La disinformazione di una parte della sinistra sulla guerra in Siria

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Bombardamenti dal regime a Douma il 27 febbraio. Foto: Hamza Al-Ajweh/ AFP

Scritto da Antoine Hasday, tradotto da Giovanna De Luca

Una visione puramente “antimperialista” dei conflitti porta a distorcere la realtà.

Volendo credere a questo editoriale del corrispondente del Média in Medio Oriente, Claude El Khal, i media non informano correttamente su Siria e Ghouta orientale. Saremmo prigionieri di due storie, pro-Assad e anti-Assad, e le immagini non potrebbero essere verificate. L’unica certezza: è una guerra orribile e  i civili muoiono. Dal Média annunciano la loro decisione di non trasmettere nessuna immagine del conflitto perché “non siamo lì per fare sensazionalismo, ma informazione”.

No invece, i media non pubblicano senza effettuare verifiche

Al di là di una presentazione approssimativa della situazione, queste affermazioni sono imprecise. In effetti, pochi giornalisti sono attualmente nella Ghouta orientale, perché l’assedio non consente l’accesso ed è estremamente pericoloso, ma alcuni sono presenti. Quindi, si può criticare la diffusione da parte dei media di video realizzati dagli attivisti della Ghouta orientale sulla base del fatto che i loro commenti non sono “obiettivi”, ma non sono le uniche fonti di immagini. Pubblicano anche civili, soccorritori e operatori umanitari; una volta verificati, hanno valore di documenti (proprio come quelli degli attivisti siriani, comunque). Infine, le fonti di informazione non sono limitate all’Osservatorio siriano per i diritti umani e all’agenzia di stampa ufficiale Sana, come afferma Claude El Khal. Per telefono, Whatsapp o Skype, i giornalisti con sede al di fuori della Ghouta orientale raccolgono testimonianze di residenti e li sottopongono a controlli incrociati. Possono anche rivolgersi alla Rete siriana per i diritti umani, alle ONG internazionali come MSF, “elmetti bianchi” e media locali. Si possono persino raccogliere informazioni analizzando attentamente video e foto pubblicate dal settore lealista, dai media russi o, al contrario, da gruppi armati di opposizione.

Infine, e soprattutto:

“Tutte le foto pubblicate da AFP Eastern Ghouta (e più in generale dalla Siria) sono verificate e autenticate dal nostro desk di fotoritocco. […] Quando c’è un dubbio, i nostri editori, che sono in contatto quotidiano con i nostri freelance siriani, fanno le domande necessarie. Se non riceviamo le risposte di cui abbiamo bisogno, non le usiamo”, afferma Christian Chaise, direttore del desk AFP per il Medio Oriente e il Nord Africa.

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Ghouta Orientale 26 febbraio. Foto: Abdulmonam Eassa / AFP

Quando le immagini non sono fornite dai giornalisti, “cerchiamo di effettuare un controllo incrociato in vari modi, per assicurarci che siano immagini del giorno, per verificare che la persona sia affidabile. Facciamo, per esempio, ricerche inverse su internet, “caricando” un’immagine che verrà analizzata dal motore di ricerca pixel per pixel. Abbiamo anche accesso a un software, “Tungsteno”, che ci dice se ci sono state manipolazioni sulla foto. E poi, siamo molto attenti alla didascalia”, afferma Isabelle Wirth, responsabile delle foto per l’Europa per AFP, Express. In breve, affermare che non è possibile verificare le immagini o che i media li pubblicano senza garantire la loro autenticità è falso.

-Gli assedi, il bombardamento di aree civili e ospedali da parte di aviazione siriana e russa, l’uso di armi chimiche sono debitamente documentati. È una strategia deliberata per costringere i gruppi armati e i residenti ad accettare il loro spostamento forzato attraverso il terrore.

