Cos’è successo a Padre Paolo in Siria?

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Padre Paolo Dall’Oglio, al monastero di Mar Moussa, luglio 2008 (Foto di Miguel Ribeiro Fernandez)

Di Jérémy Andrê, inviato speciale de “La Croix” a Raqqa, a Roma, a Parigi ed in Turchia.

(Qui la versione originale)

Cinque anni dopo il suo rapimento da parte di Daesh a Raqqa, in Siria, il destino del gesuita italiano Paolo Dall’Oglio resta un enigma. Alcuni testimoni mai ascoltati accusano le autorità italiane di aver affossato le indagini nel 2014, di aver lasciato scomparire i rapitori conosciuti e di aver nascosto durante quattro anni alcuni effetti personali del prete alla sua famiglia, che erano stati portati da alcune persone vicine al califfato.

In questi ultimi sette anni, decine di persone sono scomparse in Siria. Scomparse, né morte né vive, svanite nella nebbia della guerra. Tra loro c’è un gigante: Padre Paolo Dall’Oglio. Può sembrare un’incongruenza, ma hanno fatto sparire un gigante, un colosso, dalle spalle larghe, un torrente di vita, Romano autentico, loquace, appassionato, sanguigno, quel genere di persona insomma che non scompare facilmente. Da giovane, la sua anima era stata chiamata dall’immensità del deserto siriano, come se Dio avesse voluto farne il suo “Gargantua”.

Durante trenta anni, il suo monastero, Deir Mar Musa, un tipo di abbazia di Telema sulla strada per Damasco, ha accolto tutta la Siria, intellettuali, contadini, turisti, pellegrini, attivisti, sunniti, alawiti, cattolici, ortodossi, marxisti, atei, famiglie, hippies, gays, oppositori, lealisti, nemici ad agenti di Assad…Il gigante Paolo si era proposto una sfida adatta alla sua grandezza: unire cristiani e musulmani. La folle speranza della “primavera araba” aveva entusiasmato questo assetato di ideali-fino a chiedere di prendere le armi. Un prete rivoluzionario di quelli che esistono solo nei libri!

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Padre Paolo Dall’Oglio, monastero di Mar Moussa, 2008 (Foto di Miguel Ribeiro Fernandes)

Poi, come in un romanzo incompiuto, la sua storia si è fermata nel bel mezzo di una frase. “Saluti a tutti da Raqqa. Nella Siria libera!” Scrive ai suoi cari, la sera del 27 luglio del 2013, nella sua ultima e-mail. C’è poi un incontro con Daesh.

L’organizzazione jihadista non ha mai rivendicato né il suo rapimento né la sua esecuzione. Non si sa nulla di cosa gli sia successo. Mille voci sono circolate: morto, catturato, consegnato a Bashar Al Assad. Tutte possibili ma senza fondamento. Il mistero su Paolo sembra impenetrabile.

In dieci mesi d’indagini, La Croix ha tuttavia trovato dei testimoni che hanno fatto i nomi dei rapitori, capi di Daesh ben conosciuti. Uno di loro è stato persino fatto prigioniero dalla coalizione, poi rilasciato quest’estate. Ma le autorità italiane non hanno cercato di interrogarlo né di sentire coloro che l’accusavano. Perché il caso è stato sepolto quattro anni fa. Spostati dalla Siria nel maggio 2014, gli oggetti personali del prete sono stati messi via e persino nascosti alla famiglia.

Dopo i primi momenti, il Vaticano ed il governo italiano sono rimasti in silenzio: contattati da La Croix, assicurano del fatto che stanno seguendo il dossier. Coloro che sono più vicini a Paolo non osano esprimersi pubblicamente. I testimoni sono sparpagliati, in Siria, Turchia, a Roma, a Parigi, a Berlino, a Stoccolma ed in altre dieci piccole città europee. A Raqqa, prove e luoghi sono stati cancellati dai bombardamenti. Il tutto è un’enigma.

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A Raqqa, in Siria, dopo diversi giorni di violenti combattimenti, il 5 marzo 2013 (Foto Mohammad Al-Hussein/Apf)

A cominciare dalla partenza, il viaggio di Paolo al nord della Siria è un segreto ben mantenuto. Pochi tra i suoi cari ne sono stati messi al corrente. Tuttavia ha mostrato il suo progetto nella primavera del 2013 durante un cena con oppositori del regime siriano a Parigi. Niente di inusuale per “Abuna Paolo” come lo chiamano in arabo. Da quando era stato espulso e bannato dal regime, nel giugno del 2012, era riuscito a tornare in Siria solo clandestinamente, in modo molto discreto. Ed era costantemente in cammino: viaggiava al suo nuovo monastero, a Soulemanyé, al Kurdistan iracheno ed in Europa, da dove appoggia la rivoluzione.

