La sporca guerra contro la Siria di Tim Anderson

syrian-president-bashar-al-assad-speaking-to-tim-anderson-aap-1.jpgdi Brian Slocock, tradotto da Samantha Falciatori

pubblicato in inglese il 5 aprile 2017 in PULSE

Il sostenitore del regime di Assad Tim Anderson, che fa parte del corpo docente dell’Università di Sydney, sta organizzando una conferenza da tenersi il 18-19 aprile presso l’Università intitolata “Dopo la guerra in Siria”. Il tutto è presentato come una vera riunione accademica, anche se non posso commentare sulla diversità politica o meno degli oratori e dei presentatori. Ma riconosco alcuni nomi familiari nell’entourage di Anderson, e vedo che uno degli oratori principali è Leith Fadel, redattore del giornale pro-Assad Al Masdar News.

Non sono interessato qui alla conferenza, ma piuttosto al duraturo tentativo di Anderson di proiettarsi come una voce autorevole del conflitto siriano con credenziali accademiche. Il credito principale di Anderson per rivendicare tale autorevolezza è un libro intitolato “La guerra sporca contro la Siria”, apparso per la prima volta sul sito Global Research. Questo lavoro chairisce l’approccio di Anderson al conflitto siriano e alla conoscenza in generale. Merita di essere approfondita.

Tim Anderson come metodologo.

Anderson descrive il quadro in cui condurrà il suo lavoro nel capitolo 2, intitolato “Barili bomba, fonti partigiane e propaganda di guerra”. Egli scrive:

La propaganda di guerra richiede spesso l’abbandono della ragione ordinaria e del principio … Un flusso costante di storie di atrocità – “barili bomba”, armi chimiche, uccisioni su scala industriale, bambini morti – permeano le notizie occidentali sulla Siria. Queste storie hanno due cose in comune: dipingono il presidente siriano e l’esercito siriano come mostri che massacrano i civili, compresi i bambini; eppure, quando analizzate, tutte le storie provengono da fonti completamente parziali. Ci stanno ingannando (pag. 7)”.

Qui abbiamo il metro di misura di Anderson – tutte le storie provenienti da “fonti di parte” non hanno credibilità e possono essere ignorate tranquillamente.

Anderson si affretta a liquidare “fonti di parte” quando queste  smantiscono la posizione che lui sostiene, ma ignora che un simile approccio è logicamente accettabile solo se coerente. Se lo si applica alle “fonti di parte” di si oppone ad Assad allora deve applicarsi ugualmente anche alle fonti dell’altra parte – come ad esempio Anderson.

Inoltre la definizione di “fonti di parte” di Anderson & co. ha una spinta molto più ampia di quello che tale espressione suggerisce: lui la applica non solo a chiunque si opponga al regime siriano, ma a tutti i media occidentali, alle istituzioni accademiche, alle organizzazioni per i diritti umani e più recentemente anche alle organizzazioni di soccorso come Medeci Senza Frontiere.

Il mondo di Anderson è costruito intorno a un sistema binario: o la pensi come lui per quanto riguarda la Siria o sei un mercenario pagato agli ordini di qualche “mano nascosta”. Non c’è spazio per i principi professionali e per l’indipendenza intellettuale: ogni giornalista, ogni operatore dei diritti umani, ogni ricercatore, ogni specialista accademico sulla Siria, che dissente dalla sua opinione è semplicemente un “partigiano” il cui punto di vista può essere ignorato o liquidato. 

Questa è l’epistemologia non di un accademico o di uno studioso, ma di un propagandista. 

Tim Anderson come storico. 

La rivendicazione fondamentale del resoconto di Anderson sulla rivoluzione siriana è che è sin dall’inizio è stata un’insurrezione orchestrata dagli islamisti. Per dimostrare ciò deve elaborare una particolare costruzione degli eventi che si sono svolti nella città provinciale di Daraa il 18-20 aprile 2011. Ciò lo tenta nel terzo capitolo del suo libro intitolato “Daraa 2011: un’altra insurrezione islamica”.

