Lettera a Samira (14)

il

Di Yassin Al Hah Saleh. Originale pubblicato su Al jumhuryia

(Traduzione a cura di Giovanna De Luca)

Ho vissuto il tuo rapimento e la tua scomparsa quasi sei anni fa come la cosa peggiore che potesse accadere a una persona, e la più insolita, nonostante i molti crimini ed eventi atroci che accadono nel nostro mondo.  Tu ed io, in particolare, siamo lontani dal volto più crudele  della vita nel nostro paese, che mostra alcuni degli aspetti più difficili ed inusuali della vita in tutto il mondo;  tuttavia, Sammur, la tua assenza è quanto di peggiore  sarebbe potuto accadere.

Quando siamo stati arrestati da giovani, sia io che tu conoscevamo persone che avevano vissuto esperienze simili ed eravamo abbastanza  preparati per questo.  Sapevamo che  il fatto di essere imprigionati era una possibilità e che questo era un prezzo accettabile da pagare per quello che pensavamo fosse nostro dovere.  C’era un’intera letteratura e una produzione artistica sui prigionieri politici e la loro immagine era molto positiva.

Non ho però trovato alcuna letteratura o produzione artistica sul tema della scomparsa e, in particolare, su coloro che hanno visto sparire il loro partner o la persona amata.  La realtà è che, anche quando parliamo di detenzioni, non si trova quasi nulla in relazione al modo in cui le famiglie o le persone care dei prigionieri vivono questa situazione.  Tuttavia, essendo più frequente la situazione carceraria,  coloro che erano già dell’ “ambiente” conoscevano meglio la situazione delle famiglie dei detenuti.  Le nostre famiglie hanno attraversato questi momenti e anche molti dei nostri amici.  La prigione stessa è diventata un’esperienza ragionevolmente conosciuta grazie a ciò che hanno scritto gli ex prigionieri, a partire da tuo marito e da altri che conosci personalmente.

Dalla sparizione forzata nella nostra generazione, pochissimi sono tornati, se mai fosse tornato qualcuno.  Non so se ci siano testimonianze al riguardo ed è improbabile che queste testimonianze riguardino l’esperienza delle famiglie degli scomparsi, in particolare delle madri e delle donne.  Dico donne perché nella storia del nostro paese sono stati tradizionalmente gli uomini coloro che sono scomparsi e le donne hanno sofferto la perdita e il dolore.  Mia madre era una di loro, e anche la tua.  Mia madre è morta negli anni della mia breve assenza e la tua, durante i lunghi anni della tua assenza.

L’esperienza della perdita è fondamentalmente un’esperienza femminile, nella misura in cui la maggior parte degli scomparsi sono sempre stati uomini.  Questa era la situazione in Siria nella generazione precedente e rimane la norma generale.  Da quel poco che so di altri paesi, un gruppo di donne turche si riunisce una volta al mese per chiedere di sapere dove si trovano i loro figli, scomparsi dagli anni ottanta del ventesimo secolo, e in Argentina le madri degli scomparsi durante quello  stesso decennio si danno appuntamento settimanalmente in una piazza della capitale chiamata Plaza de Mayo.  Sono conosciute come le madri di Plaza de Mayo.  In Marocco, all’inizio di questo secolo c’è stato un movimento per sapere cosa fosse successo a coloro che erano scomparsi durante gli “anni di piombo” (tra gli anni sessanta e gli anni ottanta del secolo scorso), ma sembra che le famiglie fossero meno organizzate e le autorità abbiano chiuso il fascicolo.  La nostra situazione è più complicata, Sammur.  Nella nostra generazione, c’era solo un responsabile delle sparizioni: il regime.  Tuttavia, oggi il regime non è più l’unico responsabile, ci sono anche Daesh, l’esercito dell’Islam e altri.  Si parla di 98.000 dispersi, le cui famiglie all’interno della Siria non possono organizzare alcuna azione contro i responsabili, mentre, all’estero, tutto è molto disperso.

Ci sono pochi scritti, testimonianze, romanzi, storie o poesie, quindi non si può parlare di una  letteratura sulla scomparsa così come si parla della letteratura carceraria.  Essendo questo fatto così insolito, non so a chi rivolgermi affinché mi aiuti a gestire questa esperienza.  Senza fonti scritte, la più vicina come vera fonte a cui rivolgersi è mia madre, come ha vissuto la mia breve assenza e successivamente quella di due dei miei fratelli.  Dico che era una breve assenza perché sapevano dove eravamo e ci visitavano di tanto in tanto.  In tua assenza, mi identifico con mia madre e con le madri i cui figli non ci sono.  Sono diventato madre di mia moglie scomparsa, madre per te, Sammur.

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La tua assenza mi fa vivere un’esperienza del tutto femminile.  In quest’ esperienza, che vivo da più di settanta mesi, sono sopraffatto dalla crudeltà e dall’orrore che le donne sopportano, soprattutto perché solo alcune di loro possono essere coinvolte in alcune azioni positive da parte del prigioniero o dello scomparso e molto raramente possono trasformare la loro angoscia  per i propri cari scomparsi in una causa generale.  Coloro che sono  prigionieri, non di rado sono violentati, quando ciò accade sono ancora meno quelli che sono in grado di descrivere la propria esperienza e alcuni sono stati ripudiati dalle loro famiglie o addirittura uccisi per salvare l’onore. Salvare l’onore è di per sé un disonore che non può essere pulito.

Non c’è nulla che possa essere equiparato alle esperienze degli uomini.

