Lettere a Samira (5)

A quattro anni dal rapimento di sua moglie Samira Khalil, lo scrittore e dissidente siriano Yassin Al-Haj Saleh ha iniziato a scrivere per lei lettere aperte, pubblicate in arabo e inglese sul sito AlJumhuriya.net. Nelle lettere racconta come è cambiata la Siria durante i tre anni e sette mesi dalla scomparsa di Samira, a partire dal primo attacco chimico sulla Ghouta Orientale, proseguendo con la narrazione delle vicende internazionali e locali che hanno ridisegnato il conflitto siriano. Accanto alla narrazione storica e alle riflessioni di natura politica, le lettere aperte rappresentano l’unica forma possibile di comunicazione, sebbene a senso unico, tra Yassin e Samira.

Lettere a Samira (5)

Di Yassin al-Haj Saleh

Traduzione di Marianna Barberio, revisione di Sami Haddad.

Mia cara Sammour, nella lettera precedente ho cercato di darti un’idea della condizione umanitaria in Siria, dove – come a volte dicono – c’è la peggiore crisi umanitaria dai tempi del genocidio del Ruanda nel 1994, e la più grande crisi dei rifugiati dalla seconda guerra mondiale. Tuttavia, sono due le cose che considero estremamente terribili in questa tragedia. La prima è che la nostra catastrofe è avvenuta in generale sotto l’egida internazionale, al cospetto di americani, russi, francesi e inglesi con (non meno) informazioni attendibili nel corso di sei anni e mezzo circa (e non nell’arco di tre mesi come per il Ruanda). Secondo, al vertice di questa tragedia nazionale e umanitaria, vi è (senz’altro) Bashar al-Asad, il quale, non solo continua a governare dopo tutti questi anni, come se non bastasse oggi si parla di “riabilitazione” del suo regime, quasi a volerlo ricompensare per questa “straordinaria” serie di azioni criminali di cui è responsabile.

Che sesno ha tutto ciò, Sammour? Che senso ha uccidere mezzo milione di civili, distruggere la vita di altri milioni mentre le potenze che guidano il sistema internazionale, nel mondo di oggi, operano al fine di riaffermare quelle condizioni che hanno portato alla tragedia (attuale) e a quel sistema di governo, diretto responsabile della morte di più del 2% dei suoi “sudditi”? Significa semplicemente che la morte di coloro che sono morti non ha nessun valore, che la tortura di coloro che sono stati torturati non ha alcun senso e che aver spezzato la vita a milioni di persone non avrà portato a nulla. Credo che tutto ciò ci voglia dire che le centinaia di migliaia di persone che sono state uccise hanno perso la loro vita invano, così come vane sono state le urla di coloro che sono stati torturati, il dolore delle madri, dei padri e dei bambini non ha alcuna importanza o peso, e tutto sarà stato inutile. Da ciò voi non trarrete alcun giovamento. Il sangue non è il prezzo per la libertà, le vittime sono state sacrificate inutilmente. In altre parole, i nostri morti non sono martiri e noi non abbiamo una causa. La terribile sofferenza non porterà al cambiamento politico, non saranno puniti gli assassini e non sarà fatta giustizia, così come non si apriranno nuovi orizzonti per il nostro Paese, i siriani non si troveranno in una posizione migliore da poter controllare le proprie vite e costruire il proprio futuro.

Questo vuol dire che la morte di coloro che sono morti non proteggerà chi è ancora in vita, e la tortura di coloro che sono stati torturati non garantisce nel modo più assoluto che altri non saranno torturati ugualmente.

Riesci ad immaginare tutto ciò, Sammour?  Nel momento in cui le nostre sofferenze vengono private del loro stesso significato, non facciamo più parte dell’umanità, dove la sofferenza ha un significato, quindi veniamo inclusi tra le cose che o non provano sofferenza o non hanno significato. E mentre i fautori della nostra tragedia sono gli unici a rappresentare l’umanità, noi siamo uomini di grado inferiore, invece loro si pongono al di sopra degli uomini, forse a livello di divinità. Riesci ad immaginare ciò, Sammour? Il razzismo supera se stesso e, grazie a Daesh, qualsiasi razzista e fascista può farsi passare per un liberale civilizzato di alto rango.

Quando la morte di cento persone, o di mille, o di centomila, o di un milione viene considerata in pratica zero, è come dire che ognuno di noi e tutti noi insieme valiamo zero, e che lo sterminio del nostro popolo non rappresenta una perdita e non avrà alcuna conseguenza. Indubbiamente, costoro sono dèi, divinità che hanno fatto apparire la nostra tragedia insignificante, tanto che la morte di pochi o molti di noi per loro non fa alcuna differenza. In realtà, dinanzi ai loro occhi la nostra causa diventa una semplice “guerra contro il terrorismo”, che non si ferma dinanzi a nessuna violazione nei nostri confronti, anzi vanno oltre e ci condannano come terroristi o “retroterra sociale” del terrorismo, come sostiene Bashar al-Asad.

Privata la nostra esistenza di ogni significato, arriviamo a subire ogni forma di sopruso e ingiustizia, fino al genocidio e alla privazione della vita.

