fa rivisitare pensieri sviluppati in Occidente riguardo altre situazioni. Questa esperienza ti fa pensare di “più” o in modo diverso? Come lo riassumeresti?

Ho scoperto questi lavori dopo il mio essere uscito dal carcere e soprattutto dopo essermi installato in Germania nel 2017. L’esperienza della rivoluzione e della guerra ha riattivato nel mio lavoro, la centralità di quella del carcere e quindi quelle della violenza, della tortura, delle vite strappate, degradate, senza che nessuno possa piangerle . Questo è ciò che mi ha portato a Butler, a Agamben, a Foucault,

e a Mbembe, così come gli scritti dei sopravvissuti all’Olocausto, ma anche a certi lavori dell’America Latina sulla tortura. Queste esperienze di sparizioni forzate, tortura, di vite spezzate da omicidi legittimi (al-mustabaha), della perdita, dell’ esistenza sospesa in esilio, sono tutti temi ricorrenti nel mio lavoro a causa della loro vicinanza alla mia esperienza personale e collettiva. Dopo l’ orrore che abbiamo vissuto e del quale ho avuto la mia parte, penso non ci sia che una cosa da fare: cercare il maggior numero di parole appropriate per rappresentare queste esperienze. Qui siamo ai limiti estremi dell’umano, al confine pericoloso tra il senso e la violenza, molto vicino a ciò che non si aggiusta ad alcuna rappresentazione: all’ irrappresentabile. La storia islamica stabilisce una separazione tra quella che chiama la “terra dell’Islam”, governata da regole e simboli della religione e la “terra della guerra” con la quale il rapporto si organizza intorno al principio del confronto. Forse ai giorni nostri dovremmo fare una distinzione tra “terra di senso ” e “terra di violenza”. Il senso è la lingua comune al genere umano che l’espansione e la violenza diffusa minacciano di far scomparire. Entrambe le terre sono due zone situate geograficamente, ma la loro esistenza è possibile in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo. Quello che abbiamo vissuto in Siria per mezzo secolo sotto il governo di Asad, è stata la scomparsa del senso comune, un linguaggio attraverso il quale ci comprendiamo l’un l’altro, con il quale ognuno dialoga con gli altri, si puó spiegare ció che tutti sentono . La Siria è diventata una terra di violenza, che va verso il degrado. Possiamo dire che il senso è uno “strumento pubblico” di fondamentale importanza , merita che invertiamo tutti i nostri sforzi. Tendiamo a sminuire colui con il quale non condividiamo un linguaggio comune. Questo porta alla disumanizzazione e rende lecito uccidere (al-Istibaha). Questa Istibaha è la fabbrica dell’homo sacer Agamben, uomo consegnato senza protezione alla violenza di tutti, la cui integrità fisica puó essere violata impunemente. Non è questo, in un certo senso, che i siriani vivono da undici anni? Mezzo milione di vite per lo meno, che non meritano nemmeno la pietà dei loro assassini alla fine della propria vita. In realtà, il regime siriano ha vietato a molte famiglie di organizzare veglie per i morti, nel caso in cui le spoglie fossero state recuperate, cosa impossibile, il piú delle volte. Ci sono diverse fosse comuni intorno a Damasco, delle quali non conosciamo la posizione, contenenti corpi anonime, senza essere stato pianto. In questo modo opera anche Daech ma anche Jaysh al-Islam che ha rapito Samira, Razan, Wael e Nazem. Le vite di coloro che sono vittime di sparizioni forzate vengono trattate come se queste persone non meritassero di essere ricordate dalle loro famiglie, private di lutto.

