Aleppo, un anno dopo

il

di Flavia Fusco

Ad un anno dalla caduta dell’enclave ribelle di Aleppo, la tragedia umanitaria e politica che si è consumata tra le strade di quella che era la città più popolosa della Siria, stenta a perdere attualità.

Per l’importanza strategica della città, il disastroso esito della battaglia di Aleppo, non ha significato semplicemente una perdita per il fronte ribelle nella lotta contro il regime liberticida di Bashar Assad.

Dalla caduta di Aleppo in poi si è avuto un riequilibrio dei poteri a livello locale, regionale ed internazionale, che si è mantenuto nel tempo ed ha dato luogo a dinamiche che non lasciano ben sperare per le sorti del popolo siriano.

E’ importante quindi ripartire proprio da Aleppo per comprendere gli attuali sviluppi del conflitto, il ruolo degli attori esterni, e fare luce sul significato più ampio che Aleppo assume nel contesto delle molteplici sfumature del conflitto siriano.

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A livello locale la caduta della città ha acquisito un duplice e complementare significato: da un lato il collasso totale dell’opposizione moderata e dall’altro un rafforzamento, sebbene puramente formale, del regime di Bashar alAsad.

Aleppo est, enclave del Free Syrian Army, si è piegata alla strategia governativa kneel or starve (arrendersi o morire di fame) segnando la fine di un’importante esperienza di autogoverno cittadino che vedeva sventolare il tricolore rivoluzionario piuttosto che la bandiera nera dei jihadisti.

La distruzione di Aleppo est ha lasciato il posto a una rinnovata frammentarietà che rende il fronte ribelle, costretto all’esilio in Turchia, o alla fuga nella caotica Idlib, poco credibile nel ruolo di rappresentante del popolo siriano ed esposto più che mai all’estremizzazione[1].

Alla frammentazione militare si aggiunge il fattore politico rappresentato dalla cernita che Russia, Turchia e Iran hanno fatto per l’ammissione al tavolo dei negoziati ad Astana, a cui hanno partecipato solo la metà dei ribelli presenti sul territorio siriano e l’esclusione dei curdi. Ciò non ha fatto che aprire nuove faglie all’interno dell’opposizione, la cui balance of power si è spostata significativamente verso le formazioni jihadiste.

Prima dell’assedio della città, ad Aleppo operavano più di 50 gruppi di opposizione perlopiù indipendenti dall’ex fronte Al-Nusra[2], ma la sconfitta, dovuta anche al voltafaccia delle potenze internazionali, ha contribuito a rafforzare la narrativa anti-occidentale dei jihadisti che ha avuto come risultato più evidente la drammatica radicalizzazione dei gruppi ribelli prima moderati. Queste dinamiche non hanno fatto altro che alimentare e fornire una solida base alla narrazione di una liberazione delle città siriane dai terroristi jihadisti, una dialettica che il governo ha utilizzato per legittimare le proprie operazioni in Siria in generale e nascondere sotto il tappeto le atrocità commesse durante la battaglia di Aleppo.

L’esito dell’assedio di Aleppo ha rappresentato un tipping point[3] per il regime tanto sul piano militare, all’interno del progetto governativo di riconquista della “Siria utile”, ma soprattutto sul piano politico, perché dopo la caduta di Aleppo non si parla più, neppure a Ginevra, di una Siria senza Bashar al-Asad, quantomeno nel breve e medio periodo. Il regime esce da Aleppo come vincitore, e per quanto la vittoria governativa sia stata conseguita in larga parte da attori esterni alla Siria, e poggi su atrocità inenarrabili, resta una vittoria che pone Bashar al-Asad nella condizione di sedersi al tavolo delle trattative da vincitore.

Sono infatti l’Iran e la Russia i due attori chiave determinanti per l’esito finale che la battaglia di Aleppo ha tristemente avuto. L’Iran ha partecipato direttamente alle operazioni militari ponendosi alla guida delle milizie sciite di iraniani, libanesi, iracheni, afghani e pakistani, che direttamente si sono scontrate con i ribelli aleppini. Prima ancora che una vittoria strategica, per l’Iran si tratta di una vittoria confessionale sciita sui takfiriyyn siriani, che si inserisce nel sogno di esportazione della rivoluzione per una Mezzaluna sciita che raggiunge il Mediterraneo passando per la Siria.