Amnesty International l’ha soprannominata la strategia del “vai via o muori”.-

Il conflitto siriano va avanti da sette anni. Ricercatori, ONG e giornalisti che lavorano sull’argomento sanno come il regime siriano e i suoi alleati conducono le loro offensive. Vedono gli schemi ripetersi. Gli assedi, il bombardamento di aree civili e ospedali da parte di aviazione siriana e russa, l’uso di armi chimiche, sono debitamente documentati. È una strategia deliberata per costringere i gruppi armati e i residenti ad accettare lo spostamento forzato attraverso il terrore. Amnesty International lo ha soprannominato “vai via o muori“. È quindi sorprendente che Claude El Khal chieda “prove” quando i testimoni della Ghouta orientale affermano che ospedali e civili sono stati bombardati consapevolmente.

L’editorialista non ha completamente torto quando afferma che i media coprono maggiormente il conflitto dal punto di vista dei civili nelle aree ribelli, e non quello delle aree lealiste. Nelle ultime settimane, più di 20 civili sono stati uccisi dai mortai sparati a Damasco da gruppi ribelli nella Ghouta orientale. Le informazioni, riportate dal Washington Post e dall’AFP, non hanno fatto notizia, ma questo è probabilmente dovuto al numero di morti, molto più alto nei bombardamenti lealisti sulla Ghouta (più di 560 civili uccisi nelle ultime settimane). Per quanto riguarda l’assenza di ribelli nelle immagini trasmesse, segnalate dal giornalista Robert Fisk e riprese da Claude El Khal, ció è legato al fatto che (i ribelli n.d.t.) non si trovano nelle zone bombardate, che fanno notizia, ma sulla linea del fronte. Inoltre, per lo stesso motivo poche immagini di soldati lealisti che combattono nella Ghouta orientale vengono trasmesse dai media, anche se esistono.

Quando anti-imperialismo fa rima con malafede

Come spiegare questo atteggiamento all’interno di una parte della sinistra? Alle origini, c’è quello che viene chiamato “campismo“. Questa dottrina “anti-imperialista”, nata durante la Guerra Fredda, consiste, in linea di massima, nel sostenere regimi ostili agli Stati Uniti contro quest’ultimo e i suoi alleati. L’imperialismo americano è considerato la principale minaccia nel mondo, bisogna impedire a lui e ai suoi sostenitori di dare il via alle guerre. Possiamo dire che Jean-Luc Mélenchon pratica una forma di “campismo”, in quanto giudica la diplomazia francese allineata con gli interessi americani, afferma la sua amicizia per i paesi che sfidano Washington, come Cuba o il Venezuela, e sostiene l’uscita della Francia dalla NATO.

Anche se si difende, le posizioni del leader di France Insoumise su diverse questioni internazionali sono vicine a quelle del governo russo, alleato militare del regime di Bashar al-Assad

“I porti della Crimea sono vitali per la sicurezza della Russia. I russi (…) stanno prendendo misure protettive contro un avventuroso potere golpista, in cui i neonazisti hanno un’influenza assolutamente detestabile”, ha detto a proposito dell’annessione illegale della Crimea da parte di Russia.   “Coloro che sono simpaticamente descritti come ribelli sono combattenti di un esercito che sostiene di essere islamista e che spara quotidianamente alle forze governative”, dice in Siria durante un meeting. Il suo consulente per le questioni internazionali, Djordje Kuzmanovic, ha deplorato il trattamento mediatico “orwelliano” della Siria che gli ricorda … il Kosovo. Quest’ultimo ha anche cercato di criticare i media “umoristici” sulla distruzione degli ospedali di Aleppo.

