Dall’Oglio: che fine ha fatto il prete italiano sequestrato dall’ISIS a Raqqa?

In occasione del quinto anniversario della sua sparizione, Sara Manisera ricostruisce per “The National” gli ultimi movimenti certi di Padre Paolo Dall’Oglio.

Articolo di Sara Manisera, traduzione a cura di Mary Rizzo.  Revisione a cura di Francesco Petronella

Era quasi mezzogiorno quando Padre Paolo Dall’Oglio bussò al cancello del palazzo del governatore di Raqqa. Il prete, un mistico italiano di 58 anni che già da anni viveva in Siria, chiese alle guardie davanti all’elegante edificio in mattoni se poteva incontrare l’emiro. Dopo una discussione, gli dissero di tornare dopo la preghiera serale.

Era l’estate del 2013, e con due anni di guerra civile alle spalle, Raqqa era l’unico capoluogo di provincia caduto dall’inizio della rivolta. In precedenza, durante quella primavera, gruppi ribelli composti di salafiti come da laici, avevano conquistato la città in una vittoria così rapida da sorprendere persino i ribelli stessi.

A luglio, quando Padre Dall’Oglio stava negoziando alle porte dell’edificio del governatore, vigeva un’inquieta e fragile pace tra una tentennante coalizione di ribelli nella città a maggioranza sunnita. Ma sin da subito, i combattenti dell’ISIS avevano iniziato a rapire altri leader ribelli. Più tardi quella estate, il gruppo avrebbe lanciato la sua brutale conquista della polverosa città sull’Eufrate, destinata a diventare la sua capitale.

Padre Dall’Oglio era consapevole dei rischi che correva approcciando i combattenti estremisti, ma l’impegno di una vita per la Siria, il suo popolo e il Vangelo gli davano fiducia. Quando le guardie al cancello quella sera lo cacciarono via, tornò di nuovo il mattino successivo- Era il 29 luglio 2013.

Da allora, nessuno ha più avuto sue notizie

Tra le migliaia di persone scomparse durante i sette anni di guerra in Siria, spicca la scomparsa di Padre Dall’Oglio cinque anni fa. Ancora oggi, in Siria viene ricordato come il Prete della Rivoluzione, solidale con i manifestanti contro la tirannia.

Padre Dall’Oglio è ritenuto morto. Ma un viaggio a Raqqa per ripercorrere i suoi ultimi giorni rivela come gli ideali di convivenza pacifica che ha rappresentato siano sopravvissuti, nel lavoro degli amici e dei colleghi che ha lasciato. Oggi, lavorano ancora per instillare attivamente i valori di tolleranza che Dall’Oglio ha predicato.

Credere in Gesù, amare l’Islam

Da giovane prete gesuita nei primi anni ‘80, Padre Dall’Oglio si recò in Siria per studiare l’arabo, una lingua che alla fine avrebbe parlato fluentemente con un accento locale. Nel 1982 scoprì la missione della sua vita tra le rovine del monastero del sesto secolo di San Mosè l’Abissino (Deir Mar Musa), situato sulle colline a nord di Damasco. Si innamorò della bellezza spoglia delle montagne riarse e della cappella fatiscente coi suoi antichi affreschi.

Ispirato dall’esperienza centenaria della società islamo-cristiana di convivenza, decise di restaurare il monastero e di fondarvi una comunità ecumenica. Deir Mar Musa divenne un luogo di pellegrinaggio internazionale che accoglieva tutti i pellegrini di tutte le fedi. Padre Dall’Oglio divenne famoso come attivista per il dialogo tra cristiani e musulmani. Durante il ramadan faceva il digiuno. Scrisse anche un libro di memorie intitolato “Credere in Gesù, amare l’Islam”.

