Voci da Al Ghouta

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(Al Ghouta, di Miream Salameh)

Il 18 febbraio 2018 il regime siriano ha intensificato la sua campagna di bombardamenti sull’area della Ghouta Orientale, già sotto assedio dal 2013.
La pagina Ghouta raccoglie alcune testimonianze degli abitanti della Ghouta in queste tragiche circostanze. Ne abbiamo raccolte alcune. Tradotti da Giovanna De Luca.

-Il 20 febbraio 2018, da Nivin Hotary:

“Sotto la finestra

A tutti quelli che mi conoscono

Solitamente sono qui sotto questa finestra.Lavoro sul mio portatile qui, studio online qui, scrivo qui gli status.
Di solito, la mia piccola bambina si siede accanto a me e gioca. La finestra non ha un grande valore, posso sempre prenderne un’altra. Oppure posso sostituirla con buste di plastica al posto del vetro, così come hanno fatto tutti quelli della Ghouta che hanno vissuto questa esperienza …

L’esperienza che inizia con il frantumarsi delle finestre della casa e poi forse le mura che crollano … e poi forse i feriti ed i morti … Ma lo scenario avrebbe potuto essere diverso. Oggi sarebbe potuto iniziare come ogni altro giorno e avrei potuto lavorare sul mio portatile qui con mia figlia giocando accanto a me … e lei o io non saremmo vive in questo momento in cui ti sto scrivendo.

Siamo vive per un miracolo di Dio. Se tu, mio caro lettore, fossi un cristiano, potresti persino leggerlo come un miracolo come quelli eseguiti dal Signore Gesù e da sua madre Maria. E se non sei un credente, forse potresti dire che siamo vivi a causa delle forze della natura. Ad ogni modo, senza la misericordia divina, l’umanità sarebbe finita qui sul pianeta Ghouta.

Se sei un avvocato o un difensore dei diritti umani, voglio dirti che il regime, che ha firmato la Dichiarazione dei diritti umani, non si è attenuto a nulla di tutto ciò negli ultimi sei anni, a partire dalla violazione del diritto alla vita. Se sei una madre, capisci quanto siano preziosi i nostri figli per noi … I nostri preziosi bambini sono esposti in qualsiasi momento al peggio. Se sei di quelli che dicono che lo meritiamo perché siamo dell’ISIS, giuro che se tu sei dell’ISIS, allora siamo dell’ISIS anche noi.

Prendi me ad esempio, sia nella mia famiglia che io e mio marito abbiamo creato, che in quella estesa non c’è una sola persona armata. Tutti noi, dai più giovani ai più anziani, siamo civili che stanno cercando di aiutare la nostra comunità attraverso il lavoro civile, se sei filo-regime, assicurati che al regime non importi nulla di te, proprio come non gli importa di noi … allora il tuo turno non è ancora arrivato. Non ti viene chiesto di fare qualcosa … perché forse non puoi fare nulla.

Ma è necessario che tu conosca tutti questi dettagli. I dettagli di una vita che viviamo dove ogni minuto passa come se fosse un secolo.

Maya, mia figlia, era presa dal panico all’inizio, ma ora è tornata a giocare. Sono tornata a bere il mio Nescafé di cattiva qualità che il regime ci vende a 10 volte il suo prezzo, seduta con la mia amica. Grazie a Dio mi ha visitata oggi così non sono seduta al mio solito posto.

Va bene che mi piaccia freddo il Nescafé. Avevo intenzione di fare le pulizie di primavera in primavera, ma le farò oggi. Grazie a Dio per la nostra sicurezza e la sicurezza dei miei vicini e di tutti gli abitanti di Ghouta.

Scrivo tutto quanto dallo stesso posto in una stanza senza una finestra di vetro,al suono degli aerei di sorveglianza nei cieli e quello dei bombardamenti che provengono da non so dove.”

-Il 21 febbraio 2018, da Bereen Hassoun

“Gli altri sanno che esistiamo?
Circa un mese fa i bombardamenti iniziarono a intensificarsi, così andai con la mia famiglia al rifugio sotterraneo di Harasta. Il rifugio è uno spazio seminterrato aperto, non suddiviso in stanze. Contiene 50 famiglie, tra cui circa 170 donne e bambini, tutti spaventati e affamati.

Il vetro delle finestre si era rotto a causa dei pesanti bombardamenti. Il freddo era brutale, penetrava nelle nostre ossa e, per quanto ci provassimo, non potevamo riscaldarci. Il freddo è diventato una parte di noi. Anche quando indossavo cinque maglioni e tre paia di pantaloni, ed eravamo nascosti sotto le coperte con mio figlio, sentivo ancora freddo.

