Faraj Bayrakdar: ‘Mi sento come se avessi dimenticato come si sorride’

Su Homs, imparando la “disobbedienza” dal fiume Oronte e come la prigione cambia il passare del tempo

Intervista a Farai Bayrakdar. Pubblicata il 21 gennaio 2022 su SyriaUntold (versione in arabo qui). Traduzione dall’inglese di G.De Luca

Lo scrittore e poeta siriano Faraj Bayrakdar è noto da tempo come un convinto oppositore del regime di Assad. Negli anni ’70, lui e altri scrittori di sinistra presero parte al montaggio e alla pubblicazione di una zine letteraria underground conosciuta solo come “l’opuscolo”. Stamparono in segreto presso le tipografie delle biblioteche e distribuirono la pubblicazione ad amici e studenti universitari. Lui e altri editori furono poi per questo brevemente incarcerati.

Bayrakdar è stato successivamente arrestato di nuovo ed è rimasto in prigione per 14 anni. L’intelligence siriana sospettava che fosse coinvolto nelle attività del Partito Comunista Laburista. Mentre era in prigione, ha subito torture e gli è stato impedito di comunicare con la sua famiglia per sette anni.

“Dopo 14 anni di prigione, ho sentito che il tempo è molto scarso e non so come recuperare gli anni che ho perso”, ha detto a SyriaUntold nelle ultime settimane.

Qui parliamo con Bayrakdar del suo rapporto con il tempo dopo più di un decennio dietro le sbarre, dell’influenza di sua madre sulla sua poesia e di Homs, l’antica “città celeste” dei suoi ricordi d’infanzia.

La città di Homs significa molto per te e ha un posto di rilievo nei tuoi scritti. Cosa ricordi della tua infanzia a Homs?

Verso la fine dell’era ottomana in Siria, uno dei miei antenati fuggì dal qaimaqam di Homs a causa di una disputa familiare e si rifugiò alla periferia della città, in una zona conosciuta come Tir Maaleh. Non sapevo queste cose finché non ho iniziato a fare domande sulle ripetute visite tra la mia famiglia e alcuni dei nostri parenti che erano rimasti in città. Sono rimasto sorpreso dai loro accenti di Homs, che avevano mantenuto.

E anche se sono cresciuto [fuori da Homs] a Tir Maaleh, vorrei parlare di alcuni dei miei ricordi d’infanzia di questa città paradisiaca.

Non avevo ancora iniziato la scuola. Mia madre mi portò allo stabilimento balneare nel suq di Homs. Lungo la strada, vidi un carretto pieno di frutta deliziosa e il nostro vicino lo indicava dicendo a mia madre: “Prendi delle pesche, Umm Hassan”.

Mi misi accanto al carrello e assaggiai questo meraviglioso frutto. All’improvviso mia madre mi prese e mi disse di rimettere a posto le pesche. Non capivo perché le pesche mi fossero proibite. Nella nostra zona nessuno ci vietava di mangiare quello che volevamo: fichi, albicocche, mandorle, melograni, uva, angurie. Il proprietario del carrello sorrise mentre mi restituiva le pesche, dicendo: “Sahtein, ammou”. [Buon appetito.]

Nello stabilimento balneare, rimasi scioccato nel vedere che tutte le donne erano nude. Era una scena di una di quelle leggende che non avevo ancora letto. Ma il tempo passò, quando non fui più un bambino mi fu proibito accompagnare mia madre in quel regno incantato.

In prima media, mio ​​fratello maggiore mi portò con sé in città per fotografarmi. Fu allora che mangiai il panino falafel più gustoso e andai per la prima volta al cinema.

Tuttavia, i miei ricordi più belli di Homs risalgono a quando ero un giovane, non un bambino. Questo successe dopo aver finito la quinta elementare e mi sono trasferì in città. Incontrato la compagnia teatrale diretta da Farhan Bulbul, che diventò il mio insegnante a scuola, di poesia e di vita. La maggior parte degli intellettuali di Homs erano amici di questa troupe. Qui sono germogliati i semi della consapevolezza, della creatività, della gioia, della speranza, dell’amore, dell’amicizia, del senso della vita e della sua estetica, aperta a se stessi e al futuro.

