Siria senza mondo: discorsi spopolati e organizzazioni negate

Di Yassin al-Haj Saleh. Pubblicato su Aljumhuriya il 6 giugno 2021. (Traduzione di Giovanna De Luca)

I discorsi occidentali prevalenti sulla Siria sono fondamentalmente errati e dovrebbero essere scartati a favore di alternative “nuove ed emancipatrici”, scrive Yassin al-Haj Saleh.

Dedicato a Kelly e Steve.

In Occidente, e di conseguenza un tutto il mondo, oggi ci sono tre discorsi dominanti sulla Siria (e sul Medio Oriente più in generale).  Il primo è geopolitico;  il secondo culturalista o civilizzatore;  e il terzo potrebbe essere chiamato antimperialista dall’alto verso il basso.

Nell’analizzarli, insieme ai modi in cui il regime siriano di Bashar al-Assad e i suoi seguaci se ne beneficiano, questo articolo mira a scoprire un modello strutturale e discorsivo più profondo riguardante la distruzione della Siria.  Non c’è bisogno di assumere intenzioni malevole o schemi cospirativi, ma non si tratta semplicemente di errori non intenzionali, di calcolo o negligenza.  È in atto una logica più profonda;  una strettamente legata alle strutture degli interessi e delle percezioni occidentali sulla Siria e sul Medio Oriente.  Portare questo alla luce può anche aiutare a riportare la Siria e i siriani nelle discussioni da cui siamo stati ampiamente esclusi dal momento in cui è iniziata la rivolta siriana nel marzo 2011, nonostante la nostra profonda conoscenza dell’oppressione, della violenza e dell’esperienza dell’ essere  messo a tacere.

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Il primo discorso, quello geopolitico, è portato avanti dagli stati, dai think tank tradizionali e dai media. Si parla  in termini di stati: presidenti e governi;  guerra e diplomazia;  inviati speciali degli Stati Uniti, dell’Europa e dell’ONU;  e il “conflitto in Medio Oriente”, o i conflitti.  Negli ultimi tre decenni, il contenuto di questo discorso si è spostato dalla lotta arabo-israeliana e il suo relativo “processo di pace”, che ha dominato la scena fino all’inizio degli anni ’90, alla “guerra al terrore”, che, da allora, ha prevalso.  Quest’ultima è transnazionale, ma i suoi campi di battaglia sono per lo più situati in Medio Oriente.  Per quanto riguarda lo stesso “Medio Oriente”, è un significante in qualche modo flessibile.  Al suo interno sono sempre inclusi Siria, Palestina/Israele, Libano, Giordania, Egitto, Iraq e Penisola Arabica, ma talvolta sono inclusi anche Iran, Afghanistan, Pakistan, Turchia e Nord Africa.  Questo “Grande Medio Oriente” è apparso dopo l’11 settembre e comprende la maggior parte del mondo musulmano.  È una geografia della Guerra al Terrore e della tortura. La Guerra al Terrore, che ha portato alla reintroduzione della tortura li dove era meno praticata, non è affatto una guerra;  è la tortura stessa, praticata dai potenti contro i deboli, senza eccezione a questa regola generale.

