Tre prospettive per Idlib

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Questo articolo è stato originariamente pubbicato su AlJumhuriya.net
di Orwa Khalife
Traduzione di Giovanna De Luca
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L’immagine in evidenza mostra il numero di bombardamenti sull’area di Idlib e in particolare su al-Lataminah, Khan Sheikhoun e al-Tamanah dall’inzio del mese di agosto.
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Il regime di Assad ha annunciato l’inizio di una grande offensiva militare su Idlib, l’ultima provincia rimasta nelle mani dell’opposizione, un’offensiva che potrebbe avere conseguenze umanitarie e politiche devastanti per la Siria, i paesi vicini e persino l’Europa.
Nel dibattito in corso sul destino della provincia siriana di Idlib e sulle aree circostanti, sono in gioco le vite di oltre tre milioni di persone. La regione ospita tutti gli sfollati interni che hanno rifiutato di vivere sotto il regime di Bashar al-Assad nei cosiddetti “insediamenti” o “campi di riconciliazione”, e gli abitanti locali che temono le rappresaglie periodiche del regime in ogni area riconquistata.
Le manovre diplomatiche internazionali e regionali non sono riuscite ad alleviare nemmeno una parte di queste pressioni che ricadono prima di tutto sulle spalle dei siriani. Ciò è in parte il risultato dell’incerta natura degli accordi in Siria, dove anche le potenze maggiori come gli Stati Uniti non hanno mantenuto le loro linee rosse, come testimonia quanto accaduto più recentemente nel sud della Siria.
Che cosa, quindi, impedirà che Idlib condivida la stessa sorte toccata a Daraa, alla Ghouta Orientale e ad Aleppo prima di loro? In verità, la risposta non è semplice.
Possiamo adottare tre prospettive per analizzare la situazione di Idlib. La prima è regionale; Idlib è l’ultimo pezzo di territorio rimasto sotto il controllo dell’opposizione, senza una diretta tutela straniera. L’area è in gran parte dominata da Hay’at Tahrir al-Sham, ultima alleanza di gruppi jihadisti, che sembra tenersi insieme per ora e che sta cercando di estendere il suo controllo sull’autostrada internazionale che corre dalla Turchia alla Giordania. Un’eventuale conquista non interesserebbe solo l’aspetto economico, ma potrebbe cambiare la portata dell’influenza di Mosca sugli eventi in Siria. Ankara sarebbe il più grande beneficiario economico del ritorno di questa autostrada, che faciliterebbe e semplificherebbe gli scambi con gli stati del Golfo e il Medio Oriente in generale.
Una seconda prospettiva tiene in considerazione il rapporto tra gli attori locali e internazionali nell’area. Nonostante l’annuncio da parte delle principali fazioni di opposizione della loro unificazione sotto il nome di al-Jabha al-Wataniya lil-Tahrir (“Fronte di liberazione nazionale” [1]) in seguito alle pressioni turche, questa nuova formazione al momento manca della forza necessaria per affrontare efficacemente gli ultimi sviluppi e il potenziale militare dei suoi membri potrebbe essere molto inferiore ai numeri dichiarati nei media. Inoltre, questo nuovo gruppo non ha i mezzi per affrontare i jihadisti di Hay’at Tahrir al-Sham, i quali, se non decidono di sciogliersi, lasceranno Ankara dovendo scegliere tra due opzioni: o uno scontro diretto con la Turchia via il Fronte di liberazione nazionale; o un ritiro dalla zona. Quest’ultimo equivarrebbe a un passaggio di consegne ai russi, supponendo che la pressione russa continui nello stesso modo testimoniato nelle recenti riunioni di Sochi, dove, sebbene non ci siano state dichiarazioni chiare, nè politche nè militari, sulle intenzioni di Mosca riguardo a Idlib, si è accennato al fatto che la Turchia disponga un periodo di tempo limitato per agire, intensificando le pressioni sull’area, le complesse relazioni tra le fazioni entro le quali può spingere la situazione sino ad un punto altamente critico.
Il terzo livello di questa equazione letale che circonda Idlib si trova nel campo internazionale, dove si gioca all’interno di margini molto stretti, contrariamente alla norma. Nonostante la potenziale minaccia che una guerra senza quartiere a Idlib pone all’Unione europea, non ci sono stati seri sforzi di evitare il peggio da parte di Stati influenti nell’Unione, come Francia e Germania. Un’operazione militare russa a Idlib probabilmente spingerebbe centinaia di migliaia di civili verso i confini turchi, dal momento che coloro che hanno scelto di lasciare le loro case piuttosto che “stabilirsi” nelle zone controllate dal regime di Assad avranno pochi scrupoli a fuggire alllo stesso modo da Idlib. Per non parlare degli abitanti originari della provincia,  che in maggioranza non vorranno vivere sotto il controllo del regime in seguito ad un feroce scontro.
Il risultato saranno i rifugiati che attraversano i confini turchi, diretti verso l’Unione europea. Ciò produrrà pericolose ripercussioni per l’Unione stessa, specialmente dopo il recente aumento del populismo in tutto il continente. Nonostante queste possibilità, non sembra che gli europei siano veramente preoccupati di stabilizzare la Siria nord-occidentale; al contrario, gli aiuti francesi inviati nella Ghouta via Mosca lo scorso mese sembrano una ricompensa per il regime di Assad per la sua conquista di Daraa.
Mettere insieme questi tre livelli può offrire un’indicazione sul futuro di Idlib. Nonostante la mancanza di prove decisive in favore di uno scenario in particolare, la prosecuzione di una disinteressata politica internazionale dalla Siria e la mancata risoluzione delle dispute all’interno di Idlib potrebbero condurre a un’operazione militare più ampia di una semplice acquisizione di alcune città della provincia e di aree come Sahl al-Ghab, Jisr al-Shughur e la montagna turkmena.
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[1] Questa formazione include Faylaq al-Sham, Jaysh al-Nasr, Jaysh Idlib al-Hurr, Harakat Ahrar al-Sham, Harakat Nur al-Din al-Zenki, Alwiyat Suqoor al-Sham, e altre fazioni locali.
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