A chi dice che Homs è una città che sfida ogni spiegazione

Dirò che è una donna, uno specchio e un cipresso sempreverde che torreggia nell’anima

Dirò che è un fiume, un ruscello elegante nella sua disobbedienza.

Puoi dire di più del tuo rapporto con tua madre? Qual era il suo rapporto con la tua poesia? Come ha affrontato la tua lunga prigionia?

Niente e nessuno avrebbe potuto sostenermi più della mia poesia, e più di mia madre. Mi sono chiesto spesso perché. Non ho ancora trovato la risposta. Mia madre aveva le ali che gettavano la loro ombra sulla casa, sul villaggio, sui campi. Ha seguito le nostre lezioni in quei primi anni di scuola, nonostante fosse analfabeta all’epoca e incapace di decifrare le lettere. Ma ha imparato le lettere con noi e attraverso di noi, e all’età di 60 anni aveva imparato a leggere e scrivere. Non mi sentivo compreso dai miei fratelli e coetanei, e sentivo che mia madre era quella che capiva di più le mie ribellioni sociali. È stata lei a portare le pesanti conseguenze della mia politica e delle mie scelte di vita. Quando ero in terza media, il quotidiano di Homs al-Aroubeh ha pubblicato una delle mie poesie e mia madre non ha potuto trattenere la sua gioia in nessun modo. Mi ha detto che si dice che la poesia sia la lingua parlata, che anche mio nonno (suo padre) fosse un poeta di talento della lingua parlata. Pensava che fossi degno della sua eredità poetica.

Durante una delle campagne di arresto di massa, sono comparsi molti posti di blocco sulle strade, quindi mi ha aiutato a contrabbandare opuscoli da Damasco a Homs. La fede di mia madre in Dio è profonda e potente e si è fidata di me e delle mie capacità al punto da escludere ogni possibilità del mio arresto. Questo è il motivo per cui ero davvero preoccupato per lei dopo che sono stato arrestato. Scrissi una poesia per lei dalla mia cella per rassicurarla che stavo bene, e speravo le sarebbe stata portata di nascosto rapidamente. Ma non riuscii a inviarle la poesia fino a quasi sette anni dopo, durante i quali sono stato completamente tagliato fuori dal mondo esterno.

Non so esattamente come sia successo, che mia madre sia diventata una di quelle donne che i detenuti vedono come la madre di tutti. Forse è perché aveva tre figli in prigione, e forse perché scrisse una poesia in risposta alla mia, attraverso i detenuti che hanno trasmesso i suoi versi. Forse è perché è stata in grado di trasmettere il suo amore per gli altri attraverso le sue visite, o per le volte in cui raccontava le sue storie ogni volta che veniva a Damasco a trovarmi mentre ero ricercato dalla sicurezza.

Mi ha colpito il fatto che mia madre fosse presente nelle mie poesie sin dalla mia prima raccolta di poesie, ma nella mia prigione parlare di lei scrivere diventò opprimente. Con e senza occasione, qualunque fosse l’argomento della poesia, mia madre trovava un modo di comparire. Dopo anni, mi sono preoccupata, quindi ho deciso di rivisitare molte delle mie poesie in modo che forse potessi rendere la sua presenza logica o normale.

Solo dopo la mia scarcerazione ho appreso la verità e l’entità della sua sofferenza. Mi ha parlato delle persone che hanno smesso di salutarla, di come le persone mi hanno incolpato di aver distrutto il mio futuro dopo aver vissuto una vita che i miei coetanei sognavano. Ma ogni volta che provava un dubbio, si fermava a dire che quelle persone erano state perdonate: “L’importante, figlio mio, è che parlino di te adesso con molto rispetto. Capiscono che non hai sprecato il tuo futuro”.