-È perfettamente lecito criticare gli interventi occidentali “militari-umanitari”, che raramente hanno avuto successo. Ma c’è un confine da non attraversare: mettere in discussione la realtà delle atrocità commesse da presunti regimi politici “anti-americani”, per paura di fare il gioco dell’imperialismo americano.-

Alcuni nella sinistra radicale hanno l’abitudine di sminuire i crimini di massa o di criticare il loro trattamento da parte dei media, sostenendo che servono a giustificare l’azione militare occidentale. Il percorso degli intellettuali di sinistra Noam Chomsky e Edward S. Herman, autori del bestseller La Fabbrica del consenso, è illuminante. Nel 1970, Chomsky ha criticato il trattamento dei media del genocidio in Cambogia, accusando di esagerare le atrocità del regime di Pol Pot e di sminuire le responsabilità degli USA, che giustificherebbe un indurimento della guerra in Vietnam. Negli anni 1990, Edward S. Herman ha co-scritto un saggio, The Politics of Genocide, nel quale denuncia la strumentalizzazione di queste tragedie fatto da interventi occidentali, questo  si avvicina al negazionismo, affermando che la maggior parte dei morti del massacro di Srebrenica sono morti dovuto a una causa “indeterminata e la maggior parte dei civili sterminati durante il genocidio ruandese erano gli hutu. Nel 2000, Chomsky pubblicò un saggio sul Kosovo nel quale criticò l’intervento della NATO e denunciò la “demonizzazione” di Slobodan Milosevic. Inoltre, ha scritto la prefazione di un lavoro negazionista di Robert Faurisson e ha difeso il diritto di quest’ultimo ad esprimersi.

È legittimo criticare gli interventi occidentali “militari-umanitari”, che raramente hanno avuto successo. Denunciare il pesante bilancio  di vittime civili dei bombardamenti NATO sulla Serbia nel 1999. Allo stesso modo, è deplorevole che alcuni conflitti, come i massacri di Timor Est, spesso citato da Noam Chomsky, o la guerra in corso nello Yemen siano di minore interesse per i media, che ne stanno parlando comunque. Ma c’è un confine da non superare: mettere in discussione la realtà delle atrocità commesse dai regimi politici presunti “antiamericani”, che si riversa in una forma di negazionismo per paura di fare il gioco dell’imperialismo statunitense.

È anche perfettamente legittimo parlare dei crimini di guerra commessi dalla coalizione anti-IS, specialmente durante la battaglia di Mosul, e difendere una migliore copertura mediatica di conflitti come lo Yemen. Come ripicca , rispondere a qualsiasi evocazione dei crimini di Assad “Perché non si parla piuttosto di Yemen?” Equivale a fare “whataboutisme” deviare cioè a un secondo argomento per evitare di discutere il primo. E infine, accettare di parlare solo di “altri” crimini di guerra, quelli di cui “l’imperialismo USA” sarebbe responsabile (l’imperialismo russo o iraniano apparentemente non sono un soggetto).

Inoltre, c’è una sfumatura importante. A differenza del regime siriano, la coalizione anti-IS non ha deliberatamente bersagliato i civili durante i bombardamenti a Mosul, anche se le conseguenze sono state terribili.

La Siria non è l’Iraq o la Libia

Questo “anti-imperialismo”, che caratterizza anche le analisi di giornalisti come Glenn Greenwald, Robert Fisk e Patrick Cockburn, o il leader laburista britannico Jeremy Corbyn, ha vissuto una seconda giovinezza dopo la guerra in Iraq nel 2003. Perché il governo americano ha mentito, sono stati numerosi i media che hanno cercato di far passare questo lavaggio del cervello, e questo ha portato a una guerra illegale e disastrosa della quale  il mondo sta ancora pagando le conseguenze. Questa griglia di lettura è stata poi applicata da alcuni sul conflitto siriano con poco spazio per le sfumature. L’intervento militare del 2011 in Libia, che ha portato a una seconda guerra civile nel paese, non ha aiutato.