Mio figlio di 3 anni, Husam, continuava a sussurrarmi all’orecchio: “Ho freddo, ho freddo”. Il mio cuore ha sentito ancora più freddo.

L’acqua era molto sporca e non avevo i pannolini per mio figlio. Costano 300 lire siriane (circa 50 centesimi di dollaro USA) a testa. Invece, ho usato un panno coperto con un sacchetto di plastica che poteva contenere pane per il valore di 800 lire siriane (circa 1,55 USD). C’era acqua a malapena sufficiente per noi madri pee lavare quei pannolini. Li abbiamo lavati nello stesso posto in cui abbiamo lavato i piatti, dove abbiamo lavato le mani e da dove abbiamo bevuto. I nostri bambini hanno sofferto di infezioni agli occhi, di asma. Se si ammalava un solo bambino tutti i bambini si ammalavano.

Io chiamo la nostra vita “normale” sotto assedio, ma il bombardamento è stato il nostro altro disastro.

Vivevo nel quartiere “Al Tibbiya” (“Medico”), dove si trovava l’ospedale da campo, ed è per questo che è stato preso di mira. Ho lavorato come infermiera, vicino a mio marito, che era un medico. Il rifugio era vicino e talvolta dovevamo trasferire le persone non così gravemente ferite dall’ospedale da campo al seminterrato quando l’ospedale era troppo affollato di vittime e poi curare i bambini feriti davanti ai nostri figli. Potrebbe essere stato un errore, ma non avevamo scelta.

Qual è la tua esperienza di maternità quando vivi una vita quotidiana di paure, nel timore costante che qualcosa possa accadere a tuo figlio o tuo marito, timorosa che tuo figlio diventi orfano se ti succede qualcosa? Qual è la tua esperienza di maternità quando tuo figlio ti chiede ogni giorno: “Moriremo oggi? Perché ci stanno bombardando?” Che cos’è la maternità quando non puoi nemmeno comprare un “pezzo di biscotto” per tuo figlio, o garantire i bisogni di base di un bambino perché sono troppo costosi, troppo fuori mano, o non si trovano li a causa dell’assedio? Quando mangi tranquillamente, sembra che tu stia rubando. Mangi tranquillamente mentre dormono. Mangi solo perché non sopporti più la fame. Come vivi quando devi mentire a tuo figlio, cercando di convincerlo che i ravanelli sono in realtà mele?

Ho sempre amato la pulizia, ma oggi temo che mio figlio abbia i pidocchi.

Quando un aereo ci bombardò, mio figlio corse rapidamente verso di me, spaventato a morte, ripetendo la sua preghiera infantile: “Dio mio, per favore proteggi mio padre e mia madre. Dio, per favore proteggi mia madre e mio padre”. È strano passare da una cosa all’altra, essere presi dalla paura e piangere, poi giocare di nuovo. Giocano durante i momenti di silenzio, hanno paura quando odono il suono degli attacchi aerei che si avvicinano e piangono mentre si verifica il bombardamento; e poi tornano ai loro giochi quando è di nuovo tutto tranquillo. Non potevamo lasciare il rifugio perché non sapevamo in quale momento il regime avrebbe potuto bombardare Harasta. Il bombardamento era così intenso, continuo, giorno e notte. Le donne non hanno mai lasciato il rifugio se non per preparare il cibo per i loro figli, ed è così che abbiamo perso Umm Muhammad.

Umm Muhammad era la mia vicina di 28 anni. In un giorno di intensi bombardamenti eravamo seduti nel seminterrato abbracciando i nostri figli. Abbracciandoli e pregando, chiedendo al Signore di proteggerci.

Per prima cosa, l’aereo da guerra bombardò da qualche parte in lontananza, e ovunque guardassi intorno alla cantina vedevo le madri calmare i loro figli, pregare e piangere.

Tutti avevano paura, in attesa di una possibile morte. Il primo colpo colpì l’edificio sopra di noi. Poi la protezione civile, conosciuta come i Cascho Bianchi, venne e ci salvò.

Non riuscivamo a localizzare i bambini nella foschia della polvere. Mio figlio mi era stato vicino tutto il tempo, ma dopo il primo attacco i bombardamenti si sono calmati un pò, poi ha iniziato a lamentarsi che voleva giocare con i suoi amici. Non riuscivo a trovarlo da nessuna parte quando è caduta la seconda bomba.

Ho iniziato a cercarlo come una matta, tra gli altri bambini: “Hussam, Hussam, Hussam!” Era, in effetti, aggrappato a me, ma nel mio terrore, non riuscivo a riconoscerlo. Pochi minuti dopo il dottore ci ha chiesto: “Puoi prenderti cura di questo bambino? Sua madre è morta.”