Nell’ultima e-mail ai suoi cari, spiega le ragioni del suo viaggio a Raqqa. Vuole aiutare il suo amico, il dottore Mohammed Haj Saleh, nella sua città natale. Quest’ultimo è il maggiore di un gruppo di fratelli tra i quali c’è lo scrittore Yassin Al Haj Saleh, un famoso comunista oppositore al regime, nelle cui carceri è stato rinchiuso dal 1980 al 1996. Due dei loro fratelli, Ahmed e Firas Al Haj Saleh sono stati arrestati da Daesh. Sono qui anche per intercedere per loro con quelli di Al Qaeda (non fa la differenza con Daesh), spiega Paolo alla sua famiglia. Annuncia poi il suo progetto di recarsi a Deir Ez-zor, a 150 kilometri al sud-est di Raqqa, verso l’Iraq, il 29 Luglio, per dieci giorni.

Nel frattempo Paolo risiede presso il direttore di un giornale locale, Youssef Daas, amico degli Al Haj Saleh. “Gli abbiamo consigliato di non venire, ma era già alla frontiera turca”, ricorda questo giornalista della vecchia scuola, fumatore incallito, musulmano poco praticante, sorpreso nel ricevere un prete cattolico che rispetta il Ramadan, iniziato il dieci luglio 2013. Youssef è stato una delle ultime persone ad aver intervistato Paolo e vive ora nel sud-est della Turchia, in un edificio decrepito, pieno zeppo di famiglie siriane. Perché voleva dissuadere Paolo dall’andare li?

Il regime si era ritirato da Raqqa nel marzo del 2013, ma la “luna di miele” della rivoluzione era stata breve. Ci sono stati scontri tra gruppi armati, sono state represse le manifestazioni, attaccate le minoranze, rapiti attivisti locali e giornalisti stranieri. Il francese Nicolas Hénin è stato rapito da Daesh il 22 giugno 2013. L’ha rivelato su Facebook nel luglio 2015: anche Paolo, amico della famiglia, era andato a negoziare per la sua liberazione.

Gli ostaggi non sono l’unica missione del prete. “Voleva recarsi nella provincia d’Anbar, ad ovest dell’Iraq.” Continua Youssef Daas.” È li che si trovava il capo dello Stato Islamico. Voleva incontrare Abou Bakr Al Baghdadi” (Quest ultimo si proclamerà califfo solo un anno più tardi, allora era solo il capo di un gruppo armato iracheno venuto ad interferire nella guerra civile siriana NDLR). Forse per negoziare tra curdi e Daesh, come scritto da Le Monde nell’agosto del 2013. Youssef non sa altro. “Aveva un messaggio di Massoud Barzani, il presidente del Kurdistan iracheno, ma l’ha tenuto segreto”.

Dialogare con gli islamisti 

Per molto tempo, il prete sostiene e pratica il dialogo con gli islamisti, anche con i più radicali. Nel febbraio 2013 ha convinto Al Qaeda a liberare degli ostaggi a Qoussier, nei pressi di Homs. Ma sa molto bene che i jihadisti sono una minaccia, perché, secondo lui, sono strumentalizzati dal regime di Damasco. Propio questo è il soggetto dell’ultimo articolo scritto prima della sua scomparsa, apparso sul numero di agosto-settembre 2013 di Popoli, la rivista della Compagnia di Gesù. In quest’articolo denuncia l’omicidio di padre François Mourad, nel giugno 2013, da parte di un gruppo di jihadisti nei pressi di Homs “omicidio guidato dai servizi segreti degli alleati iraniani e russi della Siria”.

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Padre Paolo (a sinistra), davanti al monastero di Mar Moussa il 25 aprile 2008 (Foto di Ed Kashi/VII/Redux/REA)

A Raqqa, Paolo sente ovunque soffiare un vento malvagio. Nella caffetteria Apple si incontrano i rivoluzionari, dibattono tra loro giovani attivisti laici: “Perché è venuto qui? Lei è stupido!”, lo attacca il giovane Hamoudi, che in precedenza era stato un visitante abituale di Mar Moussa. Omosessuale, Hamoudi è stato in seguito catturato da Daesh. Condannato ad essere lanciato da un edificio, viene liberato in extremis dall’Esercito Libero Siriano. Ora vive a Berlino. “Ero arrabbiato con Paolo. In televisione aveva detto che se la rivoluzione avesse portato ad un regime islamista, avremmo dovuto accettarlo, perché era quella la democrazia. Era una buona persona ma non aveva senso della politica.”