Il più grande impegno permanente delle potenze occidentali in Medio Oriente è volto a garantire la sicurezza, la superiorità e il benessere di Israele.  Dopo questo viene la “stabilità” nella regione, che fino a poco tempo fa significava la sicurezza delle rotte petrolifere per l’Occidente capitalista, e tutti i relativi requisiti per sostenere i regimi al potere.  In effetti, dopo una generazione di sconvolgimenti sociali, politici e intellettuali per lo più progressisti a seguito dell’indipendenza (riforme agrarie, scolarizzazione più ampia, servizi migliorati, una vita più attiva per settori più ampi delle nostre società), il Medio Oriente minore ha sperimentato una mortale “stabilità”  dagli anni ’70;  cosa che ha portato ad un governo permanente dei regimi familiari o oligarchici e una crescente vulnerabilità e instabilità per i governati.  Vaste masse di persone sono state costantemente escluse da questa politica di stabilità, che ha prodotto le sue nuove aristocrazie e dinastie .  Il padre di Bashar al-Assad ,Hafez, era uno di questi governanti “stabili”.  Prese il potere con un colpo di stato militare nel 1970 (forse per rifarsi dell’umiliante sconfitta del giugno 1967, quando era ministro della Difesa siriano).  Ha poi fatto affidamento su apparati di sicurezza settarizzati per preservare il potere;  arrestare, torturare e uccidere decine di migliaia di siriani di ogni estrazione politica e ideologica.  Con questi mezzi, è stato in grado di garantire la preziosa “stabilità” in Siria;  così come di “pacificare” il Libano, con il via libera degli Stati Uniti, intervenendo nel piccolo vicino della Siria nel 1976;  e anche di svolgere un vitale “ruolo regionale”, reso possibile solo dalla chiusura assoluta del campo di gioco politico all’interno della Siria.  Attraverso la politica di potere, il regime è stato in grado di accumulare carte da gioco efficaci, in particolare sponsorizzando attori sub-statali in Libano, Palestina, Iraq e Turchia, attori che si sono rivelati risorse utili per l’impegno con le altre potenze regionali e gli accordi con i partiti più potenti  ;  soprattutto quelli americani.  Quelli all’interno della Siria furono relegati alla completa invisibilità, subendo massacri, incarcerazioni e torture scarsamente riportate nel “mondo libero”.  Così Hafez è stato in grado di passare il suo incarico a suo figlio, Bashar, il cui primo slogan era “stabilità e continuità” (istiqrar e istimrar), ciò implicava che le richieste di cambiamento politico erano intrinsecamente destabilizzanti.  Da allora Bashar è stato in grado di uccidere centinaia di migliaia di siriani sfortunati nel lungo corso dell’ultimo decennio, il secondo dei suoi ventun anni di governo.  Vale la pena notare che ciascuna delle rivoluzioni in Tunisia, Egitto, Yemen e Libia ha impedito una svolta monarchica come quella avvenuta in Siria, che ha dunque sperimentato il più grande balzo indietro reazionario nella storia moderna del paese.

Questo discorso geopolitico è intrinsecamente statalista, per cui gli stati (e non più le economie) sono la base della dipendenza politica, indipendentemente dalle relazioni buone o cattive con i poteri veramente sovrani nella regione e nel mondo.  Ciò è tanto più vero nell’era della Guerra al Terrore, quando gli stati del Medio Oriente sono considerati baluardi contro quel Terrore.  Gli stati, per quanto tirannici e barbari, sono le agenzie riconosciute che monopolizzano la violenza mortale contro i settori ribelli del loro popolo disumanizzato.  Un chiaro esempio di ciò che Aníbal Quijano chiamava colonialismo del potere qui messo molto bene in atto, con le religioni (ed etnie) che prendono il posto della razza (ed etnie) in America Latina (e in Africa).  Un pilastro della percezione dominante del Medio Oriente in Occidente è che le comunità minoritarie sono sempre minacciate da una maggioranza araba musulmana monolitica, ed è dovere delle altruistiche potenze occidentali (e della Russia) proteggerle.  E se un’oligarchia usasse questa stessa carta per vendersi in Occidente, dicendo: “Domineremo su bruti che prenderanno di mira le minoranze pacifiche, specialmente i cristiani, se indeboliamo la nostra presa sul loro collo”?  A giudicare dalla nostra esperienza sotto il dominio della famiglia Assad da oltre mezzo secolo, la richiesta di una tale narrativa in Occidente è piuttosto forte.  Il principio coloniale di proteggere le minoranze è ancora  vivo e vegeto in questi tempi neocoloniali.  Genocidi e pulizie sono già qui: uno è in corso in Siria da circa un decennio, sotto la copertura della Guerra al Terrore e della protezione delle minoranze.

Ma qui stiamo già toccando il discorso culturalista, che in quest’epoca di Guerra al Terrore è per lo più incentrato sull’Islam.  (Tra gli anni ’50 e ’80, ci si è interessati maggiormente al nazionalismo arabo e alla “mente araba”.) A parte le minoranze sempre perseguitate, in particolare i cristiani, i suoi principali temi ricorrenti sono la primitività dell’Islam;  il divario sunnita-sciita;  odi e guerre settari primordiali;  e l’inferiorità della civiltà musulmana rispetto a quella occidentale.  L’irrazionalità, la violenza e l’incompatibilità con la democrazia sono visti come gli esiti naturali della civiltà musulmana, ridotta a cultura, ridotta a religione, ridotta a Islam, che a sua volta è per lo più ridotta a Islam sunnita.  L’estremismo e il terrore sono questioni di fede e di istruzione religiosa.  In breve, l’Islam è ora “l’altro”.  La funzione di “altro” svolta da questo discorso vince sull’idea che potrebbe essere il contrario: che l’Islam, e la sua istruzione, sono stati prodotti e riprodotti, e ricevuti e interpretati, durante decenni di disperate e fallimentari lotte per il cambiamento e  un futuro diverso.  Quando il presente è stato eternato attraverso il dominio dispotico, e il cammino verso il futuro è ostacolato dall’eternità stessa, il passato è l’unica strada disponibile.  Anche l’Islam stesso viene riformato e ricostruito in modi che rispondono alle richieste di una lotta continua in condizioni impossibili, nonché in modi che riflettono questa teologia politica dell’eternazione.  Gli estremisti tendono quindi a far derivare, se stessi da una religione che essi stessi producono.  Ma non è questa la sede per approfondire quel fenomeno (l’ho fatto in un recente libro in arabo, The Conquered Imperialists, pubblicato a Beirut nel 2019).