Possiamo lavorare per rendere il mondo una terra “a senso unico”, o un paese di significati molteplici e traducibili? Ecco un altro orizzonte che meriterebbe tutti i nostri sforzi. Soffermarsi sui temi della tortura, dello stupro, della guerra, delle sparizioni forzate e la perdita potrebbe costituire il primo passo per la realizzazione di una terra di senso alla quale aspiriamo in tutto il mondo. Il senso è un orizzonte, una comunicazione che si allarga, una comprensione che fortifica, un ascolto condiviso, e non un sistema che invia un prodotto finito su ordinazione. Cerco di prendere parte a questo facendo affidamento sulle nostre esperienze precarie, nonché sulle potenzialità espressive della lingua araba, sfruttando scritti occidentali che si distinguono dai nostri nell’ambito di una percezione filosofica che sta lottando per svilupparsi in cultura araba moderna, a causa del dominio sulle nostre vite riguardo problemi pratici immediati.

Nelle” Lettere a Samira” evochi questa formula segreta tra di voi per condurre “una vita come la vita”. Vivere una vita come la vita è vivere come chiunque altro? Parli del tuo desiderio di una “terza vita” dopo quelle che ti hanno dato tua madre e poi tua moglie. Come te la immagini?

L’espressione “una vita come la vita” è di Mahmoud Darwish. Dopo la mia scarcerazione, ciò che desideravo più di ogni altra cosa era una “vita normale”. Una vita con amore, autonomia e un minimo materiale che mi permettesse scrivere e pubblicare, cioè di esprimere quella che considero e sento una condizione onesta. Scoprì che questa aspirazione alla semplicità era semplicemente irraggiungibile. Nella Siria di Al-Asad, la “vita normale” è politica. Aspirare a una vita normale implica condurre una lotta politica affinché l’uomo non sia minacciato ogni giorno nella sua dignità, nella sua libertà e persino nella sua vita. Sulla nostra scala personale, Samira ed io conducevamo una vita che cercava di essere ordinaria. Una vita nella quale portavamo avanti un attento monitoraggio delle notizie collettive e dove una rete di amici, della nostra età e più giovani, si sono mescolati. Ma con lo scoppio della rivoluzione, è diventato impossibile continuare questa vita. Una vita normale non è più normale quando le condizioni sono fuori dall’ordinario. La scelta è stata semplice. O prendiamo atto dell’impossibilità di una vita normale in un paese che vieta alle persone di pensare con la propria testa e, quindi, ci impegniamo in attività rivoluzionarie radicali; o lasciamo il paese. Non volevamo andarcene. E ciò che si avvicinava di più a un impegno rivoluzionario per quanto mi riguardava era agire nel campo del significato, della scrittura e della produzione del pensiero.

Abbiamo davvero cercato di rispondere alla feroce realtà con un atteggiamento costruttivo. Ma inutilmente.

Mia madre è morta mentre ero in carcere e Samira scomparsa quando sono stato costretto all’esilio. A volte mi coglie lo spaventoso, terribile pensiero di aver preso le vita di due donne; entrambe, all’occorrenza mi avevano offerto una casa. Ho vissuto in molte case, ma ne ho avuto solo due nella mia vita: una con mia madre, l’altra con Samira. Una terza vita sarebbe ora trovare una nuova casa. Ma penso di aver scelto la scrittura come casa. La mia terza e ultima casa è la scrittura.

Oggi, mi sembrerebbe di essere ambiguo nel mio desiderio e aspirazione ad avere ancora una “vita normale” fatta di amore, stabilità, il piacere della compagnia e le gioie dell’amicizia. So che questo è andato già perso. Questa vita resterà per sempre alle mie spalle, e devo farmene una ragione. Perché dovrei portare con me una partner in questo senso di perdita? Questo è quello che trasmetto nel mio rapporto con le donne, che amo nella tensione e alle quali trasmetto il sentimento di essere costantemente a punto di partire. Non c’è più la possibilità di avere una casa per me.

Samira al Khalil (a destra) e le sue amiche a Damasco il 26 novembre 2006,giorno dell’anniversario della loro uscita di prigione (Collezione privata)

Tra le tue letture più determinanti c’è Hannah Arendt, alla quale hai dedicato diversi testi raccolti oggi in Germania. Puoi dirci di più a riguardo? Perché la Arendt è diventata la tua eroina? Questa eroina, è colei che ha scritto” Le origini del totalitarismo”,” Eichmann a Gerusalemme”, “La condizione dell’uomo moderno”, o colei per la quale la politica è “amor mundi”, e ha scritto poesie durante tutta la sua vita?