Anderson inizia il suo racconto con una revisione degli eventi del 1980-1982, quando una rivolta armata contro il regime di Hafez al-Assad, sostenuta dalla Fratellanza Musulmana, fu repressa con una violenza massiccia rivolta sia contro gli oppositori armati che contro i civili. Egli sostiene che gli eventi del 2011 a Daraa sono stati della stessa natura.

Anderson non è né chiaro né coerente nella sua visione di questi primi giorni della rivolta. Egli riconosce che a un certo punto in Siria ci fu un legittimo movimento di protesta, ma afferma che “il movimento di riforma politica fu presto soppiantato dagli uomini armati salafiti e islamisti nel corso di marzo e aprile” (pag. 20). Tuttavia sono stati gli eventi di Daraa che hanno spinto un massiccio “movimento di riforma” a inondare le strade, un movimento il cui punto forte fu la grande manifestazione di Hama che portò in piazza 300.000 persone nel luglio 2011. Il movimento non diminuì fino a quando non fu bombardato fino alla sottomissione completata verso la fine del 2013.

La storia di Daraa.

La storia di Daraa è ben nota – ai primi di marzo del 2011 un gruppo di 15 ragazzi adolescenti scrisse graffiti su un muro con gli slogan della primavera araba, tra cui “La gente vuole la caduta del regime”. Furono arrestati per questo dalla polizia locale di sicurezza e furono torturati. Quando le famiglie di questi bambini si incontrarono con il capo della sicurezza locale, Atif Najeeb, cugino di Assad attraverso la famiglia Makhlouf, furono trattati con disprezzo.

Ciò portò a una manifestazione contro le autorità locali il 18 marzo che fu attaccata dalle forze di sicurezza, che uccisero due manifestanti. Il 20 avvenne un’altra manifestazione in cui i manifestanti arrabbiati bruciarono gli uffici del Partito Baath e della società di telefonia Syriatel, di proprietà di Rami Makhlouf, un altro cugino di Assad; quattro manifestanti furono uccisi in questa occasione. Così iniziò una strategia familiare che avrebbe colpito quasi ogni città della Siria nei mesi successivi – i manifestanti avrebbero iniziato a protestare, in un primo momento in solidarietà con Daraa e per un proprio malcontento, le forze di sicurezza li avrebbero attaccati causando dei morti; i funerali avrebbero mobilitato numeri ancora maggiori di manifestanti, e il ciclo sarebbe inziato.

Il resoconto di Anderson sui fatti di Daraa comincia citando i rapporti del giornale libanese Ya Libnan e dell’israeliano Arutz Sheva che parlavano di un presunto incidente avvenuto domenica 20 marzo in cui dicevano che erano stati uccisi sette poliziotti (Anderson afferma che questo è avvenuto il 17-18 marzo e che “Questi poliziotti erano stati colpiti dai cecchini sul tetto” (pag. 20), sebbene entrambe le fonti affermino che il presunto avvenimento è accaduto “domenica” (il 20) e non menzionino “cecchini”). Questa narrazione degli eventi non è originale e fu avanzata nel marzo 2011 da Michael Chossudovsky di Global Research, che faceva notare che The Guardian e Associated Press non avevano menzionato questi assassinii.

Una qualunque ricerca seria che si trovi di fronti a notizie contrastanti riportate da media diversi avrebbe analizzato più approfonditamente i fatti per stabilirli con accuratezza. Ma non è così che fa Global Research: lì scelgono semplicemente le narrazioni degli eventi che soddisfano la loro narrativa pre-determinata e le adottano senza ulteriori indagini.