Paolo non piace più agli islamisti. Nel tribunale Islamico della città non è più annoverato tra i notabili; un cristiano non deve immischiarsi negli affari della Siria. È trattato come un infedele da un capo di Ahrar Al Sham, un gruppo jihadista che Paolo incontra nel suo quartier generale, dove comunque sperava di essere ben accolto.

Daesh invece, rifiuta di incontrarlo. I terroristi occupano la sede del governo di Raqqa, imponente costruzione trasformata in rovine nel 2017 dai bombardamenti americani. Il 28 luglio 2013, dopo l’Iftar, la rottura del digiuno, Paolo ci passa e si trova a negoziare a lungo con le guardie che erano all ‘ingresso. “Gli avevano detto di tornare l’ indomani a mezzogiorno per incontrare il wali di Raqqa” Ricorda Youssef Daas, che in quel lasso di tempo lo aspettava nella caffetteria Apple.

Il “governatore di Raqqa”, titolo pomposo dato che Daesh era ben lontana dal governare la città-è il grande capo della regione, Abou Luqman Al Raqqawi, uno dei padri del futuro califfato. Nato nel 1973, Abou Luqman si chiama in realtà Ali Moussa Al Shawakh. È la spia dell’organizzazione. È stato lui a creare l’ Amnyat (la “sicurezza” in arabo), i servizi segreti di Daesh responsabili del terrore dentro e fuori il paese, una sorta di Gestapo dei terroristi.

 

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La bandiera di Daesh in un negozio di Raqqa, in Siria, l’1 ottobre 2013 (Foto di Mohammed Abdul Aziz/Apf)

Recandosi ad un incontro di questo tipo “Paolo si getta in un nido di serpenti”, ricorda Youssef. Dopo essere passato per il quartier generale di Daesh, “Abuna” va ad incontrare suoi amici alla caffetteria Apple. Insieme si uniscono ad una manifestazione studentesca. Lui fa un discorso e viene filmato in varie interviste. In questi video, gli ultimi, appare “sempre al 100%”, sorride nel rivedere uno dei suoi discepoli, il padre Jens, che ha ormai a carico il monastero di Soulamaniyé in Iraq.

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Veglia per chiedere la liberazione di Padre Paolo a Beirut, in Libano, il 29 gennaio 2014 (Foto di Bilal Houssein/AP)

In realtà però Paolo è nervoso. Il giorno dopo, al momento della partenza, riflette a lungo, percorre i cento passi, poi da istruzioni. Mi ha affidato due sacchi, uno più leggero, l’altro più pesante dice Youssef Daas.” Mi ha detto: se non torno, portali a padre Jen a Soulemanyé. Ma aspetta tre giorni prima di dare l’allarme”. Un altro amico di Paolo, Mohammed Al Haj Saleh, lo accompagna al luogo dell’incontro e lo lascia un pò prima di arrivare alla sede del governatorato, per precauzione.

Paolo Dall’Oglio non riapparirà. A mezzogiorno in punto Youssef Daas manda suo figlio Iyas ed un amico ad informarsi alla sede di Daesh. “Una guardia ci ha portati nel sottosuolo”, dice Iyas Daas. Dopo cinque minuti Abdulrehman Al Faysal arrivava con la sua scorta personale. Indossava una cappa, ci ha minacciati con la sua arma ed aveva una giacca con esplosivo incorporato (…) Abu Faysal, il terrorista che aveva ricevuto Iyas Daas fa parte della cerchia di Abou Luqman. “Ha giurato di non aver visto padre Paolo, e così siamo usciti, delusi”.

Malgrado le consegne di Paolo, la confusione comincia la sera del 29. Le reti sociali si riempiono di notizie. Malgrado non avesse un’equipe televisiva sul posto, la televisione siriana di Stato e Reuters, danno la notizia. Alcuni oppositori che non erano mai stati in contatto con Paolo, smentiscono. Altri affermano che sia stato rapito, ma non da Daesh. Infine, si racconta che già sia stato ucciso. I giorni passano, Daesh non rivendica nulla e non emerge nessuna testimonianza diretta. Non emergerà mai.

A Raqqa, gli amici di Paolo smettono rapidamente di cercarlo. La città era stata messa a ferro e fuoco e Daesh cacciata in tempi brevi in autunno per poi schiacciare tutti i suoi avversari nel gennaio 2014. Difficile investigare in queste condizioni… “Subito, degli uomini di Daesh ci hanno detto di aver ucciso padre Paolo.”, ricorda Youssef. “Dicevano che aveva avuto una disputa con un membro di Daesh, Abou Mohammed Al Jezraoni, un saudita. L’aveva messo in macchina ed ucciso durante il cammino”. Può darsi però che i rapitori gli avessero mentito affinché smettessero di fare domande.