Ho pubblicato quattro testi che catturano sotto diversi angoli il lavoro della Arendt. Non l’ ho letta metodicamente prima di questi ultimi anni in Germania, ma tra il 2018 e il 2019, mentre Justine Augier scriveva il suo libro. L’ultimo dei quattro testi cerca di rispondere alla domanda ‘perché’ con una definizione di chi è lei, e di ciò che ha fatto. È una donna rifugiata due volte, in Francia e negli Stati Uniti. Un’ebrea che avrebbe potuto essere sterminata se non fosse fuggita in tempo dalla Germania nazista, o se, otto anni dopo, fosse finita nelle mani dei nazisti, quando occuparono la Francia. I primi dati hanno quindi a che fare con l’esilio. Poi, io sono più attratto dai suoi scritti degli ultimi anni su donne e femministe, forse sotto l’influenza di un’incarnazione Samira in me dopo la sua scomparsa. Questo è un secondo dato.

Negli Stati Uniti, la Arendt è diventata un’ intellettuale famosa. Ha scritto libri decisivi, dei quali il primo è “Le origini del totalitarismo”, che ho letto la tradotto in arabo, con il titolo “Totalitarismo,” all’uscita di prigione. Sarebbero trascorsi venti anni prima che avessi avuto l’opportunità di leggero tutto. Quello che mi piace della Arendt, è la dignità del suo pensiero, l’onestà delle sue riflessioni, il suo coraggio morale e la capacità di essere sola. Mi piace il suo pensiero riguardo il male in “Eichmann a Gerusalemme”, la sua concezione di riflessione come un dialogo con se stessi attraverso il quale si forma la coscienza morale. È un concetto preso in prestito da Platone, che è presente in tutto il libro, così come in altre aree del suo lavoro. La centralità che ha la libertà nelle sue riflessioni più vicine a me come ex prigioniero. La nozione di “amor mundi” tratta da S. Agostino è un altro elemento strutturante del suo pensiero, anche dopo che è stata oggetto di calunnie e diffamazioni a seguito della pubblicazione di “Eichmann a Gerusalemme”. Questa nozione sembra estremamente attuale nel mondo di oggi, dove i promotori di odio e le forze genocratiche sono sempre più numerose, e dove la politica del presente si sviluppa sulle identità del passato. Un mondo che ha paura della mescolanza, la diversità, ciò che è ibrido. Un mondo dove l’Europa colloca ai suoi confini una forza militare, Frontex, responsabile della protezione delle mura della sua fortezza ormai erette contro le peregrinazioni di coloro che sono stati sradicati dalla propria terra e sono più vulnerabili, ma non per gli eserciti invasori. Tutte le espressioni di odio del mondo progettate in particolare sulle persone costretti a migrare, che sono coloro che specificamente appartengono al mondo poiché non appartengono più ad alcun luogo specifico – che non è una cosa felice in sé, ma può rivelarsi fruttuosa.

La mia critica principale dell’opera della Arendt è la mancanza dell’ assente nel suo pensiero. Se secondo il disegno della Arendt preso in prestito da Platone, la riflessione è un dialogo con me stesso come con qualcun altro, che altra persona può quindi essere l’altra ? Non è la moglie, non lo schiavo, non è lo straniero dell’epoca ateniese in cui questo disegno ha visto la luce. Non sono immigrati o radici sradicate, né le specie di esseri viventi e il loro ambiente. El amor mundi non può funzionare se tutto ció è assente. Lei può farlo presente rendendo, in un modo o nell’altro, presenti gli assenti. Il concetto occidentale di rapporto è bilaterale, o probabilmente avremmo bisogno di una comprensione trilaterale del rapporto che includa gli assenti. Ho pensato che le rivoluzioni e i movimenti sociali siano forme di presenza degli assenti, di essere al mondo, e il diritto di essere amato è in lui. Il movimento socialista si forma con l’ emergere del proletariato in tutto il mondo. L’anti-razzismo con l’irruzione degli immigrati e non-bianchi del mondo. Il femminismo, un modo per rendere visibili le donne; e l’ ecologia, serve a farci rendere conto che esiste una biosfera. Ma la riflessione

