Su Firas, nell’ottavo anniversario della sua assenza.

Pubblicato sul sito di Massar (la piattaforma mediatica della Coalizione delle Famiglie delle Persone rapite dall’ISIS – Da’esh) il 2 dicembre 2021. Di Ghadeer Noufel, moglie di Firas al Haj Saleh, rapito dall’Isis 8 anni fa.

(Traduzione G.De Luca)

Firas Al Haj Saleh

La scomparsa di una persona amata, il fatto di non sapere dove si trovi o quale sia il suo destino rende la nostra vita costantemente bisognosa di conforto. Il lutto mette fine anche ai dolori e alle aspettative. Com’è la situazione nella quale in una casa non può dichiararsi un lutto e annunciare che la perdita è definitiva, e parenti e amici si riuniscono per consolarti e alleviare la tua grande afflizione. Non ci sono abiti da lutto da indossare in modo da allenare le nostre anime ad abituarsi alla perdita, lezioni di lutto che spengano il fuoco ardente nel tuo cuore, o anche una mano premurosa che ti accarezzi la spalla. Il tempo passa senza curarsi di te; il destino non ti lascia la possibilità di raccogliere il tuo dolore. Un bambino cresce, un viaggiatore torna, i ragazzi riescono negli studi, un vecchio muore, un paziente guarisce, gli anni passano, ma solo perdere qualcuno che amiamo continua a scavare e ad approfondire il dolore che non cambia, si ferma o finisce, come se fosse un buco nero che ingoia l’energia e le gioie della vita.

Fin dal nostro primo incontro ho saputo che lui è il partner su cui si sarebbe appoggiato il mio cuore fino alla fine del percorso. Alcuni potrebbero credere che il periodo di tempo che Firas e io abbiamo condiviso come coppia è breve, ma credo che le relazioni non si misurino in base al tempo, ma secondo quello che lasciano nella tua anima e nella tua mente. Ancora oggi riporto i miei ricordi condivisi con quell’uomo padrone di sé e calmo come la brezza; un uomo che impone rispetto ovunque vada. Fu un matrimonio di tre anni, intervallato da due arresti da parte del regime e un licenziamento come punizione per aver partecipato all’organizzazione del movimento pacifico all’inizio della rivoluzione. È stato minacciato dagli uomini del regime con un proiettile in una buia strada secondaria. Dovuto a ciò prese la decisione di lasciare Raqqa per recarsi verso la liberata Tel Abyad e da lì continuare le sue attività.

Firas Hajj Saleh (1972), padre di un bambino (Ibrahim), è il fratello minore di otto fratelli e una sorella. La sua famiglia si oppone al regime di Assad, padre e figlio. Ha vissuto il periodo di detenzione di tre suoi fratelli negli anni ’80, così come le continue irruzioni nella casa di famiglia e le ripetute convocazioni a indagini, sondaggi e studi di sicurezza semestrali. Aveva diciotto anni quando sua madre morì dovuto alle torture e alla coercizione sui suoi figli, che furono imprigionati nelle carceri del tiranno. Firas non partecipava ad alcuna attività prima dello scoppio della rivoluzione siriana, ma si opponeva al regime tirannico; non appena ebbe luogo la rivoluzione, fu tra i primi a coordinare e partecipare alle manifestazioni e fornire assistenza agli sfollati: rifornimenti di cibo, alloggi e raccolta di beni necessari. Non era solo, ma insieme a decine di suoi compagni tra i quali c’erano giovani donne e uomini della città.