A Roma, l’unità di crisi del ministero degli esteri è l’incaricato del dossier. Il silenzio è assoluto da parte dello stato italiano. “In Italia, nessuno dice nulla alla famiglia”, secondo quanto riporta una persona vicina ai Dall’Oglio ed in contatto constante con gli investigatori. Uno di loro ha fornito una scusa quanto meno strana: Secondo lui nessuno in Italia sa tenere un segreto e tutto finisce sui giornali.”

Nessuna autorità sa nulla o quasi. “L’abbiamo cercato attivamente durante il primo anno ma nulla è venuto fuori”, confessa Mario Giro, sottosegretario di stato poi vice ministro degli Esteri, dal maggio 2013 al giugno 2018. Giro dice di avere molto a cuore questa ricerca dato che si considera un “amico stretto” di Paolo.

Dal 1990, questo anziano sindacalista è anche mediatore per la pace nella comunità di Sant’Egidio. Il gesuita scomparso frequentava abitualmente le conferenze organizzate da questo cenacolo di specialisti degli affari internazionali della Chiesa. Spesso involucrata nella diplomazia del Vaticano, l’associazione ha cercato di ottenere testimonianze ed iniziare delle trattative. In vano.

“La cosa era ancora troppo recente per lasciare che certe persone si esprimessero”, continua Mario Giro. “Ma soprattutto, come per i due vescovi siriani che erano scomparsi qualche mese prima, da quando si comincia a cercare si finisce in una nube grigia”. Nel 2013, Sant’Egidio cercava anche i due vescovi ortodossi rapiti il 22 aprile nei pressi di Aleppo. “In entrambe i casi sono sorte innumerevoli testimonianze false, date da persone attratte dal denaro. La verità è annegata in queste false testimonianze”All’inizio del 2014 Sant’Egidio abbandona.“È il Vaticano ad occuparsene ormai”, conclude Mario Giro.

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Padre Paolo nel monastero di San Giuseppe a Beirut, il 12 giugno 2012. (Foto di Bryan Denton/The New York Time-Redux/REA)

Nel momento stesso in cui l’inchiesta viene chiusa, nuovi testimoni diretti lasciano la Siria. Nella primavera del 2014, prima di rimanere completamente intrappolato, Youssef Daas fugge da Raqqa. Nelleborse che Paolo gli aveva affidato scopre telefoni cellulari, un iPad, quaderni, documenti sciolti econtanti. Si sbarazza del superfluo e dei vestiti e nasconde il resto nella sua borsa. Durante le quattordici ore di macchina impiegate per lasciare il territorio di Daesh, costellato di posti di blocco presidiati da jihadisti, non ha smesso un solo attimo ditemere che quest’ultimi scoprissero ciò che stava trasportando.

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Credenti siriani in solidarietà con padre Paolo, in Piazza San Pietro, il 2 agosto 2015 (Foto di Di Meo Alessandro/ANSA/Abaca)

Finalmente arriva in Turchia e chiede ad un amico di consegnare tutto alle autorità italiane. “Dopo aver spedito i bagagli, ho pensato che l’ambasciata italiana mi avrebbe chiesto un incontro. Ma non è mai successo. Gli affari personali del sacerdote vengono consegnati alle autorità italiane solo nell’estate del 2014. L‘amico di Youssef Daas non li portò infatti al consolato più vicino, come gli era stato chiesto, ma li vendette a un intermediario, che solo dopo aver ripulito tutto rimandò il pacco… a Parigi.

Lì, un noto oppositore siriano in esilio, consegnò finalmente il tutto ai dipendenti dell‘Ambasciata italiana in Francia. “Non hanno indagato. È come se volessero far sparire gli oggetti, ammette l’uomo che conosceva Paolo da prima della guerra. Tutti questi intermediari vengono pagati per i loro servizi, e senza dubbio per il loro silenzio. La famiglia e la comunità non verranno a conoscenza di questi fatti.

Li scopriranno con stupore all’inizio del 2018 e insisteranno per mesi presso l’unita di crisi e i giudici per recuperare ciò che apparteneva a Paolo. Per inciso, i dispositivi elettronici erano stati formattati. Uno dei taccuini conteneva tutti i suoi codici di accesso elettronico e una copia venne fatta da uno degli intermediari e fatta circolare sotto mantello, rendendo possibile l’accesso alla casella di posta e agli account Facebook e Skype di Paolo.