continua a fondarsi sul dialogo bilaterale, senza che l’assente ne sia mai coinvolto. Hannah Arendt in gran parte si centre sull’Europa. Occupa sicuramente una situazione progressista, ma nel quadro rigoroso della tradizione occidentale ed europea, fuori dalla quale non avrebbe concepito alcuna forma di pensiero o di politica. Oggi, l’odio del mondo in Occidente è significativo e suoi promotori sembrano avere il vento in poppa. Non abbiamo nulla di invidiargli dato che l’articolazione della religione musulmana con l’odio del mondo ha dato vita a creature impensabili come Daech.

Tra gli autori europei a cogliere l’intellighenzia araba negli ultimi anni, v’è Walter Benjamin. Un intellettuale egiziano l’ha letto di recente a proposito delle esperienze emarginate dalla centralità di piazza Tahrir nella storia della rivoluzione (quella di un “Comitato per la salvaguardia delle conquiste della rivoluzione”). L’ hai letto?

Sì, anche se meno assiduamente di Arendt. In generale, sento di appartenere ad un gruppo di scrittori e pensatori le cui vite sono state distrutte. Benjamin è uno di loro. Sono stato felice di trovare nella sua analisi del concetto di Storia una critica della storicità che si avvicinava a quella che ho potuto trovare negli scritti dell’eminente storico marocchino Abdallah Laroui. Quando ero più giovane, era stato per il mio pensiero una vera e propria stella polare. Ho contribuito al libro nel quale lo si interroga sulla critica della storiografia come narrazione dei vincitori.

Ma qui permettetemi di dire qualcosa sullo stato della cultura araba di oggi. Quello che abbiamo detto un po ‘più sul mondo attuale della non alternativa, caratterizzata dalla mancanza di una visione, un progetto o promesse, con la tendenza a vivere in un presente permanente che ciò implica – tutto questo è ancora più pronunciato nel mondo arabo . Questo è il presente permanente in cui gli arabi vivono da ormai mezzo secolo. E la Siria, che è passata dall’essere una repubblica terzomondista politicamente instabile a uno stato moderno con forti disposizioni genocide , è l’esempio perfetto di questo presente permanente che lotta violentemente contro ogni cambiamento, contro il futuro. Così siamo passati dal sottosviluppo alla guerra civile in corso, all’autodistruzione. E oltre a questa mancanza di promesse, la cultura araba contemporanea manca anche di una coscienza di sé, del lavoro che produce e di un esame critico. Ci si costituisce come soggettività attraverso l’auto-consapevolezza. Una cultura che non pratica ciò, non si costituisce di per sé e non contribuisce ad un’auto-costituzione. V’è certamente una produzione culturale araba continua, con prodotti di qualità variabile, alcuni dei quali sono veramente buoni, ma non possiamo costruire nulla su di esso, ciò nella misura in cui i prodotti culturali vivono attraverso la preoccupazione che portano con sé. Essi sono portati in tutto il mondo, e sono lasciati orfani, nessuno è d’accordo a sponsorizzarli. Le riviste sono rare, le università non sono in grado di fornire un quadro per il rinnovo del pensiero, la sua critica, la sua produzione. I social network aggravano solo questa situazione, promuovendo il consumo istantaneo di posizione, idee ed espressioni che sono più reazioni a caldo ed hanno ereditato le identità di qualsiasi altra cosa. Con noi, lo spazio della produzione linguistica e simbolica, non è soggetto ad alcuna cura, che è molto dannoso. Per gli arabi, soprattutto, ma per il mondo in senso più ampio, ci sarebbe un grande bisogno di un mondo arabo che produca, trasformi e interagisca.

