L’operazione turca e l’origine delle guerre che verranno

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Introduzione e traduzione a cura di Piero Maestri.

“Questo articolo è stato scritto l’11 ottobre 2019, proprio nei primissimi giorni dell’operazione turca nel nord della Siria e risulta in alcuni casi già superato dagli eventi. Resta comunque interessante come posizione di un collettivo siriano, impegnato nella rivoluzione contro il regime di Assad, che prova a ragionare con lucidità sugli scenari che l’operazione turca potrebbe aprire”

Articolo originale su Al-Jumhuriya

Nonostante le veementi dichiarazioni internazionali e arabe di rifiuto dell’operazione militare turca avviata lo scorso mercoledì pomeriggio (9/10/2019), e nonostante le molteplici dichiarazioni statunitensi riguardo le dure sanzioni che Ankara dovrà affrontare in caso dovesse superare una serie di linee rosse che nessuno ha definito con precisione, l’entità e la natura delle operazioni militari condotte dall’esercito turco, con il sostegno delle fazioni siriane che dipendono da essa, suggeriscono che la Turchia abbia ottenuto una tacita approvazione da parte dei paesi che dominano la geografia siriana – a partire dagli Stati Uniti e dalla Russia – per strappare il controllo delle città e dei comuni siriani ai combattenti delle forze democratiche siriane (FDS) lungo il confine con la Turchia.

Il modo in cui Trump ha annunciato il ritiro delle forze statunitensi dalla Siria lunedì scorso(7/10/2019) ha dato l’impressione che gli Stati Uniti dessero all’esercito turco via libera per fare tutto ciò che desidera e che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati completamente dalla zona della Yazira siriana; tuttavia, le successive dichiarazioni dello stesso Trump, di funzionari del Pentagono e membri del Congresso hanno fatto rivedere tale impressione e portato alla convinzione che l’operazione militare turca sarebbe stata limitata all’area tra Ra’s al Ayn / Serê Kaniyê e Tal Abyad, senza entrare troppo in profondità nel territorio siriano.

Tuttavia l’operazione turca è iniziata con il bombardamento con missili e artiglieria, oltre al bombardamento aereo, in particolare contro il territorio di confine lungo circa 400 km tra Ayn Diwar, vicino al fiume Tigri all’estremità orientale della Siria, fino a l’area rurale della città di Ayn al-Arab/Kobane, nei pressi dell’Eufrate, passando per Al-Malikiya/Dêrika, Qamishle, Amuda, Derbasiya, Ra’s al-Ayn e Tal Abyad. Ci sono anche stati bombardamenti aerei sulle posizioni della FDS all’interno della provincia di Raqqa, vicino ad Ayn Issa.
Vista l’estensione delle aree interessate, è difficile prevedere quale potrebbe essere l’entità dell’operazione e i suoi limiti sul terreno, ma gli assi principali su cui si sono concentrate le battaglie e le invasioni di terra che sono iniziate la notte tra mercoledì e giovedì si mantengono, fino al momento della stesura di queste righe, principalmente nel limite dei dintorni delle città di Tal Abyad e Ra’s al-Ayn, dove le forze turche e siriane sono avanzate ed hanno preso il controllo di numerosi villaggi e colline a est e ad ovest di entrambe le città, dopo aver combattuto più o meno violentemente con i combattenti della FDS.

Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, i bombardamenti turchi nei primi due giorni hanno causato dieci vittime civili in diverse aree, mentre gli scontri e gli attacchi reciproci hanno causato la perdita di quaranta combattenti da entrambe le parti. Inoltre, hanno provocato la fuga di settantamila civili, per lo più abitanti di Tal Abyad, Ra al-Ayn e Derbaya, molti quali si sono trasferiti in aree lontane dalle operazioni, in particolare nella provincia di Hasake.
Le truppe SDF hanno risposto ai bombardamenti turchi con colpi di mortaio e missili Katyusha su Jarabulus e dintorni, nella zona rurale nord-orientale di Aleppo, dove dominano le fazioni dell’operazione Scudo dell’Eufrate, partigiani della Turchia, che ha causato morti e feriti tra i civili. Hanno anche raggiunto le città turche di Akçakale e Nísibis, provocando anche in quel caso morti e feriti tra i civili.

