Il pantano siriano

Articolo di Leila Al Shami.

Pubblicato l’11 marzo su Leila’s blog e su Fifth Estate

Traduzione di Giovanna De Luca, revisione a cura di Piero Maestri

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(Foto: Una famiglia in provincia di Idlib, che ospita tre milioni di persone, metà delle quali sfollate o forzatamente evacuate. Foto tramite SY + #HumansOfIdlib)
Se il 2011 sembrava essere il momento in cui le persone avrebbero potuto unirsi, sia all’interno dei vari paesi che attraverso essi, per rovesciare dittature vecchie di decenni chiedendo libertà e giustizia sociale, oggi sembra il momento del successo controrivoluzionario. Dopo otto anni di conflitto sempre più brutale in Siria, Assad presiede ancora un paese ormai distrutto, frammentato e traumatizzato. Il discorso comune è che la guerra si sta avvicinando alla fine. Gli stati che una volta a parole si opponevano ad Assad ora hanno altre preoccupazioni strategiche che hanno la precedenza sulle vittime dovute ai suoi crudeli sforzi di mantenere il potere. Eppure sul campo le condizioni sono tutt’altro che stabili e i civili restano intrappolati , trovandosi a pagare il prezzo delle continue lotte per il potere e il territorio tra il regime, gli stati stranieri e ideologici signori della guerra.

L’annuncio di Trump (via Twitter) a dicembre, secondo il quale era in programma un ritiro delle truppe statunitensi dalla Siria, ha creato il panico tra molti siriani e ha scatenato una nuova ondata di urti tra le potenze internazionali e regionali. Le forze democratiche siriane guidate dalle YPG curde, che hanno lavorato insieme agli Stati Uniti nella lotta contro ISIS e ora hanno il controllo su un vasto territorio nel nord e nell’est del paese, sono state abbandonate. Senza il sostegno degli Stati Uniti, è improbabile che mantengano una presenza nelle aree a maggioranza araba nella Siria orientale e l’annuncio di Trump ha fatto si che ondate di famiglie fuggissero dalle città controllate dalla SDF nelle campagne di Deir Al Zour verso aree controllate dall’opposizione nel nord. Temono che il regime e le milizie iraniane prendano il sopravvento e mettano in atto ritorsioni contro coloro che sono percepiti come dissidenti. Le proteste sono scoppiate contro l’SDF a Manbij, Tabqa e Mansoura. La gente è irritata dai negoziati del SDF con il regime, così come da risentimenti di vecchia data relativi alla mancanza di servizi adeguati, arresti arbitrari e coscrizione forzata. Alcuni hanno chiesto alla Turchia di intervenire per proteggerli. C’è anche la paura della rinascita dell’ISIS. Nonostante Trump si vanti del fatto che il gruppo terroristico sia stato sconfitto, la guerra continua. Il 18 gennaio, la Rete siriana per i diritti umani ha riferito che gli aerei da guerra della Coalizione Internazionale hanno ucciso almeno 15 civili, tra cui sei bambini, nel villaggio di Al Baghouz Tahtani a Deir Al Zour.