Lo stesso giorno in cui è stata annunciata la liberazione di Raqqa, Firas è tornato da Tal Abyad, nonostante i bombardamenti aerei e i missili che cadevano sulla città. Ben presto la casa di famiglia è tornata ad essere un luogo di ritrovo, di coordinamento, di pianificazione e di conversazione che si protraevano tutti i giorni fino a tarda notte. È stato solo dopo un breve periodo di tempo che le caratteristiche dell’organizzazione “ISIS” hanno cominciato ad apparire ed a prendere forma. L’ISIS, allora, ha cominciato a imporsi sulle persone e a controllarne la vita; le voci dei suoi seguaci prevalevano in città. L’atteggiamento di Firas nei confronti dell’organizzazione è stato chiaro fin dall’inizio. Ha partecipato a sit-down e manifestazioni che si sono svolte per la città denunciando le azioni dell’ISIS, e ha anche esplicitamente invitato alla resistenza all’organizzazione sulla sua pagina Twitter e Facebook. Un giorno è venuto a dirmi che era stato minacciato di morte dall’ISIS o avrebbe dovuto lasciare il Paese entro una settimana. Lo pregai di andarsene, temendo per la sua vita. Lui mi disse con decisione: “Questa è la mia città, che non lascerò agli estranei, e ho il diritto di restarci”. Cinque giorni dopo l’organizzazione metteva in atto la sua minaccia. Era la notte del 19 luglio 2013.

La notizia mi arrivò come un fulmine a ciel sereno. Presto, la notizia del rapimento di Firas si diffuse su tutte le pagine dei social media, e presto si organizzò un sit-down davanti al quartier generale dell’ISIS. Pertanto, la famiglia e gli amici si riunirono lì. Il sit in continuò fino all’alba, ma l’organizzazione negava la presenza di Firas nelle loro carceri. Iniziai a cercare mio marito nelle sedi e nelle agenzie dell’Isis chiedendo a molti notabili e funzionari, i quali negavano la sua presenza nell’organizzazione. Tre settimane dopo, ricevetti una telefonata da loro che mi diceva di restare nel “periodo di attesa legale” perché lo avevano liquidato. Sarei crollata alla notizia se non fosse stato per i miei amici che mi hanno assicurato che questa frase veniva detta dall’organizzazione a ogni donna il cui marito era stato rapito da loro in modo che perdesse la speranza e smettesse di cercarlo.

(Firas con suo figlio, che aveva solo 2 anni al momento della sua scomparsa.)

Sei mesi dopo il rapimento di Firas, scoppiava una guerra di strada tra l’Isis e altre fazioni. Mia sorella, mio ​​figlio “Ibrahim” e io restammo intrappolati in casa per tre giorni. Dopo la fine del combattimento, l’ISIS annunciava il suo controllo sull’intera città. In quel momento, decisi di lasciare il paese e andare in Turchia. Il linguaggio non riesce a descrivere le battute d’arresto e le delusioni che ho vissuto negli ultimi otto anni. La mia perdita è più di quanto si possa scrivere in poche righe. Ho perso un marito, un amante e anche un protettore. Ho lasciato il mio paese portando in braccio un bambino di due anni. Come può il mio cuore sopportare le domande di nostro figlio sul motivo dell’assenza di suo padre? Il motivo gliel’ho tenuto a lungo nascosto finché non è arrivato il momento un anno fa e gli ho detto la verità. Come descrivere come mi sentivo ogni volta che mio figlio chiamava “papà” degli sconosciuti. Ogni volta che sentiva un gruppo di bambini che chiamavano i loro padri, la sua voce si alzava al di sopra delle loro voci, chiamando: “Papà”. Nessuna risposta alla sua chiamata, ovviamente. Voglio dirti, amore mio, che il nostro bel bambino ha dieci anni ormai, e che ha un’intelligenza e un carisma che lo rendono vicino al cuore di tutti quelli che lo conoscono. La sua insegnante mi dice che Ibrahim è un bambino allegro e felice, quindi gli dico in segreto: “Sì, ce l’ho fatta, Firas”. Ho protetto il cuore di nostro figlio dall’essere spezzato. Tempo fa mi ha detto che voleva mettere insieme le sue foto di te nella sua stanza. Ovviamente gli ho permesso di farlo. Noi, le famiglie delle persone vittime di sparizione forzata, stiamo ancora cercando di ottenere il nostro diritto di conoscere il destino dei nostri cari, e non risparmiamo sforzi per farlo. Sappiamo che il mondo non presta attenzione ai nostri dolori e sappiamo che la strada è lunga ma nessuno è disposto a percorrerla per noi. Sono passati otto anni, Firas.

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