Il discorso culturalista è prontamente consumato dal populismo di destra attualmente in ascesa in Occidente, in parte come effetto boomerang della Guerra al Terrore.  Eppure rappresenta anche un modello di pensiero più diffuso, evidente all’interno di cerchi più ampi.  La formazione troppo semplicistica di questo discorso serve come facile spiegazione di fenomeni complessi;  esonera anche le persone dall’arduo compito di conoscere veramente la storia.

Il discorso culturalista è sempre stato potente nel moderno Occidente capitalista.  L’orientalismo, per esempio, è principalmente un discorso culturalista.  Nella sua famosa tesi sullo “scontro di civiltà”, Samuel Huntington si ispirò a Bernard Lewis, l’orientalista essenzialista per il quale Edward Said non risparmiò nulla del suo disprezzo.  Dopo l’11 settembre, il discorso è diventato un tema comune tra molti in Occidente e, in effetti, nel mondo.  Il legame ontologico tra la religione dei musulmani, da un lato, e il terrore ispirato dall’idea di Terrore islamico, dall’altro, vela la storia, la politica, l’economia politica, le guerre, la tortura, la repressione, la discriminazione, anzi tutto.

Una caratteristica particolarmente interessante del discorso culturalista è il principio della continuità storica omogenea.  La storia è vista semplicemente come il dispiegarsi di un destino avvolto nell’essenza di questa o quella cultura.  Quando Bashar ereditò il potere da suo padre, questo fu considerato come un evento che riguardava la “loro” cultura laggiù in Siria.  L’uccisione di 20.000 persone ad Hama nel 1982 non aveva nulla a che fare con questo.  Allo stesso modo, quando Daesh è emerso nel 2013, era considerato solo un’altra continuità all’interno dell’Islam.  Non ci sono eventi in Medio Oriente;  nessuna rottura;  senza inizio e fine;  niente sorprese e catastrofi;  solo vaste continuità e strutture intrinseche primordiali.  Tali nozioni vanno contro il concetto stesso di storia come un gigantesco arazzo di interazione tra culture e ambienti mutevoli;  una pluralità di attori rilevanti;  e le rappresentanze di innumerevoli persone.

Questi discorsi geopolitici e culturalisti sono complementari in più di un modo.  La priorità geopolitica della stabilità raccomanda l’autoritarismo per i mediorientali e l’altro del culturalista incoraggia l’apatia e l’indifferenza verso le loro società.  Quindi, mentre i nostri stati forse non sono molto buoni, le nostre società sono certamente cattive.  L’empatia è impossibile.  La democrazia non è per arabi e musulmani;  sono sostanzialmente inadatti a questo.  Storicamente parlando, questi due discorsi sono rami dei discorsi nazionalisti e imperialisti impiegati dalle ex potenze coloniali su una regione dalla quale il colonialismo se n’è a malapena andato.  Oggi, il sistema neocoloniale mediorientale poggia su tre pilastri: la supremazia di Israele e la prolungata condizione del popolo palestinese;  l’incorporazione delle monarchie del Golfo nella sfera della sicurezza nazionale degli Stati Uniti;  e la torturante Guerra al Terrore.

Pensare alla regione da tali prospettive geopolitiche e/o culturaliste lascia con l’idea che ciò che si vede in Medio Oriente sia il risultato di dinamiche interne; politiche e culturali in particolare. Suggerisce anche che è sempre stato così, pensando anche alle affermazioni “risalenti a millenni fa”, del “cerebrale” Barack Obama. In effetti, si può definire il Medio Oriente come un sistema in cui gli Stati Uniti, l’Europa e ora la Russia, sebbene geograficamente distanti, sono diventati membri del sistema stesso, con una storia di almeno una grande guerra ogni decennio dal periodo di massimo splendore di decolonizzazione; guerre vinte sempre dal duo Usa-Israele, e ora anche dalla Russia.

