Scrivere la Siria: la Storia come forma di “Resistenza”

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Alia Malek, autrice di “La casa che era la nostra patria” parla ad Alessandria Masi di Syria Deeply del processo di riscoperta di aspetti della Storia siriana che sono stati da tempo persi o cancellati.

alia malek.PNGBEIRUT – Quando Alia Malek iniziò il processo di reclamazione della casa di sua nonna a Damasco, iniziò un viaggio che terminò con il suo nuovo libro intitolato “La casa che era la nostra patria”.

Nel libro, la giornalista e autrice siriana-americana racconta la storia delle sue indagini nel passato della sua famiglia – che è anche il passato siriano. Raccontare la storia della Siria attraverso le storie della gente – e non attraverso la lente dello Stato – “è una forma di resistenza”, ha dichiarato.

Parlando al Syria Deeply in seguito ad una discussione con la scrittrice Wendy Pearlman a New York la settimana scorsa, co-sponsorizzata da questa piattaforma, Malek discute del suo lavoro e del processo di re-apprendimento della Storia.

Syria Deeply: In che modo la tua ricerca sulla storia della tua famiglia ha cambiato il tuo punto di vista riguardo la tua identità o anche riguardo quella della Siria?

Alia Malek: Ha decisamente cambiato il mio modo di vedere le cose, non tanto la mia identità. Ricercando in profondità riguardo la caduta dell’Impero ottomano, ho capito che mi è stata insegnata la versione di Lawrence d’Arabia. Quando arrivai a vedere quelle epoche un po’ diversamente, sono riuscita anche a comprendere in maniera differente la partecipazione della mia famiglia a quelle rivolte. La cosa che di più cambiò per me fu la mia visione delle persone che finirono per vivere nella nostra casa per 40 anni – una casa che era destinata a me. Non avere quella casa è stata una delle ragioni principali per cui alla fine sono cresciuta in America e non in Siria.

Per me, erano in qualche modo solo tutte persone cattive.  Ma la storia dell’edificio – che stavo scrivendo – non avrebbe potuto essere completa se avessi ignorato la storia di quelle persone in quella casa. Studiando, intervistandoli e arrivando a capire la loro esperienza nell’edificio, ha notevolmente modificato il mio punto di vista. Mi ha insegnato una lezione su cosa servirebbe per la riconciliazione in Siria e su come si potrebbe ricomporla.

Il modo in cui sono riusciti a vivere nella nostra casa era una specie di furto. Ma, ho capito che si trattava di un furto legale. Era un risultato desiderato dallo Stato. Lo Stato voleva che ci fossero dei ladri e volevano che noi fossimo le vittime di questi ultimi. Questa era la legge. C’erano molte persone intrappolate in questa specie di relazioni. La legge è cambiata nel 2004, ma ci sono voluti sei anni per vincere la causa che ci ha permesso di riavere la nostra casa.

È dannoso quando ci sono rimostranze e ferite attive tra cittadini che non possono essere realmente riconciliati. Penso che lo Stato abbia compreso che ci fossero dei modi per eludere la solidarietà e per evitare che si sviluppassero  buoni sentimenti tra i cittadini. Lo Stato ha prosperato su questo in molti modi, e continua tutt’oggi a prosperare su questi basi.

All’inizio della rivolta, ha davvero giocato la carta dei sospetti su il male che i siriani avrebbero potuto fare ad altri siriani, se lo Stato non fosse stato lì a fare l’arbitro. Essere siriano e aver vissuto sotto quel tipo di regime è psicologicamente molto complesso, è spesso ignorato dal giornalismo che si concentra sulla Siria, ma è stato qualcosa a cui ho dato molto spazio nel mio libro.

Syria Deeply: Come sei riuscita a mantenere la tua voce, il tuo ruolo da giornalista quando scrivi della tua famiglia e delle tue esperienze?

Alia Malek: Penso che sia difficile sfatare miti riguardo i nostri genitori o le nostre famiglie. Non è facile essere spassionati. Penso di aver imparato quella lezione dal mio primo libro e mi ha anche insegnato qualcosa il fatto di essere un’araba in America. Comprendo l’impulso qui negli Stati Uniti, per i musulmani-americani o gli arabo-americani, o altre comunità che sono state così diffamate – a volersi presentare con narrazioni super-positive, super-superlative o super-stupefacenti riguardo le loro comunità.

Ma non conosco molti esseri umani che sono impeccabili. Penso che se accettassimo o apprezzassimo anche persone che non sono impeccabili, questo diventerebbe un miglior tipo di accettazione e andrebbe ben oltre l’umanizzazione.

Molti siriani hanno deciso di provare ad abbinare la loro storia familiare alla Storia della Siria stessa, e mi hanno chiesto risorse. Diventa una forma di resistenza. Quello su cui gli Assad hanno sempre insistito è il binomio che” gli Assad sono la Siria e la Siria è gli Assad”. C’è qualcosa di molto sovversivo nello scrivere una Storia sulla Siria che non sia basata su di loro. Si basa invece sulla gente.  Pubblicare libri sulla Siria o  affermare che la Storia siriana non riguardi solo loro, diventa un atto di resistenza.

Syria Deeply: E’ stato questo parte del motivo per cui volevi approfondire questo argomento?