Sembra che le forze turche intendano circondare le città di Tal Abyad e Ra al-Ayn per costringere i combattenti della FDS a ritirarsi per paura di essere completamente accerchiati, in maniera da facilitare l’ingresso delle forze offensive in entrambe le città. Le operazioni di terra sembrano indicare che intendono anche prendere il controllo di entrambe le città e della striscia di confine tra queste, addentrandosi ad una profondità sconosciuta in territorio siriano.
Tenendo conto delle dichiarazioni di Trump e dei funzionari statunitensi sul ritiro delle forze statunitensi dall’area delle operazioni e sui limiti che Ankara non dovrebbe superare, è probabile che l’incursione terrestre non superi i trenta chilometri, che rappresenta la profondità alla quale finora le forze statunitensi sono arrivate di fronte a Tal Abyad e Ra’s al-Ayn e alla striscia che le unisce. Questa analisi corrisponde alle dichiarazioni rilasciate ieri dal Segretario di Stato statunitense sul fatto che la prima fase dell’operazione si concentrerebbe solo su una striscia lunga 120 chilometri e profonda 30 chilometri.

Tuttavia, la mancanza di chiarezza della posizione degli Stati Uniti e l’espansione delle zone di bombardamento oltre tali limiti, nonché l’insistenza dei funzionari turchi che questa sarebbe solamente una fase dell’operazione, lasciano aperta la porta alla possibilità che le incursioni terrestri possano includere in seguito l’intera striscia di confine a est del fiume Eufrate.

A livello arabo, Egitto, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno condannato l’operazione ed hanno chiesto che si fermasse immediatamente. L’Egitto ha inoltre convocato una riunione urgente della Lega araba sabato per affrontare la questione. Il Qatar, individualmente, ha rilasciato una dichiarazione a sostegno dell’operazione.
D’altro canto, a livello internazionale, Francia, Germania e Gran Bretagna hanno respinto l’operazione e ne hanno chiesto l’arresto immediato, mentre la posizione russa è stata ambigua e non decisiva, come quella degli Stati Uniti, sebbene in modo diverso. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato ieri che il suo paese comprende “la legittima preoccupazione della Turchia per quanto riguarda la sicurezza dei suoi confini”, indicando alla Turchia che dovrebbe affrontare i suoi timori attraverso l’accordo di Adana e annunciando che il suo paese “cercherà di stabilire un dialogo tra Ankara e Damasco, così come tra Damasco e i curdi”.
Ha anche aggiunto che l’operazione turca è stata la naturale conseguenza del comportamento degli Stati Uniti nella regione. Da parte sua, Teheran, sebbene abbia ribadito di comprendere le paure di Ankara in materia di sicurezza, ha lanciato un appello, per bocca del suo Ministero degli Affari Esteri, per l’arresto immediato dell’operazione e il ritiro delle forze turche dalla Siria.

Le diverse posizioni internazionali e l’indeterminatezza della Russia e degli Stati Uniti hanno portato lo scorso giovedì a una riunione urgente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che si è conclusa senza che sia stata adottata alcuna risoluzione o annunciata una posizione decisiva sull’operazione. Sembra chiaro che le uniche parti internazionali che possono influenzare il futuro dell’operazione sono proprio gli Stati Uniti – continuando o meno il ritiro dei suoi soldati da altre regioni -, e quindi la Russia, il cui ruolo sarà decisivo nel caso in cui le forze statunitensi continuino il loro ritiro e si disinteressino delle forze democratiche siriane. Sembra evidente che Mosca proverà a reindirizzare la questione per trasferire il controllo di più territorio possibile nelle mani delle forze del regime siriano e dei suoi alleati, unico aspetto che potrebbe far decidere agli Stati Uniti di non ritirarsi da altre aree, per paura che in queste si schierino truppe iraniane, perché questo indebolirebbe la loro posizione nel loro conflitto con l’Iran.

Ancora non sono chiari quali siano i punti di forza su cui le FDS possano fare affidamento in questa battaglia. Di fronte alla determinazione turca di dissolvere le “Unità di protezione popolare” (YPG, secondo il suo acronimo curdo), l’ala militare siriana del Partito dei lavoratori del Kurdistan, la spina dorsale della FDS e che di fatto domina le aree sotto il suo controllo, e di fronte alla evidente intenzione di modificare l’equilibrio demografico nell’area attraverso il ripopolamento con centinaia di migliaia di rifugiati, come ha affermato più volte Erdogan – le FDS, nel caso in cui gli Stati Uniti continuino con il loro ritiro, possono fare affidamento solo sulla Russia e sul regime siriano, il che porterebbe alla loro dissoluzione e all’eliminazione del loro progetto, come confermato ieri dal vice ministro degli Esteri del regime siriano, Faisal Mekdad. Quest’ultimo ha affermato che l’esercito siriano sarebbe disposto a trasferirsi nell’area e proteggerla, a condizione che vengano concordate le “necessarie riconciliazioni”.