Diamo quindi un’occhiata più da vicino alle loro fonti. Arutz Sheva non fornisce alcuna fonte né nient’altro che possa suggerire che la loro notizia sia di prima mano e la sua foto di accompagnamento è accreditata a Ya Libnan, quindi molto probabilmente ha preso le informazioni da loro. Ciò significa che su questa narrazione c’è una sola fonte – Ya Libnan  (sebbene Anderson lo ignori):

Sette poliziotti sono stati uccisi durante gli scontri tra le forze di sicurezza e i manifestanti in Siria, ha riferito Xinhua … Gli scontri sono esplosi domenica tra la polizia siriana e i manifestanti dopo che due giovani sono stati uccisi dalle forze di sicurezza della città. Un testimone oculare ha detto a Xinhua che la polizia siriana aveva circondato la città, per impedire alle persone di entrare”.

La cosa ovvia da fare qui sarebbe controllare la notizia  originale dell’agenzia di stampa cinese Xinhua. La notizia del 21 marzo del suo corrispondente recita:

“DAMASCO, 21 marzo (Xinhua) – Prosegue la protesta nella città meridionale siriana di Daraa, per il quarto giorno consecutivo dalle manifestazioni di venerdì. 

Migliaia di persone erano presenti al funerale di un uomo ucciso domenica negli scontri tra i manifestanti e la polizia, ha detto un corrispondente di Xinhua a Daraa. Secondo il corrispondente non si sono registrate nuove vittime fino ad ora. Tuttavia, le forze di sicurezza siriane circondano ancora la città per impedire che le proteste si diffondano in altre parti del Paese … 

I manifestanti arrabbiati, secondo quanto riferito, hanno attaccato gli edifici governativi di Daraa, incendiando il quartier generale del partito Al-Baath, il Tribunale e due filiali della società telefonica. 

Le autorità siriane hanno accusato lunedì ‘gli infiltrati che hanno dato fuoco a proprietà pubbliche e private e hanno sparato ai poliziotti’. …”.

Così abbiamo qui la conferma dell’incendio degli uffici del partito Baath il 20 marzo (Xinhua dice il 21 ma sembra un errore), ma l’accusa di un numero non specificato di poliziotti cui “è stato sparato” (non necessariamente uccisi) arriva in seconda mano dalle autorità siriane. I rapporti di Xinhua su quei giorni non aggiungono nulla a questo.

Possiamo quantomeno dire che la tesi di Anderson poggia su fondamenta alquanto farraginose.

Tuttavia le informazioni che successivamente sono diventate disponibili demoliscono completamente questa tesi. Il database del Centro di Documentazione sulle Violazioni in Siria (VDC), istituito da attivisti siriani per i diritti umani, da molti anni includeva “vittime del regime” nei suoi calcoli delle vittime. Anderson e i suoi colleghi liquidano questa fonte con motivazioni fallaci – ma nel 2011 il VDC traeva gran parte delle informazioni dagli annunci del governo siriano e da una banca dati semi-ufficiale pro-governativa, ancora accessibile. I dati del VDC mostrano che la prima vittima governtiva a Daraa ci fu il 23 marzo quando un sergente dell’esercito fu ucciso, seguito dall’uccisione di un secondo sergente il 24. Questo è corroborato dal sito pro-regime che fornisce le stesse informazioni. Ciò indica che a Daraa non esistevano vittime di polizia, ma aggiunge una terza morte il 25, quella di un “warrant officer”, un rango di solito associato alle agenzie di intelligence (curiosamente, questo è confermato da Sharmine Narwani, che Anderson usa altrove come fonte per il numero delle vittime governative). Quindi,  la particolare costruzione della teoria di Anderson di una cospirazione islamica è chiaramente smentita.