Il carattere sistemico del Medio Oriente indica che la maggior parte dei discorsi sull’intervento esterno non ha senso, e dovremmo andare oltre il binomio intervento-non intervento, perché il non intervento è semplicemente inesistente. La questione diventa allora quella della struttura della regione; la sua storia; e come facilitare l’intervento delle stesse popolazioni della regione nelle proprie politiche. Più i mediorientali intervengono nella vita politica dei loro paesi, meno dannosi risultano gli interventi esterni.

Anche in questo caso, il neosultanato di Assad ha dominato questo discorso, e i suoi ideologi hanno da tempo propagato il culturalismo che spiega la politica in relazione alle menti della popolazione, quasi dando l’impressione che il regime sia la vera vittima della maggioranza governata. Fino agli anni ’80 il sottosviluppo veniva spiegato nel linguaggio dell’economia politica e delle politiche economiche. Negli anni ’90 e in seguito, il sottosviluppo è stato pensato come “arretratezza” e il registro esplicativo si è spostato su “cultura”, “civiltà” e “menti”, ripristinando la struttura coloniale. Questa tendenza va intesa come un aspetto dello spopolamento della politica (di cui parleremo più avanti). Ha preceduto la rivolta siriana e si è propagata con forza nei primi anni di Bashar con la neoliberalizzazione autoimposta dell’economia siriana. La svolta culturalista è un elemento dell’ideologia che legittima quello che chiamo il “Primo mondo interno” o i “bianchi siriani”, agli occhi della “comunità internazionale”, anzi il “Primo mondo”. Gli ideologi del regime non sono più baathisti o nazionalisti arabi; sono agenti della colonialità contemporanea del potere, traducendo il Primo Mondo locale in quello occidentale, molti di loro vivono in Occidente e parlano inglese o altre lingue europee. In genere, non elogiano esplicitamente il regime (a differenza dei loro omologhi all’interno del paese). Però, dicono che tutti coloro che si oppongono al regime sono cattivi: islamisti, estremisti e terroristi. Il famoso poeta Adone, che si è preso la responsabilità di ripeterlo più e più volte dall’inizio della rivolta, è solo l’esempio più noto.

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Il terzo discorso è quello antimperialista, o comunque di una certa varietà di esso che pensa all’“imperialismo” come qualcosa di peculiare dell’Occidente capitalista, che è a sua volta l’unica fonte di male a livello globale. Questa visione è stata adottata da molti movimenti e intellettuali di sinistra. È un discorso sugli interventi imperialisti in Medio Oriente e sul sostegno imperialista a dinastie brutali e corrotte e dittatori spietati. Tra le principali potenze imperialiste dalla seconda guerra mondiale ci sono gli Stati Uniti. Questo è abbastanza vero. Non si potrebbe mai esagerare il ruolo dell’imperialismo statunitense nel ridurre il Medio Oriente a uno “spazio d’eccezione” (nella terminologia di Giorgio Agamben), dove la sovranità degli stati viene rispettata solo nei confronti dei loro sudditi, mai contro potenze coloniali aggressive come Israele. Molti paesi arabi dipendono dall’imperialismo statunitense; le monarchie del Golfo e l’Egitto in particolare. Eppure, per qualche ragione oscura e peculiare, il governo dinastico estremamente brutale e corrotto in Siria non rientra nella categoria di questi paesi. È solo dalla rivoluzione siriana che noi, democratici siriani e di sinistra, abbiamo iniziato a renderci conto di quanti pochi alleati avessimo tra la sinistra antimperialista occidentale. Per molti di questi ultimi, la nostra lotta è sta considerata un complotto imperialista di “cambio di regime” guidato dagli americani, in cui siamo strumenti inconsapevoli, o forse coscienti.

Secondo questo discorso, l’unico vero attore è l’imperialismo occidentale; una nozione che ricorda un noto principio teologico nella storia dell’Islam, secondo il quale l’unico vero attore è Dio. L’imperialista divino agisce in un modo che annulla l’autonomia di qualsiasi altro attore; anche i governi “sovranisti” che si danno da fare a torturare e uccidere i loro popoli. Pertanto, coloro che si definiscono oppositori di questa divinità respingono la nostra lotta per la democrazia in Siria, perché percepita come sostenuta da questo imperialismo celeste.