Alia Malek: Sono incline allo scrivere delle persone e non dei leader. Quando ho iniziato questo libro, non pensavo necessariamente che la brutalità del regime sarebbe stata premiata, e che sarebbero rimasti, che avrebbero ricevuto contratti di ricostruzione dalla comunità umanitaria. Ma ora che rimangono, stanno spazzando via la verità e cancellando i siriani da ogni cosa. Li stanno annientando, cancellandoli con armi chimiche e rimuovendoli dalle narrazioni.

Sfortunatamente, il modo in cui la Storia della Siria prima degli Assad viene insegnata è abominevole. A volte la gente da fuori ( i siriani-americani) conosce la Storia siriana meglio di quanto la conoscano i siriani, perché abbiamo accesso a studi e approfondimenti che purtroppo hanno maggiori probabilità di essere scritti in inglese o in francese piuttosto che in arabo.

Questa è un po’ la mia resistenza a quel fenomeno e a qualcosa a cui mi sono opposta sin da quando andavo in Siria da adulta negli anni ‘90. Come è potuta andare persa la grande Storia di questa antichissima nazione? Mi faceva veramente arrabbiare. Se cancelli la Storia della gente e lasci che dimentichino chi sono e a cosa sono sopravvissuti, distruggi la società. In una varietà di modi, la distruzione è iniziata molto prima delle bombe a barile, della fame e delle armi chimiche.

Syria Deeply: Perché è stato importante per te tracciare la tua storia – e la Storia della Siria – da così lontano?

Alia Malek: Era importante per me mantenere l’idea che le parti della Siria e della società siriana che erano grandi fossero grandi. Dopo di quello, dovevo capire perché non è stato sufficiente o perché è stato sistematicamente indebolito. È importante capire il significato delle dinamiche del colonialismo, delle interferenze esterne e del totalitarismo, per lo sviluppo del Paese e della società.

Ed il fatto che io viva in un posto dove non sono adesso sotto assedio o sottoposta alla fame, perché non sono in Siria, e la mia famiglia è nel centro di Damasco e quindi relativamente più sicura. Immagino che in questo momento il mio cervello non sia completamente preso dall’orrore, quindi ho avuto l’opportunità di lanciare uno sguardo al passato.

Sono anche una giornalista che è anche siriana-americana. La mia storia con la Siria non inizia nel 2011. Ho avuto queste esperienze che mi hanno permesso di pensare alla Siria oltre il regime di Assad.

Ciò è in parte dovuto al fatto che ero una  outsider / insider … c’era un’esposizione e anche una capacità di celebrare i successi siriani, perché in realtà alla gente non è insegnato  a celebrare dall’interno. In parte perché la vita va avanti in Siria e la sopravvivenza nel presente occupa le nostre vite, ma anche perché il regime non voleva che la gente pensasse che ci fosse qualcosa di speciale in loro. Questo serve come modo per esercitare il controllo sulle persone.

Syria Deeply: Pensi che ora questo potrebbe cambiare?

Alia Malek: Penso che molti siriani ora abbiano capito quanto siano resilienti. E quando la gente ha la possibilità di respirare, potrebbe essere in grado di celebrarlo.

Sono stati in grado di vedere da soli – a causa di essere sfollati o profughi – ciò che altri governi hanno fatto per il loro popolo. Anche se in maniera imperfetta. E penso che ciò dimostri quanto sia stato mediocre il regime siriano, quanto poco sia stato realizzato dopo decenni di potere. Se fossi stata al potere per 40 anni come dittatore, sarebbe stato come a Wakanda [una finta nazione dell’Africa orientale nella Marvel Comics]. Sarebbe super-futuristico. O almeno avrebbe avuto un’ottima infrastruttura. Invece, tutto è solo un po’ schifoso e fatiscente. Quello che [il regime] sta cercando di dire alle persone è che non meritano di meglio.

Non penso che la gente abbia ancora delle illusioni riguardo al regime, ed i credenti irriducibili sono davvero pochi. Anche se molti soffrono ancora di una sorta di Sindrome di Stoccolma. Non penso che quelli un tempo indecisi siano ancora in quella posizione. Nel migliore dei casi, il regime è incompetente. Ha distrutto metà del paese e deportato metà della popolazione.  Anche se in qualche modo la causa fosse stata giusta (cosa che non è), quello non può essere un regime di successo.

Ora che tanti siriani sono all’esterno e più liberi, c’è molta più comunicazione tra loro. Penso che i siriani si conoscano molto più di prima. Non necessariamente con solo risultati positivi. Un sacco di persone che si sono affrettate a rispondere al disastro umanitario sono stati i siriani della diaspora. Questo è riuscito ad accomunare e avvicinare le relazioni tra comunità diverse che in Siria non avevano contatti o rapporti. È questa l’opportunità di costruire una comprensione reciproca, senza l’intermediario o l’arbitro dello Stato, in cui cerco di trovare la mia speranza.

Sono sollevata dal fatto che i siriani abbiano abbracciato il libro. Non so come si sentiranno quelli che stanno uscendo dall’assedio totale. Penso che ci sarà stratificazione e risentimento sulla falsariga di dove le persone hanno vissuto la guerra. “Perché non sei stato solidale noi? Come hai potuto vivere mentre vivevamo in questo modo? Chi se ne è andato e chi è rimasto? Chi ha parlato e chi no?”

Originale: https://www.newsdeeply.com/syria/community/2018/03/01/writing-syria-history-as-a-form-of-resistance  Traduzione da Mary Rizzo

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