Vediamo quali ulteriori prove Anderson usa per sostenere questa tesi. Egli afferma: “Il governo siriano, d’altro canto, ha detto che ci sono stati attacchi immotivati alle forze di sicurezza, che hanno ucciso poliziotti e civili, insieme all’incendio di uffici governativi” aggiungendo che “c’era corroborazione straniera circa queste versione” (mia enfasi) … Il britannico Daily Mail (2011) ha mostrato immagini di armi da fuoco, fucili AK47 e bombe a mano che le forze di sicurezza avevano recuperato dopo la perquisizione nella moschea al-Omari” (pag. 17). E qual è la fonte delle foto identificata dal Daily Mail? La TV di Stato siriana.

La maggior parte dei ricercatori cerca di “triangolare” le prove (cioè cercare almeno due fonti indipendenti per corroborare una tesi), ma la figura geometrica preferita di Anderson sembra essere il cerchio, dove una tesi pre-stabilita può permettersi di circolare in rete e finire col corroborare se stessa.

Come un rivenditore, Anderson ci dice che “il funzionario saudita Anwar Al-Eshki ha successivamente confermato alla BBC che le armi erano state fornite a gruppi all’interno della Siria che le avevano nascoste nella moschea di al-Omari”.

Ciò viene da un’intervista a BBC Arabic che è disponibile su You Tube. Ecco cosa ha detto Al-Eshki nell’intervista:

Parliamo della guerra in corso in Siria. È una guerriglia urbana? È una guerra tra due forze equivalenti? Sappiamo tutti che non esiste un equilibrio dei poteri.

Abbiamo visto in diverse occasioni come armare piccoli gruppi per formare una “resistenza”. Armare una “resistenza” non significa necessariamente dare loro carri armati o armi pesanti, come accaduto in Libia. Tuttavia, gli dai armi, in modo che si difendano e esauriscano le forze dell’esercito. L’obiettivo è spingere le forze governative dalle città ai villaggi.

Permettetemi di dirvi alcuni fatti. Il primo fatto. Un uomo è venuto da me da Daraa, era stato ferito. Tutti ci hanno invitato a fornirgli armi. Allora mettevano le armi nella moschea di Al Omari, nonostante le obiezioni del cieco sceicco. Questo sceicco ha rifiutato l’idea di usare la forza. 

Dopodiché ho chiamato Riad al-Asaad [ndt: leader del FSA, cioè l’Esercito Libero Siriano]. Mi ha detto che circa 17.000 uomini si erano uniti a lui e volevano impegnarsi nella lotta contro l’esercito nazionale siriano. 

Ho detto ‘No’ e che rifiutiamo l’idea. Voglio dire che il nostro centro rifiuta l’idea, perché il nostro centro è indipendente. Gli ho detto che noi al centro rifiutiamo l’idea e che lui doveva lasciare la Siria e unirsi all’opposizione al di fuori della Siria. Mi ha chiesto: quale opposizione intendi? Ho detto: Unisciti all’opposizione che viene sponsorizzata e sostenuta dalla Turchia. Allora sarai protetto da uno Stato.”

Innanzitutto notiamo che non esiste alcuna dichiarazione esplicita da parte di Al-Eshki che i sauditi stavano armando la gente di Deraa. Per estrarre quella dichiarazione dal video devi interpretare le sue parole in un modo particolare. Quello che Anderson indica come la “pistola fumante” è il secondo paragrafo che ho evidenziato sopra. Ma leggerlo così è prenderlo fuori dal contesto; se lo leghi con il paragrafo precedente, è abbastanza chiaro che Al-Eshki parla in generale circa la natura del conflitto siriano e come concettualizzarlo (come una “resistenza” – cioè una forma di guerriglia). Il passaggio in corsivo è più simile a una descrizione di ciò che si farebbe se si sponsorizzasse una “resistenza”, piuttosto che un resoconto di qualcosa che l’Arabia Saudita stava effettivamente compiendo. Esploriamo la semantica di questo testo: Al-Eshki dice che il visitatore di Daraa “ci ha invitato a fornirgli armi” –  il che indica chiaramente che non l’avevano ancora fatto. Al-Eshki riferisce anche che il “cieco sceicco”, che era imam della moschea, obiettò all’idea di mettere le armi nela moschea. Perché qualcuno metterebbe in evidenza l’obiezione di una figura influente a qualcosa che stava facendo o che prevedeva di fare? Nella sua conversazione con Riad al-Asaad, Al-Eshki sembra contro la militarizzazione prematura della lotta. Questa lettura è anche l’unica coerente con Al-Eshki che parla in pubblico in queste prime fasi.