È noto che il concetto di riconciliazione, per come lo intende il regime siriano, implica lo scioglimento delle forze armate e delle organizzazioni politiche che non dipendono da esso e la sottomissione incondizionata dei suoi membri e della popolazione delle aree in cui è schierato. Questo è esattamente ciò che Faysal Mekdad ha espresso con chiarezza quando ha confermato il suo rifiuto del dialogo con “coloro che parlano dal punto di vista di una logica secessionista o pensano di essere una forza di fatto che deve essere imposta”.

Il Partito dell’Unione Democratica (PYD, per il suo acronimo in curdo) e i suoi combattenti mancano di alleanze reali nella regione su cui fare affidamento, dato che il suo comportamento quando si tratta di governare e imporre il loro controllo provocherebbe una presa di distanza da parte di tutti, tranne un settore della popolazione curda che lo sostiene, nel caso in cui perda la protezione statunitense. Questo partito ha represso tutte le voci dell’opposizione tra i curdi e ha perpetrato innumerevoli violazioni e crimini contro molte delle componenti della regione. Molti abitanti sono fiduciosi che l’operazione turca servirà a farli tornare nei loro villaggi e nelle loro case da cui sono stati espulsi dalle FDS.

Tuttavia, sebbene questa operazione potrebbe permettere ad alcuni rifugiati di recuperare il diritto al ritorno nelle loro case, l’obiettivo della stessa non è quello, ma ha a che fare con la difesa della sicurezza nazionale turca per come è vista da questo Stato e metterà in moto le dinamiche per una nuova catastrofe che incombe su tutti gli abitanti della Jazira siriana. Un’area che ha già subito una serie di disgrazie a causa della ferocia del regime siriano e del suo comportamento genocida, ed è successivamente caduta nelle nelle mani dei criminali di Daesh e, infine, ha subito operazioni della distruttiva coalizione internazionale e del dominio della FDS sull’intera regione, un dominio che ha portato a tutti i tipi di violazioni, repressione ed esilio forzato e che aggraverà la tensione nelle relazioni già complicate tra i componenti della regione: arabi, curdi, siriaci e assiri

L’operazione turca peggiorerà e complicherà queste relazioni introducendo nella memoria della popolazione nuovi elementi di inimicizia, spargimento di sangue ed esilio forzato, causando conseguenze umane molto gravi ai siriani che vivono nelle aree bombardate della Jazira, soprattutto perché queste aree hanno già ricevuto un numero per niente trascurabile di sfollati, dato che sono rimaste, per la maggior parte, quasi al sicuro negli ultimi anni.
L’operazione ad Afrin permette di prevedere il possibile futuro che attende la regione nel caso in cui l’operazione attuale continui e si espanda. Quell’ operazione ha già portato all’esilio di decine di migliaia di curdi dai loro comuni e villaggi di Afrin e dintorni e al controllo da parte di fazioni che si comportano come bande armate, trattenendo e sequestrando persone, confiscando i salari e imponendo la loro logica, dottrina e fondamentalismo ogni volta che hanno potuto. Ciò spiega la distruzione di molti santuari religiosi e l’imposizione di abiti femminili permessi dalla giurisprudenza religiosa in molte regioni di Afrin.

Non c’è nulla che ci permetta di pensare che il comportamento di queste fazioni sarà diverso nelle aree della Yazira. Inoltre, sappiamo tutti che il loro controllo comporterà la fuga di decine di migliaia di curdi dalle loro case per paura di vendette e rappresaglie dovute alla loro relazione con le YPG curde. Nel meno peggiore degli scenari, questa operazione comporterà un cambiamento nell’equilibrio demografico di Tal Abyad e Ra al-Ayn e dintorni, che aprirà nuove profonde ferite nel tessuto sociale della zona. Nel peggiore dei casi, un ritiro totale degli Stati Uniti comporterà un controllo della Turchia e dei suoi alleati su gran parte della striscia di confine; cioè, sulla maggior parte delle città che storicamente hanno avuto un’alta densità di popolazione curda. Sarebbe un’enorme catastrofe i cui effetti rimarrebbero per generazioni.
D’altra parte comporterebbe anche il ritorno del dominio del regime e dei suoi alleati nelle restanti aree della Yazira, come Raqqa, la zona rurale settentrionale di Deir Ezzor e vaste aree della provincia di Hasake, con conseguenze catastrofiche per la popolazione di quelle regioni e per la causa siriana nel suo insieme. Tutto questo sarà il preludio all’inevitabile normalizzazione delle relazioni tra il regime e la Turchia, sotto la sponsorizzazione russa, il che significherà l’annientamento della causa siriana nella sfera politica, una volta annientata sul terreno.