Ma per i parenti le sorprese non finiscono: si lasciano fuggire i sospettati! Abu Luqman è ancora vivo e, secondo un ricercatore americano, è stato anche in grado di viaggiare in Turchia, Iraq e in Libia nel 2017. Per quanto riguarda il suo luogotenente Abdulrahman Al Faisal, ha cambiato identità e vive in pace nel suo villaggio. Aveva una posizione nelcaliffato ed era lui stesso governatore di Rakka nel 2016. A metà giugno 2018, una rete di attivisti, “Raqqa viene massacrata in silenzio”, rivela il suo arresto dalle Forze Democratiche della Siria (FDS), l’alleanza arabo-kurda che ha assunto la direzione di Raqqa alla fine del 2017, dalla quale è stato in seguito rilasciato!

L’Italia non ha mosso un dito. L’inchiesta è stata sepolta a lungo. “Perché il Vaticano o gli italiani non mi hanno mai chiesto di Paolo? “Chiede Youssef Daas oggi, ignaro dei poteri del Vaticano in quest’area. Un altro testimone chiave è riemerso: Ahmed Al Haj Saleh, colui che fu rilasciato proprio grazie alle negoziazioni di Paolo. Negoziazioni avvenute con successo, poiché Ahmed viene rilasciato quindici giorni dopo, a metà agosto 2013. Dal 2014 vive in una piccola città della Francia centrale, attraversata come Raqqa, da un grande fiume. “In carcere nessuno mi ha detto niente su mio fratello Firas o su Paolo”, dice.

La testimonianza di Ahmed è comunque interessante: conosceva direttamente Abu Luqman ei suoi uomini, tra cui due sauditi: Abu Mohammed Al Jezraoui era responsabile del quartier generale, del governatorato insomma, spiega. Un altro saudita, Abu Joulaibi, aveva autorità sulla sala di ricevimento. Un uomo piccolo e magro con la pelle molto scura e particolarmente crudele. L’ho visto uccidere un uomo spingendo il piede di una sedia nel suo occhio. Secondo Ahmed Al Haj Saleh, Abu Mohammed e Abu Joulaibi sono quelli che hanno ricevuto Paolo al suo arrivo nell’edificio.

Nonostante questi nuovi elementi, a Roma, nessuno parla. Per paura di rovinare una delle loro ultime speranze, i parenti non osano criticare l’inerzia del ministero degli Esteri italiano che alla domanda riguardo i testimoni dimenticati e la scomparsa degli effetti personali, rispondono semplicemente che “seguono il caso di padre Dall’Oglio fin dall’inizio con la massima attenzione, e che sono in contatto con la sua famiglia”.

Perché le autorità italiane avrebbero affossato le indagini? Gli amici di Paolo sottolineano la vicinanza tra lo stato italiano e il regime di Bashar Al Assad. Infatti, nonostante un mandato di arresto internazionale, Ali Mamlouk, capo della sicurezza nazionale siriana, è stato in grado di visitare i suoi omologhi italiani a Roma nel gennaio 2018.

La Santa Sede non desidera commentare la questione. Nella Chiesa, il caso Paolo divide. I cristiani siriani vicini al regime e i loro sostenitori tra gli ecclesiastici occidentali non hanno perdonato Paolo. Solo l’ex provinciale della Compagnia di Gesù in Medio Oriente al momento degli eventi, padre Victor Assouad, vuole parlare. Deplora una “mancanza di volontà a livello politico. Tutti hanno interesse affinché la verità non venga alla luce”, ammette.

Padre Paolo, fondatore della comunità Al-Khalîl, era diventato indipendente dalla Compagnia di Gesù. Il suo radicale impegno nei confronti dei rivoluzionari siriani aveva scioccato persino un amico da trent’anni come padre Victor. Ma alla curia gesuita di Roma, oggi si rimpiange di averlo messo così rapidamente nel dimenticatoio. “Quanto tempo bisogna attendere per essere a lutto per lui?” Chiede questo cristiano della Siria diventato romano percorrendo all’inverso il cammino di Dall’Oglio.

Per il quinto anniversario della sua scomparsa, contrariamente a quanto previsto per gli altri sacerdoti vittime della guerra civile, Paolo non ha avuto diritto a nessuna commemorazione ufficiale. “Ora dobbiamo interessarci alla sua eredità”, ha detto padre Assouad, “portare avanti ciò che ha lasciato, piuttosto che concentrarci su quello che può essere ancora considerato un enigma.

Traduzione di Giovanna De Luca

Revisione a cura di N.Assouad

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