Abbiamo anche la questione delle tempistiche – affinché questa conversazione si inserisca coerentemente con la tesi di Anderson, avrebbe dovuto aver luogo ben prima del 18 marzo. Ma non c’è alcuna indicazione nell’intervista di Al-Eshki su quando ha avuto luogo la visita dell’uomo di Daraa, dice solo che lui ha contattato Riad al-Asaad “dopo” quella visita- una conversazione che non può aver avuto luogo fino a luglio (Riad Asaad defezionò a luglio) . Sembra improbabile che si riferisse a due eventi distanti più di quattro mesi l’un dall’altro, quindi la conversazione di Daraa probabilmente avveniva dopo gli eventi di marzo.

Infine, guardiamo cosa stava facendo il governo siriano in questo periodo – oltre a reprimere le espressioni aperte dell’opposizione, stava anche cercando di conciliarsi con gli organizzatori delle proteste – i capi delle famiglie leader di Daraa. Assad rimosse il cugino da capo della sicurezza locale; licenziò il governatore di Deraa e inviò due ministri governativi per comunicare condoglianze alle famiglie che avevano avuto membri uccisi dalle forze di sicurezza il 18 marzo (l’agenzia ufficiale di Stato SANA li ha addirittura chiamati “martiri”). È possibile che il governo siriano abbia risposto in questo modo se fosse in corso un’insurrezione islamica? 

La vera natura della sollevazione di Daraa.

Non abbiamo bisogno di invocare una fantastica “cospirazione islamica” per spiegare gli eventi a Daraa. La città non era terreno fertile per una replica della ribellione di Hama: non era un territorio della fratellanza musulmana, ma una roccaforte del partito Baath, come ogni analista serio di questi eventi sa bene. Daraa è una comunità agricola che ha beneficiato delle prime politiche di riforma agraria del Baath e storicamente vi è stata un’enorme aderenza al Baath nella provincia di Deraa. Due delle figure principali del regime, il vicepresidente Farouk al-Sharaa e il vice ministro degli Esteri Faisal Mikdad, provengono dalla zona. Ciò spiega perché il regime ha pensato di poter neutralizzare i disordini con solo qualche dichiarazione conciliante.

Ma era anche un centro gravemente colpito dalla siccità del 2008-09, che fu gestita molto male dal governo siriano. Daraa città era fuori dall’area più colpita dalla siccità, ma la sua regione, l’Hauran, fu fortemente colpita e Daraa fu una delle città in cui numerose famiglie messe in ginocchio erano emigrate.

Perciò nel 2011 Daraa non era una città di cospiratori islamici, ma di disperati sostenitori del Baath e di disperati agricoltori. È una delle ragioni per cui la loro rabbia è stata diretta contro la sede del partito Baath e gli uffici di Syriatel, società di proprietà del cugino di Assad, Rami Makhlouf, simbolo della corruzione e del capitalismo in Siria.

I ragazzi arrestati per i loro graffiti provenivano da alcune delle principali famiglie di Daraa, come le prime vittime della repressione statale. Atif Najeeb, il capo della sicurezza che ha presieduto tutto questo, era un outsider, a causa dei suoi legami con la famiglia Makhlouf. Haian Dukhan ha documentato come ha violato tutti i protocolli di cortesia tribale nel suo gestire la questione, alienando le uniche persone che avrebbero potuto tenere il coperchio saldo su questa pentola a pressione.