Sembri avere un rapporto difficile con il tempo, simile forse a tutti i prigionieri politici. Raccontami di questa relazione, del passare del tempo in carcere e poi ancora dopo essere stato liberato. Come trascorri il tuo tempo ora e organizzi le tue giornate? Alla fine, senti che il tempo ti ha sconfitto o che sei riuscito a domarlo?

Ho detto in un’intervista 45 anni fa che vorrei che la mia giornata potesse durare 48 ore. Dopo 14 anni di prigione, ho sentito che il tempo è molto scarso e non so come recuperare gli anni che ho perso. Per persone come me, il tempo in prigione sembra più lungo di quello vissuto fuori, anche se appiccicoso, volubile, pesante, traballante, sporco e spesso inutile. Più che essere un luogo, la prigione è tempo. Perdere soldi o una scommessa o un lavoro è molto più facile che perdere anni della tua vita.

In carcere il tempo si ripete fino alla banalità, alla sete e alla fame. Ma quando il posto in cui ti trovi è stretto, va bene che il tempo si allunghi. In prigione non c’è nulla che richieda di correre in avanti, mentre da libero corri e corri ma non raggiungi mai la tua meta. Credo che sia possibile controllare lo spazio in un modo o nell’altro, ma il tempo è diverso. Ho parlato a lungo del mio rapporto con il tempo all’interno del carcere, ma non sono ancora riuscito a determinarne il ritmo esatto. Forse dovrei aggiungere che il tempo in generale, e in particolare in prigione, è un’arma a doppio taglio. Voglio dire che può tagliarti, ma puoi anche tagliare cose con esso, o piantare semi o raccoglierli.

Hai detto prima che sei incapace di ridere con tutto il tuo cuore. Quando ti rallegri davvero, anche solo un po’? Quali sono i momenti in cui provi un po’ meno tristezza, che possiedi un po’ di gioia e di risate?

Non so come sia successo. È vero, la mia vita fin dall’infanzia è stata costellata da spine e delusioni, ma di tanto in tanto riuscivo comunque a sorridere. La prigione era diversa. Mi sento come se avessi dimenticato come sorridere, o come se un giorno mi sia svegliato e non sono riuscito a trovare quella capacità perduta. Mi è stato derubato senza dubbio, allo stesso modo in cui sono stati derubati anni della mia vita, nessuno dei quali può essere risarcito. Puoi riuscire ad imparare e padroneggiare molte cose, ma sorridere non è una di queste. Forse ci sono sorrisi e risate che brillano di lacrime, o che brulicano di qualcosa di più profondo. Sto parlando ora di risate sincere e non di gioia, o almeno di gioia interiore.

Molte cose mi fanno ancora sentire felice quando sono solo con me stesso, come quando leggo un libro di un giovane scrittore che ha scritto un testo altamente creativo, quando leggo notizie su un rifugiato siriano che ha avuto successo in qualche campo, quando ho incontro un vecchio amico dai quali il carcere mi ha separato finché non ci siamo ritrovati in esilio, quando scopro che, nella nostra lingua e nelle nostre condizioni, la differenza tra cantare un inno e piangere non è così grande. In prigione ho perso il barlume della risata, e anche la sua maestosità. Ho perso anche un’altra cosa molto importante: la santità benedetta del pane e il piacere di mangiarlo. Io sono l’uomo di campagna il cui stomaco non poteva essere soddisfatto con meno di due o tre pezzi di pane, non solo perché mi hanno rotto i molari, ma anche perché ho sofferto la mia peggiore tortura dopo aver chiesto un pane di miglior qualità.

Hai detto che il fiume Oronte a Homs è il “maestro della disobbedienza” e che è stato il tuo “primo vero maestro”. Hai anche chiamato tuo figlio Assi [in arabo “Orontes”]. Raccontami del tuo rapporto con il fiume Assi e di tuo figlio Assi: della tua infanzia vissuta accanto al primo, e delle tue giornate ora trascorse accanto al secondo.