Potrebbe esserci un altro scenario meno terrificante, ovvero che le truppe statunitensi si ritirino da tutte le regioni con ampia presenza curda e rimangano in quelle con una maggiore densità di popolazione araba nel sud della provincia di Hasake, la zona rurale settentrionale di Deir Ezzor e Raqqa, che implichererebbe letteralmente lo scambio di parte della sua popolazione e sarebbe una tragica farsa nella quale forze arabe assumerebbero il controllo, con il sostegno turco, di aree storicamente curde, mentre le forze curde, con il sostegno statunitense, prenderebbero il controllo di aree storicamente arabe, ripetendo quello che è successo in Afrin e Tal Rifaat. In quei casi le fazioni dell’opposizione che partecipavano alla battaglia userebbero il pretesto del controllo delle forze curde sulla cittadina araba Tal Rifaat e l’esilio forzato della loro gente, per espellere tutti i combattenti curdi da altre aree curde, lasciando le forze curde al comando di Tal Rifaat, la cui popolazione araba è ancora in esilio.

Oltre alle conseguenze militari e umane dell’operazione turca, la cui dimensione non è ancora chiara, e data la grande differenza nell’equilibrio tra le forze attaccanti e quelle che resistono, la FDS ha in mano una carta che tutti temono possa giocare come vendetta e modo di ribaltare il gioco: svuotare le loro prigioni sovraffollate con più di quattordicimila combattenti di Daesh, compresi gli stranieri i cui stati si rifiutano di riprendere; e che questi si uniscano alle ultime cellule dell’organizzazione nel deserto e a quelle ancora operative nelle aree della Yazira. Ciò significherebbe la rinascita di Daesh e la sua capacità di minacciare tutte le aree orientali della Siria.

Gli effetti dell’operazione turca non si limiteranno alla geografia siriana, poiché la morte di soldati turchi durante le operazioni e le vittime civili in territorio curdo a causa di proiettili lanciati dalla FDS non avranno un effetto positivo sui rifugiati siriani in Turchia, e potrebbero aprire le porte a una nuova ondata di razzismo accusandoli nuovamente di passività e codardia, mentre i turchi invece combattono la loro battaglia di liberazione dal “terrorismo”. Questa operazione, come si può vedere dalle dichiarazioni ufficiali turche, potrebbe anche comportare la deportazione forzata di oltre un milione di rifugiati siriani dalla Turchia verso le aree su cui questa prenda il controllo attraverso l’operazione militare.

Le conseguenze che potrebbe comportare l’operazione turca in sé precedentemente sottolineate non sono l’unica spiegazione dell’opposizione di una grande parte degli oppositori siriani all’operazione stessa; vi è anche una ragione che risiede nella sfera sentimentale e politica, dovuta al fatto che “l’esercito nazionale” abbia cancellato lo stendardo della rivoluzione siriana e lo abbia mostrato come un smbolo dipendente dalla Turchia e dalle esigenze della sua sicurezza nazionale.
A questa presa di distanza ha contribuito anche la consapevolezza che questa operazione servirà solamente ad affondare ulteriormente la causa siriana nel fango delle violazioni e dei crimini commessi in suo nome da coloro che si presuppone siano dalla sua parte; e inoltre che questa operazione non rientri nel contesto della lotta contro il regime di Assad, per quanto coloro che la sostengono affermino diversamente: la verità è che può servire a rafforzare la posizione del regime e dei suoi alleati.
Infine, questo rifiuto deriva dal fatto che questa operazione inaugurerà una serie di nuove guerre e conflitti nella regione e che si tratta di un nuovo episodio della serie di violazioni contro le/i siriane/i e che verseranno il loro sangue a beneficio di potenze e stati stranieri a cui non importa.

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