Daraa era una città di confine dove le persone che cadute in tempi difficili potevano vivere di contrabbando – e questo significava spesso avere una scorta rudimentale di armi da fuoco; era anche un’area in cui le identità tribali e le lealtà basate sui clan hanno svolto un ruolo importante. Una volta che le uccisioni iniziarono, si attivarono gli obblighi di sangue tra gente che aveva i mezzi per reagire e lo fece.

Come spiega Dukhan, “l’elemento centrale della formazione tribale è l’istituzione di gruppi di parentela. Ogni membro del gruppo è responsabile di ogni altro membro … Quando vengono attaccati, i membri del gruppo sono obbligati a unirsi per difendersi; quando i membri subiscono danni o perdite, i membri del gruppo si uniscono per ottenere un risarcimento o chiedere vendetta”.

Per questo motivo Daraa ha visto incidenti di ritorsione armata contro le forze di sicurezza prima di altre parti del Paese, a partire dal 23 marzo, giorno che contava alle spalle già 12 civili uccisi dalle forze di sicurezza. Daraa è stata la prima città ad affrontare il regime di Assad e la prima dove alcuni individui hanno preso armi, non per influenza islamica, ma perché il regime aveva semplicemente scelto le persone sbagliate da umiliare e uccidere. 

Tim Anderson come accademico.

Anderson ama presentare il proprio lavoro come quello di un accademico – include il suo libro nel suo profilo universitario e abbellisce il testo con strumenti accademici come note a piè di pagina e riferimenti. Ma il modo in cui tratta le sue fonti è straordinariamente non accademico. Impiega tre metodi principali per affrontare la letteratura accademica esistente sulla Siria (e altre fonti).

1)- Ignorarla.

La prima cosa straordinaria del lavoro di Anderson è che non ha praticamente alcun tipo di interazione con il lavoro degli accademici specialisti sulla Siria. Di rado fa riferimento a ricercatori accademici e quando lo fa, lo fa in modo molto strano. Ad esempio i dettagliati studi su Daraa di Reinoud Leender vengono ignorati, nonostante si occupino di uno dei principali temi di Anderson. L’importante documento di Ray Hinnebusch, “Syria: from authoritarian upgrading to revolution?” (“La Siria: dall’aggiornamento autoritario alla rivoluzione?”), è citato, ma solo come fonte di statistiche sullo sviluppo dell’alimentazione elettrica! Un altro documento di Hinnebusch è incluso nell’elenco dei riferimenti, ma non è menzionato nel testo. Lo studio di Volker Perthes, “Syria under Bashar al-Asad: Modernisation and the Limits of Change” (“La Siria sotto Bashar al-Asad: la modernizzazione e i limiti del cambiamento”) è inserita nell’elenco dei riferimenti, ma non è stata menzionata nel testo, nonostante affronti uno dei temi principali di Anderson.

Il lavoro determiannte di Hanna Batatu sul regime baathista, “Syria’s Peasantry, the Descendants of Its Lesser Rural Notables” (“La classe contadina della Siria, i discendenti dei suoi piccoli notabili rurali e la loro politica”) viene ignorato, anche se è incluso un documento di Batatu sulla Fratellanza Musulmana (vedi sotto per la maniera in cui viene trattato l’argomento).

2)- Selezionarla strumentalmente.

Anderson cita molto selettivamente le sue fonti, per evitare qualsiasi cosa che possa contraddire la sua narrazione. Ecco alcuni esempi:

Anderson pag. 45: “Secondo Batatu,  le credenze religiose dei sunniti non sono mai state sotto la minaccia dei Ba’athisti, ma piuttosto afferma che “gli interessi sociali degli elementi superiori e medi delle loro classi agricole, mercantili e produttive hanno visto un vantaggio nella Fratellanza” (Batatu 1982: 13).