Dalla sponda opposta del golfo arabo – persico e del conflitto, l’Arabia Saudita. l’Arabia Saudita ha partecipato solo dietro le quinte alla battaglia, continuando ad investire, come le altre monarchie del Golfo, i propri petrodollari sui ribelli e in particolare sui gruppi jihadisti salafiti, sebbene ciò non sia stato sufficiente a impedire la caduta di Aleppo. Anche in questo caso è stata la causa siriana a subire la disfatta maggiore. L’accusa diretta all’Iran di ingerenza negli affari degli altri stati arabi con il chiaro intento di ampliare la propria sfera di influenza e il supporto saudita ai ribelli, si inseriscono nel discorso della nuova guerra fredda che i due attori stanno parallelamente combattendo su più fronti e di cui Aleppo, e più in generale la guerra in Siria, rappresenta una delle battaglie che influenzerà il risultato della competizione per l’egemonia regionale in Medio Oriente, con l’effetto più immediato di acuire intanto l’elemento settario del conflitto.

La Russia a partire dalla caduta di Aleppo ha saputo imporsi come nuovo protagonista e attore indispensabile capace di determinare le sorti del conflitto, supportando il regime militarmente e rendendosi complice di gravissime violazioni dei diritti umani, non soltanto bloccando continuamente le misure contro il regime in seno al Consiglio di Sicurezza, ma prendendo parte attiva al compimento delle stesse sul territorio siriano.
La Russia ha visto nell’intervento in Siria in generale, e nella battaglia di Aleppo in particolare, un’allettante occasione per dimostrare di aver conseguito la global parity con gli Stati Uniti, per riaffermarsi come superpotenza globale perseguendo il suo più ampio progetto dell’affermazione di quello che il ministro degli esteri russo ha chiamato post-west world order[4]. Tale progetto emerge con forza non soltanto dalla configurazione e collocazione dei colloqui di Astana, inaugurati all’indomani della caduta di Aleppo, ma anche dalle sapienti manovre con cui la Russia è riuscita a tessere intese ed alleanze indispensabili al conseguimento dei propri obiettivi strategici.

Eclatante è stato lo sviluppo delle relazioni tra Mosca ed Ankara proprio nel contesto dell’assedio di Aleppo: il riavvicinamento prima dell’assedio tra i due attori con le scuse ufficiali di Erdogan giunte a fine giugno al Cremlino per l’incidente del jet russo del novembre precedente[5], con il supporto che Putin telefonicamente ha espresso al leader turco dopo lo sventato colpo di stato di luglio[6] e con il ritorno ai discorsi sull’importante progetto del Turkish Stream pipeline.

La  vicinanza con la Turchia è proseguita, e anzi si è rafforzata durante l’assedio, tanto da far parlare di disgelo[7] tra i due attori, o comunque di un allontanamento di Erdogan dall’orbita americana.
La Turchia ha preferito rimanere dietro le quinte, voltando le spalle ai ribelli e concentrando le energie in una battaglia più significativa per gli interessi turchi, quella inaugurata con l’operazione Euphrates Shield con l’obiettivo di impedire ai curdi di congiungere Manbij a ʿIfrīn mediante l’asse Jarablus – Aʿzaz e creare quindi la minaccia di un’entità curda definita territorialmente lungo il confine turco-siriano.

A livello ufficiale, tale sconfinamento è stato legittimato come operazione anti-ISIL, ma era chiaro che a spingere la Turchia verso un coinvolgimento così diretto nel conflitto, in quel momento preciso, non era una presunta minaccia terroristica che esisteva in realtà da tempo in prossimità del confine turco, ma i recenti sviluppi nella cittadina di Manbij conquistata dalle SDF nel mese di luglio, che riportavano in cima all’agenda turca la minaccia curda alla sicurezza nazionale.

Questa operazione è stata possibile solo grazie all’intesa raggiunta ad agosto a San Pietroburgo con Putin, con cui il leader turco si è assicurato il via libera per l’operazione (dopo che lo spazio aereo siriano gli era stato interdetto per l’incidente del jet russo) in cambio di una riduzione del sostegno ai ribelli di Aleppo e di Idlib.

Sembra quindi evidente la corresponsabilità turca rispetto al tragico esito che l’assedio di Aleppo ha avuto a livello umanitario e politico. Ad Aleppo tutti gli attori coinvolti non hanno fatto altro che perseguire i propri interessi, non curandosi degli effetti disastrosi che tale strategia avrebbe avuto e che difatti ha avuto sulla popolazione civile e a livello politico.

Dal punto di vista russo, infatti, il riavvicinamento ad Ankara non era pensato per essere mantenuto sul medio e lungo periodo ma meramente in funzione della situazione contingente. In vista dei colloqui di Astana, nella fase immediatamente successiva alla caduta di Aleppo, l’alleato turco rappresentava la chiave per stabilire un punto di contatto con i ribelli perché partecipassero ai colloqui , ma già dopo pochi mesi questo matrimonio di convenienza non era più necessario alla Russia, che trovava un accordo con i curdi a marzo 2017[8] più favorevole si suoi interessi strategici.