Ma lo era, in effetti? Solo nell’agosto 2011 Obama ha dichiarato che Bashar avrebbe dovuto dimettersi, cioè circa cinque mesi dopo l’inizio della rivoluzione, quando questa era ancora del tutto pacifica. Ha dichiarato ciò perché pensava che l’ondata rivoluzionaria stesse progredendo costantemente e che il regime di Assad sarebbe inevitabilmente caduto, e voleva dimostrare che, per una volta, gli Stati Uniti si preoccupavano dei movimenti popolari nella regione. Aveva detto qualcosa di simile sull’egiziano Hosni Mubarak appena due settimane dopo lo scoppio della rivoluzione al Cairo. In seguito, l’imperialismo statunitense ha fatto del suo meglio per evitare di danneggiare il regime di Assad dopo che questo aveva violato la “linea rossa” chimica di Obama. Il regime che aveva appena ucciso 1.466 dei suoi sudditi usando armi proibite veniva ricompensato per l’impegno in politica volto a costruire un futuro durante il quale sarebbe stato negato ogni accesso ai suoi sudditi. A quel tempo ne aveva uccisi 100.000, perché cercavano di appropriarsi della politica: radunarsi negli spazi pubblici; parlare di questioni pubbliche; e protestare pacificamente (tutto questo severamente vietato dal regime per decenni). Si dà il caso che l’ispirazione per l’accordo chimico tra gli imperialisti statunitensi e russi sia venuta dagli israeliani. Assad è stato salvato, a differenza di almeno mezzo milione di siriani. Nel frattempo, in Occidente, molti antimperialisti si sono congratulati con se stessi per essersi mobilitati contro… che cosa esattamente? Certamente non la guerra, perché infuria ancora, più di nove anni dopo. Invece, hanno applaudito la loro opposizione a punire un delinquente che aveva commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità, usando armi vietate a livello internazionale, contro i civili. Non dimentichiamo mai che le intenzioni effimere di punire il regime non erano dovute al fatto che stava uccidendo i siriani – Dio non voglia – ma piuttosto perché aveva violato una “linea rossa” tracciata dai potenti. C’era, e c’è ancora, una possibile discussione sulla legittimità e sull’opportunità di dissuadere il regime chimico, ma l’incoerenza della sinistra occidentale su questo è scioccante. Semplicemente non vedevano persone che stavano lottando per i loro diritti fondamentali. Non abbiamo mai visto una mobilitazione contro l’uccisione dei siriani, né una solidarietà simbolica. Un anno dopo il sordido accordo chimico, gli Stati Uniti sono comunque intervenuti in Siria, contro Daesh, senza che ciò suscitasse alcuna protesta da parte del movimento contro la guerra. L’anno successivo, i russi furono invitati dagli iraniani a dare una mano nella protezione del regime genocida. Dopodiché, non passò molto tempo prima che la Turchia occupasse parti della Siria settentrionale, usando una giustificazione molto israeliana: esigenze di sicurezza. L’Iran era già lì dal 2012; una situazione condonata dall’amministrazione Obama come un prezzo equo per l’accordo nucleare che aveva cercato con Teheran. Israele, nel frattempo, occupava il suolo siriano dal 1967. Nessuno di questi stati ha fatto nulla in Siria se non guerra, guerra e ancora guerra.

Oltre ad essere estremamente centrata sull’Occidente, questa teologia antimperialista dall’alto verso il basso si rende imperialista negando l’autonomia della nostra lotta dalla sua battaglia senza fine e inesistente contro l’imperialismo. In questa negazione, assomiglia al comunismo sovietico, che ha adottato lo stesso approccio dannoso per le lotte mediorientali dopo la seconda guerra mondiale, un fatto che ha paralizzato il comunismo arabo. Non c’è motivo plausibile per aspettarsi risultati diversi da questo antimperialismo imperialista. Vale la pena ricordare qui che il Partito comunista siriano ha vissuto una grande spaccatura all’inizio degli anni ’70 proprio sulla questione dell’indipendenza nei confronti dell’Unione Sovietica in quel momento. Pochi anni dopo la scissione, i sostenitori dell’indipendenza erano in carcere; ero uno di loro, all’epoca studente universitario. I seguaci di Mosca in quei giorni sono oggi seguaci del regime, e lo sono stati per tutto l’ultimo mezzo secolo. Il loro leader ha passato il suo incarico alla vedova dopo la sua morte a metà degli anni ’90, e lei lo ha passato a sua volta al figlio quando è morta nel 2012.