Tutte queste considerazioni, per dire che quando uno di noi – siriano, egiziano, marocchino o palestinese, etc. – è interessato ad una corrente di pensiero occidentale qualunque o a sue grandi figure, egli vive un processo di lotta e resistenza a causa della particolare situazione da cui apprende e dove le preoccupazioni e memorie sono disuguali. Questa disuguaglianza, non dobbiamo dimenticare, è in parte dovuto alle carenze della nostra educazione, il piccolo numero del nostro collettivo indipendente che si occupa di cultura e la conoscenza, la mediocrità di molte delle nostre traduzioni, il nostro accesso al mondo intellettuale globale disponibile (incluso quello occidentale), ad un certo provincialismo del pensiero. Ciò è particolarmente vero per autodidatti che, come me, non hanno mai ricevuto formazione accademica in un’università di qualità.

Di conseguenza, v’è un equilibrio di potere tra la nostra cultura araba e la cultura occidentale, che ci pone in una posizione subordinata. In casi estremi, alcuni di noi perdono completamente la loro voce e cancellano la loro posizione originale per integrarsi in un formato di cultura più ricca. Ma a mio parere, nessuno trae vantaggio da una situazione simile. In altri casi estremi, alcuni di noi tendono a un rifiuto totale, nichilista e sterile che non apporta nulla a nessuno. Ho scelto per me stesso il dialogo aperto sull’assente. Vedo qualcosa promettente nel movimento della situazione dei rifugiati, dei dispersi a lavorare per la loro presenza, l’altoparlante che dà orecchio all’altoparlante in Occidente, e il diffusore che si è dato la possibilità di rappresentare se stesso e dire quello che ha da dire . Per quanto mi riguarda, l’Europa rappresenta un’opportunità per l’apprendimento e la discussione.

Tu dici che in termini di violenza politica “gli esperti del Medio Oriente sono parte del problema” (citato da Justine Augier,” Par une espace de miracle”, p.299). Un’altra parte del problema proviene dall'”ideologo” colui “non sorprende in lotta”, per riprendere Althusser. In un testo sullo “stupore”, dici che la capacità di essere stupiti dalla realtà è ciò che ci permette di scrivere e pensare. Lo stupore ci permette anche di agire?

L’esperto occidentale sul Medio Oriente è, a grandi linee, un ricercatore al quale non piacciono i nostri sistemi politici certo, ma ancora di più detestano le nostre società. Nella crisi delle rivoluzioni, in cui le società hanno avuto la parola per la prima volta, l’esperto è emerso come un intollerante reazionario, chiuso nei suoi modelli di pensiero, che ora preferisce Bashar al Asad o Al-Sisi, anche se era incline a criticarli nei periodi più clementi. Il suo discorso culturalista essenzialista parla solo dell’Islam, sunniti, sciiti, cristiani e le minoranze, per i quali l’empatia cede al dogmatismo, a prescindere dalle posizioni che occupano in effetti – a volte in modo molto chiaro come è il caso in Siria – nell’architettura del potere e la rivoluzione nella nostroa nazione. In caso contrario, si alterna con considerazioni geopolitiche che occupano solo gli interessi dell’Occidente e di Israele, preferendo sempre la “stabilità”, anche se si basa su cadaveri. È l’erede dell’orientalismo nel modo in cui lo intente Edward Said.

Questo esperto intollerante, gonfio di un senso di superiorità, crede di conoscere il nostro paese meglio di noi ed è più razionale di noi che siamo reattivi, inclini alla rabbia. E’possibile che ci capisca e senta empatia verso di noi, ma lui non ci vede come partners, né come simili. Egli rientra nella definizione di ciò che Althusser chiama “ideologo”, che non si stupisce di nulla. Spiega la nostra situazione come il risultato logico del nostro pensiero e le nostre convinzioni o la nostra geografia politica, e adotta posizioni fataliste per quanto riguarda i nostri sistemi politici dei quali in ultima analisi, legittimare lo status quo.