Il fiume Oronte è allo stesso tempo una biografia di se stesso, di me e della Siria. Fiume della massima generosità, offre al pubblico tutto sulle sue sponde: pesci, fichi, melograni, crescione, rucola, canna, funghi, mirtilli rossi, uccelli, prati, alberi, ombra, sorgenti d’acqua dolce e notti in compagnia . Il fiume era stato così fino all’arrivo del regime baathista che lo ha avvelenato con sostanze chimiche provenienti dalle fabbriche di zucchero, coloranti e fertilizzanti azotati. L’acqua divenne inquinata. Il pesci si estinsero e gli uccelli abbandonarono le sue sponde e gli alberi. Poi le zanzare presero il sopravvento, sia in senso letterale che figurato.

Gli odori del fiume divennero disgustosi e soffocanti, così anche noi lo abbandonammo . La biografia dell’Oronte è arrivata a riassumere quella della Siria. Forse possiamo trovare storie simili nel fiume Barada, nel Khabour e nel Quweiq. Il mio rapporto con l’Oronte mi ha lasciato una ferita di cui non so fermare l’emorragia. La morte dell’Oronte fu come un lutto per la Siria.

Ho trascorso la mia infanzia e la mia giovinezza adulta in una stanza con due grandi finestre che si affacciavano sull’Oronte. Una notte, il mio sogno, o il mio piano, era di raggiungere il villaggio di notte senza bussare alla porta della mia famiglia prima di scendere al fiume. Sfortunatamente, la luna non era nel piano, quindi non sono stato in grado di eseguirlo fino alla notte successiva. Ho detto al mio fratellino Abed al-Wakil di venire con me al fiume. Lui camminava davanti a me e io lo seguivo, ricordando lo spazio che avevamo coperto e quanti passi.

Improvvisamente i miei piedi camminavano incerti, quindi ho detto a mio fratello: “Penso che siamo sulla riva del fiume”. Lui fece un cenno con la testa in segno di accordo e mi indicò di seguirlo. Dopo pochi metri, si fermò e indicò un ruscello minuscolo, quasi soffocante. Questo è ciò che restava dell’Oronte. Quattro anni dopo, ho avuto un figlio la cui madre era della città di Hama, che è legata a Homs attraverso il fiume Oronte, così abbiamo chiamato il nostro ragazzo Assi.

Non hai foto di te stesso della tua giovinezza o infanzia. Come è successo? Come è apparsa una tua foto su Le Monde nonostante l’autocensura delle tue fotografie personali?

Sì, sfortunatamente, tutto ciò che ho ora sono le mie fotografie di dopo il 2000. Tutte le altre mie foto di prima di allora sono sparite. All’inizio degli anni ’80, il regime ha ampliato le sue campagne di arresto contro il Partito Comunista Laburista e il partito mi ha chiesto di nascondermi. Una delle precauzioni che ho preso in quel momento è stata quella di raccogliere tutte le mie foto che erano in possesso della mia famiglia, parenti e amici, anticipando che le forze di sicurezza potessero prenderle e sapere che aspetto avevo.

Sono stato meticoloso, ma qualche tempo dopo il mio rilascio, nel 1997, mi sorprese scoprire che il quotidiano francese Le Monde aveva pubblicato una mia foto con indosso la mia uniforme del liceo. Qualcuno mi ha detto che il mio defunto amico Jamil aveva trovato la foto tra le foto di qualcuno, ed era l’unica foto disponibile per la pubblicazione. Anni prima, avevo nascosto le mie foto e alcuni documenti che ritenevo importanti in diverse buste, poi li avevo messi in una scatola di metallo che avevo seppellito in uno dei quattro angoli del mio giardino. Dopo la prigione, tornai nel punto in cui avevo seppellito la scatola e trovai al suo posto un grande edificio a due piani. Questa è la storia del perché non ho fotografie della mia infanzia o giovinezza. La mia foto più antica risale a dopo la mia scarcerazione, quando avevo 50 anni.