Ciò non significa che il comunismo dinastico sia l’unico elemento che difende il regime con pretesti antimperialisti. Il regime strumentalizza anche le sue vecchie credenziali nazionaliste arabe quando è necessario. È così tragicamente interessante assistere a un regime dinastico e assolutista che denuncia i complotti imperialisti, il tutto mentre governa il paese con metodi coloniali di tortura, divide et impera, eccezioni permanenti e accumulazione primitiva, e trasforma il paese stesso in un protettorato di due potenze ultranazionaliste: Russia e Iran.

È la fissazione degli antimperialisti per l’alta politica che ha reso possibile questo uso reazionario dell’antimperialismo contro la lotta siriana per il cambiamento. L’alta politica è essenzialmente incompatibile con le lotte sociali, poiché consegna il subalterno a un’ulteriore subalternità e invisibilità. Tutto ciò che serve sono gli imperialismi e i loro derivati.

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Questi tre discorsi hanno qualcosa in comune? Sì: sono tutti spopolati (prendo in prestito il termine da Grotke). Non vi compaiono persone in loro; nessun nome; niente storie; nessuna comunità; niente classi; nessuna società, attivisti politici, intellettuali, attivisti per i diritti umani, donne e uomini che lottano per la vita. Eravamo completamente invisibili, anzi inesistenti. Questo spopolamento rende i tre discorsi una continuazione dei discorsi e delle pratiche del regime di negare ai siriani sia i diritti che il libero arbitrio. I discorsi spopolati sono una corrispondenza naturale per l’uso di armi spopolanti, come Sarin e cloro, barili bomba e fosforo bianco, contro i civili siriani.

I tre discorsi sono anche deterministici, anzi fatalisti. Cambia solo il determinante: geopolitica; cultura o civiltà; e l’imperialismo divino, rispettivamente. Il determinismo è un prodotto dell’ignoranza circa la pluralità, la diversità e la complessità delle società mediorientali. La storia delle lotte disperate per la giustizia e la libertà di così tante persone in Siria e nella regione è ugualmente ignorata, o ricordata solo selettivamente.

L’istituzione dei siriani che lottano per la democrazia e la giustizia sociale è negata dai tre discorsi spopolati su tre livelli: politico, etico ed epistemologico.

L’istituzione politica viene negata relegando le lotte siriane a scontri primordiali, irrazionali, infra-politici e infra-storici di sette e credenze, ciò quando i siriani non vengono semplicemente visti come burattini di potenze straniere. I siriani non sono percepiti come persone che combattono per la libertà e il cambiamento politico nel loro paese. La loro storia non riguarda la democrazia, la giustizia sociale e la dignità umana. O è “cambio di regime”, fanatismo religioso o guerra per procura. L’ascesa dell’islamismo nichilista dopo la guerra del regime contro la rivoluzione è stata usata contro i siriani per poterlo considerare indegni di simpatia o sostegno, piuttosto che essere vista come il risultato più probabile di una giunta dinastica che politicizza il popolo e spopola la politica da decenni. Si dà il caso che l’ideologia religiosa fosse in parte un linguaggio e un simbolismo che aiutava molti a riunirsi, cooperare e possedere la politica; vale a dire, difendere la propria istituzione politica, sebbene quel bisogno fondamentale sia sempre stato immediatamente sacrificato e tradito da strutture organizzative estremamente elitarie e da un immaginario imperialista: jihad, conquista e impero. Gli islamisti, in particolare i jihadisti, soffrono per l’assenza di vita politica meno di noi democratici e di sinistra. In effetti, sono i più adatti a sopravvivere in condizioni di politicidio a lungo termine. La religione è la politica di una società senza politica, potrebbe dire un musulmano Marx. Coloro che soffrono di più sono coloro di sinistra, i democratici e i laici la cui condizione stessa di sopravvivenza è lo spazio pubblico, o almeno spazi privati ​​sicuri. Siamo stati decimati più e più volte dagli anni ’70.

Aggiungerei che il fascino morboso e di lunga data dei media occidentali per Daesh dà l’impressione che l’organizzazione selvaggia stesse soddisfacendo un bisogno reale: stava alimentando la macchina dell'”altro” per lavorare a pieno regime. Era davvero il gioco di Daesh.

