La normalizzazione di Assad e la politica di cancellazione in Siria

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Articolo pubblicato su dawnmena l’11 gennaio 2022, di Steven Heydemann (Traduzione di G.De Luca)

A marzo, il conflitto siriano entrerà nel suo 11° anno, senza che ci sia una fine in vista. Con l’avvicinarsi di questo cupo anniversario, l’economia siriana è crollata; il traffico di stupefacenti è diventato una delle principali fonti di reddito del regime. Più di 12 milioni di siriani hanno problemi alimentari. La sicurezza interna è precaria. Insurrezioni di basso livello sono divampate in aree precedentemente riconquistate dalle forze del regime. Le cellule dell’ISIS sono attive in aree della Siria orientale. Nonostante un cessate il fuoco nominale nel nord-est, il regime e gli attacchi russi contro i civili sono all’ordine del giorno.

Eppure, anche di fronte a questa cupa valutazione, il presidente Bashar al-Assad ha ottenuto significative vittorie diplomatiche nell’ultimo anno. A partire dalle aperture del re di Giordania Abdullah II lo scorso luglio, la normalizzazione di Assad e del suo regime ha rapidamente preso piede in tutta la regione. Gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain hanno riaperto le loro ambasciate a Damasco. Alti funzionari di diversi stati arabi stanno premendo per ripristinare l’appartenenza della Siria alla Lega araba, inclusa l’Algeria, che ospiterà un prossimo vertice della Lega a marzo. La Siria è già stata designata per ospitare una conferenza sull’energia araba nel 2024. Gli Stati Uniti hanno esteso lo sgravio delle sanzioni per consentire a un gasdotto egiziano di fornire gas naturale al Libano passando attraverso la Siria, anche se il progetto ha incontrato ostacoli. È probabile che questa tendenza acceleri solo nel prossimo anno. Sebbene l’amministrazione Biden insista sull’ opporsi alla normalizzazione, sul fatto di creare legami con Assad e manterrà in vigore le sanzioni economiche, non ha respinto con forza i propri alleati nella regione che hanno raggiunto Damasco, anche se minano gli obiettivi dichiarati della politica americana.

Descritto come un personaggio che “passo dopo passo” dall’isolamento punitivo si è avvicinato alla diplomazia, i regimi arabi hanno avanzato numerose giustificazioni per la normalizzazione di Assad. Viene presentato come contrappeso arabo all’Iran; colui che può alleviare le difficoltà economiche dei civili siriani; dare un passo decisivo affinché ritornino i profughi siriani; e rappresenta l’assicurazione contro un’ulteriore ondata di profughi che potrebbe minacciare la stabilità degli stati vicini. Il ritornello più frequente, tuttavia, è che l’impegno creerà incentivi affinché il regime di Assad accetti le riforme necessarie che apriranno i rubinetti dei finanziamenti per la ricostruzione da parte dell’Unione Europea e portare la Siria verso la transizione politica prevista dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite
Se le sanzioni non sono riuscite a cambiare il comportamento del regime di Assad, forse è giunto il momento di mostrare al regime cosa potrebbe guadagnare dalla cooperazione. Questa possibilità è ciò che ha portato l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Geir Pedersen, a sostenere la normalizzazione sotto la bandiera dell’impegno. “Ogni mese che passa”, ha commentato a dicembre, “ho percepito una consapevolezza più ampia rispetto al mese anteriore e il fatto che siano necessari passi politici ed economici – e che questi possono davvero essere dati solo insieme – passo dopo passo, passo dopo passo. “

Come motivazione per le concessioni a Damasco, tuttavia, questo approccio, che riabilita diplomaticamente Assad, è poco meno che delirante. L’idea che il regime di Assad risponderà alla normalizzazione con concessioni proprie va contro tutto ciò che sappiamo su come gli Assad hanno governato la Siria per più di 50 anni. Non solo questo impegno “passo dopo passo” non è riuscito a produrre il minimo accenno di cambiamento nel comportamento del regime, ma sta avendo l’effetto contrario.

Visto come una prova che la recalcitranza funziona, il “passo dopo passo” sta legittimando e rafforzando il regime di Assad, rafforzando la sua determinazione a rifiutare i compromessi e portando verso una soluzione politica del conflitto siriano ancora più fuori portata. Né è probabile che i siriani possano vedere i presunti guadagni economici della normalizzazione. La corruzione ha caratterizzato la gestione dell’assistenza umanitaria da parte del regime durante la guerra civile. Le aperture economiche sono state invariabilmente catturate dagli Assad e dai loro compari, che monopolizzano i loro benefici con totale disprezzo verso il benessere dei cittadini comuni. Non c’è motivo di pensare che la normalizzazione produca altri risultati.