La rivoluzione

Ma nel 2011, anche dal suo idilliaco ritiro sui monti Qalamun, Padre Dall’Oglio non poteva ignorare la situazione politica in Siria. Nei primi giorni della rivolta, espresse posizioni contro il presidente Bashar al-Assad. Più tardi, invece, supplicò le Nazioni Unite di proteggere i civili siriani dagli attacchi indiscriminati del regime. Nel giugno 2012 fu espulso.

Padre Dall’Oglio non poteva stare lontano dal Paese cui aveva dedicato la vita. A luglio 2013, durante il Ramadan, attraversò il confine da Gaziantep (Turchia). Inviò un’ultima email ai suoi amici italiani dicendo che voleva visitare il primo capoluogo di provincia liberato dal controllo del governo.

Aveva anche un’altra missione. Sperava di convincere i comandanti locali dell’ISIS a fermare la violenza che si stava diffondendo in tutta la città. “Ha insistito sul fatto che voleva davvero andare a parlare con quei comandanti” spiega Mona Fraig, 37 anni, attivista di Raqqa e amica di Padre Dall’Oglio. “Gli abbiamo detto ‘Per favore, stai attento’  e lo abbiamo supplicato di non andare perché era rischioso.”

Le notizie del suo arrivo si diffusero rapidamente. Molti raqqawi erano sorpresi che uno straniero – niente meno che un Padre gesuita – si sarebbe recato lì in quel momento. “Tutti sapevano chi era Padre Paolo” ricorda un anziano residente a Raqqa. “Era come un profeta che veniva qui per diffondere un messaggio di pace”.

Le ultime ore

Prima che Padre Dall’Oglio tornasse all’edificio del governatore il 29 luglio, non era chiaro quale gruppo militante realmente avesse il controllo di quella zona e in generale nella città. Jabhat Al Nusra e il gruppo salafita Ahrar Al Sham erano militarmente i più forti, ma un cartello di milizie minori era in lizza per l’influenza. L’ISIS era uno di loro, anche se il suo nome non incuteva il terrore  che instilla oggi solo a sentirlo nominare.

A prescindere da questo, Padre Dall’Oglio era ansioso. Prima di andarsene, camminava su e giù per il cortile a casa di un amico che lo ospitava. “Ad un certo punto mio padre andò da lui e disse: ‘Tutto andrà bene’“, ricorda Eyas Diyes, un media-attivista che oggi vive in Turchia. “Padre Paolo rispose: ‘Se mi arrestano o non mi vedi tornare, aspetta tre giorni prima di dare l’allarme'”.

Quando padre Dall’Oglio non tornò, il Diyes si recò nell’edificio del governatorato assieme ad un amico. I combattenti condussero gli uomini in un corridoio sotterraneo e li lasciarono in attesa. Alla fine, l’emiro venne da loro. “Indossava un giubbotto esplosivo ed era accompagnato da due guardie del corpo che puntavano i loro fucili contro di noi”, spiega Diyes ad un giornalista televisivo italiano.

Il nome dell’emiro era Abdul Rahman al-Faysal Abu Faysal

Gli uomini dell’emiro spiegarono che padre Dall’Oglio è stato visto entrare nell’edificio del governatore, ma l’emiro negava ogni conoscenza del fatto. “Ad un certo punto ha detto, ‘giuro di non averlo mai visto’. Ma apevamo che stava mentendo”.

Raqqa è stata la capitale del califfato dell’ISIS per più di tre anni, fino a quando -ad ottobre 2017 – non è stata conquistata da una coalizione sostenuta dagli Stati Uniti di Forze Democratiche Siriane a guida curda, dopo un assedio di quattro mesi. La battaglia si svolgeva in modo massiccio tramite gli attacchi aerei statunitensi e oggi gran parte della città è rimasta distrutta.

L’edificio in cui padre Dall’Oglio è scomparso cinque anni fa non esiste più, i suoi archi di mattoni giacciono come cumuli di macerie. Anche se l’ISIS ha perso il controllo dell’area, non ci sono ancora notizie sulle sorti di Padre Paolo.

