Perchè 1,5 milioni di siriani sono ricercati dal regime di Assad

Scritto da Ruslan Trad* per Vocaleurope con il titolo Why 1.5 millions Syrians are wnated by the Assad regime, tradotto da Mary Rizzo

In questi giorni sono trapelate informazioni riservate del regime siriano inclusi alcuni elenchi di persone ricercate dalle autorità. I nomi sono più di un milione, incluso il mio.

Gli elenchi includono i nomi di persone specifiche, la data e il luogo di nascita, e anche da quale ramo della sicurezza sono ricercate. Nel mio caso, sono ricercato dalla Direzione Generale dell’Intelligence o, come è le chiamano i siriani, dalle mukhabarat. Sono privilegiato – altri colleghi e attivisti sono ricercati da non meno di quattro organismi di sicurezza dello Stato. Il tratto in comune tra tutti noi è che la nostra attività è considerata un pericolo per la sicurezza nazionale e quindi si richiede il nostro arresto immediato.

Alcuni di noi vivono in altri Paesi – io sono nato in Bulgaria, ad esempio – quindi l’arresto può aver luogo quando si entra in Siria. C’è anche la possibilità di avere dei  problemi con le autorità di Paesi alleati del regime come la Russia, l’Iran o il Libano. Noi che viviamo fuori siamo fortunati – quelli che sono ancora in Siria e che hanno resistito alla repressione per anni potrebbero essere presto arrestati.

Questi elenchi sono il risultato della posizione di vantaggio in cui si trova il regime dopo sette anni. L’intervento russo nel 2015 ha dato ad Assad più fiducia in se stesso ed era solo questione di tempo prima che le autorità iniziassero operazioni mirate a “liberare le aree”.

Ironia della sorte, per i leader dei gruppi militanti le cose sono più facili: probabilmente raggiungeranno un accordo con le autorità. Per gli altri, è chiaro – se sono in Siria, saranno trovati e arrestati, come è ora il caso dei civili provenienti dalla Ghouta orientale, espulsi dalle loro case dopo mesi di intensi bombardamenti aerei. I primi video e segnalazioni di civili catturati e torturati sono già stati diffusi.

“Kolshi tamam fi Dimashq”

Questa frase – “Tutto a posto a Damasco!” – è diventato un mantra per i sostenitori del regime in Siria fin dall’inizio della ribellione nel Paese, e oggi viene usata di nuovo per spiegare cosa sta succedendo in Siria. Non a caso ho usato questa espressione come titolo di uno dei capitoli del mio libro “The Murder of a Revolution”. Per i sostenitori di Assad, gli avvenimenti degli ultimi anni sono solo una “operazione anti-terrorismo”. Questo discorso continua ad avere il sopravvento fino ad oggi.

Posso fare un esempio che spiega questa campagna di propaganda e mistificazione a partire dal Paese in cui vivo – la Bulgaria.

Negli ultimi sei anni, il pubblico bulgaro è stato coinvolto in una guerra di informazioni tra due gruppi opposti: i siriani pro e anti-Assad. Questa collisione si è verificata anche tra la comunità araba in Bulgaria e in Europa in generale, ed è diventata più visibile in Bulgaria dopo il 2013. In generale, sia i diplomatici siriani che i funzionari dell’opposizione hanno cercato di ottenere l’appoggio dell’una o dell’altra formazione politica per ottenere più sostegno dal pubblico. Tali pratiche costituiscono la norma in ogni Paese europeo, ne sono certo.

A Sofia, questo stato di negazione della realtà in Siria da parte del regime è stato evidente nei primi anni della ribellione del marzo 2011. Questa parte della comunità siriana, che sosteneva il governo, organizzava manifestazioni e raduni a cui erano invitate personalità bulgare, amici e persino funzionari del governo locale. L’obiettivo era chiaro: la rivolta doveva essere descritta come un attacco terroristico contro il presunto “Stato laico”.

Le persone che sostengono il governo siriano in Bulgaria sono ben note. Ciò che li rende forti è il fatto che hanno avuto e continuano ad avere tutto il necessario per sostenere la loro causa. Conosco alcune di queste persone da quando sono stato membro della Student Syrian Union e molte di loro le ho incontrate all’ambasciata dove mio padre lavorava in quel periodo. Ho conosciuto queste persone ben prima della rivolta e a poco a poco i contatti si sono ridotti con lo sviluppo della rivoluzione siriana.

Negli anni successivi al 2011, la pressione e le molestie psicologiche contro i membri dell’opposizione hanno iniziato a intensificarsi. Tutti coloro che hanno opinioni diverse sono stati presi di mira. Insulti, accuse, distorsioni della realtà: questi sono solo alcuni degli strumenti utilizzati. Per me, che vivevo in Bulgaria, non c’era pericolo, ma non era il caso della mia famiglia in Siria. I miei parenti sono stati interrogati molte volte.

Nel 2013, sono stato convocato all’ambasciata dall’allora ambasciatore, Bashar Safiya.

