Qasem Soleimani ha brutalizzato il Medioriente ma il bagno di sangue è lungi dall’essere finito

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La ritorsione dell’Iran per l’uccisione del temuto generale è una certezza, l’incognita è sapere quando e come   

Scritto da Oz Katerji, Tradotto da Francesca Scalinci

Nessuno l’aveva previsto. Nessuno. Il generale Qasem Soleimani, l’uomo più temuto del Medioriente, è stato assassinato a Baghdad dall’attacco di un drone statunitense nelle prime ore di venerdì mattina e non c’è un singolo analista del Medioriente, giornalista o luminare che l’abbia previsto. Quando finalmente l’incredulità è sfumata e ha lasciato il passo alla realtà, la conferma della notizia dell’assassinio del comandante della Forza Quds iraniana su ordine di Washington ha causato un’onda d’urto in tutto il mondo. Stavamo e stiamo osservando un momento epocale per il Medioriente.

L’era Soleimani è finita, nessuno l’aveva predetto e nessuno sa cosa accadrà di conseguenza nella regione e nel mondo. Ciò è terrificante. “Una moltitudine di sentimenti confusi, ma quello predominante è la paura” ha twittato la giornalista irachena, redattrice di Irfaa Sawtak, Rasha Al Aqeedi. “Le figure semi-divine non devono morire mai. Quando ciò accade, genera molta confusione”.

Ma questo è esattamente quello che è accaduto. Per comprendere la gravità degli eventi, Qasem Soleimani era considerato intoccabile dalle due amministrazioni presidenziali che hanno preceduto Trump, sebbene fosse da loro ritenuto responsabile in prima persona della morte di centinaia di personale USA di stanza in Iraq, per paura delle dimensioni della potenziale ritorsione iraniana.

Donald Trump deve per forza aver ricevuto le stesse informazioni e la sua decisione di ignorarle continuerà a riverberare in Medioriente per decenni. L’ufficiale senior della CIA Marc Polymeropoulos, ora in pensione, ha twittato il suo stupore di fronte a questa situazione: “Nei normali procedimenti di sicurezza nazionale, si riflette molto prima di compiere tali attacchi di ‘decapitazione’… in questo caso, sono molto curioso di sapere se le valutazioni analitiche precedenti all’evento avessero avvertito di una conflagrazione regionale e se tale analisi abbia avuto qualche effetto su Trump. Oppure mi chiedo se qualsivoglia valutazioni siano state fatte”.

L’unico modo per comprendere l’eredità di Qasem Soleimani è di ripercorrere la scia di sangue che si è lasciato dietro in tutto il Medioriente. Come capo della Forza Quds, Soleimani ha supervisionato di persona una rete terroristica internazionale per procura da miliardi di dollari e l’ha fatto nella più totale impunità. In un celebre episodio del 2008, al generale David Petraeus, allora comandante del United States Central Command (CENTCOM),  venne passato un telefono con un messaggio di Soleimani che diceva: “Caro generale Petraeus, dovrebbe sapere che io, Qasem Soleimani, controllo la politica iraniana relativa a Iraq, Libano, Gaza e Afghanistan. Infatti, l’ambasciatore a Baghdad è un membro della Forza Quds. La persona che lo sostituirà è anche membro della Forza Quds”.

Ma in Medioriente l’eredità specificamente distintiva dell’uomo che ha guidato l’insurrezione di Teheran contro le forze americane in Iraq non è la morte di centinaia di membri delle forze armate statunitensi, nè l’ondata di assassinii politici che ha macchinato negli ultimi vent’anni. Soleimani ha lasciato il segno per la spietatezza sfrenata mostrata nei confronti della popolazione civile siriana e irachena ed è stato personalmente responsabile della morte di migliaia di persone. Tra queste, negli ultimi tre mesi, centinaia di civili iracheni uccisi dai proiettili delle forze di sicurezza irachene che hanno agito sotto i suoi diretti ordini.

Soleimani era brutale, senza scrupoli e spietatamente efficiente in ciò che doveva fare, cioè seminare massacri in tutto il Medioriente alla ricerca dell’egemonia regionale. Se non riusciva a radere al suolo le infrastrutture civili, aveva a disposizione una scorta pressoché infinita di coscritti, poveri e reclutati a forza, provenienti da Afghanistan e Pakistan, che poteva mandare in trincea per dare luogo a un’onda umana di attacchi, come nella Prima Guerra Mondiale, finché ogni resistenza non fosse stata neutralizzata; la loro vita, evidentemente, valeva per lui quanto quella dei civili impegnati nei movimenti di protesta che sopprimeva.