Sono stato in grado di seguire la tua causa con l’aiuto di amici, eppure non sento di avere la forza, la fermezza e il coraggio di mia madre.  Come ha potuto lei e molte altre madri sopportare così tanto dolore per così tanti anni?  Non smetto mai di stupirmi, soprattutto perché una grande percentuale di loro non aveva a disposizione strumenti, né parole, né immagini, né linee o melodie che servissero a rappresentare le loro esperienze dolorose e presentarle nello spazio pubblico, per ottenere solidarietà e sostegno.  In assenza di questi strumenti, l’assenza è doppia o totale, ed è aggravata dalla mancanza di un’organizzazione che avvicini le famiglie e rafforzi i loro legami.

Forse le lacrime aiutano. Aiutano le donne più degli uomini, perché gli uomini, sin dall’infanzia, sono stati abituati a nascondere le lacrime.  Ero uno di loro.  Quando mia madre morì,  appena c’erano lacrime nei miei occhi e mi sono arrabbiato con me stesso per questo.  Avevo bisogno di piangere, ma non potevo.  Dopo la tua assenza, sono cambiato.  Quanto sono cambiato!

Per non crollare ho utilizzato molti modi Sammur, anche le lacrime.  Non riconosco nella mia esperienza ciò che il mio amico Souad Labbize afferma e cioè che le lacrime abbiano “una funzione poetica”, la funzione di “far rivivere un volto distrutto”.  Penso che le lacrime compensino l’assenza di parole o l’ incapacità di esprimerle. Rivelano la mancanza di parole e sono in grado di rappresentare l’esperienza, come se fossero un’alternativa o un complemento alle parole.  Forse le donne piangono di più perché sono private in misura maggiore delle parole, mentre gli uomini piangono meno perché a loro ciò non accade.

Una delle dimensioni che semplifica questa mia trasformazione è che praticamente tutti i miei eroi sono donne, a differenza di quanto accadeva solo pochi anni fa.

Per anni, il motto femminista “ciò che è personale è politico” riassume la mia esperienza ancor prima di sapere che una delle mie eroine, Hannah Arendt, vede in questo motto una descrizione della condizione dei rifugiati.  In qualità di rifugiati, il personale e il politico si influenzano a vicenda.  Non vedo alcun problema nella parola rifugiato, Sammur, a differenza dell’intellettuale ebrea tedesca, che aveva vissuto come rifugiata in Francia per anni, prima di stabilirsi definitivamente negli Stati Uniti.  La parola in cui non mi riconozco è “esiliato”.  Oggi provo a trovare un posto per me tra le parole, lo cerco e non sempre riesco a trovarlo.

Né riesco a trovare le parole per descrivere la tua assenza, il tuo posto posto, vuoto da anni.  Immagino che abbiamo bisogno della teologia e del suo linguaggio per rappresentare la tua lunga assenza.  Ciò che è personale qui è religioso e politico, e ciò che è religioso è politico e personale.  Questo apre un grande dibattito che spero possa continuare.  Nelle esperienze storiche della religione non troviamo quasi nulla che regga il paragone di fronte alla nostra esperienza generale negli anni della rivoluzione o nella nostra esperienza personale della tua assenza.  Partendo da questo, possiamo costruire cose importanti, nuovi inizi libertari.

L’esperienza mi ha cambiato, Sammur, e sai che era da tempo che desideravo cambiare.  E sebbene rimanga una delle peggiori cose che possono accadere a un uomo, non è a causa di considerazioni virili sulla protezione di mia moglie o della persecuzione dei miei nemici, ma perché so che l’esperienza totalmente inaspettata è stata dannosa per te e  che ciò che ti ha aiutato a sopportare cinque mesi a Duma dopo che me ne sono andato è stata la prospettiva che sarebbe finita presto e che avremmo vissuto insieme, finalmente, “una vita degna di essere definita tale”.  Il tuo dolore di fronte all’imprevisto e, soprattutto, quanto sia orribile quel dolore, è ciò che mi affligge e semina il dolore nel mio cuore ed è il motivo per il quale mi sforzo di essere la sua casa e famiglia, e anche il suo narratore.

Ciò di cui non ero a conoscenza prima è il fatto che il cambiamento è un’esperienza tragica  in generale.  Non furono solo i lunghi anni di prigione a cambiarmi, ma anche la morte di mia madre.  Il prezzo della mia trasformazione  è stato il fatto di trovarmi a vivere come un rifugiato, e quasi immediatamente dopo, la tua assenza.  Una donna mi ha dato la sua vita e un’altra, la sua presenza e la sua libertà, per farmi cambiare due volte.  A volte, penso, Sammur, pago un prezzo terribile per la mia avidità, per il mio profondo desiderio interiore di cambiare di nuovo, per vivere una terza vita.  Due vite non sono state abbastanza per me.  La parte più profonda della mia libertà e del mio rinnovamento ha un carattere tragico; l’ ho portato con me con zelo, come un destino “scritto sulla fronte” in qualche modo.

Per quanto riguarda la tua assenza, mi impegno affinché la trasformazione di cui stai pagando il prezzo, senza che io sia in grado di aiutarti, sia una trasformazione  che possa avere un significato e una libertà generalizzati che possano essere utili anche per gli altri.  Non abbiamo avuto figli: forse il nostro contributo al cambiamento generale è quello di essere diventati il seme che lasciamo a chiunque verrà dopo.

Dico “il nostro contributo” perché sei sempre presente, sei la protagonista e lo stimolo al contributo, perché il mio impegno come trasformatore, come madre tua, è di rendere la tua assenza una forza trasformatrice generale, che vive, ha significato, e  rimane.

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