Ma poche pagine dopo, Batatu (1982: 20) dice, riguardo le turbolenze politiche degli anni Ottanta: “Ancora più aggravante fu l’intervento del regime siriano contro i palestinesi nel conflitto libanese: ad un certo punto, nel 1976, le unità siriane hanno attaccato le principali forze palestinesi in montagna, permettendo alle Falangi maronite di distruggere completamente il campo di Tal az-Za’tar con notevoli perdite di vite umane. Mai dal 1917 un regime in Siria, qualunque colore avesse avuto, aveva assunto una posizione anti-palestinese. Era una politica senza precedenti e scioccò e alienò larghi segmenti dell’opinione pubblica siriana” (Batatu 1982: 20).

Anderson pag. 37: “Nir Rosen scrisse di “combattenti dell’opposizione morti … descritti come civili innocenti uccisi dalle forze di sicurezza” (Rosen 2012)”.

Rosen (2012): “Molti di quelli che sono stati uccisi sono infatti combattenti dell’opposizione morti, ma la causa della loro morte è ignota e sono descritti nelle relazioni come civili innocenti uccisi dalle forze di sicurezza, come se tutti stavano solo protestando o se ne stavano seduti nelle loro case. Naturalmente, anche queste morti continuano a succedere regolarmente” (enfasi mia).

Qui Rosen è abbastanza attendibile per Anderson, ma cita un’altra fonte per sentito dire per negare che i soldati disertori venivano uccisi, mentre è proprio ciò che accadeva. Rosen dovette ammettere a riguardo:

“Nel frattempo, i membri sunniti dell’esercito sono sottoposti ad un crescente sospetto da parte delle agenzie di sicurezza, e ci sono stati casi di forze di sicurezza che hanno ucciso soldati per aver rifiutato di rispettare gli ordini di sparare. Centinaia di soldati e ufficiali sono stati anche arrestati.”

3)- Riportarla erroneamente.

Anderson talvolta riporta le proprie fonti in modo totalmente falso, come dimostra questo esempio:

Anderson pag. 20: “Le Nazioni Unite … stimano da diverse fonti che, entro i primi del 2012, vi furono più di 5.000 vittime e che le morti nel primo anno di conflitto includevano 478 poliziotti e 2.091 forze militari e di sicurezza (OHCHR 2012:2; Narwani 2014). Vale a dire, più della metà delle vittime nel primo anno appartenevano alle forze di sicurezza siriane. Quel calcolo indipendente non è stato riportato dai media occidentali” (enfasi mia).

Tuttavia, consultando il rapporto dell’ONU citato da Anderson troviamo quanto segue:

La Commissione ha inoltre ricevuto dalle autorità del governo siriano le liste delle vittime appartenenti alle forze di polizia, militari e di sicurezza. Secondo queste liste, tra il 29 marzo 2011 e il 20 marzo 2012 sono stati uccisi 478 agenti di polizia e 2.091 persone appartenenti alle forze militari e di sicurezza. Senza accesso alla Repubblica Araba Siriana, la Commissione non è in grado di confermare tali cifre”. 

Conclusioni.

Anderson, ovviamente, ha il diritto di non essere d’accordo con altri specialisti accademici esperti di Siria, ma è un tipo strano di “accademico” che semplicemente ignora tutti gli altri membri nella comunità cui dice di appartenere. È un tipo ancora più strano che utilizza metodi di selezione strumentale e falsificazione delle proprie fonti.

Quello che Anderson mostra soprattutto in questo lavoro è disprezzo per i suoi lettori, supponendo che siano troppo stupidi, troppo pigri o troppo ingenuti per controllare le sue fonti e i riferimenti. Chiunque lo faccesse, si renderebbe rapidamente conto che la persona con cui hanno a che fare non è un analista serio ma un venditore di fumo in abiti accademici.

Riferimenti (tratti da Anderson):

  • Batatu, Hanna (1982) “Syria’s Muslim Brethren”, MERIP Reports, Middle East Research and Information project (MERIP), No 110, “Syria’s troubles”, Nov-Dec.
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