Questo è terribile Sammour. Abbandonati e condannati, torturati e condannati, uccisi e condannati. Si condanna chi è aggredito e chi è stato ucciso ma non gli aggressori e gli assassini. È spaventoso essere maledetti ed essere trattati come tali da divinità severe, abbandonati ad una sofferenza senza fine, senza che niente ci possa aiutare o salvare.

Dicono che non vi sia un’alternativa a Bashar al-Asad, rinnovano il suo mandato perché per loro rappresenta una garanzia essendo sotto il loro controllo. Quello che vogliono i potenti del mondo di oggi è poter controllare il nostro cambiamento, decidere il grado di cambiamento, la sua direzione, il suo corso e le sue conseguenze. Inoltre, vogliono che noi non dobbiamo avere una storia, o meglio che la nostra storia sia appena un ramo della storia di coloro che comandano.

Quel che spaventa di tutto ciò, Sammour, è che la nostra azione, pur nelle sue migliori finalità, sia stata condannata in partenza, in modo da non lasciare traccia, affinché tutto quello che potremmo costruire lealmente non dia frutti. Il nostro operare equivale ad una inazione, infatti il suo risultato è stato zero. Questa è una resa alla disperazione, anzi una condanna a morte e la ripresa dell’operato di Bashar al-Asad.

Ne deriva che la storia siriana non somiglia a nessun altro evento, colmo di sangue e sofferenza, della storia moderna. Le altre storie – sia perché non conosciute in tal misura o perché locali – non hanno visto l’interferenza delle potenze mondiali attuali, o non sono durate tutto questo tempo, non sono state così tremende in termini di perdite umane e materiali, né così distruttive per il futuro com’è stata la nostra storia. Che i vertici internazionali, dopo avere assunto atteggiamenti diversi sul nostro Paese, si siano ora uniti al fianco del primo assassino (oppure siano neutrale verso quest’ultimo), è questo che rende la nostra una storia universale, e quindi la storia del mondo (intero).

Il problema è che la vera e unica conclusione politica che ne deriva è che il mondo necessita un cambiamento. Se il mondo continuerà a fare da ostacolo al cambiamento, negando alla nostra vita il suo significato, è necessario che venga cambiato affinché noi possiamo vivere e la nostra vita acquisti un significato. Tuttavia, mia cara Sammour, questo ci condanna a uscire dall’azione (pratica), dalla politica, e dal tentativo di influenzare i nostri destini a lungo. Cambiare il mondo non è qualcosa che si dice, ma è il nome di un destino terribile. E tu lo sai bene visto il nostro tentativo di cambiare la Siria. Il mondo è una grande Siria, Sammour, e cambiarlo vuol dire generalizzare in tutto il mondo gli aspetti terribili che ci hanno colpito.

Ma rimane un’unica sfida, quella di ridare significato alla nostre sofferenze, rendere onore alle vittime, e fare della tragedia siriana un evento di cambiamento per un mondo che deve cambiare. Quel che non ha senso è il mondo che nega a noi un significato; cambiarlo è necessario per noi e per tutti quelli che soffrono tanto e che sono poco considerati.

Sai Sammour che il nostro vecchio maestro, Karl Marx, costringeva i filosofi a cambiare il mondo e non limitarsi ad una sua mera interpretazione. In seguito subordinò il cambiamento del mondo, che il capitalismo aveva unito, al proletariato, la classe sfruttata e organizzata nel mondo del capitalismo, che non aveva nulla da perdere dalla rivoluzione, ma solo da guadagnare. Oggi, coloro che sono chiamati a cambiare il mondo sono gli stessi a cui il mondo nega un significato, coloro che sono espulsi dalla storia, che sono uccisi, torturati e costretti alla fuga, e coloro che vengono sottovalutati sempre.

Noi, mia cara Sammour, rappresentiamo il proletariato nel suo vero significato, respinti dal mondo e privati di significato, quei dannati che non hanno diritto a condannare, a cui è stato negato di parlare sia del bene che del male.

La nostra causa, Sammour, è tutta qui. In questa condizione instabile tra l’essere privati di significato e la tragica aspirazione a cambiare il mondo per avere un significato.

Bisogna cambiare prima il mondo a noi vicino. Gli islamisti – privati anche loro come noi di significato – hanno orizzonti chiusi e sono estremamente egoisti per essere delle forze di cambiamento e di significato.

Tu personalmente più di ogni altra persona dimostri la meschinità degli islamisti, la loro incapacità intrinseca di contribuire a rinnovare il mondo, come struttura e senso. Nichilisti, disperati e miserabili!

Noi Sammour non abbiamo niente da perdere dal cambiamento del mondo di oggi. Noi siamo quei maledetti la cui vita acquista significato solo quando ci adoperiamo per cambiare un mondo che nega a noi la nostra esistenza. Noi che siamo in te e con te.

Ma, ancora una volta, questo è un destino terribile e non un’idea coraggiosa annotata per passare ad un’altra. È un destino che domina e che non è dominato. L’ho capito sin dal tuo sequestro e dalla tua assenza. Lo vedo con i miei occhi e con i tuoi.

“In un mondo che perisce”, “l’oasi” sei tu nel tuo duplice o triplice assedio. Spero che tu sia al sicuro, Sammour.

Baci amore mio,

Yassin.

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