Lo guardai e lo riconobbi. Era il figlio di Umm Mohammad. Umm Mohammad, la mia vicina che era stata con noi nel seminterrato fino a pochi minuti prima. Aveva del cibo a casa sua e voleva dar da mangiare ai suoi bambini affamati. Li aveva portati al primo piano in modo che potessero mangiare. Poi la bomba è arrivata e l’ha uccisa.

Stavamo piangendo per Umm Muhammad e perché avevamo paura. Ci chiedevamo se avremmo avuto lo stesso destino e se i nostri figli sarebbero rimasti senza madre.

Abbiamo discusso sul comportamento dei nostri figli, e alle volte ci siamo sfogate l’una con l’altra, esprimendo la nostra rabbia, disperazione e la sensazione di essere soffocate in quella cantina. All’inizio, ero sorpresa dal caos che sarebbe scaturito quando il cibo sarebbe stato inviato al rifugio, ma ultimamente ero diventata esattamente come loro, forse anche peggio, perché volevo semplicemente nutrire mio figlio.

Una delle madri ha montato un piccolo e modesto stand, vendendo caramelle e dolci in modo che i nostri figli si sentissero vivi. E abbiamo fatto un accordo come gruppo per comprare una caramella per un’altra persona ogni giorno. E se una di noi fosse stata uccisa, dovevamo comprare lo stesso numero di caramelle per onorare il ricordo della sua anima.

Buona parte delle nostre serate le abbiamo passate immaginando. Non immaginazioni strane o fantastiche, abbiamo soprattutto cercato di immaginare le risposte alle nostre domande: avremmo rivisto i nostri genitori un giorno? Sarebbero venuti a trovare i nostri figli? I nostri figli sarebbero mai stati in grado di giocare come gli altri bambini ancora una volta? In futuro, avrebbero saputo cosa sono le banane?

Una volta chiesi a uno dei miei vicini: siamo davvero vivi? Gli altri sanno che effettivamente esistiamo e che siamo vivi in questi scantinati?”

-Il 22 febbraio 2018, dal dottor Housam

“Dal grembo della morte

Per più di venti anni, il bisturi è stato il mio compagno
Ballando tra le mie dita, mentre faccio il mio lavoro molto tranquillamente
Alla fine di ogni giornata, gli sussurro:
“Hai fatto molto bene e abbiamo salvato molte persone insieme”
Ma ora tutto è cambiato, il bisturi non è più quello che era
Ultimamente le mie dita non ce la fanno più Come se una parte della mia anima fosse incagliata tra i suoi denti e non potesse più sopportare le ferite che vede
Bambini senza arti
Senza occhi
Senza facce
Donne e famiglie coperte da lenzuola piene di terra, con il sangue dei loro figli
L’odore della polvere da sparo e il suo orrendo colore nero incombe su quelle facce affamate e spente
Le urla dei bambini, il lamento delle donne, l’oppressione degli uomini, l’impotenza dei medici, raggiunsero il mio bisturi, creando una tale sofferenza al suo interno, che smise di funzionare dopo quello che vide, ma quelle grida non raggiunsero i cuori del mondo per risvegliarlo.

Oggi tutti quelli che sono venuti da noi erano corpi magri, non mangiavano da giorni. Sepolti con i loro bambini sotto le macerie di quei barili che non distinguono tra pietre e umani.
Oggi, da sotto le macerie della nostra patria, mi hanno portato una madre al settimo mese di gravidanza, con due dei suoi figli.
Se ti dicessi che la miseria del mondo si è riunita negli occhi di quei bambini, non descriverei abbastanza.
Il primo bambino era senza la gamba destra e con un braccio rotto. L’altro ha perso la vista e le schegge sono entrate nel suo petto e la madre sta lottando per sopravvivere. Le schegge hanno rotto tutto il suo corpo esile arrivato a noi affinché assistessimo al suo ultimo respiro. La vedo lottare per la sopravvivenza, i suoi occhi sono fissi sui suoi piccoli che si trovano in quella situazione.
Il padre li ha lasciati, è morto, pochi mesi fa.
Li hanno portati in una copertina, perché abbiamo perso le barelle dei pazienti, li abbiamo usati come letti, perché di letto non ne avevamo più.
Ti prego di immaginare con me, solo per un momento quella scena e quella coperta strappata che trasportava le quattro vite: la madre, il suo feto e i suoi due figli.

Un collega mi sussurrò all’orecchio:
“Forse possiamo salvare il suo bambino”.
Per la prima volta, mi sono seduto a pensare a testa bassa “Lo salviamo, o lo lasciamo felice con sua madre senza fargli conoscere la bruttezza di questo mondo.
Lo lascio andare con lei no… no
La mia missione è salvarlo.”
Mi sono guardato intorno
I suoi bambini dilaniati
La sua anima stava lasciando il suo corpo
Il rumore degli aerei e dei barili esplodendo
I bambini piangono che fa bruciare il cuore
E il mio collega sussurrando: “Che cosa stai aspettando.
Dai”.