-Il massacro di civili non è un inevitabile “danno collaterale” alla lotta contro i ribelli. Il regime non ha alcun obbligo di bombardare gli abitanti della Ghouta orientale, che vivono a diversi chilometri dalla linea del fronte e dai combattenti. È una scelta deliberata. Quelli che affermano che i civili muoiono semplicemente perché “é la guerra” sono falsi.-

In Siria, la rivolta democratica del 2011 e la sua implacabile repressionemassacri, torture ed esecuzioni di massa, stupro usato come arma di guerra – ha portato alcuni dell’opposizione a prendere le armi contro il regime, a sua volta sostenuto da Iran, Hezbollah, altre milizie sciite filo-iraniane straniere e dal 2015 dalla Russia. La strategia di diversi paesi occidentali (in particolare Francia e Stati Uniti, che inizialmente pensavano che Assad sarebbe stato rapidamente cacciato dal potere, consisteva in realtà nell‘armare i ribelli non jihadisti che si opponevano a Bashar al-Assad, senza però fornire loro i mezzi per trionfare completamente (alcune armi americane sono finite nelle mani dell’organizzazione dello Stato islamico). Il Qatar e l’Arabia Saudita sono stati più generosi con i ribelli, compresi i gruppi più radicali, nel tentativo di rovesciare Bashar al-Assad, mentre la Turchia ha mostrato scarsa considerazione per i jihadisti che hanno attraversato il suo territorio per entrare in Siria. Nel 2013, Barack Obama ha annunciato che sarebbe intervenuto militarmente in caso di attacco chimico, prima di ritornare su questa decisione. Gli occidentali hanno poi favorito la lotta contro l’ISIS in Siria e in Iraq, mentre i paesi del Golfo hanno rilasciato ribelli siriani e la Turchia ha fatto affidamento su alcuni di essi per combattere i curdi dell’YPG (che sostiene nella lotta contro l’IS).

Ciò ha portato una parte dell’opinione pubblica a concludere che il conflitto siriano fosse un’operazione di “cambio di regime” (come in Iraq e Libia) guidata dagli Stati Uniti, i loro alleati nel Golfo, e in misura minore la Francia. Sarebbero loro i principali autori – quelli che armarono “terroristi” per far cadere il regime di Bashar al-Assad e giustificare un intervento occidentale. Da allora, la copertura mediatica del conflitto siriano sarebbe parte di una “guerra dell’informazione” volta a giustificare il rovesciamento di Bashar al-Assad, come ai tempi della guerra in Iraq. La maggior parte della cospirazione, specialmente nella sinistra araba, arriva al punto di affermare che gruppi jihadisti come IS sono creazioni di Israele o della CIA per destabilizzare la regione. Claude El Khal, di Média, ha lasciato intendere che considerava questa teoria credibile nel 2014.

Il Qatar, l’Arabia Saudita e la Turchia (e in misura minore gli Stati Uniti e la Francia) hanno sostenuto i ribelli siriani, sperando che Bashar al-Assad cadesse rapidamente. Possiamo quindi giudicare che hanno alimentato il conflitto e che era logico che le autorità si difendessero. Ma nella sua lotta contro i ribelli, nulla ha obbligato il regime siriano ed i suoi alleati (l’Iran, la Russia, Hezbollah, milizie sciite straniere pro-iraniane e paramilitari lealisti) a commettere sistematicamente tali atroci crimini di guerra contro i civili, cosa che molto probabilmente ha facilitato il reclutamento dei gruppi armati più radicali. Il massacro di civili non è un inevitabile “danno collaterale” alla lotta contro i ribelli. Il regime non ha alcun obbligo di bombardare gli abitanti della Ghouta orientale, che vivono a diversi chilometri dalla linea del fronte e dai combattenti. È una scelta deliberata. Si ricorderà che secondo le stime della Rete siriana per i diritti umani, nel marzo 2017, il regime siriano è stato responsabile della morte del 92% dei civili uccisi dall’inizio della guerra, cioè di 190,723 persone.

