Lettera a Samira (15)

il

Pubblicato il 9 dicembre 2019 su Aljumhuriya

Di Yassin Al Haj Saleh.

Traduzione di Nurah Elassouad

“Hai visto com’è bella la luna?”, ti chiedo mentre torniamo a casa la sera, mentre insieme percorriamo il tratto di strada che ci porta dalla fermata del microbus a casa nostra nel sobborgo di Qadissiya. “Tu sei più bella della luna”, rispondo in fretta alla mia domanda prima che lo faccia tu, come fai sempre, senza lasciarmi finire, mentre ti mordi il labbro inferiore ridendo, facendo l’occhiolino e provando un po’ di pena per il tuo compagno e le sue modeste e limitate doti da corteggiatore.
Mi dici: “Bye Habboub!”, mentre esci e “Divertiti Habboub”, quando ti chiamo per dirti che rientrerò a casa la sera tardi. Oppure: “No, amore mio, non mi serve niente”, quando tornando a casa ti chiamo per chiederti se hai bisogno di qualcosa. Tu sei capace di trasmettere amore ad ogni cosa Sammour, lo fai con generosità, tu straripi d’amore e riscalda il cuore sapere che questa tua sorgente abbia mai smesso di donare amore da 13 anni ormai.
Ti piace il caffè fatto dalle mie mani, te lo preparo e pulisco quello che cade puntualmente sul fornello mentre mi lamento piagnucolando: “La vita è dura!”. Fai finta di essere triste come fanno le mamme e dichiari la tua solidarietà a questo povero uomo lamentoso.
Parliamo delle nostre giornate, di quello che ci capita, di cose futili che non hanno importanza, ma che noi rendiamo nostre, a volte anche con un pizzico di cattiveria parlando dei nostri amici e conoscenti. Ti ricordi la signora “Depressione”? Era così che chiamavamo la signora dall’espressione spesso depressa. Ti Ricordi “Dove siete” il nome che avevamo attribuito al nostro amico che quando ti vedeva o mi vedeva, ci chiedeva “Dove siete?” Questa malizia benigna è una delle tante cose che mi manca Sammour, queste piccole cose nostre che formavano il nostro mondo.
Mi incoraggiavi ad uscire di casa, a incontrare gli amici per cambiare aria e muovermi, non ti lamentavi che tuo marito fosse sempre fuori casa perché sapevi che questo marito cercava ogni scusa per non uscire. Si, è vero, non parlava molto e credeva che la sua espressione muta ti arrivasse e tu lo facevi contento quando gli dicevi che ti arrivava davvero.
Anche io ti spingevo ad uscire, a viaggiare, non solo a Homs da Najat, Fatima e i tuoi fratelli, ma anche a visitare i tuoi amici ad Aleppo o Latakia, oppure i miei a Al Raqqa. Non ti piaceva viaggiare da sola, volevi sempre che viaggiassimo insieme, e le poche volte che sei partita da sola, a Homs generalmente, mi sei sempre mancata subito, anche solo dopo due giorni. E dopo aver insistito perché tu partissi ti chiamavo per raccomandarti di divertirti e poi ti chiedevo “Quando ritorni?”. Ti ricordi quando ti venni a prenderti al terminal degli autobus? Eri di ritorno da Homs. Quel giorno presi il microbus sbagliato e arrivai in ritardo, tu eri già andata via e ti eri incamminata verso casa a Qadissiya . Mentre tornavo, deluso, decisi di passare all’ufficio della compagnia di trasporto AL- Ahlya per ritirare un pacco che mi era stato inviato, solo una volta arrivato e avendo trovato l’ufficio chiuso, mi ricordai che era venerdì! Lo sbadato aveva deciso di fare qualcosa di buono, si era impegnato, ma non ci era riuscito, ma come al solito tu eri lì a consolarlo e a non mortificare mai questo maldestro.
Durante la tua assenza mi alterno tra periodi di solitudine in cui sento la tua mancanza e un mischiarmi tra la gente da cui desidero scappare per tornare nel mio silenzio. Penso che la famiglia sia la soluzione ideale in questo alternare di momenti. La famiglia è quella piccola parte della società dove possiamo essere da soli e in compagnia allo stesso tempo, dove possiamo protegge la nostra intimità pur esaudendo il nostro bisogno di socializzare. Con te parlavo di cose o di persone, sapevo che con te potevo sbagliare o trasgredire, potevo esser ingiusto oppure indulgente, esitare o contraddirmi, potevo cambiare parere dopo poco, tornare indietro sui miei passi, come se avessi bisogno di testare l’effetto delle mie parole su di te, leggevo la tua opinione dall’espressione del tuo viso: quando non eri d’accordo protestavi, ma trovavi sempre il modo più dolce per rendere la mia regressione più facile. La famiglia è anche il posto per un rimprovero amorevole, una seconda coscienza, mi chiedo se per te ero lo stesso? Lo spero e lo penso, ci aiutavamo a vicenda a superare le nostre prime emozioni.
Eri la mia famiglia Sammour ed io ero la tua, eravamo insieme un’oasi di due persone, eravamo un rimedio contro la solitudine e una soluzione per la nostra necessità di intimità. Eravamo la coscienza reciproca uno dell’altro.