C’è una vita che dovremmo far uscire
Ho guardato il mio bisturi e amico
A che vita lo tirerai fuori?
Il mondo dei barili, del fuoco e della delusione? Il mondo dell’orfanotrofio, dell’oppressione e della fame?
Chi lo allatterà al seno? Chi cambierà i suoi pannolini?
Chi lo scalderà?
Chi ascolterà il suo pianto?
Sì, ha un dio che non vuole arrendersi, ma sono diventato incapace, insieme al mio bisturi, persino di pensare
La voce del mio collega mi ha svegliato dai miei pensieri
“Il suo cuore si è fermato”
Lo porterò fuori ora, con lei morta
E per la prima volta nella mia vita, non potevo farlo, il bisturi mi ha fermato. Lo misi sul tavolo e me ne andai in silenzio.
Il mio collega ha continuato il suo lavoro, i suoi occhi pieni di lacrime, mentre mi guardava sorpreso.
Tutto ciò è avvenuto in soli pochi minuti, ma ha segnato una ferita lunga anni, una ferita fatta di sconfitta e impotenza.

Mondo, governatori del mondo:
Il vostro silenzio su questi massacri che hanno colpito centinaia di migliaia di civili innocenti, che non hanno fatto nulla se non essere su una terra chiamata “Al Ghouta di Damasco” è una vergogna.
Non ho intenzione di chiedervi di salvare la Ghouta, ma di salvare la vostra umanità.
Salva il vostro popolo.
I vostri bambini sono al sicuro, questo bambino che esce dal ventre di sua madre martire è sotto la vostra responsabilità.
Dategli da mangiare.
Tenetelo al caldo.
Dategli il diritto di vivere una vita decente.
Fermate questi mostri del cielo con i barili della morte.
Venite e unitevi ai bambini della Ghouta.
Toccate i loro volti, ascoltate i rumori dello stomaco affamato.
Non sono umani?
Annunciate che vi importa di tutti gli umani, non solo del vostro sangue, questo salverà ciò che rimane dello spirito di Dio in voi.”

-Il 12 marzo a 2018, da Laila Bakry

“Come dovresti sentirti quando devi mettere tutta la tua vita in una borsa?

Un piccolo zaino. Non può essere pesante.
Puoi solo imballare le cose più importanti: documenti di identificazione, oggetti di valore che possono essere venduti (se c’è qualcosa di prezioso rimasto), un cambio di vestiti. Potresti prendere in considerazione l’imballaggio del pane se ne avessi. Non puoi impacchettare il tuo letto. Il tuo armadio, Il divano vicino alla finestra dove eri solito riposare e bere Nescafé mentre tua figlia giocava nella stanza. Non puoi impacchettare la tua cucina o il tuo bicchiere preferito.

Non puoi mettere in valigia i tuoi prodotti per l’igiene personale. Forse solo il deodorante. Nient’altro.

Non puoi mettere in valigia i tuoi abiti preferiti. Quelli che hai indossato in occasioni speciali. Quelli che sono legati a bei ricordi. Devi lasciarli tutti indietro.

La tua bambina ha molti giocattoli preferiti. Ma devi dirle di sceglierne solo uno!

Metti in valigia abiti invernali o estivi?

Il tuo dolore può portarti a lasciare la tua anima a casa per proteggerla e custodire i tuoi ricordi lì, quelli buoni e quelli cattivi.

Ti ricordi la prima volta che ci sei entrata. Ti ricordi di esserti nascosta nel corridoio durante il bombardamento. Il giorno in cui hai cucinato un pasto delizioso in pace.

Ti ricordi la risata della tua bambina che riempie la casa e il mondo intero intorno a te. Ti ricordi il punto in cui è caduto un pezzo di casa e Dio l’ha protetta. Il punto in cui ha gattonato la prima volta e dove ha mosso i suoi primi passi. Ricordi il giorno in cui hai litigato con il tuo compagno di vita in quella stanza, e come hai rimediato poco dopo, perché la vita è troppo breve per arrabbiarsi l’un l’altro.

Ci sono molti dettagli che vuoi incidere nella tua memoria e non dimenticare mai.

Come possiamo dimenticare?

Come facciamo ad andar via?

È nostro diritto vivere in sicurezza nelle nostre case. È nostro diritto respirare aria fresca. È nostro diritto vedere il sole e bere Nescafè vicino alla finestra. È nostro diritto vedere i nostri bambini giocare pacificamente. È nostro diritto vivere!”

 

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