Sin da subito è stato chiaro l’opportunismo della Russia nel trattare con Erdogan, ma anche la forzatura di un asse che lega la culla della rivoluzione sciita con il più importante partner dei ribelli siriani sunniti nella regione, il carattere necessario del pivot verso la Russia da un’ottica turca, essendo chiara l’indisponibilità statunitense a rinunciare all’alleato curdo, ed infine la rivalità, in termini di concorrenza energetica, tra Teheran e Mosca sul mercato europeo.

Le politiche dei tre attori, nonostante il tentativo di Astana, più che verso la cooperazione sembrano orientate alla competizione sul lungo periodo, e ancor di più se a questo intricato scenario si aggiunge il potenziale destabilizzante che una più chiara intesa tra Russia e Israele potrebbe avere in questo contesto.

Di fronte all’emergere di questo nuovo ruolo rivestito dalla Russia, Stati Uniti e Unione Europea restano a guardare relegati in secondo piano, dimostrandosi troppo lenti nell’elaborare policy adeguate ad una crisi che evolve repentinamente. Questo ha distrutto la credibilità e l’affidabilità dell’Occidente agli occhi dei ribelli, completamente abbandonati a se stessi in più situazioni tra cui Aleppo, e dei partner internazionali, lasciando un vuoto di potere che la Russia ha saputo colmare.

Nel caso specifico di Aleppo, gli Stati Uniti, posti dinanzi al dilemma[9] che imponeva una presa di posizione tra la possibilità di un intervento militare, diretto o meno, in sostegno ai ribelli, e la via diplomatica non hanno saputo dimostrarsi capaci di operare una vera scelta. Il rischio di un’escalation con la Russia è stato decisivo nella scelta di una diplomazia assertiva, che automaticamente scartava l’opzione di un più consistente sostegno ai ribelli proprio mentre dall’altro lato i partner del regime intensificavano gli aiuti.

Il tentativo americano di risoluzione politica del conflitto si è sostanziato nella negoziazione con la Russia dei tre cessate il fuoco del 2016, precedenti alla fase finale dell’assedio di Aleppo est. Questa policy si è rivelata però incapace di dare una risposta concreta alle sfide che la Siria pone agli Stati Uniti, ed ha significato sostanzialmente una sottomissione all’agenda russa. Gli Stati Uniti, colti in un momento di transizione, cioè il passaggio dall’amministrazione Obama a quella di Trump, hanno pensato di poter influire sull’esito della battaglia di Aleppo dal tavolo dei negoziati, ma questo non è bastato né a impedire la vittoria russa e governativa, né tanto meno a fermare la tragedia umanitaria che si è consumata tra le strade di Aleppo.

[1] Lund A., The Jihadi Spiral, Carnegie Middle East Center, Feb 8, 2017

[2] Cafarella J. and Casagrande G., Syrian armed opposition forces in Aleppo, Institute for the Study of War, Feb 13,2016

[3] al-Jazeera news, Bashar al-Assad: Everything on table in Astana talks, Jan 9, 2017 http://www.aljazeera.com/news/2017/01/bashar-al-assad-table-kazakhstan-talks-170109064645520.html

[4] MFA Russia Ministry of Foreign Affairs of the Russian Federation, Foreign Minister Sergey Lavrov’s address and answers to questions at the 53rd Munich Security Conference, Munich, Feb 18, 2017

http://www.mid.ru/en/vistupleniya_ministra/-/asset_publisher/MCZ7HQuMdqBY/content/id/2648249

[5] al-Jazeera news, Erdogan ‘sorry’ for downing of Russian jet, Jun 28, 2016 http://www.aljazeera.com/news/2016/06/turkey-erdogan-russian-jet-160627131324044.html

[6] TASS Russian News Agency, Putin, Erdogan have telephone conversation after military coup attempt in Turkey — Kremlin, http://tass.com/politics/888845, Jul 17, 2016

[7] Cagaptay S., Russia-Turchia. Prove di Disgelo, La Turchia secondo Erdogan, Limes Oct 2016

[8] al-Jazeera news, Syrian Kurds say Russia to build base in Afrin, Mar 20, 2017 http://www.aljazeera.com/news/2017/03/russia-strikes-deal-syrian-kurds-set-base-170320142545942.html

[9] Cafarella J. e Casagrande G., Syrian armed opposition forces in Aleppo, Institute for the Study of War, Feb 13, 2016

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