La negazione dell’agire etico non è meno ovvia quando il regime chimico è trattato come un male minore rispetto all’islamismo nichilista, Daesh e al-Qaeda, sono il male maggiore. È sempre odioso confrontare i mali (e le sofferenze) in questo modo, ma quando l’entità responsabile del 90% delle morti siriane è un “male minore”rispetto a coloro che sono responsabili di circa il 5%, possiamo solo concludere che le nostre vite e le nostre morti sono irrilevanti per chi sostiene questo punto di vista. Questa è la posizione dei fascisti occidentali, che sono strenui sostenitori di Assad, per inciso. I tre discorsi condividono anche l’incapacità di difendere il diritto delle persone comuni di dire cosa è bene e cosa è male per loro.

L’agenzia epistemologica è ugualmente negata. Ho avuto l’infelice opportunità in diverse occasioni di testimoniare che non siamo noi – attivisti e intellettuali siriani – le principali fonti di informazione e analisi sulla nostra lotta. Nella migliore delle ipotesi, siamo fonti di citazioni; raramente di analisi o teoria. Vuoi sapere della Siria? Leggi Patrick Cockburn! Vuoi dimostrare che non ci sono bravi ragazzi in Siria? Leggi Robert Fisk, il giornalista embedded e amico intimo delle violente agenzie di sicurezza mukhabarat di Assad. Volete sapere della strage chimica dell’agosto 2013? Leggi Seymour Hersh. Per assicurarti che i White Helmets sono terroristi, creati e sostenuti dall’imperialismo, leggi Max Blumenthal e segui Russia Today. Vuoi conoscere i migliori cinque libri sulla lotta siriana? Ebbene, capita che nessuno dei loro autori sia siriano, secondo Nikolaos van Dam, il pioniere di quello che si potrebbe chiamare il “principio del determinismo settario” nello spiegare la politica siriana al pubblico occidentale (il defunto “di sinistra” Fisk condivideva questo “principio del determinismo settario” con van Dam). Sembra che i siriani non possano rappresentarsi o parlare da soli. La causa del subalterno sembra essere il subalterno stesso: c’è bisogno che gli altri parlino per loro. Idealmente europei o americani.

OK. Ma allora perché difficilmente si riesce a trovare un singolo libro interessante, o carta, o anche un articolo scritto da queste persone sulla Siria? Perché la letteratura occidentale sulla Siria è piena di semplificazioni, generalmente priva anche del più piccolo tocco umano? Perché Chomsky nel corso di un decennio non è riuscito a scrivere un breve articolo sulla Siria, dicendo qualcosa di significativo? Perché è impossibile per i nostri fratelli antimperialisti rispondere, quando gli viene chiesto della Siria: “Non lo sappiamo! Il paese è stato isolato dal resto del mondo per molti decenni, quindi forse abbiamo cose da imparare dai siriani stessi e dovremmo chiederglielo! Lavoriamo insieme a loro per capire meglio il nostro mondo condiviso!”

Per rispondere a queste domande, è necessario rispondere anche a un’altra domanda: cosa significa questa negazione globale dell’agire? La mia risposta di una sola parola è: razzismo. Ho detto sopra che il male minore nel tipico occhio occidentale è responsabile della morte del 90% delle vittime siriane. Questo va oltre la negazione dell’istituzione. Qui siamo già nel territorio della razzializzazione e della disumanizzazione.

Il razzismo non deve necessariamente assumere la forma di esiliare le persone dall’umanità, ma può assumere la forma di esiliarle dalle discipline umanistiche; i metodi e gli strumenti attraverso i quali studiamo le altre società come facciamo con la nostra. I suddetti tre discorsi deterministici, eccessivamente semplicistici e teologici, spopolati e spopolanti, non consentono l’emergere delle scienze umane nello studio della Siria e del Medio Oriente. Le scienze umane emergono solo attraverso lo smantellamento di questi discorsi.