In Medio Oriente, l’omologo locale dell’esperto occidentale è l’islamista. Anche lui pensadi sapere tutto sull’Occidente, che riduce a sua volta, alla religione o, senza vedere alcuna contraddizione, all’ateismo o al materialismo. E ‘strutturalmente “occidentalofobo” sin dai primi tempi dell’Islam nato nel contesto post-coloniale c’è quasi un secolo. Nulla piú sorprende l’ islamista. Lui sa tutto quello che c’è da sapere su ciò che è importante nel nostro mondo di oggi. La corrente comunista principale, il sovietismo manteneva lo stesso atteggiamento, avevano cioé una risposta “scientifica” a tutto. Se non ha impedito le sorprese che ha lasciato le societá e gli Stati che ha devastato, incapaci di reagire agli imprevisti, le emergenze e le novità. Negare lo stupore può anche avere la forma di una sorpresa a tutto e niente, questo li rende attori perniciosi e cattivi. Ma cancella anche ogni discernimento tra l’ordinario e lo straordinario. La Siria sta vivendo una situazione eccezionale dal 1963 a causa di uno stato di emergenza permanente giustificato dalla guerra con Israele. Ma non è la guerra a causare di questa situazione eccezionale o di emergenza, é piuttosto il contrario. Aver trasformato il paese in un territorio in permanente stato di eccezione è ciò che ha generato la guerra, poi riorientata verso l’interno siriano. E poiché lo stato di eccezione è il luogo ideale per mettere a nudo le persone nella loro capacità di pensare e di opporsi, renderli eternamente sospettosi di tradimento alla nazione e lasciando mano libera all’élite al potere di sequestrare risorse e ricchezza collettiva. Vale a dire, di generare la “nuda vita”, della quale parla Agamben. In quasi sessant’anni di stato d’eccezione, la Siria ha vissuto due guerre importanti nel cuore dell “emergenza assadista”, un altro nome di una guerra civile permanente durante la metà della storia del moderno Stato siriano, e il doppio mandato francese in Siria. Questo presente permanente siriano è il prodotto di questa eccezione banalizzata, non di un immobilismo o di una “storia fredda”.

Inoltre, questa dinamica di eccezione impegna un’anomia totale come definito da Durkheim. Un disordine, imprevedibilità, difficoltà di orientamento, tensione mentale che favorisce reazioni estreme e tendenze suicide. Per me, gli islamisti sono i figli di quest’anomiatotale e sintomaticoa della crisi globale delle società arabe contemporanee, dove propongono soluzioni suicide le quali non fanno altro che peggiorare la situazione.

La famosa “eccezione araba” in merito alla democrazia è sancita dalla costituzione del Medio Oriente come luogo d’eccezione permanente. Una regione dove c’é una grande guerra ogni dieci anni. Una regione in cui siamo stati immediatamente sconfitti come società – in un momento in cui i nostri Stati sono stati meno imperialisti (durante il primo quarto di secolo dopo l’indipendenza) – da parte dei governi “mandatari”. Una regione che è stata sconfitta anche in via preliminare dal potere di Israele, sostenuto dall’Occidente. Da noi, lo Stato, in quest’ultimo mezzo secolo si è ha strutturato in modo da essere l’antitesi del moderno stato europeo: uno stato che elegge il suo popolo “autentico” e non il contrario, e pratica entro i suoi confini un potere indivisibile proponendo di fuori una sovranità condivisa. Uno Stato che è la continuazione della colonizzazione con altri mezzi, locali questa volta.