La conversazione è stata piuttosto un monologo durante il quale l’ambasciatore siriano ha tenuto un discorso sulla situazione in Siria, che secondo lui, non ero in grado di “capire correttamente”. Safiya non ha permesso a nessuno di entrare nella stanza, e dal momento che il mio arabo non è il migliore, ha iniziato in inglese. Queste conversazioni sono sempre iniziate nello stesso modo: “Anch’io ho sostenuto le proteste all’inizio, ma …” e “Non sto sostenendo che Bashar al-Assad non abbia commesso errori, ma …” e passsando per “c’è una cospirazione e ci sono delle bugie”, a “sei giovane e non puoi capire la Storia – non lasciare che ti manipolino”.

Normalmente, se l’interlocutore è testardo e mantiene il suo punto di vista, arriva una minaccia. In questo caso, è arrivato quasi all’inizio della riunione. Ricordo quasi ogni dettaglio di quel giorno. “Sai che tuo zio è ancora in Siria.”

Queste parole significavano una minaccia molto chiara. Tutto si riduceva al fatto che l’ambasciata vedeva un problema nelle mie pubblicazioni per la stampa bulgara e nelle tesi che difendevo in pubblico. Inoltre, le mie attività nei circoli di attivisti non facevano piacere alla rappresentanza siriana in Bulgaria. Quindi l’ambasciatore mi ha offerto un accordo. “Pubblica un’intervista con me nel tuo blog”, disse, tirando fuori una cartella dalla sua scrivania, “e questa cartella non andrà in Siria”.

Tutta la conversazione con l’ambasciatore è stata pubblicata nel mio libro l’anno scorso. Oggi le minacce fatte nel 2013 sono una realtà. A causa della mia attività, mi trovo in una lista di persone ricercate, insieme a molte altre – alcune solo per commenti critici nei confronti del governo. Infatti, ho saputo che probabilmente sono stato inserito in tale lista dopo che l’ambasciata bulgara in Libano mi ha messo in guardia sul fatto che Hezbollah – stretto alleato del regime di Assad – avesse una copia di queste liste ed era possibile che mio nome fosse incluso.

E’ stato spesso fatto notare che  molti dei membri dell’opposizione siriana sono ex sostenitori di Assad che hanno supportato ciecamente lo stato. L’opposizione è infatti composta da molte persone che sono state sostenitrici del regime, ed è ovvio. Ma dal momento che non esiste una vera attività politica da quarant’anni, quale opposizione ci si può aspettare? Se non parliamo degli eventi di Hama del 1982, ci sono stati alcuni esempi di opposizione interna, ma questi sono solo casi isolati.

In Siria, gli attivisti sono stati arrestati, a volte anche per strada. Insegnanti e altre personalità sono state arrestate senza preavviso – alcuni di loro hanno trascorso metà della loro vita in prigione.

Potresti aver sentito qualcuno dire “Ma Assad è un dottore, com’è possibile che faccia queste cose?”

Ho visto Bashar Assad. Conosco la sua famiglia, i suoi figli. Ho parlato con le sue guardie personali quando era in visita ufficiale in Bulgaria nel novembre 2010 su invito dell’allora presidente Georgi Parvanov. Assad è venuto con un’intera delegazione, tra cui il ministro degli Esteri Walid al-Moallem; Buthaina Shaaban, consigliere del presidente per le questioni politiche e dei media; Lamia Asi, ministro dell’economia e del commercio , e Abdul-Fatah Amura, vice segretario agli affari esteri.

Alcune delle persone che hanno incontrato Assad a Sofia, oggi fanno parte dei gabinetti politici dei ministeri e dell’amministrazione presidenziale. Per loro, questo articolo e ogni critica sono solo scritti ridicoli che non meritano alcuna attenzione.

Oggi ci sono circa 200.000 prigionieri in Siria. Almeno 13.000 sono stati uccisi sotto tortura in una delle prigioni più dure del Paese – a Sednaya. Almeno 4.000 donne sono nei centri di detenzione senza condanna precisa e, secondo le organizzazioni per i diritti umani, sono sottoposte sistematicamente a stupri e violenze. Negli ultimi anni, un certo numero di persone ha rischiato la vita per ottenere informazioni su queste torture e arresti, come il cosiddetto Caesar, un ex funzionario dell’amministrazione coinvolto nella documentazione dei detenuti.

Tragicomico è che i gruppi radicali, le autorità ufficiali e chiunque abbia usato la forza per sopprimere le voci dell’opposizione possiedano ogni genere di arma, ma siano ancora spaventati a morte da coloro a cui non reta altro che la parola.

 Per me e per altri analisti, giornalisti e attivisti che vivono fuori dalla Siria, non c’è quasi nessun pericolo. Per molti altri, tuttavia, il pericolo è costante, è la vita di tutti i giorni, e le liste delle persone ricercate si moltiplicheranno perché sia Assad che altri dittatori sanno già che le loro azioni possono rimanere impunite.

Ruslan Trad è un analista freelance e l’autore di “The Murder of a Revolution”.

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