I fautori della normalizzazione sono indifferenti al suo fallimento. Non hanno mostrato alcun interesse a subordinare ulteriori “passi” a una risposta positiva alle aperture precedenti. In effetti, il “passo dopo passo” è diventato un quadro per il disarmo diplomatico unilaterale.

La normalizzazione avrà anche effetti profondamente corrosivi sulle sanzioni, nonostante le affermazioni contrarie degli Stati Uniti. L’amministrazione Biden ha mostrato una minore disponibilità rispetto al suo predecessore a fare uso delle sanzioni esistenti ai sensi del Caesar Syria Civilian Protection Act. Per altri stati, compresi quelli della regione, il “passo dopo passo” è una comoda scusa per ignorare le sanzioni e approfondire i legami economici con il regime. La Giordania e gli Emirati Arabi Uniti stanno già discutendo con Damasco su come rivitalizzare il commercio e gli investimenti. L’inviato speciale della Russia per la Siria ha previsto un ulteriore allentamento delle sanzioni nel prossimo anno.

I critici delle sanzioni potrebbero accogliere con favore questa possibilità, sostenendo che, con esse, non sono riusciti a raggiungere il loro scopo e hanno causato danni ai civili siriani, imponendo poche difficoltà alle élite del regime. Nel fare tali affermazioni, tuttavia, i critici spesso ignorano i molti altri fattori che collettivamente contribuiscono molto più delle sanzioni alla sofferenza del popolo siriano.

Questi includono la massiccia distruzione delle infrastrutture siriane da parte del regime negli ultimi dieci anni; lo spostamento di massa della popolazione; il crollo dell’economia libanese; l’impatto della corruzione del regime sulla ripresa economica della Siria; e il rifiuto dei suoi principali mecenati internazionali, tra cui Cina e Russia, di fornire un sostegno significativo sia per gli aiuti umanitari che per la ricostruzione economica. Prendiamo anche in considerazione la crisi del pane in Siria, con la quale le sanzioni non hanno nulla a che fare. È in gran parte il risultato del rifiuto della Russia di vendere grano alla Siria a causa della pandemia di COVID-19, degli incendi dolosi che hanno distrutto vaste aree di terreni coltivati ​​nell’estate del 2020, molti dei quali sembrano essere stati causati dalle forze del regime, e della successiva siccità nelle province orientali della Siria.

Inoltre, le critiche alle sanzioni ignorano il danno che il loro allentamento, anche implicitamente, arrecherà, non solo alle vittime della violenza del regime e una fonte di influenza che i critici spesso sottovalutano, ma anche al diritto internazionale e alle norme globali che rappresentano i meccanismi più facili da mettere in pratica per poter ritenere il regime di Assad responsabile di crimini e abusi. Questo è un regime che ha commesso omicidi di massa, ha sistematicamente usato armi chimiche contro i civili, oltre alla tortura, le detenzioni arbitrarie e illegali e lo sfollamento forzato di milioni di civili siriani.

In poche parole, l’efficacia delle sanzioni non può essere misurata solo dal fatto che costringano il regime a cambiare il suo comportamento. Altrettanto se non più importante è il loro valore nel segnalare il ripudio e la negazione della legittimità di un regime responsabile di crimini contro l’umanità e di gravi violazioni del diritto internazionale. Negli ultimi anni, questo aspetto delle sanzioni è diventato sempre più importante poiché i procedimenti legali contro i funzionari del regime di Assad coinvolti nella tortura sono andati avanti in numerosi paesi, tra cui Germania, Francia, Spagna e Paesi Bassi.

Se la diplomazia del “passo dopo passo” verrà accettata come quadro per la normalizzazione del regime di Assad, il risultato finale sarà la cancellazione delle sue responsabilità per la distruzione della Siria e tutto ciò che l’ha accompagnata. La Russia, insieme al regime, sta lavorando duramente per ottenere proprio questo risultato. Gli Stati Uniti e i loro alleati europei non dovrebbero essere complici, direttamente o indirettamente, di tali sforzi. Gli Stati Uniti dovrebbero fare di più che affermare il loro impegno a mantenere le sanzioni contro il regime brutale di Assad. Devono metterle in pratica, dichiarando pubblicamente che adotteranno misure per imporre sanzioni contro qualsiasi parte che le viola e staranno attenti che non si verifichino violazioni. Bisogna anche chiarire che esiste un solo percorso per l’allentamento delle sanzioni: progressi dimostrabili e irreversibili verso la significativa transizione politica in Siria richiesta dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Fare diversamente invia un terribile segnale sull’indifferenza americana nei confronti dei crimini del regime di Assad e indebolisce ulteriormente le possibilità di impedire ad altri dittatori di seguire le sue orme.

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