Fonti locali, che ancora oggi temono di parlare pubblicamente in caso di risveglio da parte delle cellule dormienti dell’ISIS, dicono che Padre Dall’Oglio era stato inizialmente detenuto da due medici affiliati a un piccolo gruppo militante, Jabhat al-Wahda al-Tahrir Al Islamiya. Gli uomini, Samer Metiran e Adnan Sobhi Al-Irsan, erano presumibilmente presenti in un video pubblicato subito dopo la presa di Raqqa a marzo 2013, che mostrava i ribelli catturare il governatore e il capo del partito Baath locale, entrambi ritenuti successivamente uccisi. Pare, quindi, che Padre Dall’Oglio sia stato consegnato ad Abu Faysal.

In seguito, Abu Faysal divenne noto come un importante capo dell’ISIS a Raqqa, accusato di aver ucciso e torturato decine di civili. Secondo il gruppo di citizen journalism  “Raqqa is Being Slaughtered Silently”, Abu Faysal è diventato vice emiro di Raqqa e capo delle forze di sicurezza locali dell’ISIS.

Nei combattimenti per riprendere Raqqa, migliaia di combattenti dell’ISIS sono stati uccisi, mentre altri sono riusciti a fuggire, alcuni attraversando il confine con la Turchia. Abu Faysal è rimasto in città e alla fine è stato catturato dalle Forze Democratiche Siriane.

Inspiegabilmente però, in seguito sembra essere stato liberato

“Abdul Rahman è stato mandato in tribunale e qui il nostro ruolo [SDF] è terminato”, chiarisce Mustafa Bali, portavoce delle FDS. “Ha trascorso un po’ di tempo in prigione e dopo aver scontato la sua pena, è stato rilasciato e attualmente vive a Raqqa.”

Il PYD curdo, che gestisce il sistema giudiziario nel nord-est della Siria, non era immediatamente disponibile per commentare.

Fonti locali di Raqqa dicono che Abu Faysal è stato liberato dopo l’intervento di una potente tribù, alla quale le FDS si affidano per co-governare Raqqa. Oggi , pare che Abu Faysal viva dall’altra parte dell’Eufrate, sotto la protezione del suo clan, Al Afadila-Mousa Al Thayer.

Tuttavia mantiene ancora il controllo sulla paura della gente che vive a Raqqa. Abdallah Arian, vice-capo del comitato per la ricostruzione di Raqqa, avverte di tenersi alla larga da lui. “È un criminale e non sarà in grado di dirti nulla di più di ciò che è già noto. Padre Paolo è morto”.

Abu Faysal è forse l’ultima persona a sapere qualcosa di Padre Dall’Oglio, e con la sua fuga, le probabilità di giungere ad una conclusione diminuiscono sensibillmente. Pochi degli amici di padre Dall’Oglio in Siria credono sia ancora vivo, ma senza un corpo da piangere o seppellire, è difficile accettare la realtà. La sua famiglia in Italia nutre la speranza, raccontando di recente a un programma televisivo che ora è il momento opportuno perchè il governo italiano faccia qualcosa per scoprire la verità.

Non lontano dalle rovine dell’edificio del governatore, un gruppo di giovani attivisti si riunisce in una casa a due piani, sfuggita in qualche modo al bombardamento che ha raso al suolo gran parte della città. Molti di loro erano amici di Padre Dall’Oglio, e oggi lavorano per un’ONG locale, il “Centro di Sostegno della Società Civile”, che organizza dei workshop sul contrasto all’estremismo violento e alla radicalizzazione.

“Questa è l’eredità di padre Dall’Oglio” spiega la signora Fraig, attivista di Raqqa.

“La scomparsa di Padre Paolo ha colpito tutti noi – conclude – uno dei motivi per cui siamo tornati è stato quello di diffondere i suoi valori: pace, tolleranza e convivenza tra persone di diverse comunità”.

 

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