Questa tesi afferma che i paesi occidentali vogliono ancora rovesciare Bashar al-Assad, ma oggi la loro priorità è essenzialmente la lotta contro i jihadisti. Infine, si presuppone che gli attacchi occidentali militari, anche limitati, contro il regime di Bashar al-Assad per fermare queste atrocità porterebbero necessariamente ad un conflitto regionale o anche alla terza guerra mondiale, quando l’attacco lanciato da Donald Trump dopo il bombardamento chimico di Khan Cheikhoun il 4 aprile 2017, ha mostrato il contrario. Questo colpisce la coalizione di mercenari russi, la notte del 07-08 febbraio 2018. L’atteggiamento dell’associazione Stop the War, che si era mobilitata contro la guerra in Iraq, è indicativa di questo stato d’animo.

Infine, questa analisi nega le dinamiche interne della Siria ed esagera alcune influenze straniere. Ad esempio, se alcune delle armi consegnate dagli Stati Uniti ai ribelli sono casualmente finite nelle mani dell’IS, questo non ha avuto un ruolo importante nell’ascesa del gruppo jihadista, a causa della bassa quantità. La maggior parte degli equipaggiamenti militari statunitensi, in particolare americani, è stata rubata all’esercito iracheno. Ma queste sottigliezze sono spesso ignorate in favore di un approssimativo “Gli occidentali hanno sostenuto i jihadisti in Siria”.

In Francia, è in particolare il blog les-crises.fr di Olivier Berruyer che adotta la griglia di lettura del “cambio di regime” sulla Siria. Descritto come “inaffidabile” e “in qualche modo affidabile” dal Decodex du Monde (in risposta, Berruyer ha denunciato i Decodeyrs e Le Monde per diffamazione) aveva poi ricevuto il sostegno di intellettuali di sinistra come Frédéric Lordon  (“Controlla tutti gli affari problematici: è contro la finanza, per l’uscita dall’euro, non disposto a dare credito senza averlo esaminato prima,al discorso sulla Siria”) e Aude Lancelin, ora un membro del Média (“il suo approccio alla crisi ucraniana, contrario a quello di Le Monde che è più o meno regolato da Bernard-Henri Levy, gli è probabilmente valso l’essere collocato in questa lista nera (…) i giornalisti responsabili dell’attuazione del Décodex hanno un quadro sufficiente per determinare cosa si ha il diritto o meno di pensare riguardo a situazioni mutevoli e complesse come quelle che si vivono oggi in Siria?”). Nell’agosto 2017, Olivier Berruyer è stato invitato, durante la scuola estiva di France Insoumise, ad un dibattito intitolato “Dovremmo liberarci dai media?” Denunciare il loro sistema, combatterne gli effetti, escluderli e creare” condotto da Sophia Chikirou (co-fondatore di Média), con Aude Lancelin e Thomas Guenole.

Come nel caso dell’Iraq, alcuni propongono la teoria del business energetico e difendono una “teoria degli oleodotti “. Hanno chiamato in causa il progetto di gasdotto che avrebbe dovuto collegare il Qatar con la Turchia attraverso la Siria, e che è stato rifiutato da Damasco. Il Qatar ha quindi deciso di rovesciare il regime siriano per costruire il suo gasdotto. Il problema con questa teoria è che anche se Assad fosse stato rovesciato, il progetto non avrebbe potuto essere fatto. Il gasdotto avrebbe dovuto infatti attraversare il territorio dell’Arabia Saudita, che si è sempre opposto. Questa tesi fa acqua da tutte le parti.

Teorie di cospirazione su elmetti bianchi e armi chimiche

Informazioni false sulla Siria sono state diffuse dai blogger pro-Assad e dai media russi, amplificate dai “troll” e trasmesse da alcuni giornalisti occidentali senza scrupoli. Rientrano principalmente in due categorie.