La notte scorsa non è stata certo una sorpresa vedere sui social media i video dei manifestanti iracheni che ballavano per le strade di Baghdad in giubilo alla notizia che l’uomo che aveva massacrato centinaia di loro compagni era morto. Neanche è stata una sorpresa vedere i festeggiamenti a Idlib, in Siria, dove abitano 3 milioni di persone, la stragrande maggioranza profughi provenienti da Aleppo, Douma, Darayya, Madaya, Homs, Hama, Daraa e ogni altra città e cittadina brutalizzata, assediata e ridotta alla fame da Soleimani prima di procedere alla deportazione forzata dei loro abitanti.

I paladini di Soleimani mettono in rilievo le battaglie avvenute tra le milizie per procura sotto il suo comando e il gruppo dello Stato Islamico in Iraq e Siria. Ma è assurdo e grottesco revisionismo storico suggerire che l’uomo che ha accolto Al Qaeda in Iran fosse una specie di contro-terrorista. La brutalità delle politiche di Soleimani in Iraq erano altrettanto responsabile di aver creato le condizioni materiali di cui aveva bisogno l’Isis per fiorire quanto l’invasione del paese ad opera di Bush (anche Obama non se la cava bene su questo punto); le sue forze hanno inoltre compiuto atti di crudeltà inaudita contro i civili nelle zone occupate dall’Isis.

Nessuno dovrebbe essere così stolto da pensare che la decisione di Trump di assassinare Soleimani abbia avuto nulla a che fare con un senso di giustizia nei confronti delle vittime dello stesso. Il presidente americano ha dato prova della sua stessa crudeltà nei confronti dei civili in Medioriente. Soleimani è stato ucciso perché era un uomo vanitoso ed egocentrico che si credeva intoccabile. La decisione di dare l’ordine alle sue milizie per procura di invadere l’ambasciata americana in Iraq martedì ha l’audacia di bronzo dei selfie da lui scattati in ogni città e cittadina della Siria da lui ridotta in macerie. Ma mentre le sue milizie scrivevano con lo spray il suo nome sulle mura dell’ambasciata e provocavano Trump, ha finalmente travalicato l’ultima linea invalicabile della sua vita.

Qasem Soleimani era un tiranno, un terrorista e un omicida di massa. La sua morte ha reso il mondo un posto migliore, ma lo ha reso anche un posto meno sicuro. L’Iran non può lasciare impunita l’uccisione della sua seconda figura più potente. Non si tratta più di sapere se l’Iran risponderà ma di capire come e quando. Nonostante la natura di quanto accaduto non abbia precedenti, sembra ancora improbabile che una qualsiasi forma di invasione dell’Iran venga presa in considerazione dagli Stati Uniti. La questione affrontata dall’Iran è: fino a che punto è disposto ad andare per vendicarlo?

Nello scenario attuale, non c’è possibilità che il regime iraniano, con tutta la sua forza e il suo potere regionale, possa vincere una guerra convenzionale contro la potenza militare americana. Nonostante la retorica e l’atteggiamento bellicosi, preferisce concentrare la propria aggressione contro manifestanti civili o contadini scarsamente armati sul retro di camioncini piuttosto che contro potenze militari vere e proprie, come mostra chiaramente la totale mancanza di azione in risposta ai ripetuti attacchi israeliani a obiettivi iraniani in Siria negli ultimi anni. Tuttavia, l’imprevedibilità di Trump e la situazione, non pensabile in precedenza, in cui ci troviamo oggi ha fatto a pezzi il libro delle regole. Siamo in territorio inesplorato e siamo senza bussola, e gli orribili precedenti di Trump in politica estera mostrano che non c’è nessuno al comando.

La realtà è che, se una nuova guerra è all’orizzonte, è difficile che siano gli americani quelli a soffrire di più. Saranno i civili in tutto il Medioriente, terrorizzati e intrappolati, e ciò sarà in un certo senso la continuazione dell’intera opera di Soleimani. Dovremmo anche disilluderci sul fatto che in Iraq e in Siria e dintorni non ci sia ancora una guerra in atto. Le guerre di Soleimani hanno sommerso le sue vittime per decenni, la popolazione civile del Medioriente è quella che ne paga il prezzo e qualunque azione, o non azione, da parte dei poteri globali, ed è un prezzo in sangue. Viviamo in tempi pericolosi, senza precedenti, terrificanti. Ma almeno per stasera, i nostri pensieri dovrebbero andare alle famiglie delle vittime di Soleimani. Nel bene e nel male, è morto un brutale tiranno.

ORIGINALE: The New Statesman

 

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