È un’accusa che l’anti-imperialista dall’alto verso il basso sia razzista? Non farò alcuno sforzo per dimostrarlo o smentirlo, ma quello che penso dimostra facilmente che a loro non interessa la gente comune in Siria. A loro non interessa sapere della lotta disperata del popolo siriano. A loro non interessa protestare contro un massacro. Non riescono a trovarsi dentro di sé per esprimere solidarietà ai prigionieri in condizioni indicibili, e nemmeno per firmare una dichiarazione di condanna dei criminali di guerra in Siria. Questa apatia è radicata nella struttura stessa dell’anti-imperialismo dall’alto verso il basso. Dalle loro altezze olimpiche, accade spesso che gli antimperialisti verticistici – che non rischiano assolutamente nulla nella loro eterea lotta contro l’imperialismo divino – incolpano coloro che perdono molto; anzi che hanno già perso tutto nella loro lotta per i loro diritti fondamentali; semplicemente per non aver visto il mondo, e anche il proprio paese, nel modo in cui lo vedono questi luminari. Apparentemente, ci vuole un’identificazione dogmatica con il bene universale perché gli antirazzisti agiscano in modo razzista. Questa identificazione è un fenomeno pan-occidentale e ha versioni di sinistra, di destra e mainstream.

In risposta a questa sorte infelice, sembrerebbe che gli attivisti e gli intellettuali siriani debbano essere intimoriti fino al silenzio; schiacciato sotto il peso del nostro subalterno, profondo complesso di inferiorità e l’autorità di questi monopolizzatori del discorso legittimo (gli agenti dei suddetti tre discorsi); o adottare queste forme di discorso per noi stessi, perché chi siamo noi per sfidare autorità così potenti! Questo porta all’autodistruzione. Alcuni di noi cercano di avere tutto: interpretare la nostra lotta in un modo che piaccia agli antimperialisti verticistici. Il tentativo è vano, per quanto posso dire.

È un ritornello persistente in Occidente dire che la Siria è “complicata”. Lo è. E questo distrugge l’identificazione e l’empatia. Le persone fuggono dalla complessità come la peste. Spero che quanto ho scritto sopra dimostri la logica strutturale di questa “complessità”. È una funzione dei discorsi dominanti, spopolati, antidemocratici, e del fatto che il Medio Oriente è la regione più internazionalizzata del mondo; un luogo dove il colonialismo non è mai finito. È “complicato” perché ci sono così tanti elementi che complicano, attivi e potenti.

Dal punto di vista delle vittime, tuttavia, la storia non è particolarmente complessa: è una storia di dolori inauditi, innumerevoli tragedie, infinita disperazione e assoluta assenza di mondo.

Per fortuna, ci sono molte persone oneste e modeste che sono in grado di dire: “Non lo sappiamo; cercheremo di imparare”, e che si schierano con coloro che sono effettivamente coinvolti nella lotta, invece di predicare loro dall’alto. Per un tale antimperialismo di base, il cui punto di partenza sono le lotte qui e ora per i diritti fondamentali, non abbiamo ancora sviluppato un discorso a tutti gli effetti che si elevi per andare incontro alla distruzione senza precedenti del paese e risponda alle progressivamente complicate, condizioni mediorientali, globali e planetarie. Ma credo che siamo in una posizione migliore per combattere l’imperialismo combattendo la “colonialità del potere” quando possiamo semplicemente vivere al sicuro nel nostro paese, parlare di questioni pubbliche e dire che il nostro leader eterno forse non è affatto eccezionale. Hai rischiato la vita se hai detto questo nella “Siria di Assad” prima della rivoluzione, e lo fai ancora oggi.

È un grande compito per noi sviluppare un nuovo discorso di emancipazione, dato che gran parte del mondo è in Siria ora, e tanti siriani sono dispersi in tutto il mondo (poco meno del 30% della popolazione), ma tanto vale iniziare il processo. Pensare al Medio Oriente come a un’unità analitica dove non è possibile separare la Siria da Palestina-Israele, da Iraq e Libano, da Egitto e Golfo, da Iran e Turchia, e allo stesso tempo pensare alla Siria come un micro-Medio L’Oriente, anzi un suo microcosmo, potrebbe essere un punto di partenza rilevante. L’emancipazione è una questione di resistenza a tre poteri disumanizzanti: regimi oligarchici politici che offuscano il confine tra politica e criminalità; l’islamismo nichilista, con la sua combinazione di vittimismo e ideali e aspirazioni imperialiste; e potenze sia imperialiste (USA, Russia, Francia) che sub-imperialiste (Israele, Iran e Turchia), insieme ai loro delegati sub-statali, che condividono tutti l’impossibile distruzione dell’impossibile rivoluzione.

L’emancipazione è anche una questione di ripopolamento dei nostri discorsi e pensieri. La politica popolata, alias democrazia, riguarda le persone che rappresentano se stesse; rientro da assenza forzata;parlando a loro nome; e affermando la propria presenza.

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