Il Medio Oriente arabo è una zona di cattive gestioni al crocevia delle entrate del petrolio, che mina le strutture produttive e distorce il rapporto tra lavoro e reddito; una condizione coloniale rinnovata dai governi nazionali che continuano l’opera; una presenza israeliana sostenuta dall’Occidente e in grado di sconfiggere gli arabi, in qualsiasi momento, come ha fatto regolarmente; e, infine, un nichilistico islamismo povero intellettualmente e moralmente, che chiude l’edificio pretendendo di cercar di uscirne . Ma questo edificio del Medio Oriente sembra ritrovare una giovinezza a partire dal 2015 e l’istituzione di un “mandato” russo in Siria, che non ha suscitato alcuna opposizione dagli Stati Uniti né dall’ Europa. Tutto questo è costruito su una vecchia visione del mondo che risale al tempo della “questione orientale”. Per quanto riguarda la Siria, la Russia utilizza gli stessi elementi del discorso che caratterizza l’imperialismo occidentale: la protezione delle minoranze – in particolare i cristiani – e una designazione dei musulmani, specialmente sunniti, come problema. Non c’è nulla da sorprendersi se Eric Zemmour è vicino a Putin e sostiene un ripristino delle relazioni diplomatiche francesi con Bashar al-Asad come unica alternativa al califfato islamico, contribuendo ad una transizione che normalizzi la posizione di Marine Le Pen. Entrambi illustrano quello che io chiamo il cambio génocratico, quello di una politica articolata sul gènos piuttosto che sul demos, vale a dire sulla maggioranza culturale consolidata e non sulla politica cambiante. Ma questo cambiamento nasconde tra le sue pieghe il pericolo genocida. Il detestatore del mondo che é Zemmour, agita lo spettro di un “grande sostituzione” in Francia e in Europa, ció rappresenterebbe una potenziale guerra civile in Francia, che potrebbe prendere una forma di genocidio. Per me, la sua dichiarazione del 24 Dicembre 2021 contiene l’incosiente politica di una repubblica francese inconscente, che non è riuscita a confrontarsi con la sua storia coloniale. Quest,incoscente politica che punta sempre più alla superficie, potrebbe diventare, tra qualche tempo, ragion di Stato.

Credo che il rinnovamento di idee e prospettive legate all’attitudine a essere sorpresi, la predisposizione nel lasciarsi sorprendere e quindi un atteggiamento cognitivo aperto su ciò che è presente, ma anche ciò che è assente o reso tale (tutte le sparizioni politiche di oggi) e l’ esercitare la nostra capacità di prestare attenzione a ciò che allerta, che rimbalza, che germina e ciò che emerge e apre il cammino che dall’assenza porta alla presenza, o dalla presenza all’ assenza.

Le cose succedono nella vita in una forma fragile, appena costituite. La vita è il processo di acquisizione di una forma. L’atroce è la distruzione violenta di questa forma che strappa via dalla vita. L’atroce, o la perdita della forma, questo è quello che abbbiamo avuto in Siria negli ultimi undici anni, non la vita né la sua costituzione. Questo è il motivo per cui è più presente nel mio pensiero.

Come scrittore, io lavoro per modellare la forma di processo di perdita, individuale e collettiva, che provo dalla mia prima giovinezza.

*Samira al Khalil, sua moglie, rapita da una brigata islamista il 9 Dicembre 2013 nella città insorta di Douma , con Razan Zeitouneh, il marito di quest’ultima e un amico attivista e poeta. Nessuno è tornato. A Lei,assente, sono dedicate le sue” Lettere a Samira”, tradotte da Souad Labizze, edizioni di Bordi, 2021 ; è stato pubblicato il suo diario dall’assedio di Douma.
** allusione ai massacri su larga scala che hanno avuto luogo sotto Hafez soprattutto nel carcere di Palmira e la città di Hama, per reprimere il nascente movimento di protesta dei Fratelli Musulmani.
*** Étienne Tassin, “Perché ci comportiamo? “Mettere in discussione la politica aziendale”- Arendt, “The Waterfront,” 2021 “Filosofia e politica migratoria” ragione pubblica, 2017/1 No 21 p 197-215; Camille Louis” cosmopolita in esilio: il xénopolis alla costruzione di un mondo comune”, Turmoil, No. 51, 2018.
**** Omar Aziz (soprannominato Abu Kamel) sotto il fuoco dei cecchini. La rivoluzione della vita quotidiana. Programma locale Comitati di coordinamento della Siria, Antisocial Publishing, 2013. Un economista e teorico di “consigli locali” modelli di “auto-organizzazione della società” che preferiva all’ l’uso delle armi nella lotta contro lo Stato, è stato educato in Francia e aveva partecipato a maggio ’68 pensatore e attivista della rivoluzione, è stato arrestato il 20 novembre 2012.

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