Nelle aree a maggioranza curda, le paure sono diverse. La Turchia, da lungo tempo nemica dell’autonomia curda sia in patria che all’estero, ha annunciato l’intenzione di intervenire per istituire una “zona sicura” nel nord-est del paese. L’obiettivo principale della Turchia in Siria, avendo da tempo abbandonato i ribelli nella lotta contro il regime, è stato quello di impedire il controllo curdo lungo i suoi confini e stabilire un’area in cui ricollocare i rifugiati siriani, dei quali circa 3,5 milioni sono attualmente residenti in Turchia. L’anno scorso, le forze ribelli turche e alleate hanno riconquistato Afrin, una zona a maggioranza curda precedentemente sotto il controllo del PYD, che la Turchia considera un gruppo terroristico per i suoi legami con il PKK. Le forze di occupazione hanno compiuto atti osceni di violenza contro la popolazione locale, compreso il saccheggio di case e imprese curde, espulsioni forzate, rapimenti, omicidi e stupri. I leader kurdi hanno respinto l’idea di una maggiore presenza turca e hanno invece chiesto protezione internazionale. Senza questo, potrebbero trovarsi di fronte ad una scelta limitata, se non negoziare il ritorno del controllo del regime e quindi riporre la loro fiducia in coloro contro i quali i curdi si sono sollevati in migliaia nel 2011.
Altrove la situazione non è migliore. A gennaio, il potente gruppo islamista Hayaat Tahrir al-Sham (HTS) ha dichiarato guerra ai gruppi ribelli e ha conquistato gran parte del territorio detenuto dall’opposizione a Idlib, in parte di Aleppo e Hama. Il Governo di Salvezza affiliato ad HTS, che è stato accusato di corruzione, che impone un rigido governo islamista, arresti diffusi e uccisioni arbitrarie di oppositori (sia attivisti civili che ribelli) sta tentando di conquistare tutte le istituzioni civili. I consigli locali, le forze di polizia della Siria libera, gli studenti universitari e gli operatori sanitari hanno protestato contro tali tentativi, sottolineando la loro neutralità e indipendenza da qualsiasi gruppo armato. I donatori occidentali hanno ritirato i finanziamenti per le attività della società civile e gli aiuti umanitari, temendo che finiscano nelle mani dell’HTS – gruppo terroristico – lasciando sull’orlo del collasso il sistema sanitario e gli aiuti ai siriani sfollati che stanno affrontando forti tempeste invernali. Ora che HTS controlla l’area, Assad e la Russia possono rompere l’accordo per il cessate il fuoco e giustificare un attacco alla provincia in nome della Guerra al terrorismo, con conseguenze disastrose per i tre milioni di civili che risiedono lì. Mentre scrivo, le bombe del regime piovono sulla piccola città di Maarat Al-Nu’man, famosa per la sua resistenza sia al regime di Assad che a HTS, provocando vittime e distruzioni.
Nonostante molti paesi desiderino liberarsi del “problema dei rifugiati” sostenendo che la stabilità stia tornand, anche la situazione nelle aree controllate dal regime è catastrofica. A Deraa, nel sud, e nella Ghouta orientale vicino a Damasco, il ritorno del regime ha significato un ritorno del “Regno del silenzio e della paura”. Sono in corso campagne di arresti di massa e la coscrizione forzata nelle forze del regime (nonostante gli accordi di amnistia che hanno accompagnato il processo di “riconciliazione” per coloro che hanno scelto di rimanere piuttosto che essere sfollati con la forza dalle loro case). La resistenza al regime è riemersa a Deraa attraverso proteste, graffiti e omicidi di combattenti filo-regime e personalità locali coinvolte nel processo di riconciliazione e ora accusate di tradimento. Le condizioni di vita in queste aree sono disperate in quanto sia le ONG internazionali che quelle locali che fornivano servizi e opportunità di lavoro di fronte al collasso economico locale, hanno cessato le operazioni una volta subentrato il regime. Ad Aleppo e Damasco controllati dal regime, la carenza di gas, petrolio ed elettricità e il monopolio di beni e servizi da parte delle milizie del regime che fanno pagare prezzi esorbitanti, ha portato a diffuse critiche pubbliche al regime anche tra la base di appoggio lealista. Molti siriani fuggiti o sfollati temono non solo l’arresto se tornano, ma anche di non avere più una casa dove tornare. Sono state appovate leggi per espropriare la proprietà in comunità formalmente ribelli e trasferirle a mani lealiste con il pretesto della ricostruzione e dello sviluppo. I sobborghi operai, che sono stati focolai di resistenza, devono essere trasformati in centri commerciali e centri di sviluppo di lusso, fornendo case a coloro la cui lealtà nei confronti del regime non è in discussione.
Per molti siriani non ci può essere stabilità, e ancora meno pace, fino a quando i responsabili della distruzione del paese restano al potere. Negli ultimi mesi le famiglie siriane hanno dovuto conoscere il terribile destino dei loro cari, nel momento in cui il regime ha emesso avvisi di decesso nei registri civili di migliaia di persone che sono state uccise durante la detenzione nelle sue prigioni. Molte delle vittime erano attivisti arrestati nel 2011 e nel 2012 incluso l’attivista non violento Yahya Shurbaji e suo fratello Ma’an che erano tra le 1.000 persone di Daraya torturate a morte in prigione. Un’altra persona ammazzata è stata Layla Shweikani, una giovane donna di Chicago che si era recata in Siria per aiutare gli sfollati a causa del conflitto ed è stata arrestata a Damasco nel 2016. Decine di migliaia di siriani rimangono detenuti o risultano scomparsi. I siriani continuano a chiedere giustizia e il riconoscimento delle responsabilità di tutti coloro che si sono macchiati di crimini di guerra e violazioni di massa dei diritti umani, eppure il mondo sembra essere sempre più impermeabile alle loro richieste.
In Siria, e altrove nella regione, sollevazioni rivoluzionarie ed esperimenti stimolanti di democrazia di base sono stati schiacciati dalle forze controrivoluzionarie. Eppure la rabbia popolare non si è dispersa. Nessuno dei fattori che hanno causato le insurrezioni è stato risolto e la situazione si è deteriorata socialmente, politicamente ed economicamente. La pace e la libertà rimangono inafferrabili come sempre.

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