Negli anni ’70 sei stato coinvolto con Wael Sawah, Fadia Ladkani, Hassan Ezzat, Jamil Hatmal, Bashir al-Bakr, Riadh Saleh al-Hussein e altri nella pubblicazione di un opuscolo letterario, per il quale sei stato imprigionato. Raccontaci di questa esperienza. Perché il regime aveva paura di una pubblicazione letteraria?

La dittatura politica si espanse durante l’era di Hafez al-Assad, cioè divenne una dittatura totale a livello politico, economico, sociale, culturale e mediatico. Sotto una dittatura di questo tipo, non puoi nemmeno fingere di glorificare Assad o il suo regime se non per decreto del mukhabarat, per non parlare di lavorare su un opuscolo letterario che pubblica storie e poesie che non rispettano le molte linee rosse che si moltiplicano.

I redattori dell’opuscolo includevano i migliori giovani scrittori siriani, persone che erano stufi del silenzio e non si arrendevano a questa realtà. Questo è il clima che ha dato vita all’idea del pamphlet. I più consapevoli ed entusiasti dell’opuscolo erano Wael Sawah e Jamil Hatmal, a cui si unirono in seguito Fadia Ladkani, Hassan Ezzat, Bashir al-Bakr, Riadh Saleh al-Hussein, Khaled Darwish e me.

Avevamo un sistema interno, o un elenco di compiti, un piano di pubblicazione e linee guida per chi avrebbe potuto pubblicarlo. Mentre discutevamo del potenziale nome per l’opuscolo, decidemmo non dargli un titolo poiché dargli un nome reale ci avrebbe esposto a procedimenti giudiziari con il pretesto che non avevamo una licenza di pubblicazione. E così, ciò che abbiamo finito per pubblicare divenne noto solo come “l’opuscolo letterario”. Ci siamo tenuti in contatto con scrittori della generazione prima della nostra e ci siamo offerti di pubblicare il loro lavoro che non potevano pubblicare sui giornali ufficiali. Abbiamo pubblicato una poesia di Mamdouh Adwan su Tal al-Zaatar, una poesia di Ali al-Jundi e una poesia socialmente audace del nostro amico Mahmoud Shaheen.

L’opuscolo non veniva pubblicato mensilmente o stagionalmente, ma ogni volta che avevamo i materiali e i mezzi per stamparlo. Dopo otto numeri, il mukhabarat arrestò Riadh Saleh al-Hussein e Khaled Darwish. Quando vennero rilasciati, due settimane dopo, ci dissero che l’indagine riguardava l’opuscolo, come e dove l’avevamo stampato, chi lo aveva finanziato, ecc. In realtà, Riadh e Khaled non erano coinvolti in quelle questioni particolari.

Gli editori si riunirono e discussero a lungo su cosa avremmo fatto. Alla fine, decidemmo di continuare a pubblicare l’opuscolo.

Gli editori si riunirono e discussero a lungo su cosa avremmo fatto. Alla fine, decidemmo di continuare a pubblicare l’opuscolo.

Dopo aver pubblicato il nono numero nell’estate del 1978, l’Air Force Intelligence mi arrestò e nascose l’arresto per alcuni mesi. La mia esperienza nella detenzione e i metodi di tortura che usarono su di me erano peggiori di quanto sapevamo all’epoca, o di ciò che era considerato consuetudine per l’intelligence generale e la sicurezza politica.

Quando venni rilasciato, ci riunimmo di nuovo come redazione. Non ci volle molto per decidere di interrompere la pubblicazione.

Rovine (una poesia di Faraj Bayrakdar)

Dentro ogni cella di prigione

vi è una seconda cella

con una fredda geografia

c’è una storia che brucia.

Sì, dentro ogni prigione

Vi è una seconda prigione

La prima: la presenza di una figura

La seconda: l’assenza di significato.

E dentro ogni cella

una seconda cella.

La prima è l’immagine sputata

di un tiranno

La seconda….

Tutta la mia tristezza

Tutta

È per te

Io non aggiungo un’altra sillaba

Ho protetto ogni scommessa

Ho ragionato una proposizione perdente

Ho piazzato ogni scommessa

Sulla privazione

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