Mi ha fatto male e mi punisco ricordandola sempre, una frase che a volte dicevi alla nostra vicina quando bussava alla nostra porta per chiederti di unirti a lei per bere il matè:” Yassin, è in visita da me!”. Con questo commento volevi dire che il sottoscritto trascorreva giorni nella sua stanza, occupato, senza quasi mai parlare.

Difficilmente mi esprimo con parole sentimentali. Provengo da una società dove gli uomini non sanno esprimere quello che c’è nei loro cuori. Non perché siamo crudeli o duri, lo sai bene, ma nascondiamo la fragilità del nostro animo con il silenzio, perché temiamo l’esposizione che l’amore implica. Abbiamo persino paura dell’amore e delle donne, davvero. Esse sono consapevoli della nostra debolezza che non può essere nascosta all’infinito e non sembrano proteggere i loro cuori come facciamo noi. Ho notato più volte che le donne, nel nostro ambiente e altrove, sono più coraggiose degli uomini, e non solo in amore.

Durante tua assenza, la mia vita è divisa tra il mio lavoro che svolgo in solitudine e la vita sociale tra amici e conoscenti, e poi la mia vita con te quando sono solo, come nella maggior parte del mio tempo, ma a volte questa si mescola con il lavoro e persino con la vita sociale e pubblica. Gestisco meglio la miscela di amore e tristezza quando sei con me, quando sono solo. Ci riesco più difficilmente quando non sono solo, specialmente quando succede che sto parlando di te di fronte a un pubblico.

La solitudine non è meno depressiva quando faccio acquisti, compro cibo e provviste per la casa. Come se questo gesto quotidiano accentui i miei sensi di colpa per la tua assenza. Soffoco come mia mamma quando uno dei suoi figli mancava: non le piaceva più il cibo e le bevande, soffocava veramente. A volte la depressione si impone con una presenza pesante. Ma non preoccuparti Sammour. Non diventerò “Il Sig. Depressione”, come la nostra amica scomparsa da anni, anche se la mia depressione è disperata. Nella tua assenza, sono più disperato di prima. Cerco nella disperazione un punto di incontro tra il coraggio e la tristezza causata dall’orrore delle nostre perdite. Si combatte mentre si piange. Questo disperato sa che non si fermerà e troverà in sé stesso, in te, nei suoi sogni e nei suoi amici, l’energia che lo aiuterà a continuare.

Spero che il tuo nome divenga il simbolo di una lotta eroica e disperata, di una lotta per la libertà, la giustizia e la dignità, e che questa tristezza sia solo un momento di una lotta coraggiosa e generosa. La tua leggendaria assenza rende il nostro caso una questione di conoscenza e verità, oltre ad essere un caso di giustizia e libertà. La conoscenza è sempre stata la mia richiesta più importante. Dopo la tua assenza, ho iniziato a mettere in discussione la saggezza di tutto ciò. Quello che è richiesto è la dignità, una vita dignitosa fatta di buone azioni. Questo dovrebbe essere anche lo scopo e il significato della conoscenza. Cercare te, sapere di te, incontra questo significato, gli dà la motivazione più forte e rende la conoscenza un atto di giustizia e dignità. Prima, forse la ricerca della conoscenza mi aveva allontanato e portato via. Ma la ricerca della conoscenza stessa è ciò per cui sei diventata un nome, Sammour. Il tuo è diventato il nome di ciò che voglio sapere. Sei l’assente sconosciuto la cui conoscenza è richiesta.

Forse la conoscenza salva i suoi cercatori o li distrugge, ma l’incubo di coloro che vogliono sapere è di non sapere, dì non sapere mai!

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