In primo luogo, le teorie cospirative sulla protezione civile siriana, i “caschi bianchi”, volontari che vengono in aiuto ai civili feriti negli attentati. Mentre lavorano nelle zone dei ribelli, comprese quelle detenute dai jihadisti, sono accusati dal campo filo-russo e filo-siriano di lavorare mano nella mano con al-Qaeda e di essere uno strumento di propaganda a favore di un cambio di regime. Lanciato in particolare da blogger pro-Assad come Eva Bartlett e Vanessa Beeley, questi lavaggi del cervello sono stati ripetuti da media russi come Sputnik e Russia Today. Alcuni, come Eva Bartlett, arrivano al punto di dire che mettono in scena i loro video con attori (un’asserzione smantellata qua e qui). Queste teorie non sono vere, come è stato dimostrato da The Guardian, Wired e riportate dall’Express. Ma sono stati trasmessi da giornalisti della sinistra radicale americana e pro-Assad, come Max Blumenthal, Ben Norton (che lavorano per il sito Alternet) e Rania Khalek.

russ emb uk.PNGSecondo, teorie del complotto sull’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. È ormai noto che dietro gli attacchi di gas sarin mortali nella Ghouta orientale, il 21 agosto 2013 e a Khan Cheikhoun, il 4 aprile 2017 ci sia Assad. Per la Ghouta, difensori del regime hanno sottolineato la responsabilità dei ribelli. Per Khan Cheikhoun, hanno affermato che un missile aveva colpito per errore un deposito di fertilizzanti chimici. Alcuni dicono addirittura che si tratta di un’operazione in più fasi, un’operazione di “false flag”. Ma il denominatore comune è mettere in discussione la comprovata responsabilità del regime siriano, che non avrebbe “alcun interesse” nel farlo, anche se si adatta in modo logico alla sua strategia di “andare via o morire” per far sì che nelle  zone dove si combatte contro i ribelli la popolazione accetti spostamenti forzati. A parte gli attacchi con il gas sarin, più rari, il regime ha aumentato i bombardamenti chimici con il cloro.

La trappola della disinformazione

Questa disinformazione è stata riportata dal famoso giornalista americano Seymour Hersh. Nel 2013, ha affermato che il governo siriano non era responsabile per l’attacco chimico nella Ghouta. L’articolo, considerato  di dubbia provenienza, è stato respinto dal New Yorker e dal Washington Post prima di essere pubblicato dalla London Review of Books. Nel 2017, sulla base di un’unica fonte anonima, Hersh ha assicurato che non c’è stato alcun attacco chimico in Khan Sheikhoun, un’affermazione che è stata categoricamente smentita da un rapporto congiunto delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. Inoltre, l’uso di armi chimiche da parte del regime siriano è documentato da Amnesty International e Human Rights Watch.

 -Perché mettere in discussione sistematicamente la parola dei civili siriani, i primi soccorritori e il personale medico? Perché rifiutare di prendere sul serio le relazioni di ONG indipendenti come Amnesty International e Human Rights Watch, che hanno anche denunciato i crimini di guerra commessi dai ribelli e quelli della coalizione anti-IS? Perché pretendere prove che si rifiutano di vedere?-

Ma a quanto pare, è ancora insufficiente convincere uno dei fondatori dei media, Sophia Chikirou.

Perché fare di nuovo domande di cui sappiamo la risposta? Perché mettere in discussione sistematicamente la parola dei civili siriani, i primi soccorritori e il personale medico? Perché rifiutare di prendere sul serio le relazioni di ONG indipendenti come Amnesty International e Human Rights Watch, che hanno anche denunciato i crimini di guerra commessi dai ribelli e quelli della coalizione anti-IS?   erché pretendere prove che si rifiutano di vedere? Perché accusare ingiustamente i media di manipolazione? C’è una differenza fondamentale tra un ragionevole dubbio e una logica “ipercritica” che è solo una scusa per mantenere la confusione su fatti provati. Quello dei media sulla Siria è simile alla seconda categoria.

Originale: http://www.slate.fr/story/158272/desinformation-syrie-media-goutha

 

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